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Manuela Saenz Orinoco

Manuela Saenz

Repressione Mediatica In Turchia

Intervista all’ Attivista Curdo: Kazim Toptas

Articolo tratto


kurdi

Sei da diversi anni attivo su più fronti, come coordinatore di MED Centro Culturale di Torino e del Centro Ararat di Roma. Nato nel 1980, da circa 16 anni vivi in Europa, principalmente tra Svizzera ed Italia (Roma e Torino). Laureato in Storia dell’Arte, attualmente sostieni il partito curdo HDP. Potresti parlarci della tua prospettiva sulla lotta di libertà kurda?

Kazim: le lotte kurde per la libertà non sono partite dal Rojava. I cittadini kurdi lottano da centinaia di anni contro l’Impero Ottomano e lo Stato Turco. La nostra prospettiva si riferisce alle lotte di libertà delle persone. L’idea che le persone possano creare federazioni senza nazioni, stati e imperi. Lo Stato turco dice che il problema è la questione curda, ma per noi non è un problema essere curdi, semai il problema è delle politiche turche di assimilazione. È ovvio che fin dai primi anni della Repubblica Turca l’assimilazione del popolo curdo non si sia fermata. Possiamo notare ciò dall’ultimo massacro di Roboski [la morte di 34 commercianti transfrontalieri kurdi da parte dei turchi il 28 dicembre 2011] da parte dello stato Turco durante il «processo di pace». Possiamo vedere questo nella negazione dell’identità curda o nei ripetuti massacri. Rendere le persone assimilate, fare in modo che diventino turche è un modo per far propaganda al nazionalismo.

Eppure il Governo Turco afferma d’avervi concesso una relativa liberà linguistica e informativa.

Kazim: L’AKP [il Partito di Giustizia e Sviluppo che governa] afferma di aver aperto dei canali televisivi curdi, ha permesso la lingua curda e dice che siamo tutti fratelli e sorelle, ma d’altra parte abbiamo avuto il massacro di Roboski che si è verificato durante il loro governo. Nel 2006 Erdogan affermò che donne e i bambini curdi dovranno essere puniti se vanno contro le politiche integrazioniste turche. Oltre 30 bambini sono stati uccisi dalla polizia e dall’esercito, decine di donne curde sono state stuprate.
Le parole cambiano ma l’agenda politica continua, proprio sotto il nuovo governo. Ci chiamano turchi. Veniamo da molte origini etniche e la curda è una di esse. Il nostro coinvolgimento nell’obiezione di coscienza è parte di questa prospettiva. Vogliamo parlare con le persone per impedire che la gente si arruoli nell’esercito per uccidere nostri fratelli e sorelle.

Puoi parlare del lavoro di Ararat e MED in solidarietà con il Rojava?

Kazim: Dal luglio 2012, all’inizio della rivoluzione del Rojava, le persone cominciarono a dire che si trattò di un movimento senza Stato. Siamo stati solidali dal primo giorno della rivoluzione. Tre cantoni hanno dichiarato la loro rivoluzione in modo apolide. Cerchiamo di osservare e ottenere ulteriori informazioni. Questa non è una rivoluzione anarchica, ma è una rivoluzione sociale e civile. Rojava è un terzo fronte per la Siria contro il Daesh e altri gruppi islamisti. Ma questi non sono gli unici gruppi che la rivoluzione sta affrontando. La repubblica turca sta sostenendo il Daesh dalle sue frontiere. L’agenzia nazionale d’intelligence della repubblica turca sembra offrire armi a ISIS e ad altri gruppi islamici. I popoli curdi hanno portato avanti la loro rivoluzione in queste circostanze terribilmente complesse.
Dopo l’attacco dell’ISIS a Kobane [nel 2014] siamo andati a Suruç. Abbiamo aspettato al confine mentre le forze turche stavano attaccando le persone che lo attraversavano. Le persone che volevano attraversare il confine da o per Kobane, furono uccise. Siamo andati a Suruç per fornire protezione.
Nel mese di ottobre, le persone si sono radunate vicino a Suruç e hanno rotto il confine. I serbatoi turchi hanno sparato gas di là dal confine.
Dal 6 al 8 ottobre si sono svolte dimostrazioni di solidarietà per Kobane in tutta la Turchia. Kader Ortakya, un sostenitore socialista turco di Kobane, è stato ucciso mentre cercava di attraversare il confine.
Abbiamo aiutato le genti. Alcuni individui hanno attraversato il confine da Kobane e non avevano alcun riparo. Abbiamo preparato tende, cibo e vestiti per loro.  Lo YPG e YPJ [People’s Protection Units of Rojava, mentre lo YPJ è una milizia femminile] hanno respinto l’ISIS di giorno in giorno. La collina di Mıştenur era molto importante per Kobane. Dopo che la collina è stata presa da YPG e YPJ alcune persone sono tornate a Kobane. Quando sono tornate, le loro case furono distrutte dall’ISIS. Alcune case furono estirpate e alcune persone sono state uccise dalle mine antiuomo o da bombe.

Potresti parlarci della nuova ondata di repressione mediatica contro il popolo curdo in Turchia?

Secondo le informazioni reperite dall’Agenzia ARA News, L’Unione Media Libera (Yekîtiya Ragihandina Azad o YRA), con sede a Qamishli, ha condannato, lo scorso martedì, i tentativi della Turchia di esercitare pressioni sulla società francese Eutelsat per bloccare tre stazioni televisive kurde.

Sotto le pressioni del governo turco, Eutelsat tenta di chiudere i canali curdi, tra cui Ronahi, ha affermato Abdulkarim Omer, capo delle relazioni estere per Cezire Canton nella regione kurda della Siria, nel Rojava.

Il Consiglio Supremo della Radio e Televisione della Turchia (RTÜK) ha chiesto la scorsa settimana a Eutelsat, uno dei principali operatori satellitari del mondo, di arrestare Ronahi, Sterk e la News Channel, con sede in Europa. In risposta, Eutelsat ha inviato un ‘avviso urgente’ a Uplink che ospita i tre canali che offre servizi via satellite attraverso Hotbird ai tre canali.

 

È possibile che l’operatore satellitare interrompa questi canali curdi?

Kazim: Ekrem Berekat, co-capo dell’Unione Media Libera (YRA), ha dichiarato lo scorso martedì che l’RTÜK ha chiesto questo divieto senza alcuno strumento legale.

L’RTÜK è responsabile solo dei media turchi e non ha nulla a che vedere con le trasmissioni di Ronahi, Sterk e il canale News.

