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Manuela Saenz Orinoco

Manuela Saenz

Origini del femminismo cubano: las mambisas

Il termine mambises (mambí al singolare) è usato per riferirsi ai combattenti indipendenti domenicani, cubani e filippini che nel XIX secolo hanno partecipato alle guerre per la liberazione della Repubblica Dominicana e per l’indipendenza di Cuba e delle Filippine (Guerra dei Dieci Anni [1868-78] e Guerra di Indipendenza di Cuba [1895-98]). L’origine etimologica del termine è ancora incerta, potrebbe derivare dall’africano bantù, dalla radice -mbi che indica “ribelle”. Tuttavia nell’immaginario popolare il termine è stato applicato alle persone che hanno combattuto per l’indipendenza durante una qualsiasi delle guerre d’indipendenza cubane. La parola mambí è associata a Juan Euthinius Mamby, noto come Eutimio Mambí. Mamby era un ufficiale spagnolo nero che disertò per combattere con i dominicani contro gli spagnoli a Santo Domingo nel 1846. Mentre Mamby e i suoi uomini guadagnavano fama, i soldati spagnoli iniziarono a riferirsi a loro come gli “uomini di Mamby”.[1] Anche Miguel Barnet nel suo libro Cimarrón: Historia de un esclavo ritiene che l’etimologia della parola mambí sia sconosciuta, ma si pensa sia di origine africana.[2]Secondo I. Bajini, l’esperienzamambisas, soprattutto i prodotti letterari e le varie mitologie ispirate a quest’esperienza, costituiscono l’humus politico e ideologico su cui s’innesta il “ribellismo” latino-americano e le successive esperienze rivoluzionarie:

 

(…) alla fine del 1963 il giovane Barnet apre il giornale e viene colpito dalla foto di Esteban Montejo, un centenario che in gioventù era stato schiavo e cimarrón, ovvero si era dato per più di dieci anni alla macchia, per reintegrarsi volontariamente nella società soltanto dopo il decreto di abolizione della schiavitù. Il Barnet etnologo decide di andare da lui “a buscar eso que no estaba en los libros de Historia con relación al tema negro en Cuba y la esclavitud”, ma fin dal primo incontro il Barnet poeta comprende che “Montejo era una vida importante, anónima, de la historia de Cuba y que había que rescatarla” (Barnet: Los caminos del cimarrón).

E così, dopo due anni di incontri, registrazioni e trascrizioni, nel 1966 vede la luce Biografía de un cimarrón (in italiano Autobiografia di uno schiavo) novela-testimonio la cui formula ibrida, che permette di rielaborare zone della realtà in un ambito romanzesco con l’ambizioso obiettivo di non intaccare l’oggettività del materiale narrato, sarà poi presa a modello da altri autori cubani e ispano-americani, occupando uno spazio significativo nel panorama letterario degli anni ‘70 e ‘80. L’operazione di Barnet, che riscuote un grandissimo successo dentro e fuori Cuba, risponde in modo esemplare alle aspettative del governo rivoluzionario e si direbbe anzi direttamente ispirata a un suggerimento del Comandante:

En días recientes nosotros tuvimos la experiencia de encontrarnos con una anciana de 106 años que había acabado de aprender a leer y escribir y nosotros le propusimos que escribiera un libro. Había sido esclava y nosotros queríamos saber cómo un esclavo vio el mundo cuando era esclavo, cuáles fueron sus primeras impresiones de la vida, de sus amos, de sus compañeros. Creo que esta vieja puede escribir una cosa tan interesante como nin- guno de nosotros podríamos escribirla sobre su época y es posible que en un año se alfabetice y además escriba un libro a los 106 años. ¡Esas son las cosas de las revoluciones! ¿Quién puede escribir mejor que ella lo que vivió el esclavo y quién puede escribir mejor que ustedes el presente? Y ¿cuánta gente empezará a escribir en el futuro sin vivir esto, a distancia, recogiendo escritos? (Castro, 1961)

È indubbio che la testimonianza di un ex schiavo fosse perfetta per rafforzare un’interpretazione della storia cubana come processo ininterrotto della lotta rivoluzionaria iniziata dalle forze popolari nella seconda metà dell’800. Restava un problema di autoría: Fidel Castro, sull’onda dell’entusiasmo “alfabetizzatore”, ipotizzava improbabili autobiografie scritte dai diretti protagonisti; Miguel Barnet, invece, più pragmaticamente, si elegge portavoce (…) un uomo dalla biografia ideale nella sua pur dimessa normalità, in un crescente coinvolgimento dove il proprio ruolo di mediatore culturale si confonde con quello – dichiarato – di figlio spirituale.[3]

 

L’origine di questo termine fu una conseguenza del movimento di Restaurazione della Repubblica Dominicana, il 16 agosto del 1865. La Repubblica Dominicana era stata annessa all’Impero Spagnolo nel 1863. Gli ufficiali e i soldati spagnoli, chiamavano “mambises” gli insorti. Sembra che nella Repubblica Dominicana combattessero solo cubani –schiavi, neri e mulatti, o proprietari terrieri come Carlos Manuel de Céspedes, noto come il padre della nazione cubana. Vale la pena ricordare la partecipazione alla guerra di indipendenza di Cuba di ufficiali e di soldati di altri paesi, come Henry Reeve, noto come El Inglesito, il polacco Carlos Roloff, il peruviano Leonuo Prado e il dominicano Máximo Gómez. Quest’ultimo, noto come Generalissimo, è considerato l’autore della prima carica di machete (il machete fu una delle armi più usate) dell’Esercito Cubano di Liberazione, che sarebbe diventata una delle tattiche di guerra principali dei mambises. Il Generalissimo fu proposto candidato alla Presidenza della Repubblica, ma non accettò. Altri ben noti capi mambises furono i generali Antonio Maceo, che si distinse per il suo coraggio e il suo talento militare, nonché per il suo protagonismo nella protesta di Baraguá, e Guillermo Moncada, il cosiddetto Giant Ebano. Quattordici donne hanno affermato l’onore femminile in guerra: nove donne mambisas, che hanno ottenuto la nomina di capitano, una donna divenuta comandante nell’Esercito Liberatore di Cuba, e altre quattro che meritavano, ma non hanno ricevuto, il grado generale.[4] Tra le più note a Cuba annoveriamo Gabriela de la Caridad Azcuy Labrador – «Adela» – nata il 18 marzo 1861 presso la tenuta Ojo de Agua a Viñales, provincia di Pinar del Río. Durante la guerra era un’infermiera e una farmacista. Ha partecipato a 49 battaglie. Fu promossa al grado di capitano, morendo poi il primo gennaio 1914. Ricordiamo anche Ana Cruz Aguero, nata a Las Tunas il 26 luglio 1840, che sparava col cannone in battaglia e che creò un ospedale da campo nella sua casa. Fu promossa a capitano dal generale José Manuel Capote. Morì il 21 gennaio 1936. Un’altra combattente fu Rosa María Castellanos e Castellanos (più nota come Rosa la Bayamesa). nata a Bayamo, in provincia d’Oriente (Cuba), in un giorno non specificato nel 1834.[5] Prima di entrare in guerra era una schiava che ottenne la libertà combattendo nella Sierra Maestra. Ha creato il più grande ospedale di guerra cubano durante le lotte dell’indipendenza, a San Diego del Chorrillo, 20 chilometri a nord-ovest di Santa Cruz del Sur. Fu il Generalissimo Máximo Gómez che la promosse personalmente al grado di capitano. Nel 1895 aveva già 60 anni e il Generale la scelse per dirigere un nuovo ospedale militare, chiamato Santa Rosa in suo onore. Alternò il lavoro d’infermiera con quello di soldatessa. Morì a Camagüey, il 25 settembre 1907. La soldatessa Trinidad Lagomasino Álvarez – le date di nascita e di morte sono sconosciute – era originaria di Sancti Spíritus e fu messaggera clandestina degli insorti nel 1895. Ha sempre agito da sola ed è conosciuta come “La Solitaria”. Ha lavorato come messaggera personale anche del Generale Máximo Gómez. Lo stesso Generalissimo la promosse al grado di capitano. Morì nell’anonimato a Sancti Spíritus nei primi anni della Repubblica.[6] L’unico caso di donna promossa a comandante fu quello di Mercedes Sirvén Pérez-Puelles. Era una donna, per il periodo storico, molto acculturata che aveva ottenuto un dottorato in farmacologia. Nacque a Bucaramanga, in Colombia, da genitori cubani emigrati. Entrò nelle fila insurrezionali il 5 ottobre 1896, nella città di Holguin. Fondò “una farmacia rivoluzionaria” presso Palmarito, a sud di Las Tunas, per fornire medicinali e bendaggi a vari ospedali di guerra fissi e mobili in tutta Holguin. Fu promossa capitano alla fine del 1896 e comandante nel 1897. Morì all’Avana il 25 maggio 1948. Le prime generalesse cubane furono donne come Ana María de la Soledad Betancourt Agramonte, nata il 14 dicembre 1832 a Port au Prince, Camagüey. Si unì con il marito all’Assemblea insurrezionale di Guaimaro proclamando la redenzione della donna cubana. Fu catturata e arrestata il 9 luglio 1871 a Rosalía del Chorrillo. Fu tenuta prigioniera per tre mesi all’aperto, nella savana di Jobabo, come “esca” per attirare il marito, il colonnello Mora. Il 9 ottobre 1871, malata di tifo, fuggì con altri prigionieri e marciò per l’Avana, poi in Messico e in seguito a New York. Nel 1872 visitò il presidente degli Stati Uniti, Ulisses Grant, chiedendo di intercedere per la concessione del perdono agli studenti di medicina cubana imprigionati per l’insurrezione del 27 novembre 1871. Nel novembre del 1875 ricevette la notizia dell’esecuzione del marito. Morì a Madrid il 7 febbraio 1901. Altro nome noto è quello di María Magdalena Cabrales Isaac, nata a San Agustín, San Luis, provincia d’Oriente (Cuba), il 20 marzo 1842. Si sposò con Antonio Maceo il 16 febbraio 1866. Marciò nella giungla con Mariana Grajales durante la gravidanza e quando nacque, con un bambino di pochi mesi. Ha sofferto inoltre la perdita sui monti dei suoi due figli. Ha curato i malati e feriti nei combattimenti. Nel maggio del 1878, alla fine della guerra, è partita per la Giamaica sempre con Mariana Grajales. Ha fondato e presieduto il Club delle Donne Cubane in Costa Rica e in seguito il José Martí Women’s Club di Kingston, in Giamaica. A metà del 1899 tornò a Cuba. Morì nella tenuta dove nacque il 28 luglio 1905.[7]Questi nomi ci dicono che le donne cubane parteciparono attivamente alla lotta anticoloniale, rivendicando contemporaneamente il diritto al voto, al divorzio e al lavoro. La guerra aveva provocato una grande emigrazione, soprattutto negli USA, dove le donne cubane si dedicarono molto alla causa dell’indipendenza dell’isola. Quest’attiva partecipazione femminile sarà premiata con l’ottenimento di una serie di diritti. Dal 1917 le donne a Cuba acquisiscono tutti i diritti giuridici patrimoniali; possono possedere proprietà e possono vendere o amministrare le loro ricchezze senza l’autorizzazione dei genitori o dei mariti. Inoltre, dal 1918 è riconosciuto il diritto al divorzio. Viene promulga, in largo anticipo rispetto al resto del mondo, una legge sulla maternità, una legge che regola il lavoro femminile e che stabilisce uguale salario per donne e uomini che svolgono lo stesso lavoro. Nasce così una moltitudine di organizzazioni femminili, alcune operaie, e persino le donne nere attraverso di esse intervennero attivamente in politica. Dopo il trionfo della rivoluzione contro il dittatore Gerardo Machado, nel 1934 la donna cubana ottieneil diritto al voto. Nel 1939 si realizzò il Terzo Congresso Nazionale delle Donne nel quale finalmente si riuniscono tutte queste organizzazioni, costituendo un fronte che presenterà tutta una serie di proposte e un programma che troverà eco nella Costituzione Cubana del 1940, uno dei documenti della prima metà del secolo XX più progressisti al mondo. La stessa Costituzione, benché di carattere borghese nella sua essenza, dispose l’uguaglianza di tutti e di tutte le cubane davanti alla legge, dichiarava illegale e punibile ogni discriminazione per ragione di sesso, razza, colore o classe e qualunque altro attacco alla dignità umana, stabiliva inoltre il suffragio universale maschile e femminile, ugualitario per tutta la cittadinanza.[8]Proclamava l’uguaglianza dei diritti tra i coniugi nel matrimonio e la piena capacità civile della donna sposata, che non ebbe più bisogno di licenza o autorizzazione maritale per amministrare i suoi beni, esercitare il commercio, lavorare nell’industria, esercitare le professioni, i mestieri o le arti e disporre del prodotto del suo lavoro. Riconosceva anche il diritto della donna all’impiego e a ricevere uguale salario, rispetto agli uomini, per lo stesso lavoro. Purtroppo non tutte le nuove istanze si materializzarono e si creò un’incongruenza tra i diritti proclamati e quelli praticati.[9]

La lotta per una Cuba indipendente e socialista

Nella lotta rivoluzionaria, durante la prima metà del secolo XX, la donna cubana non si limita ad azioni di retroguardia né riveste ruoli tipicamente femminili, ma viene incorpora attivamente nella lotta e nella guerriglia, entrando a fa parte della direzione politica. Prima della Rivoluzione del 1958, la condizione femminile a Cuba era deplorevole e degradante: le donne erano maggiormente soggette a povertà, denutrizione e analfabetismo, la prostituzione (anche infantile o minorile) era un fenomeno massivo (e gestito dalla criminalità organizzata) poiché rare erano le professioni accessibili alle donne. A tal proposito, il ricercatore Salim Lamrami scrive:

 

Bajo el régimen militar de Fulgencio Batista, de 1952 a 1958, la mujer cubana, sometida a la cortapisa de una sociedad patriarcal, sólo representaba el 17% de la población activa y recibía un salario sensiblemente inferior al del hombre por un empleo similar. Limitada al papel de ama de casa encargada de las tareas domésticas, sometida a la omnipotencia del marido, primera víctima del analfabetismo que azotaba a una gran parte de la población, las perspectivas era más bien sombrías para la mujer cubana. Así, de los 5,8 millones de habitantes, con una tasa de escolarización de sólo un 55% para los niños de 6 a 14 años, más de un millón de niños no tenían acceso a la escuela y se quedaban en el hogar familiar, a cargo de la madre. El analfabetismo golpeaba al 22% de la población, o sea a más de 800.000 personas, la mayoría mujeres. A pesar de la obtención del derecho de voto en 1934, bajo el gobierno de Ramón Grau San Martí que emanaba de la Revolución popular de 193,3 el papel de la mujer en la vida política era muy limitado. Así, de 1934 a 1958, sólo 26 mujeres ocuparon cargos legislativos, 23 diputadas y 3 senadoras.[10] (…) Una de las primeras tareas de la FMC fue luchar contra la prostitución, necesidad vital para cerca de 100.000 mujeres de la Cuba prerrevolucionaria, e implicarlas en la construcción de la nueva sociedad. Con la desaparición de las condiciones económicas y sociales responsables de la explotación sexual de las mujeres, la readaptación social fue además facilitada por la existencia de una estructura federativa femenina.
Siguiendo la máxima de José Martí, “ser culto para ser libre”, Cuba lanzó en 1961 una gran campaña de alfabetización que permitió a todos los sectores de la sociedad, en particular a las mujeres –y sobre todo a las mujeres de color– beneficiarse de este progreso social que abría la vía hacia la igualdad. Se crearon ese año más de 10.000 escuelas primarias, o sea más que durante los sesenta años de la república neocolonial. Los resultados fueron inmediatos: cerca de 700.000 personas, entre ellas un 55% de mujeres, fueron alfabetizadas en doce meses y se redujo la tasa de analfabetismo a un 3,8%. En 1961 la UNESCO declaró a Cuba “primer territorio libre de analfabetismo”, hecho único en América Latina y el Caribe en aquella época. En 1961 Cuba creó círculos infantiles destinados a permitir a las madres cubanas el acceso a la formación, al trabajo y a participar en la vida económica del país.[11]

 

 

Negli USA molte donne cubane lavorarono attivamente per l’ottenimento di fondi e appoggio politico alla lotta rivoluzionaria. Dentro Cuba, nella clandestinità, si formò il “Fronte Civico delle Donne Martiane” che partecipò alla lotta sindacale, politica e armata. Il 26 Luglio 1953, nell’assalto alla Caserma Moncada, partecipano in prima linea Haydée Santamaría e Melba Hernández. In questo periodo le donne soffrirono molto per i loro ideali, subirono la repressione più terribile, erano stuprate, torturate, imprigionate e, molte di esse, assassinate. In seguito si costituì il “Movimento 26 Luglio” che non è identificabile solo con la guerriglia della Sierra Maestra, ma è un movimento politico e militare che mette radici in tutto il paese. Molte donne fecero parte del movimento nelle città, ma parteciparono anche attivamente alla guerra civile. Nella Sierra Maestra si creerà il “Plotone Femminile Mariana Grajales”, del quale fecero parte tredici donne, tra le altre Celia Sánchez Manduley, Delsa Esther Puebla Viltre, Vilma Espín Guillois, Haydée Santamaría e Melba Hernández, tutte con un passato nella lotta politica e sociale.[12]

La Rivoluzione e le donne

La discussione per la creazione di truppe rivoluzionarie femminili a Cuba cominciò il 4 settembre 1958, sul finire della sera e si prolungò fino all’arrivo dell’alba. Per sette ore, Fidel Castro, Comandante dell’Esercito Ribelle, discusse con la sua truppa la necessità di creare un distaccamento formato esclusivamente da donne. Quella notte del 4 settembre 1958, nelle vicinanze de l’Hospital de La Plata, nella Sierra Maestra, le argomentazioni contro la discriminazione di genere furono difese con veemenza da Fidel Castro. Il dibattito terminò con la creazione di un plotone femminile chiamato “Mariana Grajales”:

 

Sono questi i fatti a cui si riferì il leader della Rivoluzione Cubana nel suo primo discorso al paese il 1° gennaio1959, a Santiago di Cuba, quando elencava i problemi da affrontare per il conseguimento di una società giusta: “io volevo dimostrare alla mia truppa che le donne potevano essere buoni soldati e che i loro erano pregiudizi e che la donna è parte del nostro paese ed è vittima della discriminazione nel lavoro e in molti altri aspetti della vita.”