La richiesta di Eutelsat di bloccare questi tre canali è una decisione politica che mostra la sottomissione di Eutelsat alle politiche turche del partito di Giustizia e Sviluppo (AKP). Queste pratiche sono arbitrarie, antidemocratiche e contrarie alla libertà di parola.

L’8 ottobre 2016, Eutelsat ha bloccato Med Nuce TV, Newroz TV e il canale MMC in risposta alle richieste del governo turco.

Condanniamo fermamente questa decisione che è contro la voce della verità.

In risposta, tutti gli attivisti curdi hanno lanciato una campagna contro l’Eutelsat, #EutelsatAgainstKurdishPress.

Chiediamo a Eutelsat di fermare il tentativo di bloccare l’informazione e condizionare l’opinione pubblica.

La richiesta del governo turco di chiudere il canale è avvenuta dopo che la Turchia ha esteso i suoi attacchi alla popolazione kurda e ha ucciso 25 combattenti delle unità di protezione del popolo (YPG) nel nord-est della Siria il 25 aprile. La Turchia ha inoltre bombardato le stazioni radio curde questo 25 aprile.

Quali saranno le vostre ultime iniziative?

Kazim: Sosterremo l’iniziativa di News Channel, uno dei canali televisivi curdi di cui Eutelsat cerca di sospendere le trasmissioni su richiesta della Turchia. News Channel porta avanti una condanna legale verso le azioni repressive e ha progettato una reazione politica al fine di scoraggiare l’ atto liberticida. Troverete maggiori informazioni su: www.uikionlus.com.

Maddalena Celano

Del femminismo-punitivo

 


Mentre l’atto sessuale diventa una merce accessibile ovunque, il mondo perde la sua potenza erotica, il desiderio di vita, il fine riproduttivo. Quali sono le conseguenze? Quali sono i danni di questa nuova ideologia del godimento? 

L’ideologia del godimento

AA.VV.

 

Qualche giorno fa notai che, sul gruppo facebook dell’Ass. Maschile Plurale, viene postato un editoriale della giurista  Tamar Pitch blaterante una deriva di “femminismo-punitivo” in Italia (con riferimento alle lotte abolizioniste sulla prostituzione che puntano a sanzionare pecuniariamente i clienti-prostituenti, ma non certo le prostitute), e un fiorire di termini quali: populismo, ignoranza, paternalismo, perbenismo, sessuofobia ed altre amenità. Solo alcuni degli aggettivi che vengono “appioppati” a coloro che all’interno del femminismo non si accodano alla corrente ormai maggioritaria e più aggressiva, quella “sexworkista”.

Una delle mistificazioni dell’editoriale che maggiormente è in evidenza è l’improprio paragone tra il movimento femminista-abolizionista e le campagne a favore della guerra in Afghanistan sorte una quindicina d’anni fa. Il tutto glissando su aspetti fondamentali: si tratta di fenomeni di natura politica e sociale antitetica se non espressamente opposte. Le campagne di guerra in Afghanistan nacquero con un preciso intento imperialistico, camuffato da un’aurea di pseudo-femminismo.

Mentre il movimento abolizionista sulla prostituzione, al contrario, nasce su ispirazione dei movimenti anti-schiavisti, con intenti assolutamente anti-imperialisti e anti-razzisti. L’obiettivo del movimento abolizionista-femminista è precisamente quello di fermare la domanda della tratta (proprio colpendo pecuniariamente la domanda: i clienti). La tratta delle donne è originata da forme colonialiste di occupazione dei mercati stranieri, cagionata anche dall’espropriazione di risorse economiche dei paesi di sviluppo. Il movimento ha origini espressamente socialiste e anti-imperialiste: non a caso i primi paesi a sperimentare varie forme di abolizionismo sulla prostituzione (non tutte prevedono la sanzione pecuniaria, altre semplicemente forme di “recupero” o lavoro-sociale indirizzato al cliente o richiedente) sono stati paesi comunisti, socialisti o social-democratici: l’URSS, Cuba, la Svezia, la Norvegia, la Finlandia, l’Islanda e la Francia. Non a caso, la prostituzione, nei paesi in via di sviluppo, è considerata a tutti gli effetti, una forma d’imperialismo sessualizzato basato su un’ eccessiva “razzializzazione-erotica” della figura femminile.[1]

Anche in Italia il movimento abolizionista sulla prostituzione fu fortemente caldeggiato e sostenuto dalle donne socialiste o dalle donne appartenenti al Movimento Operaio:

La regolamentazione della prostituzione, fin dai primi momenti della sua istituzione, suscitò numerose reazioni di dissenso e un notevole contributo all’opposizione era rappresentato da molte donne socialmente impegnate per l’affermazione dell’emancipazione femminile.  Gli aspetti maggiormente attaccati della regolamentazione erano inerenti alla dignità della donna, totalmente demolita nel momento in cui questa veniva registrata come prostituta nelle liste di polizia; si accusava lo Stato di avallare la prostituzione con la giustificazione, vana, della sua necessità come “male minore” mentre in realtà era un ulteriore modo per sottoporre un gruppo di donne ad una forma di schiavitù; inoltre anche la causa di tutela della salute pubblica era sconfessata da scarsi risultati, aggiungendo, oltretutto, che i controlli sanitari riguardavano solo le donne prostitute mentre si esoneravano i clienti. L’ultimo, ma non meno importante, punto preso in considerazione dai sostenitori dell’abolizionismo riguardava il traffico di donne avviate con l’inganno alla prostituzione, denominato “tratta delle bianche”. Tra le italiane più attive nella lotta alla prostituzione regolamentata, vi fu, senza dubbio, Anna Maria Mozzoni; vivamente impegnata nel movimento di emancipazione femminile, seguì la causa abolizionista in modo fermo e deciso, sostenendo che una delle cause principali della prostituzione fosse l’inopportuna condizione lavorativa e sociale che voleva la donna in una posizione arretrata rispetto all’uomo e per questo più soggetta alla necessità economica; poiché era questa che spingeva molte donne a prostituirsi, la Mozzoni riteneva che un miglioramento delle condizioni lavorative ed economiche avrebbero influenzato positivamente la prostituzione facendola diminuire. Il suo attacco più violento era all’inefficacia di un regolamento che il senso comune aveva reso accettabile, quasi ignorando la reale situazione che vi si nascondeva dietro; indicava l’impotenza del suddetto regolamento dal punto di vista sanitario: la sifilide era in diminuzione, ma si potrebbe meglio dire contenuta, dove la sorveglianza era applicata, risultando in aumento altrove. Il regolamento si presentava come una “misura parziale” che nella società si traduceva in “un sistema di arbitrî vessatori e d’uggiose violenze dirette ad un obiettivo igienico che sfugge continuamente”. La debolezza del regolamento rilevava anche per l’accoglienza che la società gli aveva riservato, come la stessa Mozzoni scriveva a Josephine Butler, la classe maschile aveva ben accolto il sistema, trattandosi di un controllo sulle donne e per ciò in sintonia con la mentalità generale che vedeva la donna subordinata all’uomo; per quanto riguarda la parte femminile, sebbene non si possa parlare di approvazione, vi era una sorta di tacito consenso per cui molte donne erano più dedite all’interesse materiale della famiglia e scusavano le debolezze morali dei propri mariti e dei figli, altre, invece, preferivano non curarsi di certe questioni sociali perché non si adattava loro. Al contrario di queste ultime, Anna Maria Mozzoni non poteva trascurare di interessarsi alla prostituzione regolamentata; come lei altre si schierarono apertamente contro il sistema, tra i nomi più rilevanti Sara Nathan, Giorgina Crawford Saffi, Alaide Gualberta Beccari e Jessie White Mario, ma alle donne italiane si unirono anche esponenti dei movimenti femminili d’Inghilterra e Irlanda. L’attività abolizionista s’inseriva nel più ampio impegno di affermazione sociale della donna contribuendo alla sua diffusione consapevole tra gli animi femminili. Un tale interessamento si ricava dai lavori di osservazione di Jessie Mario e della stessa Anna Mozzoni, la prima, osservando la condizione di miseria a Napoli ebbe modo di parlare delle donne sacrificate in lavori umili e particolarmente delle prostitute; i toni usati dalla Mario, che non era una femminista fervente come la Mozzoni, evidenziavano l’influenza dell’abolizionismo per una migliore comprensione del movimento di emancipazione. Jessie Mario definì la regolamentazione un delitto messo in atto con “leggi ideate e formulate da soli uomini” al solo fine di “soddisfare ai più brutali istinti dell’uomo”. Contemporaneamente Anna Mozzoni osservava i mutamenti socio economici dovuti all’industrializzazione in Lombardia, funzionalmente a quanto da lei sostenuto, la lotta alla prostituzione doveva avvenire in modo cosciente, iniziando dal riconoscimento delle sue cause.[2]

Perciò questo capovolgimento tra “causa” e “effetto” inerente l’abolizionismo la trovo una mistificazione storica e sociologica terribilmente pericolosa. È stato usato spesso e impropriamente, nell’editoriale della Pitch, anche l’aggettivo “populista”, uno degli elementi che mi hanno colpito maggiormente e negativamente. Occupandomi da anni di America Latina e paesi non allineati, ho notato una forma di “appropriazione culturale” indebita da parte di una pseudo-sinistra-salottiera e pseudo-radicale nell’utilizzo e abuso di terminologie provenienti da altre culture e contesti, nonché una fioritura di mistificazioni inerenti le lotte anti-imperialiste svolte dalla vera “Sinistra-Rivoluzionaria” dei paesi in via di sviluppo.

Ma che cos’è un’appropriazione culturale[3]?

Semplicemente è appropriarsi di qualsiasi cosa sia di un’altra cultura – in particolar modo da una cultura stimata più “bassa” sulla scala sociale – e: usarla in modo superficiale e insensibile; usarla in un modo che degrada, nega, irride la cultura stessa da cui proviene; usarla in un modo che diffonde/mantiene pregiudizi o stereotipi sulla cultura stessa da cui proviene; trattare le persone che hanno inventato quella cosa come esseri inferiori.[4]

Infatti, il termine populismo nasce in Russia (con un’accezione del tutto positiva, rivoluzionaria ed innovativa) tra la fine degli anni 1850 e la fine degli anni 1880. L’ Enciclopedia Treccani dice: la prima organizzazione populista, la Zemlja i volja, venne costituita nel 1861 nel clima di delusione provocato dalle modalità con cui era stata abolita la servitù della gleba. La situazione fu interpretata dai populisti come potenzialmente rivoluzionaria e alcuni di essi parteciparono anche ai contemporanei preparativi per l’insurrezione polacca (1863). Alla dura repressione militare di quest’ultima corrispose un irrigidimento poliziesco anche all’interno della Russia, che portò allo scioglimento della Zemlja i volja. In seguito si diffuse negli ambienti populisti una visione dell’azione rivoluzionaria, sostenuta soprattutto dai nichilisti, che anteponeva il ruolo dell’individuo, come soggetto rivoluzionario, a quello della massa.[5] In seguito il populismo si sviluppa in America Latina, sempre in un’ accezione fortemente innovativa e rivoluzionaria, a partire dal secondo decennio del 20° secolo. Ed ebbe il suo massimo sviluppo tra gli anni 1930 e gli anni 1950. Nonostante le differenze riscontrabili nei singoli Stati (dal peronismo argentino all’Estado novo di G. Vargas in Brasile, all’attività dell’APRA in Perù ecc.), il fenomeno fu caratterizzato da alcuni elementi comuni, quali l’esistenza di una situazione socio-economica in rapido mutamento per il passaggio da economie prevalentemente agricole a economie industriali e da sistemi politici a partecipazione molto limitata a sistemi a partecipazione più estesa; la presenza di masse urbane di recente trasferitesi dalle campagne e non integrate; l’emergere di un leader carismatico, che si presenta come portavoce delle esigenze del popolo; la mobilitazione delle masse da parte del leader attraverso l’esaltazione dei valori nazionali e l’instaurazione con esse di un rapporto diretto, non mediato dalle istituzioni tradizionali.[6]

Perciò trovo sostanzialmente “colonialista” e “razzista” l’ atteggiamento di affibbiare l’ aggettivo “populista”, con una connotazione negativa e reazionaria, a chiunque non mostri un atteggiamento intellettualmente conformista ed allineato ai dogmi mercantilistici e liberisti dominanti. Parafrasando un vecchio editoriale di Matteo Volpe su l’Intellettuale Dissidente mi verrebbe da dire:

Non è una prerogativa dei soli conservatori (sia “di destra” che “di sinistra”) ma ormai anche diverse femministe si sono aggiunte al coro dei liberisti etici che chiedono la liberalizzazione della prostituzione. Esse sono sicuramente animate dalle migliori intenzioni; cercando di rendere l’attività delle prostitute un “mestiere” come un altro cercano di rimuovere lo stigma sociale su di esse. Ma non si rendono conto che così facendo impediscono una loro reale emancipazione. Conducono una battaglia separatista, che si preoccupa del riconoscimento della prostituzione come categoria equiparata a tutte le altre, invece di aggredire lo sfruttamento che ne è alla base.