L’aneddoto illustra in primo luogo la priorità del punto all’ordine del giorno della Rivoluzione cubana e d’altro canto, suggerisce una caratteristica che contraddistingue il processo di ciò che è stato chiamato, nel contesto cubano, la lotta per la la parità delle donne: la volontà politica di equità e le azioni per potenziare questa volontà (che si sono sviluppate in un divenire dove coabitano la partecipazione ed il protagonismo con la resistenza cosciente e/o incosciente, a livello individuale e sociale) al cambiamento.[13]

 

 

Al trionfo della rivoluzione, si legifera ampiamente per consolidare l’eliminazione di qualunque tipo di discriminazione, e soprattutto per proteggere i diritti della donna. Quando viene promulgata la prima legge, quella della Riforma Agraria, il primo titolo per le proprietà delle terre è concesso simbolicamente a una contadina nera, figlia di immigranti haitiani collocati nella zona più povera del paese, nell’oriente dell’isola. L’entrata della donna nel lavoro salariato è massiccia e questo porta alla creazione di tutta una serie di servizi sociali come asili, case di cura per le persone anziane, ludoteche, etc., per coprire tutti i compiti di cura che il patriarcato impone alle donne. Nel 1960 si fondò la Federazione delle Donne Cubane (FMC) che raggrupperà le 800 associazioni femminili che esistevano già al momento di trionfo della Rivoluzione:

 

Il 23 agosto del 1960 (…) frutto della fusione dell’Unità Femminile Rivoluzionaria, la Colonna Agraria, le Brigate Femminili Rivoluzionarie, i Gruppi di Donne Umaniste e la Fratellanza delle Madri, tra le altre organizzazioni già esistenti prima del trionfo, venne fondata la Federazione delle Donne Cubane – FMC. Tutte le organizzazioni di massa menzionate, nacquero con un chiaro ed identico obiettivo: sviluppare e difendere la Rivoluzione da ognuna delle proprie “trincee”; ossia, che è esattamente la stessa cosa, sviluppare e difendere gli interessi dell’immensa maggioranza della popolazione cubana.(…) La Federazione che, grazie all’immenso carisma ottenuto attraverso gli anni, e senza più ulteriori integrazioni, è un’organizzazione di massa che sviluppa politiche e programmi destinati a raggiungere il pieno esercizio dell’eguaglianza della donna in tutti gli ambiti e i livelli della società. Il suo contributo sistematico alla formazione ed al benessere delle nuove generazioni è una delle sue numerose virtù. Nel gennaio del 1959 a Cuba lavoravano soltanto 194.000 donne, il 12% della forza lavoro. Attualmente il 46 % della forza lavoro nell’Isola è rappresentato da esse, circa 1.700.000 persone, occupando in maniera efficiente il 66% degli incarichi professionali e tecnici. Dei 614 parlamentari che formano l’attuale Assemblea Nazionale del Potere Popolare, 265 sono donne. Per quanto riguarda i membri delle attuali Assemblee Municipali del Potere, le donne occupano 5.046 delegazioni delle 15.093 esistenti, il 33,4 %. Ad adesione volontaria, attualmente la Federazione, che celebra i propri congressi ogni cinque anni, conta su di una militanza di più di 4.000.000; tutte al di sopra dei 14 anni di età, poiché questo è l’unico requisito che si esige per l’entrata. Il 13 settembre 1966, alla chiusura della V Plenaria Nazionale della FMC, Fidel disse che “se ci domandassero qual è la cosa più rivoluzionaria frutto della Rivoluzione, è praticamente questo: la rivoluzione che sta avendo luogo nelle donne del nostro paese. Se ci chiedessero quali sono le cose che più ci hanno insegnato nella Rivoluzione, risponderemmo che una delle lezioni più interessanti che noi rivoluzionari stiamo ricevendo nella Rivoluzione è la lezione che ci stanno dando le donne”.[14]

 

 

Il compito della FMC è riuscire nel pieno esercizio dell’uguaglianza dei diritti per la donna in tutti gli ambiti e i livelli della società.[15] Una delle sue prime creazioni è quella delle “Case di Orientamento per la Donna e la Famiglia”, con squadre multidisciplinari nelle quali, tra le altre cose, in questo momento si lavora per contrastare la violenza di genere. In questo momento, la Federazione coordina programmi tra diverse istituzioni governative e non governative su salute, educazione, diritti delle donne rurali, le scienze e la ricerca, l’educazione sessuale e la pianificazione familiare. Nel 1975 è promulgato il Codice di Famiglia vigente che impone l’uguaglianza dei diritti tra l’uomo e la donna, tanto nel matrimonio quanto nel divorzio, a proposito di figli e figlie, etc. Nonostante ci siano ancora molti aspetti su cui legiferare, come per esempio offrire anche all’uomo la licenza di paternità, è stato stabilito come condividere il compito di cura del bebè dal primo anno di vita. Nel 1979, Cuba fu il primo paese al mondo a firmare la “Convenzione Sull’Eliminazione di Tutte le Forme di Discriminazione contro la Donna” e il secondo a ratificarla. Fino al 2011, solo 185 paesi l’avevano ratificata, mentre Stati Uniti e Sudan del Sud, l’avevano firmata ma non ratificata. Solo otto paesi tra cui l’Arabia Saudita, gli Emirati, l’Iran, la Somalia, il Sudan e il Vaticano non hanno ancora firmato la convenzione. In questo momento, le donne cubane sono le uniche donne dei Caraibi e dell’intero continente latino-americano che hanno raggiunto livelli d’istruzione, formazione, emancipazione e indipendenza economica e professionale paragonabile alle donne dei paesi più ricchi e sviluppati del mondo:

I believe that there are two conditions for Cuban women to hold power more visibly. First, it is said that once women acquire the knowledge previously denied to them as part of the patriarchal subordinating strategy, then they are bearers of a sine qua non condition to hold power. Cuban women have acquired knowledge in several ways:

– Due to the feminization process of education in all levels of the Cuban education system, and particularly at secondary and the tertiary levels, women represent 58% of university graduates and 62% of senior high school graduates;

– Women have steadily increased their presence in science and technology. Women account for 45% of all Cuban scientists and approximately 60% of university faculty.

– Women represent two-thirds of all Cuban professionals and middle technicians.

- If compared to active men working population, active working women have higher educational levels.

Second, Cuban working women have been trained in problem-solving and decision- making, two essential requirements to hold and exercise power. Consciously or unconsciously, Cuban women make decisions when they organize their activities in their jobs, their chores in the second shift, and in social and political activities.

Third condition. Cuban women wage earners, considered as a whole and including professional and technical workers, have promoted at work, because they are present in all occupational categories (including managers); because they perform complex activities; because they are working in all economic spheres (including women’s traditional and non- traditional jobs); and because they have higher educational levels than men.

Fourth condition. During the last forty years, discriminatory actions against women have become gradually more visible, as well as the need to struggle against any form of discrimination.[16]

Primi provvedimenti del governo rivoluzionario

 

Dal trionfo della Rivoluzione nel 1959, le cui fondamenta ideologiche si trovano nel pensiero dell’Eroe Nazionale José Martí, lo Stato cubano fece dell’emancipazione delle donne una delle sue priorità. Il 1° gennaio 1959, a Santiago de Cuba, poche ore dopo il volo di Batista, Fidel Castro illustrò la situazione delle donne ricordando che la missione del processo rivoluzionario è quella di porre fine alla subordinazione sociale dei più oppressi:

 

Es un sector de nuestro país que necesita también ser redimido, porque es víctima de la discriminación en el trabajo y en otros aspectos de la vida […]. Cuando se juzgue a nuestra revolución en los años futuros, una de las cuestiones por las cuales nos juzgarán será la forma en que hayamos resuelto, en nuestra sociedad y en nuestra patria, los problemas de la mujer, aunque se trate de uno de los problemas de la revolución que requieren más tenacidad, más firmeza, más constancia y esfuerzo.[17]

 

La donna cubana fu la principale beneficiaria dei risultati sociali ottenuti. Così, nel 1960, Vilma Espín fondò la Federazione delle Donne Cubane (FMC) per tutelare tutte le donne e porre fine alla discriminazione. Le donne avrebbero finalmente occupato il proprio spazio sociale e contribuito pienamente alla costruzione di una nuova patria per tutti. Fidel Castro ha rilevato l’importanza della manifestazione:

 

Le donne cubane, doppiamente umiliate e relegate dalla società semi coloniale, hanno bisogno di questa organizzazione propria, per rappresentare i loro interessi specifici e lavorare verso la loro più ampia partecipazione alla vita economica, politica e sociale della Rivoluzione.[18]

 

Al momento, la FMC ha più di 4 milioni di membri. Durante i primi anni della Rivoluzione, uno dei primi compiti del FMC fu di combattere la prostituzione, una necessità vitale per quasi 100.000 donne che vivevano nella povertà e nel disagio sociale della Cuba prerivoluzionaria. Con la scomparsa delle condizioni economiche e sociali responsabili dello sfruttamento sessuale delle donne, la riabilitazione sociale è stata ulteriormente agevolata dall’esistenza di una struttura femminile federata che offrì programmi, ben strutturati, per il reinserimento sociale delle donne vittime del prossenetismo organizzato. Seguendo la massima di José Martí, “essere colti per essere liberi”, Cuba lanciò nel 1961 una grande campagna di alfabetizzazione che permise a tutti i settori della società, in particolare alle donne – e soprattutto alle donne di colore – di usufruire di questo progresso sociale che ha aperto la strada all’eguaglianza. In quell’anno furono create più di 10.000 scuole primarie. I risultati sono stati immediati: circa 700.000 persone furono alfabetizzate, il 55% furono donne. Nel 1961, l’UNESCO ha dichiarato Cuba “il primo territorio libero dall’analfabetismo”, un evento unico in America Latina e nei Caraibi in quel momento. Nel 1961 Cuba creò circoli infantili per garantire alle madri cubane l’accesso alla formazione, al lavoro e alla partecipazione nella vita economica del paese. In seguito Cuba sviluppò un arsenale costituzionale e legislativo destinato a promuovere i diritti delle donne e l’uguaglianza per tutti. Gli articoli 41 e 42 della Costituzione stabiliscono l’uguaglianza dei diritti tra donne e uomini e penalizzano qualsiasi “discriminazione basata sulla razza, il colore, il sesso, l’origine nazionale e le credenze religiose”.[19] La legge n. 62 del codice penale (articolo 295) criminalizza, con punizioni che partono da due anni di reclusione, qualsiasi violazione del diritto all’uguaglianza.[20] Le donne hanno quindi accesso a tutti gli uffici pubblici e a tutte le gerarchie delle forze armate.[21] Sul fronte internazionale, anche Cuba ha svolto un ruolo di primo piano nella promozione dei diritti delle donne. L’isola dei Caraibi fu il primo paese dell’America Latina a depenalizzare l’aborto nel 1965. Solo due altre nazioni del continente, la Guyana nel 1995 e l’Uruguay nel 2012, hanno seguito l’esempio di Cuba, concedendo alle donne il diritto inalienabile di disporre del proprio corpo.

 Il fenomeno del “brigadismo”: ovvero le campagne per l’alfabetizzazione

La Campagna di Alfabetizzazione cubana (Campaña Nacional de Alfabetización in Cuba) obrigadismo fu uno sforzo, durato tre anni, per abolire l’analfabetismo a Cuba dopo la Rivoluzione. Cominciò il 1° gennaio 1959 e si concluse il 22 dicembre 1961, diventando la campagna di alfabetizzazione più ambiziosa e organizzata al mondo. Prima del 1959 il tasso di alfabetizzazione ufficiale a Cuba era il 60% e il 76%, in gran parte a causa della mancanza d’insegnanti qualificati e accesso all’istruzione nelle zone rurali.[22] Di conseguenza, il governo cubano di Fidel Castro per ordine del Comandante Ernesto “Che” Guevara, definì il 1961 “anno dell’istruzione” e inviò le “brigate di alfabetizzazione” nella campagna per costruire scuole, formare nuovi educatori e insegnare a leggere e scrivere ai guajiros(contadini). La campagna fu “un notevole successo”. Quando terminò, 707.212 adulti erano stati alfabetizzati, aumentando il tasso di alfabetizzazione nazionale al 96%. Nel 2011, la produttrice e regista Catherine Murphy girò un documentario di 33 minuti intitolatoMaestra[23] sulla Campagna di Alfabetizzazione cubana. Il film comprende interviste a volontari che hanno insegnato durante la campagna e filmati d’archivio del 1961. Si stima che 1.000.000 cubani siano stati direttamente coinvolti (come insegnanti o studenti) nella Campagna. Erano state organizzate quattro categorie d’insegnanti:[24]

  1. La Brigata “Conrado Benitez” (Conrado Benitez Brigadistas): 100.000 giovani volontari (dai 10 ai 19 anni) lasciarono la scuola di città per vivere e lavorare con gli studenti rurali, fondando scuole di campagna. ll numero di studenti che hanno lasciato le scuole di città, per unirsi ai volontari e fondare scuole rurali, fu così grande che si crearono programmi educativi “alternativi” per 8 mesi, dall’anno scolastico 1961.
  2. Alfabetizzatori popolari (Alfabetizadores populares): adulti che hanno volontariamente insegnato di città in città. È documentato che 13.000 operai hanno tenuto lezioni per loro colleghi analfabeti dopo le ore di lavoro. Questo gruppo includeva persone che hanno insegnato ad amici, vicini o membri della famiglia.
  3. Brigata “Patria o Morte” (Patria o Muerte Brigadistas): un gruppo di 15.000 insegnanti adulti che sono stati retribuiti dallo stato per insegnare in luoghi rurali remoti, accordandosi con i loro colleghi per essere sostituiti nelle scuole di città durante le loro assenze.
  4. Brigate scolastiche – Un gruppo di 15.000 insegnanti professionali che hanno supervisionato gli aspetti tecnici e organizzativi della campagna brigadista. La brigata “Patria o Morte”, insieme alla brigata scolastica, è talvolta chiamata semplicemente la brigata dei lavoratori (Brigadistas Obreros).[25]

Il governo ha fornito materiale didattico ai volontari. Gli insegnanti che hanno viaggiato nelle aree più remote dell’isola, per istruire i contadini, ricevettero un’uniforme grigia standard, una coperta calda, un’amaca, due libri di testo e una lanterna a gas, in modo che le lezioni potessero essere svolte la sera, dopo che il lavoro era terminato. I sostenitori della rivoluzione, troppo giovani o altrimenti incapaci di partecipare alla caduta del tiranno Fulgencio Batista, videro nella campagna brigadista un’opportunità per contribuire al successo del nuovo governo e la speranza di innescare una coscienza rivoluzionaria nei loro studenti. Molti dei testi didattici utilizzati durante la Campagna di Alfabetizzazione si sono concentrati sulla storia della Rivoluzione, con forti messaggi politici. Ciò rese il movimento un obiettivo dell’opposizione controrivoluzionaria che usò atti violenti di terrorismo per destabilizzare Cuba e creare un’atmosfera di paura. Dal 1960 al 1965, almeno 681 atti di terrorismo furono commessi contro il popolo cubano.[26] Diversi atti violenti sono stati commessi contro la proprietà pubblica, in particolare il bombardamento del più grande magazzino del paese, El Encanto, il 13 aprile 1961. Quell’anno, gli insegnanti, gli studenti e i contadini furono torturati e assassinati per terrorizzare la comunità agricola e ridurre il sostegno alla campagna di alfabetizzazione. Diversi giovani insegnanti furono uccisi da gruppi terroristi. Vi sono numerosi sospetti che questi gruppi terroristi siano sono stati sostenuti dal governo degli Stati Uniti. È noto che la CIA ideò e sostenne l’“Operation Mongoose”[27]in questo periodo, tentando di far cadere il governo di Castro attraverso una campagna di propaganda, di guerra psicologica e di sabotaggio contro lo Stato di Cuba.[28] La campagna d’alfabetizzazione unì il paese perché, per la prima volta, le persone di città compresero quanto dura fosse la vita dei contadini prima della rivoluzione. Molti dei volontari della Campagna di Alfabetizzazione continuarono a seguire la carriera d’insegnante e il numero d’insegnanti diventò 11 volte superiore a quello del periodo prerivoluzionario. La percentuale di bambini iscritti a scuola, a Cuba (età 6-12), aumentò consistentemente nel corso degli anni:

  • 1953- 56%
  • 1970- 88%
  • 1986- quasi 100%

Si stima che 268.000 cubani abbiano lavorato per eliminare l’analfabetismo durante il primo anno della Campagna. Nel 1962 il tasso di alfabetizzazione del paese era del 96%, uno dei più alti al mondo. Gli educatori cubani addestrati durante la Campagna continuarono ad assistere nelle campagne di alfabetizzazione altri 15 paesi stranieri, per i quali un’organizzazione cubana ha ricevuto il premio King Sejong Literacy Award dall’UNESCO.Negli ultimi 50 anni migliaia di insegnanti cubani hanno raggiunto paesi come Haiti,Nicaragua e Mozambico. Le lettere di ringraziamento a Fidel Castro, inviate all’ UNESCO per valutare il successo della campagna nel 1964, sono conservate con fotografie e dettagli su tutti i 100.000 volontari in un museo a La Ciudad Libertad (Città della Libertà), non molto distante da La Habana.[29]