(di Matteo Volpe – 30 dicembre 2015).

Continuando a citare il brillante editoriale di Matteo Volpe che demistifica il dogma del “liberismo etico” cui è asservita tutta l’intellighenzia (o pseudo-tale) della sinistra (o pseudo-tale) italiana:

(…) ultimamente sono aumentate le voci di coloro che, non solo in Italia, chiedono un modello di tipo regolamentarista. Costoro sostengono sia sbagliato considerare la prostituzione un fenomeno estirpabile e da estirpare e sostengono il diritto delle “lavoratrici sessuali” di scegliere questa attività per il loro sostentamento. L’idea che li ispira è profondamente liberale, in quanto non si preoccupa del fenomeno sociale nel suo complesso, ma delle scelte di singoli individui, considerati come agenti razionali che decidono in piena libertà.  I regolamentaristi sottovalutano le pressioni che possono esistere in una società, soprattutto quelle di tipo economico, e sopravvalutano l’importanza dell’espressione del consenso individuale.

Per sostenere la loro tesi argomentano che molte prostitute si ritengono soddisfatte della loro attività e di averla scelta liberamente. Ma ciò deriva da un fraintendimento essenziale del concetto di libertà, figlio di quella stessa cultura liberale. I regolamentarista, infatti, muovono da un liberalismo estremo che chiameremo “liberismo etico”, prendendo in prestito il sostantivo dal linguaggio dell’economia. In questo campo, infatti, il liberismo è quella dottrina che propugna la limitazione dell’intervento dello Stato e delle leggi e la libertà assoluta del mercato. Qualsiasi intervento pubblico che intralci gli agenti privati – eccetto ciò che è indispensabile per l’esistenza della burocrazia statale, come le forze di polizia o l’amministrazione della giustizia – può, secondo i liberisti, danneggiare il benessere della società, considerata come la somma algebrica degli individui e delle loro contrattazioni private. L’unico intervento dello Stato deve essere diretto a tutelare quest’ autonomia del settore privato. I liberisti, in sostanza, credono che la sommatoria di azioni individuali, purché avvengano in piena autonomia dal governo o da apparato corporativo o comunitario, conducano al massimo benessere collettivo possibile.

I regolamentaristi estendono un’analoga concezione al di fuori dell’economia. Come i liberisti rifiutano di dare un giudizio complessivo sul fenomeno sociale, ma vogliono garantire esclusivamente diritti individuali. Rifiutano di ammettere un intervento dello Stato nel limitare un tale fenomeno, perché potrebbe secondo loro danneggiare la libertà dei singoli. A meno che non sia un intervento volto a permettere l’esercizio di queste (presunte) libertà. Le case di tolleranza, o la loro moderna versione, i quartieri a luci rosse, sono la trasposizione di ciò che rappresentano le “autorità di garanzia” in campo economico che devono vigilare sul “libero mercato”. Come i liberisti, i regolamentaristi affermano che il problema non sia il fenomeno in sé, ma la rimozione di tutti gli ostacoli che ne permetterebbero e ne stimolerebbero l’esercizio più efficiente. Inoltre, considerano il fenomeno della prostituzione come la semplice risultante della “libera iniziativa” individuale e delle diverse contrattazioni tra venditore e acquirente. Infine, entrambi credono impossibile estirpare certi “effetti indesiderati”. La prostituzione non potrà mai essere abolita, così come la povertà o la disoccupazione, e qualsiasi tentativo in questo senso causerebbe più danni che benefici e finirebbe per rivelarsi autoritario e dispotico.

Si possono così tracciare i caratteri del liberismo etico: esso considera il fenomeno la semplice risultante delle scelte dei singoli e pensa che lo stato non possa interferire in queste scelte per nessun motivo. Il liberismo etico è radicalmente antiproibizionista, non ammette in nessun caso che la legge possa interferire nelle decisioni individuali per arrestare un fenomeno. Lo stesso giudizio che viene dato sul fenomeno è discusso. La prostituzione (in questo caso, ma potrebbe essere applicata la stessa argomentazione ad altri campi) sarebbe un male solo nel caso in cui fosse non voluta. Qualora ci sia un consenso dell’individuo, essa va accettata, perché le scelte individuali non possono essere discusse.

Per sintetizzare si può dire che il liberismo etico abbia due tratti salienti: la prevalenza delle azioni individuali e del consenso dell’individuo rispetto alla considerazione del fenomeno complessivo. Proprio in questo mostra la sua fallacia: non considera infatti come le dinamiche generali di una società possano influire negativamente anche su singoli individui, seppure su questi ultimi non fosse stata esercitata nessuna pressione diretta. Prendiamo il caso del tabagismo: potrebbe essere considerato un normale rapporto commerciale tra acquirente e venditore, nel quale ognuno gode di una formale autonomia decisionale. Eppure a livello generale causa milioni di morti all’anno in tutto il mondo, e con essi tutto ciò che ne consegue (costi sanitari, “fumo passivo”, ecc).

Inoltre, il consenso, seppure esplicito, non tiene conto delle influenze dell’ambiente sociale, delle cognizioni e della cultura dell’individuo. Che cosa intende dire colei che afferma di essersi prostituita “liberamente”? È  lecito pensare, che si riferisca un’autonomia formale, cioè dell’assenza di una coercizione diretta da parte di altri individui, non certo a una autonomia sostanziale, cioè all’inesistenza di pressioni sociali di altro tipo. Ci si prostituisce “liberamente” per pagarsi l’università (che altrimenti non si potrebbe frequentare) oppure perché si è allettati dai guadagni migliori rispetto ad impieghi malpagati. Ma ciò che vale per la prostituzione può essere esteso, e si può arrivare a giustificare la vendita “libera” di alcune donne del proprio utero. In tutti questi casi è la struttura stessa della società, ovvero l’esclusione di alcune classi sociali, ad esercitare pressione sull’individuo, una pressione che il liberista etico è incapace di vedere perché non tiene conto del fenomeno ma si ferma al consenso dell’individuo.