La FMC e la formazione delle donne cubane

Nel caso di Cuba, la questione dell’informazione e della formazione sulle tematiche di genere è particolarmente complessa. Le biblioteche sono piuttosto datate e le scarse risorse del paese, aggravate dal decennale bloque economico, comunicativo e informativo, non consentono un grande acquisto di libri, riviste e accesso a informazioni. Tuttavia vi sono alcune eccezioni, come la FMC, la Casa de las Américas e la Cattedra delle donne presso l’Università de La Habana, istituzioni che possiedono una notevole quantità di materiale informativo, materiale storico e pubblicazioni. Le tre istituzioni hanno promosso per anni lo sviluppo di diplomi, master, tesi di laurea e dottorati di ricerca sulle questioni di genere. Per ovviare a queste grandi difficoltà si utilizza molto internet. A Cuba internet non è ancora ampiamente diffusa, tuttavia vi si accede gratuitamente presso le Università, i grandi istituti culturali e i Centri di Ricerca. Il flusso informativo che parte dal resto dell’America Latina, in questo momento, raggiunge l’isola solo in modo intermittente. Non vi è una propagazione popolare, ma chi svolge funzioni d’ufficio e aziendali può ottenere sistematicamente informazioni sull’argomento. Nondimeno, la produzione di testi nazionali sul genere, grazie alla Cooperazione Internazionale, al notevole lavoro dell’“Editorial de la Mujer”, “La Gaceta de Cuba” e la “Casa de las Americas” sono aumentate negli ultimi tempi. Nonostante le difficoltà e le carenze, non vi sono impedimenti nel “nominare le cose”, nel “dare testimonianza”. L’anomala instabilità, la miseria, il difficile lavoro non hanno impedito in alcun modo di ricevere nuove idee e attuare numerosi esperimenti sociali. Sia a Cuba che nel resto del Nuestramérica c’è una lunga tradizione di lotta femminista. Il femminismo a Cuba ebbe inizio nel XIX secolo con il pensiero letterario e poetico di Gertrudis Gómez de Avellaneda[30] e attraversò tutto il XX con la lotta per l’accesso al suffragio, la legge sul divorzio e la parità genitoriale. La sociologa Marta Núñez Sarmiento riferisce che le correnti femministe furono stigmatizzate a Cuba per molti anni, e persistono ancora pregiudizi verso di esse.[31] Eppure il movimento femminista cubano, nato nelle prime decadi del secolo scorso, svolse un ruolo rivoluzionario che permise di soddisfare importanti rivendicazioni in date molto recenti, con la Legge sulla Patria Potestà (1917), la legge sul Divorzio (1918) e la Legge sul Suffragio Femminile (1934). Nonostante i pregiudizi, a Cuba diverse intellettuali femministe sono state “istituzionalizzate” e vengono studiate nelle scuole come Vicentina Antuña, Mirtha Aguirre e Camila Enríquez Ureña, tutte donne apertamente femministe che apportarono interessanti cambiamenti e analisi sulle questioni di genere. Prima del gennaio 1959, il femminismo che esisteva a Cuba era un femminismo di natura liberale e borghese. La Rivoluzione Cubana smontò la struttura di classe preesistente e fu logico che all’interno di essa si biasimasse anche questo tipo di femminismo. Perciò la Federazione delle Donne Cubane optò per distanziarsi da quel genere di femminismo. La Federazione delle Donne Cubane rappresenta casalinghe, operaie, contadine, donne interessate a supportare un evidente scontro classista. La cosa più incredibile ma certa, fu che a Cuba, dopo la Rivoluzione, le donne furono introdotte in tutti i settori della vita civile e sociale, sebbene Cuba continuasse a essere un paese culturalmente patriarcale. Per questioni tanto storiche quanto semplicemente culturali, a Cuba il termine femminismo fu respinto nonostante esistessero corrispondenze tra i principi umanisti espressi dalle varie filosofie femministe (occidentali e non) e quelli del Progetto Sociale della Rivoluzione Cubana. La storia cominciò nei primi anni del secolo XX. Allora i primi movimenti femministi cubani furono molto criticati dalla società, soprattutto dalla stampa, perché i loro obiettivi attaccavano il potere degli uomini e ubicavano le donne lontane dal tradizionale servilismo e dalla tradizionale sottomissione. La realtà che s’imponeva alle donne agli inizi del secolo XX era quella di vivere relegate nella sfera domestica, senza partecipare in nessun modo alla vita sociale. La donna era esclusivamente l’addetta all’educazione dei figli, perciò fu limitata la sua partecipazione nell’ambito pubblico. Non aveva né diritto al voto, né all’opinione; era utilizzata come un oggetto sessuale e stigmatizzata come santa o prostituta. Per cambiare questa situazione, irruppe nel mondo politico Pilar Jorge di Tellas,[32]che creò nel 1918 il Club Femminile di Cuba. Cominciò in questo modo la lotta per i diritti femminili a Cuba. Pilar divenne l’Animatrice del Corso Civico Superiore e Diritto Sociale, una campagna per l’educazione civica e l’istruzione femminile. La Campagna in questione promosse l’istruzione delle donne rurali e dei sobborghi urbani, alle quali furono somministrate nozioni igienico-sanitarie, di economia domestica e rudimenti di educazione civica. Il Club Femminile di Cuba creò la prima forma d’istruzione e formazione per le bambinaie, e lentamente si divulgò in tutto il paese, mostrando quanto pesavano i pregiudizi e le convenzioni sociali nella mente di molte donne cubane. Tuttavia c’è da dire che, nonostante i primi Movimenti Femministi Liberali facessero molta paura, le loro rivendicazioni, in realtà, si limitarono a una mera “eguaglianza formale”, senza intaccare i sostanziali rapporti di potere. Tutto si ridusse a una mera rivoluzione di costume. Altro singolare “paradosso” del femminismo cubano fu che la FMC, nonostante per lunghi anni abbia rifiutato l’aggettivo “femminista”, non dichiarandosi mai tale, non si discostò in nessuna occasione dalle vecchie rivendicazioni egualitarie del femminismo liberale ottocentesco. Non solo, la FMC arricchì il tradizionale dibattito femminista sulle “eguaglianze-formali” con critiche e analisi ben più radicali, basate su richieste di eguaglianza sostanziale, a partire da quella economica. Infatti, per lunghi anni la FMC si batté affinché le donne cubane avessero pieno diritto sul loro corpo, accesso alla salute sessuale e riproduttiva e gli stessi diritti degli uomini sul lavoro e in campo economico. Il femminismo cubano, non dichiarandosi “femminista”, andò oltre l’etichetta e divenne una filosofia-radicale che trasformò in meglio la vita d’intere generazioni, creando legami e tessendo relazioni con vari movimenti femministi internazionali:

 

El IV Congreso de la Federación de Mujeres Cubanas en 1985 evidenció el auge de la presencia femenina en todas las esferas de la sociedad. Esta organización facilitó la participación de cubanas y cubanos en eventos internacionales que permitieron comparar la situación de la mujer cubana con lo que sucedía en otros países.

Cito tres ejemplos: la reunión preparatoria de los países latinoamericanos para la Conferencia de las Naciones Unidas sobre la Mujer en Nairobi, (La Habana, 1984); la Reunión Internacional de las Mujeres sobre la Deuda Externa (La Habana, 1985), y la Conferencia Mundial de la ONU sobre la Mujer (Nairobi, 1985).

La participación de las cubanas y cubanos en intercambios internacionales dedicados a la mujer aumenta a partir de 1985. Asisten como expertos a eventos derivados del Decenio de la Mujer, convocados por organizaciones cubanas o por agencias de la ONU; Cuba, y específicamente la FMC, continúa representada en las sesiones de la Convención sobre la Eliminación de todas las Formas de Discriminación contra la Mujer de la ONU (CEDAW), y las discusiones que allí se desarrollan sirven para retroalimentar las políticas sociales referidas a la mujer cubana. Académicas cubanas

desarrollan intercambios con colegas de universidades de América Latina, Estados Unidos, Canadá y Europa Occidental, y entran en contacto con los programas de estudios sobre la mujer existentes en esos centros. Las entrevistadas reconocen que les atrajeron las corrientes feministas con vocación de comprender las desigualdades entre hombres y mujeres en las sociedades en que viven, y, sobre todo, los problemas de la feminización de la pobreza. Todos estos intercambios coinciden con la preocupación de la UNFPA por los estudios sobre Población y Desarrollo, que promueve emplear enfoques sociológicos cuando se analizan las informaciones

demográficas. La FMC coordinó investigaciones sociales con académicas cubanas

y extranjeras, que movilizaron nuevamente las investigaciones sociológicas en el país, no solamente las referidas a las relaciones de género. Me refiero al estudio de la textilera “Celia Sánchez Manduley” (1987), al de la textilera Ariguanabo con la

norteamericana Helen Safa (1986-1989) y al estudio comparado sobre empleo femenino en cinco países de las Américas (1987-88).

El Seminario Nacional sobre la Aplicación de las Estrategias de Nairobi en Cuba (1988) produjo reflexiones multidisciplinarias sobre la situación de las cubanas.[33]

 

In questo momento la FMC riconosce che a Cuba sia esistito, nel periodo rivoluzionario, un femminismo al quale possiamo affibbiare l’aggettivo che desideriamo: di sinistra, rivoluzionario o socialista, ma è stato femminismo. Perciò la FMC si è riappropriata dell’etichetta, definendosi organizzazione “femminista”. Il termine per anni contestato e denigrato, adesso si ripresenta intorno a valori prettamente rivoluzionari e patriottici.[34] Solo nei primi anni novanta del secolo scorso, la parola “femminismo” fece la sua ricomparsa presso le accademie cubane in cui varie docenti e ricercatrici crearono “dipartimenti di studi sulle donne”, nelle università, per approfondire i temi di genere. Nel 1984 l’Ufficio della Commissione delle Nazioni Unite (CEPAL) tiene a La Habana, sotto l’egida della Federazione delle Donne Cubane, un evento: la Conferenza per il Decennio delle Donne delle Nazioni Unite. L’evento diede ulteriori stimoli e spinte agli studi di genere sul territorio cubano, in una prospettiva internazionale. Norma Vasallo, una delle titolari della “Cattedra della Donna” nate presso l’Università de La Habana, contribuisce notevolmente a promuovere i primi passi negli studi di genere, per uno sviluppo teorico del femminismo, in modo che queste idee siano articolate e integrate nel pensiero cubano, come parte dello sviluppo delle scienze sociali.[35] Il machismo e la discriminazione però non sparirono del tutto con la promulgazione delle leggi; si rese necessaria un’analisi di genere sulle ragioni di quest’oppressione e politiche più attive contro di essa. A Cuba, tutti i diritti inerenti alla tutela della salute e la dignità della donna sono pienamente riconosciuti, la salute sessuale e riproduttiva è garantita, così come l’educazione sessuale e la pianificazione familiare, la maternità è retribuita per un anno, e i dati degli organismi internazionali sulla mortalità infantile e sulla mortalità materna dimostrano i progressi compiuti in questi ultimi anni. Il “Comitato di Esperte” per l’eliminazione della discriminazione contro la donna delle Nazioni Unite considerò, nel suo 15° periodo di sessioni, che la “legislazione cubana relativa all’uguaglianza tra uomini e donne è una delle più progredite in tutta l’America Latina”. Le politiche sociali e le strategie di sviluppo economico del governo rivoluzionario cubano, dal 1959, ebbero come obiettivo fondamentale l’eliminazione di tutte le forme di discriminazione e sfruttamento per motivi di classe, razza e genere. Da allora si sono progettate e implementate politiche pubbliche il cui proposito strategico è sempre stato quello cancellare le barriere culturali, ideologiche, psicologiche, economiche e sociali che hanno tenuto le donne in condizioni di subordinazione e marginalità. Uno degli esempi più importanti, soprattutto nell’attuale situazione di crisi economica, è quello delle “Commissioni di Coordinamento dell’Impiego Femminile”, dirette a migliorare la partecipazione lavorativa delle donne ed evitare le discriminazioni tanto nella contrattazione quanto nella permanenza nel lavoro. Le commissioni sono integrate con la FMC, la CTC, Centro dei Lavoratori Cubani, e il Ministero del Lavoro e della Previdenza Sociale. Grazie alla sua gestione, migliaia di donne ebbero accesso all’impiego, in forma diretta o attraverso corsi di abilitazione. Lo stato, creando questa nuova fonte d’impiego, pensò di proteggere queste lavoratrici col regime di previdenza sociale. Le donne cubane lavoratrici comunque possono contare sulla protezione nella maternità, sui sussidi in caso d’invalidità totale, temporale o permanente, pensione o morte del marito. Tutto questo è riportato nel decreto-legge. 278 del 30 di settembre 2010. Negli ultimi anni una nuova generazione di donne si è unita a questa lotta con nuove visioni, nuovi atteggiamenti e nuove idee. La Federazione delle Donne Cubane (FMC) assieme ad altre organizzazioni cubane per i diritti LGBTIQ, analizzano e propongono politiche per offrire nuovo impulso, da una prospettiva di genere, alla lotta contro la discriminazione nell’accesso a determinate professioni o luoghi di potere, tanto in politica come nell’imprenditoria o nell’amministrazione; si lavora per l’eliminazione del sessismo nel linguaggio; si lotta contro la violenza maschilista; si dà impulso a nuove politiche educative e campagne affinché il lavoro domestico sia condiviso per tutte e tutti i membri della famiglia; si valorizza l’immagine della donna nei mezzi di comunicazione. Nella lotta al machismo, al sessismo, per il diritto alla diversità di genere è fondamentale il lavoro realizzato dal CENESEX (Centro Nazionale di Educazione Sessuale).[36] In questo campo bisogna ricordare che a Cuba, sin dagli anni ‘80, si realizzano operazioni di riassegnazione del sesso (cambio di sesso) gratuite e a carico dello stato. Il CENESEX nacque nel 1989 grazie alle pressioni istituzionali di donne appartenenti alla Federazione delle Donne Cubane. Il CENESEX si batte notevolmente per contrastare l’omofobia e le discriminazioni contro la comunità LGBTIQ cubana, offrendo consulenze sanitarie, psicologiche e legali gratuite a chiunque ne avesse bisogno, organizzando corsi di educazione alla sessualità e pubblicazioni scientifiche a tema:

 

Es importante resaltar que la Federación de Mujeres Cubanas (FMC) desempeñó un importante rol en la institucionalización de la educación sexual y en su inclusión en las políticas sociales del país. La participación comprometida de la FMC en la educación de la sexualidad promovió, desde los primeros años, procesos de transformación social garantes de la equidad de género y el empoderamiento femenino.

En 1989, el GNTES se convirtió en el Centro Nacional de Educación Sexual (CENESEX). Con la creación de esta institución «se ampliaron y profundizaron las bases científicas de la educación sexual y comenzó la introducción del enfoque de género como eje transversal del Programa Nacional de Educación Sexual (ProNES)» (2). Resultado de la ampliación de la estrategia de comunicación social del ProNES, en 1994, el CENESEX fundó la revista Sexología y Sociedad, dedicada a divulgar los resultados de investigaciones y las reflexiones sobre diversos temas vinculados a la sexualidad humana.[37]

 

Anche nell’agenda legislativa del 2012 del Parlamento Cubano si riporta il dibattito inteso a studiare la legalizzazione dell’unione tra persone dello stesso sesso, il loro riconoscimento nel nuovo Codice di Famiglia e i loro diritti patrimoniali e personali. Con l’attuale crisi economica mondiale le donne sono le più danneggiate dalla perdita d’impiego e dalla precarietà. La riduzione della spesa nelle politiche sociali, come per esempio i fondi di aiuto a persone dipendenti, obbliga le donne a ritornare al ruolo di badanti e balie. In Spagna, ad esempio, le prime misure adottate dai vari governi legati al Partito Popolare vanno direttamente all’attacco dei diritti sociali ed economici acquisiti dalle donne e le ricollocano sotto il dominio della morale cattolica nella vita pubblica e privata, minando tra le varie cose il diritto all’aborto. Tuttavia a Cuba, a dispetto dei vari problemi che si trascinano da decenni a causa del blocco economico e di alcuni errori governativi, aggravati ora dalla crisi economica mondiale, si salvaguardano i diritti sociali e questo succede a priori, mentre si tenta di ampliare il fronte dei diritti civili e della libertá personale. Chi più trae beneficio da diritti acquisiti e conservati sono proprio donne. In tutte le province sono conservate le “Commissioni” di Impiego Femminile, si continua a dare molta importanza alla tutela dell’impiego femminile mentre, le madri single e le donne disabili, continuano a godere di speciali protezioni. Inoltre s’incoraggia la partecipazione delle donne alle cooperative agricole e nei lavori d’artigianato. In sintesi, come migliaia di donne cubane gridarono per strada i primi anni della Rivoluzione: “Senza donne non c’è Rivoluzione” e “la Rivoluzione sarà femminista o non sarà.” A Cuba un notevole contributo all’affermazione del femminismo negli studi letterari è stato offerto dalla scrittrice cubana Mirta Yáñez che ha formalizzato il suo ingresso all’Accademia Cubana della Lingua, in un atto celebrato il 30 marzo 2015, nella scuola San Jerónimo de La Habana. Mirta Yáñez è una studiosa dei personaggi femminili della letteratura romantica latino-americana, impiega le teorie di genere per svelare gli effetti simbolici del dominio patriarcale nella letteratura della regione.[38] Rende evidente i parametri di subordinazione con cui gli autori romantici latino-americani del XIX secolo concepiscono le donne e le costringono a uno spazio intimo e domestico. Yáñez sostiene che la narrazione del romanticismo colloca le donne al centro della letteratura per rafforzare i modelli androcentrici dominanti, dove l’uomo è autore della storia mentre la donna è colei che la subisce in silenzio. La prospettiva di genere ha permesso all’autrice di esaminare i meccanismi simbolici e narrativi per connotare l’ideale di un femminile subordinato. Ma al tempo stesso, il suo approccio ha rivelato la tendenza, tra le scrittrici di quel tempo, a mettere in discussione l’ordine garantito dalla disuguaglianza sociale, familiare e sessuale in cui le donne furono collocate.[39]

 

 


[1] The Life and Death of Ignacio Agramonte, La Vida y la Muerte de Ignacio Agramonte, Comite pro museo de Camaguey Ignacio Agramonte, documento pubblicato in spagnolo a Camagüey, Cuba, nel 1941, successivamente tradotto dallo spagnolo all’ inglese nel 2016 da José Prats, disponibile su http://www.camagueycuba.org/vmdeia/vmia.htm, ultimo accesso 09/01/2018.

[2] M. Zeuske, Revista De Indias, Vol. LVIII, n. 212, Università di Colonia, Germania, 1998, su internet:

L’Onu continua a condannare il “bloqueo” contro Cuba

di MADDALENA CELANO

Anche oggi, 01 novembre 2018, una delegazione dell’Ass. la Villetta per Cuba, composta dal Presidente Luciano Iacovino, Maddalena Celano e l’ ex partigiana Tina Costa, ha seguito in diretta il video della risoluzione che chiede il ritiro dell’embargo statunitense contro Cuba, presso la sede dell’Ambasciata di Cuba in Italia.

L’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha approvato quasi all’unanimità una risoluzione che chiede il ritiro dell’embargo statunitense contro Cuba, in vigore dal 1962.

La risoluzione è stata approvata con 189 voti a favore e due contro l’Assemblea, che ha respinto anche la richiesta americana di criticare Cuba per aver violato i diritti umani.

Come l’anno scorso, solo gli Stati Uniti e Israele hanno votato contro. L’Ucraina e la Moldavia non hanno partecipato al voto.

Questa è la ventisettesima volta che l’Assemblea generale delle Nazioni Unite chiede la revoca dell’embargo, ma la risoluzione, presentata ogni anno, non è vincolante.

L’ambasciatore degli Stati Uniti presso l’ONU, Nikki Haley, questa volta ha presentato otto emendamenti alla risoluzione cubana, un tentativo di distogliere l’attenzione sul primato dell’Avana sui diritti umani.

Ma questi emendamenti non hanno ricevuto il sostegno auspicato dagli Stati Uniti. Solo i loro alleati israeliani e ucraini hanno votato a favore, uniti dalle Isole Marshall per un emendamento.

Nella risoluzione adottata, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite “sollecita nuovamente gli stati in cui tali leggi e misure esistono e continuano ad essere applicate, ad adottare le misure necessarie al fine di abolirle o di porre fine alla loro azione il più presto possibile”.

Anatomia del voto neofascista in Brasile

 

da www.ilsudest.it

di MADDALENA CELANO

Il discredito dei partiti politici tradizionali, la corruzione dilagante, il sostegno degli evangelici e delle élite economiche, la paura dell’aumento della criminalità e il rifiuto per il PT di Lula, sono stati i fattori che hanno favorito  in Brasile il candidato di estrema destra Jair Bolsonaro.

Dopo quasi trent’anni di politica, Bolsonaro ha vinto le elezioni con il sostegno non solo della classe media ma di ampi settori popolari, ex elettori di sinistra. È stata una vittoria trasversale, in cui né le donne (nonostante le dichiarazioni sessiste) né i giovani hanno voltato le spalle.

Solo in questo modo si spiega il 55% dei voti ottenuti, oltre 57,6 milioni, cifra superata solo da Lula da Silva nel 2006. Sono quasi 11 milioni in più di quelli ottenuti dal candidato del Partito dei Lavoratori (PT ), Fernando Haddad.

Un candidato che si dichiara ostile alla corruzione

Il disprezzo dei brasiliani per i leader politici tradizionali è palpabile. Solo il 13% era “soddisfatto” o “molto soddisfatto” della democrazia in generale nel 2017, secondo il sondaggio annuale condotto da Latinobarómetro, un Centro Studi Cileno.

I meriti di Bolsonaro come sono pochi (è autore di due soli progetti che sono diventati legge) ma non è mai stato accusato di corruzione, perciò agli occhi di molti brasiliani ha ottenuto credibilità di cui è  carente la sua opposizione. Su questa base, Bolsonaro ha promesso ordine e soluzioni rapide ai problemi del Paese.

“I messaggi di Bolsonaro sono molto chiari – spiega Anna Ayuso, ricercatrice senior per l’America Latina al CIDOB – Offre soluzioni semplici a problemi complessi, si tratta di puro populismo”. Ma, “nel bene e nel male”, aggiunge Ayuso, la diffusa corruzione politica lo ha fatto sembrare come il candidato del “rinnovamento”.