Non è una prerogativa dei soli conservatori (sia “di destra” che “di sinistra”), ma ormai anche diverse femministe si sono aggiunte al coro dei liberisti etici che chiedono la liberalizzazione della prostituzione. Esse sono sicuramente animate dalle migliori intenzioni; cercando di rendere l’attività delle prostitute un “mestiere” come un altro cercano di rimuovere lo stigma sociale su di esse. Ma non si rendono conto che così facendo impediscono una loro reale emancipazione. Conducono una battaglia separatista, che si preoccupa del riconoscimento della prostituzione come categoria equiparata a tutte le altre, invece di aggredire lo sfruttamento che ne è alla base.

Si può considerare la vendita del sesso di una donna, la mercificazione di ciò che ha di più intimo,  la cessione del proprio corpo (e della propria “anima” se si pensa alle possibili conseguenze psicologiche) in cambio di sicurezze economiche, un atto libero? E infatti, a dimostrazione della natura liberista del regolamentarismo, non si pensa minimamente che, invece di elevare di rango sociale la prostituta, bisognerebbe estirpare le cause socio-economiche che la rendono tale.

Non a caso gran parte dei paesi di tradizione socialista sono proibizionisti. Certo, il proibizionismo non ha senso in una società fortemente capitalista e liberale, perché criminalizza la prostituta che è una vittima. In un paese come gli Stati Uniti, ad esempio, esso è dettato da un moralismo puritano piuttosto che dal proponimento di rimuovere le cause stesse del fenomeno. Ma il regolamentarismo rappresenta un anti-moralismo simmetrico, che si preoccupa più di modificare i giudizi sociali, piuttosto che incidere nelle dinamiche profonde; di cambiare la sovrastruttura lasciando inalterata la struttura. Non si può pensare di affrontare la questione della prostituzione in maniera autonoma, senza comprendere che essa passa per il modello sociale e politico che una società ha deciso di adottare.

Tuttavia, è innegabile l’esigenza di una legislazione a breve termine, purché non escluda fini più universali. Per questo, in Italia e in altri paesi, è stato elaborato il modello abolizionista, che è una sorta di compromesso tra il liberismo etico dei regolamentaristi e l’“organicismo” dei proibizionisti. I primi, però, fanno notare che esso ha fallito. Nato tra grandi speranze, l’abolizionismo doveva giungere ad eliminare la prostituzione, ma si è rivelato ben lontano dal riuscirci, esponendo per di più le prostitute a condizioni di insicurezza.

Senz’altro, questa obiezione, è corretta. Senz’altro l’abolizionismo ha fallito. Ma non per le ragioni che adducono gli anti-abolizionisti. Ha fallito, invece, perché anch’esso assimila implicitamente e inconsapevolmente la logica del liberismo etico. Quest’ultimo porta a proteggere i diritti dell’“agente razionale” che stipula un contratto, ponendo sullo stesso piano il fruitore della prestazione e chi la vende, similmente a quanto si fa in campo economico sostituendo i diritti del consumatore a quelli del lavoratore.

In questo modo, pur animato dai migliori intenti, l’abolizionismo finisce per essere peggiore del male che vorrebbe curare. Permette che si svolga il gioco della contrattazione (e dello sfruttamento nascosto) tra cliente e prostituta senza neanche le garanzie basiche del regolamentarismo. Solo il modello svedese, o neo-proibizionista, permette di superare i limiti di entrambi gli antagonisti. Esso fa giustizia dell’individualismo e del liberismo etico intervenendo proprio sul tabù dei liberisti, la contrattazione privata. Non rinuncia a punire lo sfruttamento ma rinuncia alla parificazione tra cliente e offerente dell’abolizionismo e alla criminalizzazione della prostituta del protezionismo classico. Proibendo il “consumo”, senza perseguitare la prostituta, la Svezia è riuscita a ottenere una drastica riduzione di questa piaga. Considera il fenomeno generale, ma propone un intervento perfettamente adeguato alla società scandinava.

Quello che ci insegnano i risultati degli eccessi moralistici del puritanesimo, della mercificazione del nichilismo morale dei liberisti etici, del fallimento dell’esperimento abolizionista, quello che ci insegna, infine, il nuovo e promettente modello svedese, è che non si può considerare una questione senza avere chiara l’idea di società che si intende realizzare e una vera filosofia politica. Il problema della prostituzione, come qualunque altro, non può essere scisso dall’organizzazione della società e dalla sua comprensione strutturale. L’attivismo naive di molte femministe, che pretende di combattere gli stereotipi anglicizzando il vocabolario (non si può dire “prostituzione” ma solo “sex working”, come se le catene ornate di fiori non fossero pur sempre catene) rende un grande servigio al liberismo (etico ed economico). Rimane fermo all’empirico individuale, senza afferrare la globalità.

Solo quando queste (come chiunque) re-impareranno (come un tempo sapevano ben fare) a inquadrare le loro perorazioni nella critica alla società capitalistica e la lotta particolare nel contesto della lotta universale delle classi oppresse, riusciranno finalmente a proporre un cammino di reale emancipazione[7].

MERDA CICCONE

ISKRA ILIC ULIANOV

SINISTRI-SINISTRATI

E QUESTI PERSONAGGI SI DICONO DI SINISTRA?!

Lino Milita

Questo sunto di pensieri di TAMAR PITCH qui allegati nelle due immagini e gettati qui e là come semi in una stia di un pollaio, evidenza una colossale mancanza di conoscenza storica e materiale degli eventi politici e delle nozioni minime di diritto, afferenti a ciò che intendiamo per “populismo”, pena, sanzione, crimine, vittima. Vi sono inoltre, negli argomenti esposti indizi di accostamenti a dir poco “impropri”. In più si usa una analogia nel passato (proibizionismo) e una vicenda in corso riferita ai paesi del nord Europa. Vi è una indebita identificazione tra “proibizionismo” e politiche “sicuritarie”.
Andiamo per ordine:
-“populismo penale”. In questo scritto si pone che il populismo penale come quel processo di comunicazione avente lo scopo di ottener consenso nel perseguimento di pratiche e norme, che espandano e consolidino la sanzione per una classe di eventi, non ritenuti (ancora) sanzionabili o abbastanza sanzionabili. Storicamente parlando il “populismo” non è sempre sinonimo di espressione della paura non incanalata verso politiche razionali. A livello antropologico e politico, consiste anche nel porre dignità a chi, e a coloro, e a linguaggi, istanze e rivendicazioni non accettate, rese mute, o incatenate dai linguaggi e dalla visione concreta e reale dominante in quel particolare luogo e periodo storico. L’accostamento con il termine “penale” è improprio. Più che altro si potrebbe scrivere che la intenzione di risolvere il conflitto soltanto con una estensione, e appesantimento della pena non è sufficiente. E quindi il populismo non è rivolto a chi chiede di essere protetto o che quel comportamento, ritenuto sanzionabile, non sia riconosciuto. La vittima e le classi sociali, le minoranze, che sono e si sentono in posizione di indigenza e di minaccia, e di pericolo, richiedono pratiche che rimuovano le cause, inibiscano le sorgenti (economiche, culturali), sanzionino (pongano un arresto e limitazione) alle azioni provocanti danno, disagio e minorità. Il populismo invece dovrebbe essere avocato (e lo è anche se molti in modo sofistico invertono la relazione) a chi si fa l’onere di risolvere e affrontare la richiesta di aiuto, di disagio e la rivendicazione di mutamento dell’assetto sociale e del comportamento individuale, fornendo azioni limitate volte solo a fornire l’illusione della soluzione.

Il populismo è da parte di chi agisce per risolvere, non da parte della vittima, e in modo subdolo si dice che l’opinione pubblica ( e sotto sotto la si vuole fa apparire irrazionale, irrilevante, pericolosa, da tenere in catene e sotto controllo) è la causa del “populismo”.

In più, l’accostamento tra populismo e pena (all’interno delle pratiche giudiziarie) è improprio: la pena è una conseguenza di una pratica formale di rilevazione, accertamento e decretazione di fattispecie di azioni inscrivibili in casi definiti come “reati” secondo codici scritti. Si accosta una procedura giuridica in ambito del Codice penale, formalmente utilizzata dal sistema giudiziario, ben descritto, astratto e avulso da opinioni ritenute labili per mancanza di conoscenza, labilità emotiva, paura irrazionale, insicurezza nevrotica.

Questi due ( “populismo” e “penale” ) termini rappresentano una riduzione di azioni politiche generali all’interno di modelli descrittivi psicologici individuali, che descrittivi poi non sono perché partono da un assunto sotterraneo dove l’irrazionalità in modo incontrovertibile pone una pena nuova, o estende gli ambiti di applicazione a quelle esistenti. E quindi nel discorso metaforico, fintamente ben argomentato) si fa passare sotto sotto, senza dirlo in modo esplicito, che l’assenza di pena, la riduzione dell’ambito della norma esistente sia un procedimento evoluto e razionale che non inasprisce, anzi riduce il fenomeno che determina la criminalità. Si pone ancora sotto questa ipotesi non detta, un sofismo tale che la depenalizzazione sia comunque una procedura che garantisca equità nel procedimento penale, e un fattore di distensione sociale: si pone sullo stesso piano, nello stesso argomento “populismo” come una impostazione giuridica e anche come una descrizione sociologica, facendole passare per lo stesso, ovvero per identità, e invece è solo una identificazione creata da una visione retrograda del “popolo” e un pregiudizio infondato sulla minaccia, pericolo, timore come esclusivi stati angosciosi (e quindi altro sofismo che riduce tutto in un livello psicologico)→ TRE MISTIFICAZIONI una dentro l’altra.

“Femminismo punitivo”. Il “femminismo” delle innumerevoli declinazioni per le quali è inteso come processo di liberazione; sovvertimento dei valori volti all’oppressione; liberazione di sé, s’accosta oggi a questo inedito accostamento. Il femminismo rivendica la piena espressione di essere umani che sono discriminati e oppressi anche e principalmente per le qualifiche di “femmina” e “donna”. Questo minimo comun denominatore è anche un elemento costitutivo di processi sociali e politici aventi lo scopo di perseguire cittadinanza concreta da parte di chi è collocato, e compresso in un ruolo di perenne esigenza di pari e libero agire sociale all’interno delle strutture sociali regolate da leggi aventi il criterio di universalità.

La punizione è una decretazione che pone una conseguenza penale, amministrativa, civile, eventualmente detentiva rivolta a coloro che agiscono in fattispecie inscrivibili nelle tassonomie dei reati. La punizione è anche un dispositivo transitorio teso a limitare coloro che hanno e possano causare danni, lesioni a cose o persone, o che contravvengono alle minime regole di interazione sociale. La punizione è sia una limitazione sia un obbligo. Una limitazione perché pone un divieto; una impossibilità ad agire. Un obbligo perché impone ad attori sociali terzi di attivare procedimenti su coloro che hanno compiuto il reato (la detenzione è un aspetto). Questa caratteristica, da sempre, è necessaria per il mantenimento della struttura sociale per qualsiasi modello la vogliamo rappresentare.

La rivendicazione del femminismo è sia una richiesta di libertà e di rimozione delle catene (leggi, usi, mentalità, valori, assetti economici, stili di vita, saperi) che limitano la piena espressione della persona in quanto donna. Ogni rivendicazione è una affermazione, che si colloca in una dialettica politica, e già l’intenzione di presentarsi implica la negazione degli altri attori che considerano tale processo di loro esclusiva mediazione.

Il femminismo punitivo, sembrerebbe che voglia punirsi da solo. E che vuol dire allora? Che intende perseguire i suoi scopi estendendo ciò che prima non era ritenuto reato (violenza, giogo, plagio, schiavitù) in luoghi di interazione sociali intesi come trasparenti e innocui. Tutto questo non è che il femminismo agisce per punire. Questo è compito degli apparati formali di un sistema sociale. O forse si vuole intendere che il “femminismo” in toto, cioè tutto ciò in cui consiste “il femminismo” corrisponde a una visione autoritaria del vivere sociale, dove ogni conflitto si risolva in uno schema di azione e di reazione detentiva o sanzionatoria?

Anche se per assurdo si ammettesse questa immagine di una dittatura nascente, il risultato sarebbe la presa del potere delle donne, con la determinazione di un sistema sociale, dove a loro volta i maschi sarebbe schiavi. Tutto questo si chiama “SOFISMO DIALETTICO” falsa conversione dell’ipotesi in tesi, dove ognuna si trasforma nell’altra, e che ha la legittimazione nella sintesi momentanea del più forte. E ancora una volta riappare di nascosto il modello della realtà imposto dal Patriarcato, che è proprio quello dove il femminismo trae origine come rivendicazione. Cioè il patriarcato come legittimazione giuridica della legge della giungla.