Per Esther Solano, attivista politico e professoressa all’Università di San Paolo, Bolsonaro ha saputo cavalcare un “sentimento di frustrazione nei confronti della politica, di discredito, di stanchezza e persino di rabbia verso il modo tradizionale di fare politica” che si è diffusa anche nei media, durante questa campagna gestita sui social network .

Solano pone il nuovo presidente brasiliano sulla scia di altri leader di destra o estrema destra mondo, come Matteo Salvini in Italia, Viktor Orban in Ungheria o il presidente degli USA, Donald Trump.

“Bue, proiettile e bibbia”

“Bue, proiettile e bibbia”. È così che Carlos Malamud, principale ricercatore dell’Istituto Reale di Elcano, riassume la base politica su cui Bolsonaro ha cementato la sua vittoria: “i grandi proprietari terrieri, i settori che chiedono mano dura e gli evangelici”, tra cui l’élite imprenditoriale del paese.

Se il programma neoliberista radicale costituito da massicce privatizzazioni e riduzione della spesa sociale suona come gloria per gli uomini d’affari, il conservatorismo morale del nuovo presidente fa appello agli evangelici, che costituiscono un quarto dell’elettorato. Bolsonaro, cattolico, ha promesso di eliminare le lezioni di educazione sessuale a scuola, di opporsi al femminismo (che definisce “ideologia di genere”), di abrogare i diritti degli omosessuali e di ostacolare qualsiasi tentativo di attenuare le severe leggi sull’aborto.

“È il sostegno degli evangelici che ha reso Bolsonaro un candidato credibile”, afferma Anna Ayuso.

L’insicurezza è stata il suo altro grande cavallo di battaglia. L’anno scorso ci sono stati quasi 64.000 omicidi. Oltre a porre fine a bande di criminali, Bolsonaro ha promesso di allentare ulteriormente la legge sul possesso di armi, ciò ha conquistato la simpatia della classe media bianca. Stanchi della crisi economica, degli scandali della corruzione e del sentirsi insicuri, milioni di brasiliani hanno votato questa domenica l’estrema destra.  Nell’elettorato neofascista domina fortemente la componente maschile con diplomi, con redditi più alti e il condizionamento religioso: l’ integralismo o il fondamentalismo.

Tra gli strati sociali che sostengono il nuovo presidente neofascista, gli argomenti che si ripetono sono i seguenti: imporrà l’ordine per proteggere i “buoni cittadini” dal crimine, difenderà i valori della famiglia tradizionale ed è un politico “onesto”, non coinvolto negli scandali di corruzione.

Voto maschile, con diploma e alto reddito

“Bolsonaro è sostenuto dagli elettori con alti redditi e istruzione superiore rispetto ai poveri ed è più amato dagli uomini che dalle donne”, dice l’analista politico Jairo Nicolau, basandosi sulle tendenze mostrate nei sondaggi alla vigilia delle elezioni:

– Il 45% delle persone con istruzione universitaria ha dichiarato il proprio sostegno, secondo l’ultimo sondaggio Datafolha.

– Tra le famiglie con un reddito inferiore a 2 salari minimi, il loro sostegno è del 25% e sale al 51% tra coloro che guadagnano più di cinque salari minimi e il 55% tra coloro che ne guadagnano più di dieci. Un salario minimo è di 954 reais (246 dollari al cambio attuale).

Nicolau considera Bolsonaro un “vero fenomeno elettorale”, perché nonostante non abbia conquistato la simpatia del nordest povero (roccaforte della sinistra), ha mostrato sostegno “ben distribuito” su tutto il territorio nazionale.

La Resistenza delle donne

Durante questo mese di agosto, il 49% delle donne brasiliane dichiararono che non avrebbero mai votato per personaggi come Bolsonaro, probabilmente a causa dei suoi commenti sessisti, omofobi e persino misogini che hanno condito la sua carriera di deputato.

Le donne, indicate all’inizio della campagna elettorale come una nicchia di resistenza contro Bolsonaro, sono state tuttavia più permeabili. Il segmento delle adesioni femminili è raddoppiato durante tutta la campagna: è passato dal magro 14% del 22 Agosto al 30% questo sabato.

Bolsonaro ha riconquistato le simpatie femminili attraverso i social network, dichiarandosi come l’unico candidato veramente impegnato per la sicurezza delle donne.

Il Voto evangelico

Un altro segmento in cui Bolsonaro è cresciuto notevolmente è stato tra gli elettori evangelici, che nel paese con il maggior numero di cattolici nel mondo rappresentano già quasi un terzo della popolazione.

Il 26% dei fedeli delle chiese pentecostali e neo-pentecostali gli ha affidato il voto questo 22 agosto. Ma dopo un’intensa campagna condotta dai principali leader delle chiese, l’adesione ha raggiunto il 42%.

“Bolsonaro è colui che meglio difende le nostre battaglie” contro l’aborto e la cosiddetta “ideologia di genere”, la difesa della famiglia tradizionale e dei “buoni costumi”, ha detto Josimar da Silva, presidente del Consiglio dei pastori evangelici del Distretto Federale.

Brasile: prove di nazifascismo

Tratto da www.ilsudest.it

 


di MADDALENA CELANO

Più di 49 milioni di voti sono stati ottenuti dall’estrema destra di Jair Bolsonaro, in Brasile, che ha vinto il 46,18% delle elezioni presidenziali tenutesi questa settimana. Attraverso il 98% dei sondaggi, Bolsonaro era sull’orlo di una vittoria nel primo turno, per il quale aveva bisogno del 50 percento dei voti.

Al secondo posto, con il 29,07%, c’era Fernando Haddad, del Partito dei Lavoratori (PT) e candidato scelto per sostituire Luiz Inácio Lula da Silva, arrestato e bandito dalle elezioni.

Con Bolsonaro, soggetto xenofobo, misogino, omofobo e apologeta della dittatura militare, non si riesce a superare la barriera del 50%. Questo definirà le elezioni in un secondo turno il 28 ottobre contro Haddad, che appare molto lontano dal terzo candidato, Ciro Gomes, rimasto con il 12,49%.

“È una grande vittoria”, ha detto Bolsonaro in diretta dalla casa sua, dove resta a riposo dopo essere stato pugnalato il 6 settembre, durante un atto politico. Il candidato noto come “il Trump brasiliano” ha chiesto ai suoi seguaci di “continuare a mobilitarsi”, giacché la “vittoria finale” sarà il prossimo 28 ottobre.

“Abbiamo vinto in quasi tutte le regioni del paese e perso solo nel nordest”, ha detto Bolsonaro, che ha riconosciuto che quella zona del paese è una fortezza del Partito dei Lavoratori (PT), che ha votato per Haddad dopo la squalifica di Lula da Silva. Ora, per Bolsonaro, la “missione” è che “i lavoratori del nord-est debbano essere liberati dalle menzogne del PT, che è vero terrorismo contro le persone più umili del nostro Brasile”.

“Non vogliamo tornare a quel tipo di persone, che è la cosa peggiore in politica. Hanno immerso il paese nella più profonda crisi economica, morale e politica e non possiamo fare un altro passo a sinistra”, aggiungendo che il Brasile “non può continuare a flirtare con il comunismo”.

Bolsonaro è riuscito a diventare il simbolo pop dell’estrema destra in Brasile. Secondo gli ultimi sondaggi di Datafolha, l’84% di loro dichiara di non voler cambiare il proprio voto, mentre nel caso di altri candidati il 62% è disposto a modificare le opzioni il giorno delle elezioni.

Secondo gli ultimi sondaggi, il 32% dei giovani tra i 16 ei 24 anni voterebbe per lui. Inoltre, è in questo gruppo di età in cui si trova il più alto livello di rifiuto.

Bolsonaro è riuscito a diventare il simbolo pop dell’estrema destra in Brasile. Per Esther Solano, un professore dell’Università Federale di San Paolo, questo candidato rappresenta un “messaggio di odio fatto meme”.

” […] I giovani si identificano con Bolsonaro perché lo vedono come un’opzione politica che comunica con loro e si oppone al sistema. Lo vedono come una proposta diversa”.

Stile alla Trump, Bolsonaro è il candidato che meglio sa come gestire i propri social network. Scrive sul suo account Twitter, comunica su Facebook Live e ha saputo esibirsi in ospedale dopo la pugnalata che ha subito il 6 settembre nella campagna elettorale. Anche se non è molto amato tra le donne, c’è almeno il 27% delle intervistate che lo preferisce, mentre tra gli uomini il sostegno aumenta al 38%.

Sebbene questo candidato abbia fatto politica per quasi tre decenni, la sua figura ha cominciato a guadagnare risalto dopo il suo discorso al Congresso durante il processo di impeachment contro Dilma Rousseff

Tra le donne che sostengono Bolsonaro c’è un forte rifiuto del femminismo percepito come movimento eccessivamente radicale. D’altra parte, sono donne che affermano che la strada per costruire l’uguaglianza tra uomini e donne debba avvenire attraverso un’astratta “meritocrazia”. In breve, il rifiuto del femminismo si rivela come una soluzione individualistica ai problemi femminili.

Le sue seguaci condividono la convinzione che lo Stato, negli ultimi decenni, abbia eccessivamente beneficiato settori storicamente trascurati, come neri, donne, popoli indigeni e più poveri. Tutto questo lasciando da parte le classi medie e bianche in Brasile. I seguaci del leader della desta si oppongono alle quote nelle Università Federali che riservano metà dei posti a studenti neri, meticci o indigeni. In sintesi: il leader dell’estrema destra riceve numerosi consensi dalle classi sociali medie e bianche. Classi sociali decise a prendersi una rivincita sui gruppi marginali, secondo il loro parere, i gruppi marginali sono stati eccessivamente “coccolati” dalle scorse presidenze.

L’OMBRA DEL RECENTE PASSATO

Sebbene la maggior parte dei conservatori non parlino chiaramente di interventi militari, i discorsi pubblici che giustificano i crimini della dittatura militare cominciano ad apparire in influenti personalità pubbliche nella politica brasiliana, dal 2008 in poi. In questi giorni, il presidente della Corte Suprema del Brasile, Dias Toffoli, ha affermato pubblicamente che preferisce chiamare l’ultimo colpo di stato militare “il movimento del 1964”.

Mariana, una donna d’affari di 44 anni, andò ad ascoltare il deputato Eduardo Bolsonaro, figlio del candidato alla presidenza, che parla da un palcoscenico aperto allestito in mezzo al viale. Dice a El Salto che ha votato per Bolsonaro perché non vuole che il “fantoccio di Lula crei più corruzione per il paese”. Nel 2014 Mariana aveva votato per Dilma, oggi si sente delusa.

Possiamo dividere in tre parti gli elettori di Bolsonaro. Nella sua ala più estrema c’è una destra fanatica rappresentata dal Partito del Movimento Brasile Libre (MBL), un partito che è nato per chiedere il licenziamento di Dilma nel 2014. Un altro settore è costituito da ex simpatizzanti della socialdemocrazia (PSDB), il partito del candidato due volte governatore di San Paolo, Gerlado Alckmin e l’ex presidente Fernando Henrique Cardoso. Di solito sono elettori di classe medio-alta, i più silenziosi, che ora provano una profonda insoddisfazione per il loro partito e i suoi leader che sono stati giudicati colpevoli di corruzione. Infine, una percentuale di elettori che hanno votato per il PT ma che ora tutto ciò che vogliono è che non torni al governo la sinistra. In generale, questo è un voto di classe media e medio-bassa, che ha avvertito gli effetti della crisi economica e si è sentita sfidata dal discorso anti-corruzione.

Oggi, la prima preoccupazione dei brasiliani è la corruzione. Qualche anno prima, occupava a malapena un piccolo spazio nella testa della maggior parte dei brasiliani. Per Ibope, il 9% delle persone che pensavano che la loro preoccupazione principale fosse la corruzione, è cresciuto cinque volte nel 2017, collocandosi dietro argomenti come la sicurezza o la salute. Nelle ultime elezioni presidenziali, tutti hanno votato per il PT, ma in queste elezioni sceglieranno Bolsonaro perché credono che sia l’unico in grado di “ripulire il Paese da tanta corruzione”.

Nel bel mezzo della campagna, iniziano a cadere le prime gocce di un cielo che è diventato nero nel giro di poche ore.

È difficile pensare a Bolsonaro come a un semplice mito o a un personaggio marginale nella politica brasiliana quando il fenomeno diventa così visibile nelle strade di San Paolo, il novello idolo delle nuove squadracce fasciste!

Contro la teoria di Queer (dalla prospettiva indigena)

Marichuy

 

Link originale https://ecuadortoday.media/2018/09/25/contra-la-teoria-queer-desde-una-perspectiva-indigena/

Scritto da: Nxu Zänä

Traduzione di Tilo Pez e Maddalena Celano

 

In prima istanza, desiderio chiarire perché ho voluto introdurre, nel titolo, specificamente il termine “contro”, ben sapendo che suona aggressivo. Potrei anticipare sin da ora, per quanto riguarda il contenuto di quest’ articolo, che tutto è improntato e finalizzato a generare una profonda critica alla teoria queer, giacché mi colloco assieme a tanti altri, nello sforzo di creare un discorso alternativo, in una posizione critica verso ciò che è diventata esattamente un’ arma del sistema. Da qui la mia esigenza di manifestare la mia forte disapprovazione verso questa nuova ideologia.

Inizierò chiarendo che in quanto Donna Indigena, ho avuto la straordinaria occasione di studiare e leggere, tutto quello che la gran maggioranza delle mie sorelle e dei miei fratelli non hanno fatto. Per la mancanza di opportunità, e delle risorse economiche necessarie. Detto in altre parole, per l’oppressione del sistema che ci ha discriminato, violentato, sterminato perché non abbiamo mai accettato il suo modo di concepire lo “sviluppo”, il “progresso”, il “lavoro”, il “successo” e lo “sfruttamento di risorse”. Così ci hanno privato delle nostre terre, della nostra voce, delle nostre lingue, delle nostre abitudini, delle nostre culture, dei nostri ambienti ecologici, delle nostre conoscenze affinché imparassimo il “loro” modo di vivere, che loro considerano “migliore” al nostro, però che in definitiva si traduce nella loro imposizione.

Questo mio articolo sorge dalla preoccupazione nell’ osservare l’avanzare nel mondo globalizzato e nella conoscenza dell’ideologia queer e del suo ruolo nel contesto mondiale. Pertanto menzionerò solo le sue principali ipotesi per spiegare il perché della mia critica in quanto Donna Indigena.

Comincerò dall’autodenominarsi “queer”. Sappiamo che questo termine veniva usato come una delle tante offese verso gay e lesbiche, fino a quando alcuni settori decisero di trasformarlo in manifestazione d’orgoglio contro gli atteggiamenti omofobi delle società anglosassoni.

Così possiamo dire che questo ha dato l’inizio a un movimento con questo nome. Quindi si tenta dare un senso di ribellione a un modo d’autodeterminazione, perché deve confrontarsi con la società sotto gli stessi suoi termini, ma con un’aria di orgoglio e di difesa della loro condizione disprezzata agli occhi dei “normali”. È in questo strano ambito che si genera il pensiero e il discorso queer, che inizia contestando le identità e le categorie che tutti gli altri movimenti utilizzano per la difesa dei nostri diritti, del nostro modo di vivere, delle nostre culture, come: il genere, la classe e la razza; argomentando che non dobbiamo utilizzarli più perché in definitiva si tratta di termini coniati dalla esperienza storica e oppressiva del patriarcato, del colonialismo, del capitalismo e del razzismo.

Conformemente a questo, noi dovremmo cancellare l’essere: uomo, donna, indigeno, bianco, nero, latinoamericano o europeo, operaio, politico, proletario o borghese. In cambio di tutto questo propongono l’”ibridazione” di tutti come mezzo di resistenza contro l’omogeneizzazione onnicomprensiva e l’esaltazione dell’individualità con le sue molteplici variabili e differenze. Ciò implica che, dove gli interessi sono affini, l’interesse sarà sostituito dall’identità.

A questo punto, sorgono le seguenti domande, se loro hanno caratterizzato il diritto ad autodenominarsi “queer” come risposta all’omofobia del sistema: perché ai nostri popoli e anche a me, stanno negando la possibilità di autodenominarci indigeni? Se in ultima analisi il termine “indigeno” è stato coniato all’interno di un sistema di oppressione e per differenziare l’uomo bianco, europeo e civilizzato da noi (situazione similare all’appropriazione della parola queer), pertanto io possiedo e mi assumo il diritto di autodenominarmi in relazione al sistema che tenta dominarmi e che inoltre è anche razzista. A conti fatti la loro azione equivale alla nostra poiché anche la parola queer deriva e si manifesta in un sistema omofobo.

D’altra parte, il tentativo di proporre un’”ibridizzazione” con la scomparsa delle nostre identità, con il pretesto che così si andrà contro le tendenze all’omologazione, in fondo questo non significa la stessa cosa? L’identità è un processo dinamico, storico, che si evolve, non è la stessa cosa essere un’indigena nel XVI secolo, in mezzo all’invasione o colonizzazione europea, che esserlo nel XXI in piena globalizzazione e all’interno di un sistema capitalista. Le nostre culture e i nostri popoli hanno imparato a sopravvivere dentro questi sistemi e a generare diverse forme di resistenza contro le tendenze all’omogeneizzazione che adesso nuovamente stanno tentando di fare scomparire le nostre diversità sociologiche, storiche e culturali che sussistono, nonostante tutti i contraccolpi del capitalismo.

Allo stesso modo, l’identità, a differenza di quello che i queer sostengono, non coinvolge solo un aspetto della vita, giacché il mio essere indigena implica il coinvolgimento di tutti gli aspetti della mia vita, e anche il mio modo di vivere e di concepire le nostre vite nella nostra società, la storia del mio popolo, la nostra cultura, il nostro rapporto con il contesto in cui viviamo e in cui ci sviluppiamo, con il nostro rapporto con nostra Madre Terra, i modi con cui relazionarci con noi stessi e anche con gli altri.

Credo che questa grande confusione sull’identità nasca perché loro focalizzano e limitano la lotta a un solo ambito della vita: la sessualità individuale. Inoltre la loro lotta è diretta contro i movimenti femministi, dei gay e delle lesbiche, credendo che siano (movimenti) centrati esclusivamente sul genere e sulla sessualità. Non si dovrebbe negare che agli inizi questi movimenti avevano principi e ideali politici, economici, sociali. Non come l’ideologia queer che si focalizza unicamente sulla sessualità, le preferenze, l’orientazione sessuale, il diritto al piacere, giacché questo è il risultato di una deformazione dei movimenti influenzati dal sistema e dai discorsi medici e della commercializzazione del corpo e del sesso.

L’ideologia queer, pretende di imporci la sua lotta basata sull’affinità, e non sulle differenze di ogni individualità, per loro possono esistere tante tendenze queer conformi a quanti più queer esistano (perché questo costituisce un loro diritto), però questo è un gravissimo errore poiché si sta impedendo la possibilità della creazione di organizzazioni collettive.