In più si afferma che il “femminismo punitivo” sia una causa che oltre ad estendere la tipologia dei reati, contribuisce ad aumentarne l’incidenza nel vivere sociale, e questo è un altro SOFISMO DIALETTICO: si trasforma lo schema di rilevazione dei fenomeni inscrivibili nelle fattispecie dei reati, con la enumerazione degli stessi, ponendo in modo posticcio e infondato che per ogni affinamento e valutazione di comportamenti oppressivi e schiavisti nell’alveo della sanzionabilità, questo implica in modo necessario l’aumento in frequenza di reati veri. Trasformazione del modello nella realtà attraverso ipotesi non provate e fatte passare per assiomi. E cioè analisi dogmatica del modello interpretativo che fa da correlato a una visione ipotetica della realtà intesa come evidente di per sé. REIFICAZIONE INDEBITA.

“Politica criminale”: la politica perseguita dal “femminismo punitivo” ha soltanto la pratica di una politica che si occupa del crimine e da esso trae alimento. Si noti che già aver scritto punitivo, si è creato un termine non provato che da predicato al femminismo e che in realtà è il soggetto dell’altra frase e che tale accostamento di questi due coppie di frasi è in realtà una identità che ripete se stessa invertendo i termini ” Pratica di gestione del crimine che è politica sociale tout court” <-> “politica di rivendicazione femminista che è pratica di sanzionabilità” <-> ” Termini con elementi infondati e posti come assieme nella parte del crimine con l’assunto nascosto che il femminismo sia solo tale all’interno di questo processo” <-> “tautologia con visione astratta e limitata del femminismo”. Tutto questo è una colossale petizione di principio infondata.

“<Reato dei “clienti> analogo al <reato di chi beve alcool>”: ANACRONISMO in primo luogo e già questo casserebbe qualsiasi analisi successiva, ma dal punto di vista logico si hanno vistose differenza viste come analoghe. Chi beveva alcool erano maschi e femmine, in più l’oggetto del contendere era una sostanza non una persona. Non una persona vista come oggetto: schiavo. La proporzione nascosta di questa analogia temporale anacronistica fatta passare per logica sottende un assunto per il quale, più crei fattispecie per questo reato, più invogli le persone a perseguirlo. Per l’alcool sicuramente non è mai stato così, bevevano pure prima della istituzione della punibilità. Per la prostituzione immaginiamo che i maschi siano perseguibili, l’eccitazione aumenterebbe a dismisura per tutti, non avremmo più bisogno del Viagra. Dovremo creare dei centri di aspirazione artificiale come per le mucche che danno il latte, e noi poveri uomini con un Priapo sempre in tensione a ogni ciclo scrotale dovremo infilarlo da qualche parte. Tutti satiri che camminano a tre gambe. Non credo che in questo scritto, sia necessario spiegare che la prostituzione prima del sesso, è un meccanismo di plagio e di potere, e anche se si castrasse un uomo, questo avrebbe comunque il desiderio di inferire dolore per suo momentaneo e sperato piacere. IN più se si dice che il desiderio è mentale, ecco allora che si contravviene all’analogia dell’alcool che lì si crea dipendenza fisica.

“Reato universale di maternità di sostituzione”: questo accostamento è di una violenza assoluta e per complessità merita un discorso a parte. Ma già per intuito si può ravvisare come sia la forma più avanzata del pensiero patriarcale: l’assoluta visione nelle tecnologie attuali del diritto e della chimica, della biologia, della medicina, tesa a considerare la donna, come un oggetto completamente a disposizione e anzi a scorporarla dal suo utero, dal suo essere madre, dal processo di gestazione da quello di nascita. In più vi è una scorrettezza totale, da approfondire ancora: Il reato non è verso la maternità, non è mai un reato, come la nascita e la gestazione. Il reato è il sistema di ruoli, persone e reato che trasforma tutto ciò in merce, come la prostituzione. Come rapina, come alienazione: PATRIARCATO NELLA FORMA PIù MODERNA E ASTRATTA.

(ripeto questo ultimo commento è solo esposto e non argomentato, perché il punto focale della mistificazione che oltrepassa i temi del presente scritto).

Occorre ricordare che tali accostamenti sono svolti da persone che si dicono combattere per la liberazione della donna e che si dicono di sinistra.

[1] http://www.agoravox.it/Il-turismo-sessuale-come.html

[2] http://www.altrodiritto.unifi.it/ricerche/devianza/acri/cap4.htm

[3] http://www.360giornaleluiss.it/la-sottile-linea-tra-appropriazione-culturale-e-apprezzamento-culturale/

[4] https://lunanuvola.wordpress.com/2014/03/18/vecchiaccia-wiki-al-vostro-servizio/

[5] http://www.treccani.it/enciclopedia/populismo/

[6] Ibidem

[7] http://www.lintellettualedissidente.it/italia-2/il-liberismo-etico-e-una-truffa/

Torna l’arte di Nicola Viceconti con un nuovo stile letterario

articolo tratto da ilSudEst e Agoravox

di MADDALENA CELANO

In attesa della presentazione della nuova opera letteraria dello scrittore Nicola Viceconti, che si terrà questo 20 maggio 2017 alle ore 17:00, presso il Salone del Libro di Torino (Padiglione 2, stand L28), presentiamo una nuova intervista che ripercorre la creatività e la complessità del suo percorso artistico.

Nicola Viceconti è nato a Roma nel 1963. Si è laureato con lode in Sociologia (1995) e in Scienze delle Comunicazioni (2003).. E’ appassionato di tango e cultura latino americana e questi interessi sono stati il motore di alcuni importanti viaggi in Sud America, da cui ha tratto ispirazione per la pubblicazioni di diversi romanzi su tematiche inerenti l’ immigrazione ed i diritti umani.

1. Ha ricevuto premi per alcuni dei suoi racconti. Di quali si tratta?

La Ragazzina di Homs è risultato finalista alla II edizione del “Premio Internazionale Michelangelo Buonarroti” e Vincitore del Premio Scuola al Concorso Internazionale Città di Sassari. Magia è stato premiato alla terza edizione del “Concorso Endira” Messico. Scacco alla Regina: terzo classificato al Concorso Nazionale Città di Livorno.

2. I suoi libri rientrano nella “narrativa ad ambientazione storica”. Ci può spiegare il motivo di tale scelta?

Nasce dal voler raccontare argomenti storico-sociali che altrimenti resterebbero esclusi a determinate fette di popolazione. Credo che la forma del racconto di fantasia (collocato in un preciso contesto storico) possa fornire al lettore le giuste coordinate spazio-temporali del fatto narrato, risultando così uno strumento molto più efficace a livello di elaborazione, percezione e comprensione del messaggio che si vuole veicolare. Il genere del racconto/romanzo ad ambientazione storica, al quale mi ispiro da alcuni anni, tenta di assolvere a una duplice funzione sociale della scrittura: da una parte una funzione “informativa” su quanto accaduto, dall’altra una funzione di “mantenimento dell’attenzione”, il tutto attraverso una forma agile e accattivante di lettura soprattutto per le fasce giovanili.