Un’altra delle questioni che contesto loro, è la pretesa eliminazione dell’essere uomo o donna. Io sono e m’identifico come donna, anche se non accetto quello che mi è stato insegnato sul come si debba essere donna, sia conformemente alla mia cultura di origine sia secondo i diktat della società occidentale. Ad esempio, l’imposizione di sposarsi e essere madre perché questo sarebbe il solo modo di realizzarsi come donna. Addirittura non poter decidere sul proprio corpo, né aver accesso o diritto al piacere. Non mi è permessa la mia indipendenza ma dovrei dipendere da un marito e dedicarmi alla casa. Oggi mi è permesso lavorare, tuttavia devo anche compiere i lavori domestici per il fatto di essere una donna. Inoltre dicono che dovrei attirare solo uomini, che non potrei provare alcuna attrazione erotica e affettiva verso altre donne, giacché non sarai considerata normale. Vale a dire, mi sono state imposte una serie di disposizioni che dovrei rispettare solo per il fatto di essere donna e non farlo significa essere giudicata, punita, emarginata, stigmatizzata e persino stuprata. Tutto questo non lo condivido e non lo accetto. Eppure mai arriverei a negare la realtà del mio corpo anche per ciò che esso comporta al mio gruppo (di appartenenza), alla nostra storia, alla mia vita personale e collettiva. Perché negare questa realtà, implica la negazione anche della mi esperienza al riguardo in un pessimo e inutile tentativo di nascondermi dietro una bugia.

La realtà biologica è innegabile. Chi nasce maschio, come ogni animale, ha determinate caratteristiche corporali e attributi fisiologici che sono ben diversi da quelli di chi nasce femmina. Loro hanno la forza per la loro entità muscolare e i genitali esterni; noi abbiamo genitali interni e diamo alla luce la vita, solo per esporre gli esempi più semplici, sebbene siano state proprio queste differenziazioni biologiche a creare la costruzione sociale e culturale di genere e in particolare la divisione sessuale del lavoro. D’altra parte non possiamo negare che sono le proprio le nostre biologie e l’aspetto esteriore che ci differenzia; ma questo non giustifica l’ingiustizia e la violenza a cui siamo soggette come donne ancora oggi.

Io chiederei alla teoria queer e a tutti quelli che la supportano: il fatto di eliminare le categorie biologiche di uomo e donna, elimina anche l’ingiustizia della realtà sociale? Dubito fortemente che semplicemente l’eliminazione di quest’aspetto possa cambiare il sistema. Giacché in realtà si dovrebbe modificare tutto il sistema (ma questo è uno dei punti di cui i queer non parlano mai, perché implicherebbe una organizzazione collettiva molto rilevante) per eliminare l’ingiustizia e la violenza per questioni inerenti al sesso, che principalmente è esercitata nei confronti delle donne, e il solo fatto di cancellare le parole donna /uomo non sarà mai sufficiente a cambiare la realtà dei fatti del sistema. Non sentendomi più una donna, forse non verrò più stuprata, picchiata, rapita o sessualmente sfruttata? A questo rispondono che concettualizzarci nuovamente è solo l’inizio del cambiamento. Tuttavia nel prossimo futuro come potremmo attuare un cambiamento se, già dall’inizio, non riconosciamo più le nostre differenze sostanziali se sono queste che hanno generato l’ingiustizia e la violenza?

Inoltre vorrei chiedere ai queer, come pretendono di cambiare la realtà se intendono vivere al margine del sistema, mentre siete ancora dentro di esso? Dirsi queer per non riconoscersi uomo o donna, gay o lesbica, indigena o bianco, operaio o politico, ecc., non cambia le relazioni sociali in cui siamo cresciute/i, ma modifica solo la propria soggettività e credono che è nell’individuale che inizia il cambiamento. Però ma si questo cambiamento non comporterà delle azioni politiche e/o sociali efficaci per portare a una riforma reale, alla fine rimane solo la creazione di una specie di mondo a parte, e sopratutto bene sistemato, all’interno dello stesso sistema che stanno criticando e dicono di combattere.

Per quanto riguarda la sessualità, si il soggetto definendosi non conforme per le sue pratiche sessuali non “normative”. È per questo che esaltano le scelte sessuali diverse dall’eterosessualità e a tutte quelle pratiche che definiscono come liberatorie. È per questa ragione che danno tanta enfasi alla bisessualità, al sadomaso, alla “reinvenzione della pornografia”, perché li valutano come trasgressioni e perciò che stanno dando tanto risalto alla sessualità come non si era mai visto prima d’ora. Forse il sistema in se stesso non ha dato ancora questo ruolo da protagonista alla sessualità? Tuttavia non è proprio in questo senso che vanno le dinamiche del sistema?

Allora per i queer la rivoluzione inizia con le pratiche sessuali, individuali e private, e nelle modalità che permettono raggiungere il piacere, per questo arrivano a magnificare l’utilizzo del dildo, la penetrazione anale, il sadomaso? Soltanto perché vanno contro le pratiche tradizionali dell’eterosessualità? Se è così direi che si tratta più di un settore di opposizione minoritario, e non di una rivoluzione, poiché la sessualità resta (come ha sostenuto l’autore catalano Oscar Guasch nel suo libro sulla crisi dell’eterosessualità) coito-centrica (anche quando il rapporto sessuale è orale, vaginale, anale, eseguito con i seni, i glutei, ecc.) e fallo-centrica (l’utilizzo del dildo, in definitiva è un fallo simbolico, questo sta a significare che se non ho un fallo, comunque devo trovare un sostituto di esso perché altrimenti non sarebbe un amplesso sessuale completo) questo significa che ancora tutto rimane centralizzato sugli attributi maschili e sull’obbligo di raggiungere l’orgasmo (perché in caso contrario non si è sani). Cosa trovano di rivoluzionario in questo? Quale sarebbe il cambiamento? Se si tratta solo di diversificazione nella commercializzazione della sessualità, per tanto il movimento queer è dentro il sistema, e non fuori di esso, come si vuole fare credere o come cercano di convincerci.

Se la teoria queer e i suoi seguaci pretendono che mi spogli della mia identità indigena e di donna posso con tutta ragione dirvi: siete un’arma del sistema, una corrente ideologica che promuove la globalizzazione, l’omogeneizzazione come strumento, perché come ha detto Susana López: Il queer adempie perfettamente alla sua funzione di penetrare i corpi emarginati fino a quando: “verranno legittimati e annessi alle stesse istituzioni che costituiscono i pilastri del dispositivo della sessualità. Per i queer, la vita personale è sessualizzata, come lo è anche la politica e l’economia, e non la desessualizzano, ma propongono un’alternativa alla sessualizzazione già esistente. Quindi non produce una vera rottura con il sistema, ma propone un’alternativa che in realtà va a incorporarsi alla “scientia sexualis …

Se si considera che “il personale è politico” quindi l’ idea di portare la sessualità nello spazio pubblico per rivendicare le sessualità emarginate, e così ottenere la loro emancipazione per sovvertire la cultura, credo che tutto questo sia sbagliato perché ritengono che fare sesso (inteso come pratiche sessuali) sarebbe un’attività politica e di conseguenza ogni volta che si hanno rapporti sessuali non normativi, secondo loro si starebbero compiendo atti per la sovversione del sistema o come pratica di resistenza, il quale porterebbe al cambiamento sociale. In realtà dovrebbero chiedersi: come possiamo credere di ottenere il cambiamento collettivo, quando la nostra ideologia e pratica riguarda solo l’ambito strettamente privato del desiderio e piacere individuale?


Se non esiste un’identità e il movimento si basa sui desideri e piaceri individuali, la lotta si costituisce conforme all’affinità nelle pratiche sessuali private diverse solo per andare contro il sistema normativo? Come può questo istituire un cambiamento sociale reale e sostanziale? Come credono di potere vincolare gli “individui” nel generare strategie per ottenere dei cambiamenti reali?

Infine considero che un altro grave problema dell’ideologia queer è che non prende assolutamente in considerazione, per le analisi attuali, i contesti storici, politici, sociali, economici e culturali, perché la teoria queer rimane circoscritta alla soggettività di ogni individuo e con la sua lotta personale per il raggiungimento del desiderio e del piacere in affinità con altri individui con cui non necessariamente condividono l’identità, ma solo l’analogia delle pratiche sessuali non normative; per tanto, essi ritengono che l’organizzazione collettiva è impossibile e soprattutto senza senso, pretendendo solo una rivendicazione dei diritti individuali, e NON di quelli collettivi ed è per questo che affermo ancora una volta che questa posizione è il fedele riflesso del neoliberismo e del suo predecessore, il liberalismo, nel tentativo di glorificare l’individuo sopra gli interessi e il bene delle collettività. Questo conduce ugualmente alla frammentazione e a frantumare la resistenza e i movimenti poiché identità significa riconoscimento delle comunità. Perciò il tentativo di distruggere l’identità è un chiaro attacco alla comunità, le sue organizzazioni, i movimenti, alle lotte storiche e sociologiche, politiche, economiche e culturali.

Per quanto affermato finora, la creazione dell’ideologia queer contribuisce a generare un sapere che fa parte dei giochi di potere del sistema nella distruzione della comunità e dell’identità. Perché fondamentalmente va contro le donne, le popolazioni indigene di tutto il mondo; e non solo, ma anche contro gli operai, i contadini; le lesbiche, i gay; le femministe e i sindacati. Chiudo sostenendo che la teoria queer è la perfetta arma ideologica del neoliberismo che, fondandosi nell’individualità e nel piacere, promuove la commercializzazione di una sessualità che è ancora opprimente, per donne, bambine e adolescenti, facilitando così la strada a nuove oppressioni e per la perpetuazione dello sfruttamento dei sessi e generi. E, nel frattempo, servire come strumento per la disarticolazione, il disprezzo e la stigmatizzazione di ogni tipo di movimento, soprattutto contro di noi: gli indigeni e le donne.

Per questo come Donna e Indigena, scrivo CONTRO l’ideologia queer con la speranza che chi mi legge e anche a quelli che si autodefiniscono queer riflettano, invitandoli a fare una severa critica a questa ideologia e anche a i suoi postulati.

 

 

 

 

 

 

La truffa di AMMAR: un sindacato fittizio usato per trafficare donne

dal sito: www.ilsudest.it

 

La clamorosa truffa internazionale del ‘lavoro-sessuale’.

 

Ultimamente, a destra come a sinistra, sentiamo da qualche tempo proclami favorevoli alla “regolamentazione” della prostituzione. Non ultimo è Salvini che da mesi basa la sua propaganda demagogica sulla famigerata “riapertura dei bordelli”. Ovviamente si glissa appositamente sul fatto che la Legge Merlin non proibisca affatto la prostituzione (ne al chiuso e tantomeno all’ aperto) ma solo l’ induzione, lo sfruttamento e il favoreggiamento. Quindi è piuttosto evidente dove questi proclami vogliano andare a parare. Nell’immaginario collettivo è radicata l’idea che la prostituzione sia il commercio più antico del mondo, il che significa che è sempre esistita e sempre esisterà, fino alla fine dei tempi. È un’affermazione che mostra il carattere “astorico” della percezione della figura femminile nell’immaginario sociale; come questa pratica sia concepita come indipendente dal fenomeno culturale e politico.

Se si cerca la genesi del termine, etimologicamente la parola prostituzione deriva dal latino “prostituere”, che significa “mostrare la merce in vendita”.

È possibile dire allora che la prostituzione è la mostra, il campione di corpi femminili per la vendita dello stesso, come se fosse un oggetto inserito in una vetrina, sopra la tovaglia di una fiera di strada o in una piazza, in vista di chi sta già aspettando qualcuno che voglia consumarlo. Sarebbe una transazione commerciale tra due persone: da un lato, una che vende il suo corpo come qualsiasi altra merce; e l’altro che lo compra, attraverso il denaro.

Da questa prospettiva, la prostituzione si limita a una domanda individuale; vale a dire, una mera transazione commerciale tra due parti uguali.

Ma se così fosse, come si può spiegare che la maggioranza delle persone destinate al mercato della prostituzione siano prevalentemente donne e non uomini?

“Come e perché le soggettività femminili siano state e possano essere viste come

“strutturali” al servizio del piacere maschile? “(Aucia, 2008: 149)

Perché storicamente la prostituta porta lo stigma sociale e non chi chiede la vendita dei corpi femminili?

Se ci s’informa sulla storia già “al tempo di Solone” (640-558 AC) è possibile scoprire come sono organizzati i mercati e gli standard dei corpi femminili stabiliti per l’accesso ai loro organi “(Ulloa, 2011: 296)

Nel Medioevo i grandi difensori del matrimonio canonico, i teologi, consideravano che la fornicazione non fosse del tutto cattiva se si faceva con donne normali o pubbliche; e consideravano la prostituzione come un male minore ma necessario per evitare altri vizi principali. Di questa idea era Sant’Agostino: “La prostituzione femminile è necessaria per evitare la lussuria diffusa”. O San Tommaso, che ha paragonato “la prostituzione (e le prostitute) alla fogna, la cui soppressione potrebbe portare all’inquinamento del palazzo”(Chejter, 2009: 100).

Tuttavia, la prostituzione come istituzione moderna ha la sua origine nel transito dal

Medioevo all’età moderna. “Due trasformazioni furono essenziali per questo:

cambiamenti nel modello economico e l’emergere di due nuove forme di lavoro nella

città; il lavoro protetto dalle corporazioni da una parte e il lavoro salariato non protetto.

Fu così che lo scambio salariato è concettualizzato nell’ utilizzo della forza fisica per denaro secondo il tempo e la mercificazione dei servizi avvenuta (Gemma, 2007: 96).

Inoltre, dovrebbe essere preso in considerazione che in quel momento storico, le possibilità per le donne al di fuori del matrimonio, eccetto la vita religiosa, non abbondano per niente.

“In molti casi la prostituzione è stata configurata come ultima possibilità di lavoro per le

donne, quando non potevano optare per nessuna delle altre quattro possibilità che avevano per sopravvivere: matrimonio, vita monastica, servizio domestico o lavoro faticoso nelle fabbriche dopo la rivoluzione industriale”(Lagarde, 1997: 101).

A quel tempo, in tutte le società occidentali, le prostitute appaiono come la controparte dell’ideale di donna situata all’interno dell’istituzione del matrimonio monogamico. Le puttane, d’altra parte, rappresentano socialmente e culturalmente il proibito, la sessualità negata. Una sessualità legata al piacere e all’opposizione, sul piano simbolico, alla maternità della madre-moglie (Lagarde, 1997). La prostituzione è quindi configurata per molti uomini come un’attività di divertimento e un rito d’iniziazione sessuale che nasce dall’idea che il maschio abbia un istinto sessuale, naturale e incontrollabile, che ha bisogno di un corpo femminile per la sua soddisfazione.

In questo modo, le cosiddette “donne di strada” garantiscono la verginità di quelle

donne che saranno future madri e mogli; le“donne di casa”. Sono considerate “cattive donne” perché non rispettano i ruoli o gli stereotipi di sesso-genere stabilito socialmente e si allontanano dal mandato culturale di “moglie-madre”.

La cultura così modella e normalizza il comportamenti dei soggetti che assegnano ad ogni genere determinati ruoli sociali.

ruoli sono quindi definiti come “l’insieme di comportamenti, funzioni,

compiti e responsabilità apprese in gruppi, comunità o società e allo stesso tempo

generano aspettative e / o richieste sociali e soggettive”. Questo è l’incarico di genere

che si produce dalla nascita, attraverso la socializzazione in famiglia, a scuola e

rapporti con i pari ed è rinforzato per tutta la vita dal condizionamento delle regole,

norme istituzionali, messaggi e discorsi sociali. L’assegnazione di genere è fatta

ruolo da ruoli sociali e dagli stereotipi , che incapsulano le attività e le identità di

donne e uomini. Gli stereotipi di genere prevalenti stabiliscono che le donne

debbano essere dolci, tranquille, ordinate e materne e gli uomini, audaci, disordinati,

forti e ruvidi, tra le altre qualità che sono allineate secondo la divisione della sfera pubblica e privata”(Instituto Nacional de Mujeres, 2008: 22).

Questa falsa idea che ci siano donne buone e cattive, la puttana e la non puttana; secondo

la decenza o l’indecenza che le caratterizza, viene mantenuta fino ai nostri tempi. Questa dicotomia diventa una specie di omissione che attraversa una donna all’altra, “omissione

non da una posizione di superiorità, ma da una posizione di schiavitù che obbedisce al mandato di non unirsi all’altra; perché quell’ “altra” è portatrice di tutto il possibile peso della condanna sociale, dall’umiliazione al disprezzo. Sarebbe una specie di obbedienza a un ricatto del sistema patriarcale.

La dicotomia patriarcale che divide le donne in sante e puttane non è innocente e

contiene in sé molto più di una semplice classificazione. Al contrario, è un

discorso che è stato legittimato e diffuso come verità inamovibile, giustificando un’intera serie di ingiustizie e disuguaglianze.

“Quel confine tra la zona della prostituzione e la zona della famiglia è un confine e un limite. La divisione sessuale tra la donna decente e la donna puttana è un confine immaginario e simbolico che acquista in realtà il valore di un gioco cinico e perverso. Tuttavia, la donna che fa da moglie è anche un oggetto, in questo caso incorporato nella casa “(Sánchez e Galindo, 2007: 154).

“Colui che transita da uno spazio all’altro con libertà è solo il maschio. Il consumatore di prostitute può essere contemporaneamente padre di famiglia e marito in un ambito, e un consumatore di prostitute nell’altro, senza che questo gioco metta in discussione né la sua dignità né la loro reputazione “(Sánchez e Galindo, 2007: 153). Se ne deduce che il “maschio” consumatore di prostitute resta l’eterno assente nel dibattito sulla prostituzione oltre a restarne l’unico privilegiato.

Ciò rende possibile pensare che la prostituzione sia nutrita dalla cultura patriarcale,

giustifica il dominio sulle donne sulla base dell’idea che la donna sia soggetta ad

una presunta inferiorità biologica. Questo modo di concepire le donne ha la sua origine

storica nella famiglia, la cui autorità’ è esercitata dal padre e proiettata nell’intero ordine sociale.

All’interno della cultura patriarcale “… la costruzione storica delle donne e della loro

sessualità è sempre stata al servizio della sessualità maschile … “(Isla e Demarco, 2009: 99). È un sistema culturale-sessuale che supporta la richiesta di sesso come servizio preso in prestito da un soggetto reificato; che si basa sulle credenze di “naturalezza” e “bisogno” di desideri sessuali maschili; e la disposizione dei corpi femminili per la loro gratificazione.

In questo senso, il genere come categoria di analisi ci consente di spiegare come la società giustifica sulla base delle differenze sessuali le disuguaglianze tra i soggetti;

e come attraverso le regole sociali, i valori, le pratiche e i discorsi su queste disuguaglianze siano assunte come “naturali”.

Una delle premesse più importanti riguardo al genere è stata la distinzione stabilita

rispetto al sesso . Mentre il secondo allude alle caratteristiche biologiche con cui

i soggetti sono nati, il genere è correlato agli aspetti sociali che danno contenuto e significato al fatto di essere “donne” ed essere “uomini”. In tal modo l’approccio risultato sarebbe che le situazioni di disuguaglianza non rispondano a fattori naturali ma solo a quelli sociali. L’importanza di riconoscere che donne e uomini non siano il risultato esclusivo della biologia ma di processi sociali, è quella dell’identità delle persone e

le condizioni attraverso le quali questi processi siano riprodotti, possono e dovrebbero cambiare verso maggiori equilibri e con pari opportunità.

In questo senso il patriarcato, che attraversa tutte le istituzioni della società, opera principalmente in due modi: costruire e spiegare la disuguaglianze tra uomini e donne come intrinseche e naturali; e a sua volta perpetuarla e approfondire altre forme di dominio.

Sebbene la cultura patriarcale sia molto più antica del capitalismo, si nutre del capitalismo stesso, trasformando la vendita del corpo femminile in merce e

convertirlo, nel ritmo della globalizzazione, in un commercio globale.

“(il maschio) immerso nell’ideale capitalista del consumo e del successo, intravede sempre di più il corpo delle donne come un possibile oggetto da consumare. È visto come qualcosa che è possibile guardare, toccare, trasformare, abusare e uccidere. Questo modo di vedere le donne è naturalizzato […]”(Isla e Demarco, 2009: 99).

 

I meccanismi del dominio maschile

Come è spiegata, durante così tanti periodi storici, la dominazione e subordinazione delle donne?

Quali meccanismi hanno legittimato le società e continuano a legittimare gli atti più crudeli e degradanti verso donne e ragazze?

Come e in che modo il corpo femminile è convertito in un corpo “di e per gli altri”, privilegiando la prestazione maschile?

Per rispondere a queste domande è possibile fare riferimento all’idea di Bourdieu,

riguardo al fatto che la Modernità ha elaborato una realtà che è divisa in gruppi di

termini binari, generando una doppia visione della realtà.

Ecco come, tra molte altre, le seguenti coppie di opposti sono:

normale / anormale, oggettività / soggettività, sano / malato, legge / disturbo, lecito / illecito, pubblico / privato. In questa visione dicotomica sono organizzati i diversi campi della vita sociale, perdendo di vista il fatto che la realtà è costruita in modo permanente ed è in costante movimento e contraddizione.

“Ciò che chiamiamo dicotomia, queste coppie di concetti esaustivi ed esclusi,

dominano il pensiero occidentale ed è come analizzare la realtà in aree

separate che si escludono a vicenda e al di fuori dei quali non vi è nulla. Questo non sarebbe un problema per le donne, se non fosse che all’interno di questa dicotomia è la donna il soggetto sessualizzato e oggettivato”(Maffía, 2009: 4).

Questa sessualizzazione produce stereotipi per entrambe le coppie opposte, così

per le donne, gli stereotipi sopravvalutati sono i compiti riproduttivi e di maternità

come definire le attività di “essere una donna”. Collegati a questi attributi, vi sono altre

qualità come altruismo, sensibilità, intuizione, abnegazione per la cura degli altri, ecc.

Allo stesso modo, per gli uomini, i mandati sociali ruotano attorno al lavoro, le loro funzioni di fornitura economica a casa e le loro prestazioni sul campo pubblico. Legate a questo, è importante che gli uomini siano forti, attivi, potenti, obiettivi, ecc.

Il ruolo della prostituzione

 

La prostituzione è una delle imprese “illegali” che trasferisce ingenti quantità di denaro in tutto il mondo, inevitabilmente associato alla tratta di esseri umani. Nelle province petrolifere le cifre aumentano considerevolmente. Ad agosto del 2013, la delegazione dell’Associazione delle donne meretrici dell’Argentina (AMMAR), presente nella legislatura provinciale, com’è stato fatto in diverse province e a livello nazionale, presentò la proposta di considerare la prostituzione come un lavoro sessuale e che quindi deve essere regolato dallo Stato attraverso il Ministero del lavoro. L’obiettivo ” è che le prostitute adulte che sviluppano il loro lavoro volontariamente e autonomamente nelle case o nei locali possano avere un programma di lavoro, un lavoro sociale e contributi pensionistici attraverso la figura del monotributo” .

Questo progetto riaprì un dibattito molto importante in Argentina tra le femministe che difendono il “lavoro sessuale”, come AMMAR, che è considerata un’unione di “sex workers” appartenente al CTA. Le organizzazioni femministe che difendono questo progetto di regolamentazione della prostituzione, si sentono molto orgogliose di non provare vergogna e hanno superato tabù e pregiudizi sessuali. Rilevano che il lavoro nell’industria del sesso può attribuire potere e autonomia alle donne acquisendo un controllo autonomo sul proprio corpo, trasformando gli stereotipi di genere. Inoltre, ritengono che la non regolamentazione favorisca i protettori. Esse rivendicano il sesso come “servizio” e i fornitori come lavoratori che devono avere i loro diritti in quanto tali. Sono questi fondamentali che sembrano così “progressive” e avanzate? Sono veramente tali?

Mercantilizzazione del corpo = degradazione delle donne

Una delle espressioni più brutali dell’oppressione delle donne motivate dal capitalismo è la reificazione e la mercificazione del corpo. Sono concetti che sembrano astratti ma che viviamo / soffriamo ogni giorno: siamo corpi da guardare e toccare per il godimento di un altro, le molestie in strada, l’ossessione per il corpo, la violenza dei media e persino le violazioni derivano da questa espressioni di oppressione. La prostituzione è uno dei punti più alti di questa violenza e degradazione: può essere considerato un lavoro come un altro? È la stessa cosa lasciare che qualcun altro disponga del proprio corpo piuttosto che tagliare i capelli, guidare un taxi o alzare un muro? Di cosa si tratta quando si “regola” il degrado, come proposto da AMMAR e chi sostiene questo progetto? Quindi perché non organizziamo come lavoratori anche i mendicanti, considerando l’accattonaggio come lavoro che può essere fatto volontariamente?

La menzogna della libera-scelta, in un mondo in cui quasi nulla è scelto liberamente.

La prostituzione può essere considerata una scelta? Comprendiamo che non è reale che le donne scelgano liberamente e volontariamente di praticare la prostituzione, ma che affrontino situazioni di vulnerabilità in cui non hanno grandi opzioni. Quando si vive situazioni di bisogno, non c’è scelta valida e la volontà individuale del soggetto è cristallizzata, così imbastardita da alcuni settori del femminismo che è annullata di fronte alla fame. Nel sistema capitalista, la prostituzione diventa un fenomeno enorme. Se analizziamo i dati, osserviamo che la stragrande maggioranza delle prostitute sono prostitute a causa della povertà e delle necessità e c’è solo una piccola minoranza di prostitute dell’alta società. Così la prostituzione diventa un’istituzione sociale necessaria della società borghese, che si sviluppa in consonanza con il capitalismo.

In difesa delle donne, contro il commercio della prostituzione

La nostra posizione come femministe abolizioniste è lungi dall’essere contro le prostitute, al contrario: difendiamo i diritti delle donne povere e lavoratrici di non essere costrette a degradarsi per sopravvivere. In questo senso, siamo fermamente contrarie a tutte quelle misure dirette alla criminalizzazione delle donne, ci opponiamo con fermezza e ripudiamo le aggressioni delle istituzioni, come la polizia, i complici e i responsabili del flagello. Riteniamo che sia l’obbligo delle organizzazioni sociali e sindacali di lottare contro il business della prostituzione e che tutte le donne abbiano la possibilità di altre opzioni di vita con salari decenti e libero accesso a tutti i livelli di istruzione e salute, nonché alloggi e protezione sociale per loro e le loro famiglie.

Una rete di traffico internazionale con la maschera della legalità:

sindacati di “sex workers” fittizi per camuffare la tratta.

L’ esempio della sigla Argentina AMMAR

In Argentina la responsabile di Ammar-Capital, di fronte all’Ammar-Nacional, nel 2013 fu sospettata di falsificazione di documenti per far passare le donne schiavizzate come “lavoratrici” indipendenti. Gli investigatori hanno salvato 31 vittime in otto bordelli a San Miguel, tutte donne registrate da Ammar (il presunto sindacato di “sex workers”). Vi sono stati anche tre agenti di polizia processati. Nel 2013 hanno scoperto (e salvato) delle vittime di tratta argentine attraverso gli avvisi pubblicati sui giornali in cui chiedevano “signore”. Si tratta di donne che furono costrette a turni di 12, 24 e 36 ore di fila e potevano fare fino a 18 “passaggi” al giorno. Da ciò che i clienti hanno pagato, hanno detratto solo dal 30 e i 70 percento. Così si gestiva una rete criminale che sfruttava sessualmente 31 vittime della tratta, in due bordelli nella città di Buenos Aires e altre sei nella città di San Miguel. A Buenos Aires, il quadro dell’indagine è stato condotto dal Tribunale nazionale del Criminal and Correctional Federal No. 4, di Ariel Lijo. Il caso coinvolge la proprietaria dell’Associazione delle Donne Meretrici della sezione Argentina Capital (Ammar), Claudia Brizuela, una gilda che difende la prostituzione come lavoro sessuale ed è collegata alla filiale di Buenos Aires del CTA guidata da Pablo Micheli. Finora, 17 persone sono state processate con detenzione preventiva, tra cui tre agenti di polizia – uno dei quali è il capo della prima stazione di polizia di San Miguel – che ha offerto protezione alla banda in cambio di tangenti. La proprietaria dei sei bordelli situati intorno a quel ramo è stata anche processata, e si è presentata come delegata di Ammar. Ha costretto le vittime di traffico a unirsi alla gilda – costringendole a pagare 100 pesos al mese – e ha fatto pratica di raid finti in modo che le vittime affermassero che “lavoravano autonomamente nelle cooperative”, quando le forze di sicurezza arrivavano sul posto. Il bordello disponeva di meccanismi di sicurezza come videocamere, barre alle porte o gabbie di contenimento.

Nel mese di ottobre 2013 il ministro della sicurezza di Buenos Aires ha segnalato il salvataggio di ulteriori vittime di tratta, 96 nuove vittime della tratta in diverse procedure ordinate dal giudice Lijo e in cui è intervenuta la polizia metropolitana, ma non ha chiarito che si trattava di due casi diversi nelle mani dello stesso magistrato. Nella prima ci fu quella della banda che ha usato l’affiliazione ad Ammar come maschera per offrire “legalità” allo sfruttamento sessuale di altre donne. Nel frattempo, sempre il 26 ottobre del 2013, 40 ricerche simultanee sono state condotte in 30 bordelli “privati” – dove sono state liberate più di cinquanta donne sessualmente sfruttate – una stamperia, un albergo e otto case private in cui sono stati arrestati sette presunte capofila delle reti di bordelli indagati, che hanno anche operato con la complicità della polizia.

Elena Reynaga, a capo di Ammar-Nacional – che fa parte del CTA guidato da Hugo Yasky-, ha detto che Brizuela fu distaccata da quella sigla più di un anno fa. Brizuela, ha formato il proprio gruppo all’interno del CTA di Micheli, che è stato indagato nello stesso processo, come “partecipante necessario” allo sfruttamento sessuale delle vittime della tratta nei bordelli di San Miguel. È legata a Silvia Gladys Fernández che sarebbe stata proprietaria, assieme al marito, Marcelo René González, di sei bordelli a San Miguel. Fernandez è apparsa come delegata di Ammar in quella zona della periferia. “Simulavano l’esercizio libero e indipendente della prostituzione quando, infatti, l’organizzazione era impegnata nella tratta di esseri umani”, ha avvertito il giudice Lijo, perseguendo Fernandez con detenzione preventiva insieme a altre 16 persone con funzioni diverse all’interno dell’organizzazione: i bordelli falsificano documenti, adescano con la pubblicità sui giornali, organizzano tangenti con la polizia. Nella corte di Lijo c’è molto disagio per la decisione della Camera I e della Camera federale di concedere la libertà a molti degli imputati, perché ritengono che, in questo modo, l’indagine sarà ostacolata. Fernández e suo marito sono ancora in prigione. Tra gli imputati c’è il capo della prima stazione di polizia di San Miguel e un altro agente di un ramo di San Martin, oltre a un poliziotto in pensione che era responsabile della “protezione” dei proprietari dei bordelli. Nella casa di uno di loro, è stata sequestrata un’agenda, mostrando i dettagli delle attività condotte nei diversi bordelli della zona (700 e 1500 pesos a settimana).

Tra le vittime c’erano donne argentine e straniere, tutte in situazioni di estrema vulnerabilità sociale. Una volta adescate tramite pubblicità sui giornali, i loro operatori offrono loro alloggi e cibo che “scalano dal loro apparente guadagno”, afferma l’accusa.

Il caso è stato avviato in conformità a un reclamo ricevuto presso l’Ufficio di Salvataggio e Accompagnamento di persone vittime della tratta di esseri umani nella nazione, in cui è intervenuta la Procura della Repubblica. L’indagine ha richiesto circa cinque mesi, durante i quali sono state fatte intercettazioni telefoniche – da dove appaiono chiaramente la connivenza della polizia e il legame di Fernández con Brizuela – e vari follow-up.

Così è stato stabilito che nei bordelli indagati, i clienti pagavano tra 70 e 200 pesos per il servizio sessuale, ma le donne sfruttate intascavano solo tra il 30 e il 70 per cento di quelle somme. Inoltre, le vittime dovevano pagare ai titolari il personale delle pulizie e una somma giornaliera compresa tra 25 e 50 pesos. Dovevano persino chiedere ai gestori e ai proprietari dei bordelli a che ora potevano dormire e mangiare. Sono state anche risvegliate dalle loro pause per costringerle a servire i clienti al di fuori del turno assegnato. Sono arrivare a lavorare fino a 36 ore di fila. “Anche, attraverso una situazione di assoggettamento, hanno indotto una di queste vittime ad abortire”, afferma l’accusa. Le condizioni igieniche e di salute dei bordelli erano molto precarie. Gli indirizzi in cui lavorarono erano Lima 1471 e 1035, della città di Buenos Aires, e, a San Miguel, in Alem 1616, Malnatti 1540, Mitre 1878, Tribulato 1382, Paunero 1868, Roca 1269 e Balbín 1010. Brizuela è sospettata di aver collaborato con la rete per l’elaborazione di documenti falsi per donne straniere e la preparazione e l’emissione del carnet Ammar nella sua veste di segretaria generale della Sezione Federale della Capitale (Ammar Capital CTA), nella quale erano detenute delle vittime di tratta a 100 pesos al mese, quando la vera quota sindacale era solo di cinque pesos. “Questo contributo sarebbe stato versato con la decisione affermativa che l’affiliazione era intesa come simulazione di esercizio libero e indipendente della prostituzione verso persone che erano di fatto sfruttate […]”, ha affermato il giudice nella richiesta di un’indagine. Secondo l’indagine giudiziaria, una volta emessi i carnet alle donne sfruttate, i raid finti sono stati condotti nei bordelli per indicare che dovevano esibire i carnet all’autorità pubblica o alla forza di sicurezza che fanno irruzione negli edifici ed è stato detto loro in che modo dovevano comportarsi.

Quando il “garantismo” diventa un paravento del patriarcato

dal sito: www.agoravox.it

In questi ultimi anni, non di rado vengono emesse sentenze “al ribasso” (ad esempio prima una assoluzione per non attendibilità della donna, poi solo 3 anni per stupro di gruppo, poi successive richieste per ulteriori ammorbidimenti), laddove quasi subito si mettono in moto macchine mediatiche per convincere della legittimità delle decisioni in merito, della sacralità delle “istituzioni”, ovvero per convincere della coerenza interna del sistema giuridico, come se fossero le sue interpretazioni (spesso pure discutibili: costrizione a bere è soltanto un imbuto infilato a forza in gola?) e non un intero sistema ancora profondamente patriarcale a dibattito.

In ambienti di choice feminism neoliberista o pseudolibertari s’insiste spesso sul fatto che non si debba puntare alle pene, che non servirebbero a nulla. Ebbene, quando si critica il sistema carcerario in ottica femminista, si fa avendo in mente il fatto che le carceri sono in genere strapiene di disgraziati (criminalizzazione della povertà) e non sottintendendo che chi detiene il privilegio nella nostra società, anche rispetto alle donne, debba continuare a avere tutela sistemica sia in ambito giuridico che economico, che politico che sociale. E quando si parla di pene per stupri o femminicidi, sempre parallelamente ad altri approcci, lo si fa in quanto qui e ora non si vogliono sottrarre alle vittime (parola spesso non gradita in ottica di risignificazione dello status quo in termini positivi) i pochi strumenti a disposizione per tutelare se stesse e altre potenziali vittime dello stesso stupratore, che di certo non si desidera vedere posto allo stesso livello di un povero ladro di biciclette o rame, dopo pochi giorni seduto di fronte al bar davanti casa, come se nulla fosse o come se fosse questione di costumi. Tenendo anche presente che non si vedono volontari per azioni extra giudiziali, come si vede magari in altri campi per combattere “il potere”. Perché parliamo di tutela dell’oppressore a ogni livello? Perché la cultura vigente è quella che parte dallo scoraggiare la vittima a sporgere denuncia, dal momento che è risaputo che in un processo di stupro il victim blaming diventa la regola e non l’eccezione, perché in un processo la vittima subisce una seconda violenza, le parti si invertono, la vita privata viene sezionata, lo stile di vita, il modo di vestire, i gusti sessuali, il modo in cui si è reagito allo stupro …e questo per anni, per poi arrivare magari a sentenze al ribasso. Non si tratta quindi di interpretare l’esistente, ma di ribaltarlo e contestarlo alla radice. Quindi non si può che rilevare la serenità con cui si accetta la tutela giuridica dell’appropriazione delle donne creando fantasmi inesistenti.

I dati dell’ Organizzazione Mondiale della Sanità

L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha stimato che il 35% delle donne di tutto il mondo ha subito violenze sessuali da partner o violenze sessuali da persone diverse dal partner, durante la loro vita. Tuttavia, per le donne che si trovano in conflitto con la legge, le statistiche sono preoccupanti. L’Internazionale della Riforma Penale ha rilevato che in Tunisia il 49% delle donne in carcere sono sopravvissute a violenze domestiche, mentre questa cifra è del 37% in Uganda e del 38% in Kirghizistan. I risultati in Kirghizistan e in Kazakistan hanno anche indicato che un terzo delle donne in prigione fu vittima di abusi sessuali.
È probabile che queste cifre siano conservative e sottovalutative della realtà. Le donne spesso non denunciano la violenza, a causa dello stigma delle società patriarcali. Il legame tra violenza e donne in carcere è stato sintetizzato dal Relatore speciale delle Nazioni Unite sulla violenza contro le donne, che ha dichiarato :
‘l’innegabile collegamento tra violenza e carcere, e anche il continuum della violenza durante e dopo l’incarcerazione, è una realtà per molte donne a livello globale’.
Combattere la violenza contro le donne significa quindi affrontare il continuum di violenza in cui si trovano le donne nel sistema giudiziario.

Riconoscere il trauma
In molti casi, la violenza è causa diretta della detenzione delle donne, dal momento che cercano di difendere se stesse o i loro figli dal loro aggressore. Ma anche quando il collegamento non è diretto, è certamente questa la causa. Una ricerca condotta a New York ha scoperto in precedenza che nove donne su 10 condannate per aver ucciso un partner intimo erano state abusate dal partner intimo. L’enorme numero di sopravvissute nelle prigioni di tutto il mondo non dovrebbe essere svalutato come una banale coincidenza.
Un rapporto di PRI e Linklaters, donne che uccidono in risposta alla violenza domestica, ha rilevato che, nella maggior parte delle giurisdizioni esaminate, non esiste una base legislativa specifica per le storie di abuso da considerare come un fattore attenuante. Questo nonostante il fatto che l’ articolo 61 del Regolamento di Bangkok stabilisca che i tribunali debbano avere il potere di considerare i fattori attenuanti in tale contesto.
Al posto delle specifiche basi legislative, i quadri del diritto penale esistenti sono stati invece usati per proteggere i sopravvissuti. Ma spesso le difese esistenti come “l’autodifesa” e la “provocazione” si sono dimostrate inadatte alla situazione di una donna che soffre della “sindrome della donna maltrattata” o di una reazione lenta alla violenza che devono affrontare. Anche quando esistono dei precedenti utili, all’interno del diritto penale, per tenere conto dell’impatto della violenza domestica, la mancanza di basi legislative può significare che le prove di abuso sono trattate in modo incoerente tra i casi.

È più esatto dire che questo trauma è trattato in modo punitivo, piuttosto che riconosciuto in senso attenuante. In Afghanistan, quasi la metà di tutte le donne (e praticamente tutte le ragazze) in carcere sono state giudicate colpevoli di “crimini morali”. I crimini morali in questo contesto includono l’aborto, l’adulterio e la “fuga”. “La fuga” si riferisce a quando le donne lasciano le loro case senza permesso – spesso per sfuggire agli abusi domestici. Invece le sopravvissute che hanno riconosciuto il loro trauma, sono punite.
Quando la protezione è offerta alle donne, è solo sotto l’aspetto patriarcale. Vediamo che decine di donne sono detenute in carceri “protettivi”, dove sono rinchiuse per garantire la loro protezione da minacce, come i crimini d’onore, ma anche per assicurare che testimonino contro il perpetratore in tribunale. Tale detenzione è stata segnalata come protrattasi fino a 14 anni dal Relatore speciale delle Nazioni Unite in Giordania.Violenza all’interno delle carceri
Human Rights Watch ha rilevato che, storicamente, “le donne detenute sono frequentemente sottoposte a una serie di abusi da parte dei loro carcerieri”. Amnesty International USA ha messo contestato il fatto che le donne imprigionate siano “in gran parte invisibili agli occhi del pubblico”, il che significa che si fa poco quando la punizione della detenzione è “aggravata da stupro, violenza sessuale, aggressioni sessuali durante le perquisizioni corporali e incatenamento durante il parto”. Fuori dalle mura della prigione, troppi occhi ciechi sono rivolti al maltrattamento delle donne. All’interno delle mura della prigione, la loro vista è comunque oscurata.
I metodi violenti dell’amministrazione penitenziaria riportano un forte impatto di genere. Ad esempio, le perquisizioni sul corpo si trasformano in un atto di umiliazione, che ha portato il Regolamento di Bangkok a richiede misure efficaci per garantire che “la dignità e il rispetto siano protetti durante le perquisizioni personali, che devono essere eseguite solo da personale femminile”. Le Regole penitenziarie europee chiedono ugualmente che le perquisizioni non siano “umiliati”. Le Regole Nelson Mandela seguono la guida delle Regole di Bangkok nel proibire l’uso di restrizioni sulle donne durante il travaglio, il parto e immediatamente dopo il parto.
L’American Civil Liberties Union ritrae un quadro molto duro nel suo rapporto sull’isolamento delle donne. La ricerca psichiatrica accettata stabilisce che la confinazione solitaria aggrava le condizioni di salute mentale delle sottoposte. Questo è precisamente il motivo per cui l’articolo 45 della Nelson Mandela Rules proibisce l’uso della detenzione in isolamento che esacerberebbe la condizione di qualcuno con una disabilità mentale.
Combinando questo con il fatto che a quasi il 75 per cento delle donne in carcere è diagnosticata una malattia mentale, il rapporto descrive l’impatto di genere dagli effetti nocivi dell’isolamento.
Circa 3 anni fa a New Delhi, iniziò un processo per i sei uomini accusati di aver picchiato e stuprato una giovane donna che in seguito sarebbe morta a causa delle ferite riportate. Subito dopo questo crimine grottesco, gli indiani sono scesi in piazza per esprimere la loro indignazione e insistere sul fatto che gli uomini vengano accusati, perseguiti e puniti per i loro crimini. La stampa americana ha riportato la storia rilevando l’incapacità dell’India di proteggere le donne, chiedendosi se il sistema giudiziario indiano avesse il compito di perseguire gli uomini per i loro crimini sulle donne. È stato un attacco a “loro” come popolo, come popolo indiano. Come disse John Green, autore e video-blogger, “there is no ‘them,’ there are only facets of ‘us.’”

Violenze nei tribunali
Lo stupro non è solo o unicamente un problema indiano o un problema del “terzo mondo”. È un flagello globale cui gli Stati Uniti non sono immuni. Gli Stati Uniti pretendono di avere un sistema legale funzionante ma a livelli inferiori si registra corruzione della polizia e falliscono altrettanto miseramente nel prevenire e punire lo stupro come la controparte indiana.
Un recente documentario, “The Invisible War”, nominato all’Oscar, racconta la storia catastrofica dell’assalto sessuale sulle forze armate americane. A.O. Scott del The New York Times riassume ciò che il film ha scoperto: Il Dipartimento della Difesa stima che 22.800 crimini sessuali violenti siano stati commessi nell’esercito solo lo scorso anno, e i produttori del film ritengono che 1 donna su 5, durante il servizio militare, sia stata vittima di violenza sessuale. “The Invisible War” presenta altri numeri, per lo più tratti dai documenti militari, che rendono ancora più allarmante il quadro dell’ abuso pervasivo. Molti crimini non vengono mai denunciati – questo è vero per lo stupro, nella vita civile così come tra i militari – solo una piccola parte degli stupri viene trattata in modo significativo. È fiorita una cultura dell’impunità, e il film suggerisce che i militari hanno principalmente risposto con tentativi patetici di prevenzione (attraverso manifesti e annunci di servizio pubblico) e rituali burocratici di autoprotezione. I produttori di “The Invisible War” sono aperti sull’agenda politica del loro film: cercano non solo di far luce sulla cultura degli assalti sessuali negli Stati Uniti, ma di effettuare cambiamenti fondamentali. Come riporta Alyssa Rosenberg al Daily Beast, ci sono segnali che potrebbero raggiungere il loro obiettivo. All’inaugurazione di “The Invisible War”, l’azione federale sulle aggressioni sessuali nelle forze armate ha invece deciso di accelerare il proprio impegno. Il 23 gennaio, il comitato dei servizi armati della Camera ha tenuto delle udienze sull’inchiesta della base aeronautica di Lackland: un sergente di stanza di stanza è stato condannato per stupro e violenza sessuale l’estate scorsa e 32 istruttori sono stati accusati di avere rapporti sessuali coatti con i loro studenti che violano le norme militari. Il “New York Times” ha scritto che i militari “lo stanno facendo (impegnarsi contro la violenza)” ma è in gran parte merito di “The Invisible War”. Mentre i leader nazionali cominciano a fare i conti con lo scandalo dello stupro militare, rischiando di identificare l’assalto sessuale come problema prettamente militare. Non lo è. Non stiamo parlando solo di un deficit nella giustizia militare. Il sistema legale civile che dovrebbe proteggere le donne è permeato da apologeti dello stupro e negazionisti. Sebbene le aggressioni sessuali siano diminuite dalla metà degli anni ’90, negli Stati Uniti avviene uno stupro ogni due minuti. Lo stupro è ancora un crimine scandalosamente sottorappresentato, con oltre la metà degli assalti mai denunciati alle autorità. Il sistema di giustizia penale non prescrive conseguenze consistenti per gli aggressori: solo 3 stupratori su 100 trascorrono anche un solo giorno in prigione. Questi dati trovano un’orribile illustrazione in un caso recente successo a Steubenville, nell’Ohio. Una ragazza è stata violentata da una banda e trascinata, incosciente, tra una festa all’altra, da un gruppo di ragazzi delle scuole superiori e le autorità in gran parte hanno coperto il caso perché era una faccenda brutta e scomoda. È stato scoperto solo recentemente affrontato, attraverso un articolo del New York Times scritto da una blogger, Alexandria Goddard, che si è rifiutata di lasciare che il caso venisse spazzato sotto il tappeto. Goddard ha descritto il crimine per mesi prima che i media mainstream riprendessero il caso (e vale la pena notare che è stata citata in giudizio da un giocatore di football di Steubenville per averlo fatto). Mentre la vittima fortunatamente è sopravvissuta a quest’attacco, l’atrocità di questi crimini è alla pari dello stupro di Nuova Delhi. La sua brutalità è esacerbata dal fatto che per tutta la notte i ragazzi hanno twittato sullo stupro e pubblicato video, tra cui uno scoperto dal gruppo hacker Anonymous. La cultura di stupro istituzionalizzata negli Stati Uniti va ben oltre Steubenville. In una dimostrazione ancora più evidente dei difetti del sistema legale statunitense, un giudice del Nebraska nel 2008 ha vietato a una donna di usare le parole come “stupro” o “violenza sessuale” o descrivere se stessa come una “vittima” o l’imputato come un “aggressore”. Il giudice, che non è l’unico ad aver emesso ordini di questo tipo, ha spiegato la sua decisione citando il diritto del convenuto a una presunzione di innocenza. Questo ragionamento è assurdo, naturalmente: un giudice non proibirebbe mai a un testimone di usare la parola “ladro” nel caso di un presunto furto. Ma l’ordine del giudice parla della tendenza della nostra società a scusare lo stupro, a sminuire le accuse di stupro, criminalizzare la vittima e proteggere il criminale. Quando gli uomini controllano un sistema legale che rifiuta di prendere sul serio le accuse di stupro, congiunto a una feticizzazione dell’aggressività, lo stupro è sempre incoraggiato, non scoraggiato. L’istituzionalizzazione della misoginia nei tribunali, così come gli atteggiamenti scombinanti nella società verso la sessualità, determina una percentuale incredibilmente bassa degli stupri denunciati, nonostante 1 donna su 5, negli Stati Uniti, affermi di essere stata aggredita sessualmente.

La nostra incapacità di fornire giustizia alle donne vittime di violenza di genere non si limita alle situazioni che comportano stupro. Una situazione sorprendentemente parallela può essere vista nel modo in cui la nostra società tratta le donne maltrattate nei tribunali. In una sentenza della Corte Suprema del New Jersey del 1984, la testimonianza di esperti sulla “sindrome della donna maltrattata” è risultata pertinente sul caso di una donna che ha ucciso suo marito durante un litigio, dopo aver subito sette anni di innumerevoli abusi. Le dichiarazioni dell’accusa, in quel caso, erano accondiscendenti per l’imputata tuttavia palesemente misogine. La sentenza avrebbe potuto offrire una speranza che questo tipo d’ingiustizia non fosse più tollerato. Apparentemente quella speranza sarebbe ingenua e priva di fondamento: le donne maltrattate sono ancora maltrattate dal sistema giudiziario e perseguite iniquamente. Cosa sta succedendo nelle aule di tribunale? Perché le donne maltrattate sono trattate con ostilità e disparità nei nostri tribunali? Perché le vittime di stupro sono spesso ignorate e denigrate? Gli atteggiamenti istituzionali nei confronti dell’abuso coniugale e dello stupro sono entrambi radicati in una cultura patriarcale e misogina. In ogni caso, la società formula giudizi analoghi, inaccurati e ingiusti per le donne in questione, e il sistema legale accetta piuttosto che correggerli. L’ipotesi che le donne maltrattate siano masochiste è direttamente correlata all’accusa che una vittima di stupro “se la sia cercata”. I due problemi hanno innescato diversi livelli di copertura mediatica mainstream – c’è un movimento femminista attivo che parla della cultura dello stupro e che ottiene attenzione, mentre le donne maltrattate ricevono poco, ma sono inestricabilmente legate l’una all’altra e alla misoginia consolidata e istituzionalizzata.

Cuba: una nuova, sana e solida Costituzione. “Passi importanti” per i diritti LGBT

Un nuovo corso rivoluzionario per Cuba

Dal sito www.agoravox.it    

La riforma costituzionale, conclusasi a Cuba, questo 23 luglio 2018, ha aperto la strada al riconoscimento dei diritti delle persone LGBT, “compresa la possibilità di matrimonio tra persone dello stesso sesso”, disse Mariela Castro Espín, direttrice del Centro Nazionale per l’Educazione Sessuale (Cenesex), nelle dichiarazioni citate dall’agenzia AFP.

“Nella Costituzione c’è un’area sulle pari opportunità, i diritti, cui devono essere coinvolte anche le persone LGBT […] Aprono le porte al dialogo successivo nelle modifiche del sistema legislativo”, ha detto la figlia dell’ex presidente Raúl Castro.

Mariela Castro, che dal Cenesex ha promosso l’integrazione di lesbiche, gay, bisessuali e transgender nella società cubana, ha affermato che uno degli argomenti più discusso è stato il matrimonio omosessuale a Cuba.

“La Costituzione apre la strada alle decisioni della popolazione. E se la popolazione è preparata, informata e fornita d’informazioni sufficienti, prenderemo le decisioni più rivoluzionarie, giuste, che contemplino i diritti di tutte le persone”, ha affermato questo lunedì 29 giugno, Mariela Castro, da La Habana, all’ottavo Congresso cubano di educazione, orientamento e terapia sessuale. Grazie in gran parte al lavoro di questo centro, che include eventi come questo e campagne di comunicazione, la comunità LGBT ha guadagnato visibilità sull’isola, anche se persiste la richiesta di un maggiore riconoscimento dei loro diritti.

Il pregiudizio e l’emarginazione sopravvivono anche in diversi strati della società cubana. Tuttavia Mariela Castro ha affermato che la società cubana ha intrapreso “passi importanti” nelle questioni relative ai diritti LGBT.

“Prima vi erano pregiudizi nel parlare di questi problemi. 11 anni fa abbiamo iniziato a lavorare contro l’omofobia e la transfobia e questo ha aiutato molto a creare scenari di dialogo nella popolazione”, ha affermato.

Mariela ha detto che le attività promosse dal Cenesex, come i Congressi contro l’omofobia e la transfobia, non cercano di provocare disagio “ma interesse al dialogo” e assicura che non è sufficiente approvare leggi come il matrimonio egualitario ma è necessario educare le persone e influenzare la politica per evitare la violenza e la discriminazione nei confronti delle persone LGBT.

“Accolgo con favore la legge, ma si deve fare un lavoro politico e questo non è progredito abbastanza”, ha detto.

Nei suoi commenti citati dall’AFP, la direttrice del Cenex ha affermato che l’attuale presidente cubano, Miguel Díaz-Canel, è disponibile a sostenere politicamente questo cambiamento.

“Per un periodo, lui (Diaz-Canel), ha frequentato il Cenesex e si è recato ai nostri incontri e da lì abbiamo avuto un dialogo molto produttivo, dove negli anni mi ha anche offerto buone idee su come lavorare, a livello politico, riguardo questi problemi”, assicura Mariela.

La riforma dell’attuale Magna Carta Cubana, in vigore dal 1976 e sottoposta a due modifiche parziali, è iniziata all’inizio di giugno con l’approvazione dell’Assemblea Nazionale, della Commissione incaricata di preparare la bozza preliminare del nuovo testo Costituzionale, presieduta da Raúl Castro. Il progetto di riforma costituzionale mantiene come principi essenziali la proprietà socialista del popolo sui mezzi fondamentali di produzione, ma “aggiunge il riconoscimento del ruolo del mercato e di nuove forme di proprietà, incluso quello privato”, secondo i dettagli del documento pubblicati dal giornale ufficiale Granma. La bozza costituzionale, sottoposta al dibattito, consente la generazione della ricchezza attraverso un’attività privata regolata da un sistema socialista, che non avrà più come fine la “società comunista”, bensì la via della transizione al socialismo. Il modello socialista cubano è cambiato? “Non è cambiato nei suoi principi fondamentali. I concetti basilari del nostro socialismo ci sono […] Il ruolo del Partito Comunista, dell’economia statale, della proprietà socialista, è intatto. Ma si deve attuare un cambiamento”, ha affermato Homero Acosta, segretario del Consiglio di Stato, quando ha presentato i cambiamenti all’Assemblea Nazionale. La piccola azienda, la piccola e media impresa privata nascerà sotto la protezione della nuova Magna Carta. Molti lavoratori già operano come tali. Ma nuove regole dettano il limite di questa a una singola licenza commerciale per persona, che mira a evitare l’accumulo di ricchezza personale sull’isola, un limite ben enfatizzato dal PCC. Si tratta di “regolare la concentrazione della ricchezza, dato che è limitata a una singola licenza per persona. È una misura populista che cerca di fermare l’aumento delle disuguaglianze di reddito”, ha detto l’economista cubano Pavel Vidal, all’AFP. Questi piani sono iniziati con la presidenza di Raúl Castro nel 2008 e sono stati affidati al suo successore, Miguel Díaz-Canel. Cuba perciò avrà ancora una volta una forma di governo simile a quello che aveva prima del 1976, con il presidente e il vicepresidente della Repubblica – che continuerà a essere eletto dal Parlamento – e un primo ministro. Il presidente è eletto “per un periodo di cinque anni, e può detenere quell’ufficio fino a due mandati consecutivi, dopo di che dovrà lasciare l’incarico”, dice la Magna Carta. Il periodo massimo di dieci anni fu quello che Raúl Castro adempì e che il suo successore, Miguel Díaz-Canel, avrebbe esercitato.

Identità di genere

La nuova Costituzione Cubana ha chiarito il diritto alla non discriminazione per identità di genere e apre la strada al riconoscimento di alcune richieste LGBT. Nel suo articolo 68, il matrimonio si definisce come unione concertata “tra due persone (…) indipendentemente dal sesso”, ha spiegato Acosta.

“È un atto di giustizia che rafforza quei principi di umanesimo, di equità, e (che cerca) di evitare quella discriminazione che per diversi motivi e per lungo tempo è stata sofferta”, ha aggiunto Acosta. “Siamo di fronte a un progetto che contribuirà, dopo il referendum e il referendum popolare, a rafforzare l’unità dei cubani attorno alla rivoluzione”, ha detto il presidente Miguel Díaz-Canel, chiudendo la sessione parlamentare. Il leader cubano ha chiesto una partecipazione “attiva e consapevole” a quella consultazione, che ha considerato un atto di “maggiore rilevanza politica” e “un’ulteriore riflessione sul fatto che la rivoluzione si basa sulla più genuina democrazia”. In quella discussione popolare “ogni cubano potrà esprimere liberamente le proprie opinioni e contribuire a raggiungere un testo costituzionale che rifletta l’oggi e il futuro del Paese”, ha aggiunto. Il progetto dei 224 articoli riafferma “il carattere socialista” del sistema politico cubano e il ruolo guida del partito dominante e unico comunista, pur mantenendo le sue basi economiche invariate: “la proprietà socialista di tutto il popolo e la direzione pianificata del economia”.

La clausola “comunista”

L’attuale progetto omette una clausola della costituzione del 1976 secondo cui l’obiettivo finale sarebbe di costruire una “società comunista”. L’omissione di quest’articolo non rinnega l’ideale comunista: è semplicemente il segno che Cuba si stia orientando realisticamente a una forma di “transizione al socialismo”. E la realizzazione di quest’ultimo (il socialismo) resta l’obiettivo principale da perseguire.

“Questo non significa che noi rinneghiamo le nostre idee, ma che stiamo pensando a un paese socialista, sovrano, indipendente, prospero e sostenibile”, ha detto Esteban Lazo, presidente dell’Assemblea Nazionale del Potere Popolare, citato dai media di Stato.

“Cuba si è semplicemente trasferita in un’era diversa dopo la caduta dell’Unione Sovietica”, ha aggiunto.

L’attuale Costituzione in realtà riconosce solo la proprietà statale e le cooperativa che comprende agricoltori, proprietà personali e joint venture.

La nuova costituzione garantisce un maggiore riconoscimento giuridico alle micro-imprese che sono fiorite nel paese in seguito alle riforme del mercato intraprese dall’ex presidente Raul Castro negli ultimi 10 anni per rafforzare l’economia indebolita. Il testo mira anche a rafforzare le istituzioni politiche e crea una struttura di leadership più collettiva, dopo quasi 60 anni di governi guidati dal compianto ex presidente Fidel Castro e suo fratello minore Raul. Raul Castro, 87 anni, ha consegnato la presidenza nel mese di aprile al suo discepolo Diaz-Canel Miguel, 58 anni, ma rimarrà come capo del Partito Comunista fino al 2021.

 

Maddalena Celano

Dal Kurdistan: la scienza per liberare la donna

Kurdistan: la jineoloji, ovvero la scienza per la liberazione della donna

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Se i nostri lettori ottengono le loro uniche informazioni sul mondo dai media mainstreamoccidentali, possono essere scusati per aver creduto che, la ragione per cui la rivoluzione del Rojava sia stata in grado di vedere le donne combattere attivamente in prima linea contro il cosiddetto Stato Islamico, sia perché i kurdi abbiano qualcosa di intrinsecamente egualitario e rivoluzionario in loro…. Le narrazioni mainstream sembrano presentare l’ idea che i curdi, per loro natura, siano più predisposti all’uguaglianza di genere rispetto ad altri popoli della regione, in particolare gli arabi. Naturalmente un altro elemento della stampa occidentale mainstream che funziona bene per la divulgazione dell’islamofobia, specialmente per il fatto di equiparare il Daesh all’Islam, è identificare in modo fuorviante l’YPJ con ‘i curdi’ come avanguardia di un tipo di secolarismo che è “occidentale” nell’orientamento (difficilmente si individuano articoli che menzionino il fatto che la maggioranza dei kurdi siano musulmani sunniti).

Questa è la ragione per cui una serie di “internazionalisti”, appassionati della storia del movimento delle donne kurde, giungono in Rojava appositamente per fornire un correttivo alle idee sbagliate presentate dai nostri media preferiti. La realtà è che “i curdi” lungi dall’ avere l’uguaglianza di genere nei loro geni (oggi si può guardare al Kurdistan iracheno per confermare la tesi opposta: si tratta di un’ area del Kurdistan in cui le donne hanno perso progressivamente visibilità e diritti e sono soggette ad indicibili violenze), le basi per l’YPJ e ogni organizzazione femminile nel nord della Siria sono state gettate da ben più di 40 anni di attivismo e movimento per la libertà del popolo curdo.

Un ampia e lunga visione della storia

I compagni curdi sono desiderosi di rilevare che se si assume una visione lunga e ampia della storia dell’umanità, il sistema di oppressione patriarcale risulta essere piuttosto recente e può al massimo comprendere il 2% di essa (della storia umana), giacché vari esempi di organizzazione sociale e stili di vita precedevano le “rotture sessuali” che hanno dato origine a una posizione dominante degli uomini nella società che, spesso, riteniamo essere in qualche modo “naturale”. Ancora oggi le prove e le testimonianze di queste società precedenti in Mesopotamia, alcune delle quali matriarcali, possono ancora essere viste in molte regioni montuose del Kurdistan che erano meno suscettibili alle invasioni straniere, permettendo così alle comunità di mantenere le loro convinzioni “naturali” (gli Yezidi ne sono un esempio). Abdullah Ocalan ha scritto: “il patriarcato non è esistito sempre. Ci sono prove rilevanti del fatto che nei millenni prima della civiltà statalista la posizione delle donne nella società. era molto diversa. In effetti, la società era matricentrica, era costruita intorno alle donne. All’interno del sistema Zagros-Taurus, la società del mesolitico e successivamente del neolitico hanno iniziato a svilupparsi alla fine quarta era glaciale, circa ventimila anni fa. Questa magnifica società, con i suoi utensili be sviluppati e sofisticati sistemi di insediamento era molto più avanzata della precedente società basata sui clan. Questo periodo ha costituito un’epoca meravigliosa nella storia della nostra natura sociale. Molti sviluppi che sono ancora attuali trovano le proprie radici in questa fase storica: la rivoluzione agricola, la costruzione di villaggi, le radici del commercio, e la famiglia basata sulla madre, così come le tribù e le organizzazioni di tipo tribale”.[1]

Per i rivoluzionari curdi, non basta parlare semplicemente delle eroine odierne o degli ultimi quattro decenni. Gli esempi forniti dalle donne che resistono al patriarcato in Medio Oriente iniziarono diversi millenni e secoli fa. La resistenza di Nefertiti ai sacerdoti e al faraone nel 300 a. C. è citata accanto a esempi come il rifiuto della regina Zenobia di seguire i dettami romani a Palmira nel terzo secolo. Dopo la prima divisione del Kurdistan, la principessa Xanimzade guidò la resistenza tribale contro i massacri commessi dall’Impero Persiano, e fu seguita da eroine come Halime Xanim che resistette al dominio dell’Impero Ottomano.

Gli esempi delle donne curde del XX secolo che sono moderni precursori delle donne YPJ sembrano essere senza fine. Adile Xanim ha contribuito a riunire 56 tribù in una confederazione nell’odierno Iran prima della sua morte nel 1924. Zarife (1882-1937) era una leader ampiamente nota tra la popolazione di Alevi che fu giustiziata a causa di un traditore che la consegnò alle autorità turche. Lo stesso anno del massacro del popolo curdo a Dersim, una donna di nome Bese che aveva guidato una rivolta, si gettò dalle rocce per evitare la cattura. Donne come Gulazer e Mina Xanim giocarono un ruolo chiave nella creazione del primo stato socialista curdo, la breve Repubblica del Mahabad (1946).

Prima dell’istituzione del Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK) nel 1978, la storia di Leyla Qasim ha ispirato la lotta politica delle donne curde. Leyla fondò uno dei primi sindacati per gli studenti curdi a Baghdad e progettò di dirottare un aereo per sensibilizzare la popolazione locale alla causa curda (i paragoni possono essere fatti qui con Leila Khaled, la rivoluzionaria palestinese il cui atto di dirottamento degli aerei a scopo politico, a nome del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, ha contribuito a promuovere quella lotta di liberazione nazionale). Fu catturata prima che il suo piano potesse materializzarsi e fu giustiziata dallo stato iracheno nel 1974.

Kurdistan come colonia e donne come la più antica colonia

Dopo l’istituzione del PKK nella regione occupata dai turchi del Kurdistan, il movimento per la liberazione curda fu elevato a un livello più alto. I fondatori del PKK, Abdullah Ocalan tra loro, ritenevano necessaria la creazione di una nuova organizzazione, poiché la sinistra turca, in effetti, aveva ampiamente esaminato la questione curda, rendendosi complice dello sciovinismo nazionale. Questo si è scontrato con la tesi del nuovo partito, che affermava che il Kurdistan era una colonia e che una lotta di liberazione nazionale era una necessità storica.

Tra i fondatori del Partito c’era Sakine Cansiz, che sarebbe stata assassinata a Parigi nel 2013 insieme a altre due donne leader, Fidan Doğan e Leyla Şayleme. Sakine ha svolto un ruolo fondamentale nello sviluppo e nella crescita dell’organizzazione, e un ruolo centrale nell’abbraccio del partito dell’uguaglianza di genere come parte fondamentale della sua composizione. Il suo impegno in politica fu di per sé un atto di ribellione contro la tradizionale struttura familiare che mirava a tenerla in schiavitù. Riflettendo sulla sua decisione di impegnarsi in attività politiche, ha detto “In un certo senso ho abbandonato la famiglia. Non ho accettato questa pressione, insistendo sulla rivoluzionario. È così che sono partita e sono andato ad Ankara. In segreto ovviamente… “

La relazione di Sakine con Ocalan è importante, poiché entrambi erano in posizioni di comando all’interno dell’organizzazione. Fu quest’ultimo che, attraverso la riflessione personale e l’autocritica dei propri rapporti con le donne, iniziò a mettere in discussione la struttura familiare patriarcale in cui le donne erano sempre poste nella condizione di essere oggetto. Concluse che vi è bisogno di subire una trasformazione “uccidendo il maschio dominante” dentro di sé, osservando come la società lo avesse reso così com’era. Queste riflessioni lo aiutarono a guardare indietro, a riflettere sui casi di oppressione e sottomissione delle donne che vide nella sua vita, come una sua amica d’infanzia che fu costretta a sposare forzatamente un vecchio, o vedendo sua madre vivere quella condizione che percepiva come prigione. L’aspetto più importante per la sua decisione di affrontare la questione della libertà delle donne a un livello più alto, tuttavia, fu il suo rapporto con Fatma, un’ altra fondatrice del partito che vedeva come qualcuna che aveva usato per i propri interessi.

Sebbene Ocalan abbia promosso il concetto di “uccidere il maschio dominante” e avanzato concetti teorici relativi alla liberazione delle donne, incluso che le donne costituiscano la colonia più antica del mondo, capì anche che lui e gli uomini, in generale, non potevano guidare questo processo. È considerato all’interno del movimento come qualcuno che ha dato forza e sviluppo al processo emancipazionista, ma che ha anche incoraggiato attivamente le donne a prendere la guida della propria liberazione in modo autonomo all’interno del partito e di altre organizzazioni nel movimento. Scrive Ocalan in proposito: “Fin dall’ enorme balzo in avanti dell’ ordine gerarchico, il sessismo è stata l’ ideologia di base del potere. E’ strettamente legata alla divisione in classi e all’esercizio del potere. L’autorità della donna non si basa sull’eccedenza di prodotto; al contrario, deriva dalla fertilità e dalla produttività e rafforza l’ esistenza sociale. Fortemente influenzata dall’intelligenza emotiva, è strettamente legata all’ esistenza come comunità. Il fatto che la donna non abbia un posto visibile nelle guerre di potere basate sull’eccedenza di prodotto è dovuto a questa sua posizione nell’esistenza sociale. Dobbiamo evidenziare una caratteristica che si è istituzionalizzata all’interno delle società della civilizzazione, ovvero il fatto che la società sia incline alle relazioni di potere. Proprio come la casalinghizzazione era necessaria per ricreare la donna, la società doveva essere preparata perché’ il potere potesse garantirsi la propria esistenza. La casalinghizzazione è la più antica forma di schiavitù (…). La casalinghizzazione si è istituzionalizzata quando la società sessista è diventata dominante”.[2]

La base teorica della jineoloji

Oggi, il movimento rivoluzionario che è raggruppato nel Kurdistan Communities Group (KCK), nelle quattro parti del Kurdistan, fa procedere la scienza delle donne, o Jineoloji, come parte teorica e pratica principale del processo rivoluzionario. Tuttavia, questo concetto, adottato nel 2008, è stato il culmine ideologico di decenni di esperienza nell’organizzazione.

Oltre al concetto di Ocalan di “uccidere il maschio”, un’altra idea fondamentale è quella della “teoria della separazione” (entrambe avanzate nel 1996) secondo cui le donne dovrebbero essere in grado di avere il controllo delle proprie organizzazioni. Se si ritiene che la rivoluzione non possa essere fatta per la persona, ma piuttosto “per e dalle persone”, allora si deve affermare che la rivoluzione non può essere fatta solo per le donne, ma deve essere fatta dalle donne. “Teoria della separazione” significa anche che le donne dovrebbero distogliere se stesse dalle relazioni basate sulle gerarchie e le sudditanze. Oggi si può vedere la serietà di quest’applicazione, poiché le relazioni romantiche e il matrimonio tra le fila dei quadri rivoluzionari, nel movimento, sono quasi inesistenti. Le relazioni tra i quadri sono prevalentemente di natura politica e professionale. L’obiettivo di questa scelta, che in un primo momento potrebbe sembrare “antipatica”, è quello di proteggere le organizzazioni rivoluzionarie dall’adozione di un approccio liberale (e in seguito liberista) sia al lavoro che verso la vita.

La ricerca sul ruolo delle donne in tutta la storia della Mesopotamia divenne anche parte fondamentale del lavoro del movimento, verso la fine degli anni ’90. Durante lo stesso anno in cui Ocalan fu catturato in Kenya dallo stato Turco, il PJKK (Partito delle donne lavoratrici del Kurdistan) fu creato come partito femminile, anche se in seguito fu soppiantato da altre strutture autonome come il PJA (Free Women’s Party). Negli anni 2000, sono state sviluppate nuove teorie che includono la “teoria della rosa” secondo la quale le donne possono “sembrare fragili ma avere spine per proteggersi”. In vista del nuovo paradigma del Confederalismo Democratico, adottato dal partito e dalla più ampia Unione delle Comunità del Kurdistan (KCK) nel 2005, nel 2003 è stato sostenuto il “paradigma di una società democratica ed ecologica sulla base della libertà delle donne”.

Per l’autodifesa: contro il femminismo liberale e l’orientalismo

La chiave per capire lo Jineoloji è “autodifesa” non significa solo prendere la pistola, ma in realtà si manifesta più frequentemente nella costruzione di strutture e organizzazioni. Anche l’autodifesa deve iniziare nella mente. Se ci si considera una vittima, non si può superare l’oppressione. Soprattutto, è d’interesse critico per coloro che provengono dalle società occidentali e industrializzate, le riflessioni su come gli stati abbiano tentato di “liberalizzare” il movimento radicale delle donne, incanalando denaro verso varie organizzazioni che hanno avuto l’effetto di portare i movimenti femminili nel quadro di il sistema capitalista. Inoltre, il filone del femminismo liberale occidentale che spesso è di natura orientalista e allude a gruppi come FEMEN che equiparano l’Islam all’oppressione delle donne è “mal visto” e ml tollerato dalle rivoluzionarie curde. Tali gruppi promuovono la narrativa degli imperialisti che mirano a subordinare il Medio Oriente al loro marchio di modernità capitalista in nome della libertà. Non è importante ciò che indossa la donna o quale sia il suo copricapo, è importante ciò che la donna ha dentro la propria testa.

Componenti chiave della dottrina Jineoloji (La scienza delle donne)

Ocalan scrive: “Senza analizzare il processo attraverso il quale la donna è stata sopraffatta socialmente, non è possibile capire correttamente le caratteristiche fondamentali della conseguente cultura sociale del maschio dominante. Anche la consapevolezza della creazione sociale della mascolinità sarebbe impossibile. Senza capire come la mascolinità sia stata costruita socialmente, non si può analizzare l’istituzione dello stato e quindi non e; possibile definire in modo accurato la cultura della guerra e del potere legate all’esistenza dello stato”.[3] La Jineoloji sostiene che non esiste una verità statica e univoca, ma che il lavoro svolto dai rivoluzionari in difesa dell’umanità è dare un senso alla vita e quindi avvicinarci alla comprensione della verità. La dottrina Jineoloji consiste nel rendersi conto che tutto e tutti sono vivi, senza cadere nella dicotomia tra materiale e immateriale. Questo può sembrare un approccio abbastanza metafisico per i compagni occidentali dei paesi sviluppati che potrebbero essere abituati a orientamenti molto più materialisti e spesso positivisti. L’ideologia riconosce anche l’unità nella diversità, comprendendo che i progressi sono fatti per la solidarietà e la cooperazione, ma non attraverso l’individualità schiacciante (in contrapposizione al personalismo).

La dottrina Jineoloji riconosce che sebbene il futuro non possa essere previsto, l’umanità può ricercare diverse opzioni e strade che possano essere prese e quindi, come umani, possiamo intervenire per cambiare gli eventi storici ed i destini individuali. Altri aspetti dell’ideologia includono il concetto di non separare soggetto e oggetto, creando un’unità tra intelligenza emotiva e analitica. Possiamo essere entrambi. Possiamo pensare e sentire con entrambi gli emisferi.

Cinque principi dell’ideologia della liberazione delle donne

Questi concetti aiutano a illustrare il principale lavoro teorico che è stato svolto nella creazione di questa scienza delle donne, ma i principi attuali dell’ideologia possono essere sottolineati come i seguenti:

  • Welatparezi

Rifiutare l’estraniamento, il colonialismo e l’assimilazione imposta alle donne

  • Pensiero / Opinione

La donna deve prendere le proprie decisioni e compiere una pausa mentale per analizzare le strutture che la dominano

  • Organizzazione autonoma delle donne

Solo se le donne hanno la possibilità di organizzarsi, il patriarcato sarà superato

  • Lotta per il cambiamento

Non solo facendo richieste all’oppressore, ma prendendo i diritti attraverso la lotta e creando alternative sociali

  • Estetica ed etica

Le donne non dovrebbero attenersi ai modelli di bellezza dettati dalla società o dagli uomini

Dalla teoria alla pratica

Certamente, la teoria senza alcun tipo di applicazione pratica non ha senso, e il Movimento di liberazione curdo ha attraversato un processo di costante perfezionamento e sviluppo delle sue teorie concernenti l’emancipazione di metà della razza umana. Perfino all’interno del movimento stesso, non sono mancati incidenti, incluso il coinvolgimento dei dirigenti, che hanno dimostrato che le stesse organizzazioni rivoluzionarie non sono immuni dagli atteggiamenti patriarcali. Ad esempio, quando le donne parteciparono alla lotta armata a Bakur, molti uomini all’interno del PKK avevano un atteggiamento secondo cui le donne erano incapaci di assumere certi compiti che erano considerati “virili”. L’argomentazione di alcuni uomini nella leadership era che le donne fossero troppo emotive e molli per la guerra, e che quindi era meglio metterle in ruoli non guerriglieri. Alcuni comandanti volevano che le loro donne diventassero guerriglieri per indossare sciarpe. Una giovane combattente, Heval Beritan, ha sentito parlare di ciò per questo suggerì che le donne costituissero le proprie forze di guerriglia. L’organizzazione autonoma e la separazione degli uomini dalle donne guerrigliere che seguirono ebbero l’effetto di costringere uomini e donne a prendersi cura di tutti i compiti, compiti di ogni genere (per esempio, gli uomini erano finalmente e completamente responsabili anche della cucina, come le donne dalla guerriglia).

La storia di Heval Beritan è quella che illustra chiaramente il fatto che le donne sono per lo meno alla pari agli uomini in termini di capacità di compiere ogni compito rivoluzionario e svolgere ogni ruolo. Inizialmente era una giornalista ma ferì un comandante in guerra perché voleva svolgere un ruolo più attivo nella lotta. Nel 1992 durante la Guerra del Sud, ha combattuto fino all’ultima pallottola e, anziché sottomettersi alle forze reazionarie del Partito Democratico del Kurdistan (KDP), si è gettata da una montagna, commettendo un suicidio identico a quello di Bese più di cinquanta anni prima, durante la battaglia di Dersim.


[1] A. Ocalan, La Rivoluzione delle Donne, Edizioni Iniziativa Internazionale, Koln (Germania), 2013, p. 12

[2] A. Ocalan, La Rivoluzione delle Donne, Edizioni Iniziativa Internazionale, Koln (Germania), 2013, p. 25

[3] A. Ocalan, La Rivoluzione delle Donne, Edizioni Iniziativa Internazionale, Koln (Germania), 2013, p. 27

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