La narrativa ad ambientazione storica è anche un richiamo alla letteratura predominante in America latina che, diversamente da quella statunitense o europea, ha sempre viaggiato su un sentiero parallelo a quello della realtà socio-politica del contesto di appartenenza. Potremmo parlare di letteratura “d’avanguardia”, “sperimentale”, modellata su un uso quasi costante della metafora. Un esempio per tutti è la scrittrice Luisa Valenzuela che per conoscere a fondo l’Argentina degli ultimi decenni, l’ha guardata attraverso la lente dell’ironia, del grottesco e dello humor. L’autrice ha scritto uno dei suoi libri più belli (Aquí pasan cosas raras, ambientato nell’Argentina della Triple-A) recandosi nei caffè, origliando le storie terribili che raccontava la gente. Tutto quello che assorbiva lo metaforizzava e lo lavorava utilizzando l’umorismo e il grottesco. A quei tempi – sostiene l’autrice – “era impossibile raccontare una storia così dolorosa e forte nella sua immediatezza”, per farlo si doveva ricorrere alla finzione. Su tale aspetto vale la pena sottolineare che in Argentina la censura applicata dalle numerose dittature ha contribuito a un diverso significato del concetto di “finzione” così come lo intendiamo nel mondo occidentale. Per questo motivo l’America Latina per anni si è caratterizzata dall’essere la patria del “realismo magico“, dove la presenza di elementi “magici” sono fusi in contesti narrativi realistici. In questo genere di narrativa nella quale “la finzione che si converte in verità”, la realtà dei fatti raccontati è irrilevante: ciò che resta vero è il contesto umano e sociale.

3. Nel maggio del 2015, in occasione del suo ultimo viaggio in Sud America, ha ottenuto il prestigioso riconoscimento di “Visitante Ilustre” rilasciato dal Governo della provincia di Buenos Aires. Oltre ad alcuni insert narrativi, in “Cartoni … animati e altri racconti” è presente “Magia” un racconto ambientato a Buenos Aires. Come mai questo interesse per la storia e la cultura Argentina?

Come già detto in una precedente intervista, l’ispirazione a scrivere il primo romanzo è nata dall’interesse per il fenomeno dell’emigrazione italiana nel Rio de La Plata. Successivamente l’attenzione si è spostata sulla tematica dei diritti umani. L’interesse per la memoria del popolo argentino nasce prepotentemente a seguito della visione di alcuni film dedicati al dramma dei desaparecidos dell’ultima dittatura militare che ha colpito il paese alla fine degli anni ’70. Il contatto diretto con persone che hanno vissuto sulla propria pelle l’orrore della dittatura ha costituito la principale fonte d’ispirazione.

4. Lei si occupa, da diversi anni, delle tristi vicende argentine legate alla dittatura militare e alla desaparecion forzata di migliaia di giovani e studenti. Fa parte di un’associazione che collabora con le Madres y las abuelas de Plaza de Mayo e da circa due anni ha aderito al Comitato per la Liberazione di Milagro Sala. Cosa pensa degli eventi di questi ultimi anni in Argentina?

Ritengo che per quanto concerne i diritti umani l’attuale governo argentino stia attuando una reale regressione rispetto ai governi precedenti. Purtroppo la situazione nel Paese sudamericano ha subito un vero e proprio cambio di paradigma che si pone in netta contrapposizione con quanto portato avanti dalle numerose associazioni in difesa dei diritti umani. L’ultimo esempio che conferma questa drastica inversione di tendenza è la vicenda che riguarda la decisione della Corte Suprema di Giustizia argentina di applicazione, nei giorni scorsi, della legge 24390, che riduce le pene ai condannati per crimini di lesa umanità. Tale legge, già abrogata nel 2001, soprannominata legge 2×1, ha reso possibile la riduzione delle condanne inflitte ai militari dell’ultima dittatura che si sono macchiati di crimini di lesa umanità e di dimezzare, pertanto, le pene per genocidio. Sulla vicenda l’assemblea per i diritti umani (APDH) in un comunicato stampa ha dichiarato: “Questa legge non ha altro proposito che consacrare l’impunità. Tutto questo è un aggravio alla lotta dei sopravvissuti, dei familiari delle vittime e degli organismi dei diritti umanitari che da 40 anni continuano a lottare per verità, giustizia e memoria”. Il 10 maggio in Argentina e in altri Paesi si sono mobilitate le diverse associazioni in difesa dei diritti umani.

Sulla politica del Governo Macri trovo interessante la dichiarazione che Nora Cortiñas, la storica leader delle Madri di Plaza de Mayo della Linea Fundadora, ha rilasciato in occasione dello scorso 24 marzo, durante la ricorrenza del golpe di 41 anni fa: “il governo di Mauricio Macri ci provoca continuamente, ma non può modificare la storia”. Posizione analoga è stata espressa anche dalla signora Estela Carlotto, Presidente delle Abuelas de Plaza de Mayo Macri si occupa di modificare la storia a modo suo, a proprio piacimento, parlando di cose che non conosce. Lui ha l’obbligo di sapere che 30.000 persone sono scomparse”.

Relativamente al caso di Milagro Sala va sottolineato che l’attuale governo argentino è responsabile della detenzione arbitraria della leader dell’associazione “Tupac Amaru”, e che l’arresto avvenuto il 16 gennaio 2016 è stato ritenuto arbitrario dal gruppo di lavoro sulla detenzione arbitraria (GAD) delle Nazioni Unite. La vicenda di Sala è stata portata recentemente all’attenzione al Governo italiano dall’Onorevole Giovanna Martelli con un’interpellanza volta a chiarire la posizione italiana sulla detenzione della leader sociale argentina e a chiedere al Governo quali siano i motivi del ritardo nel sostenere le risoluzioni che difendono i diritti umani. Al contempo è stato richiesto al Presidente Macrì l’immediato rilascio di Milagro Sala affinché possa difendersi da persona libera.

5. Quale dovrebbe essere oggi il Ruolo di uno scrittore?

Nonostante alcuni studiosi considerano tramontato il modello sartriano sul ruolo dello scrittore e del suo costante impegno nella società e nella storia, personalmente condivido la visione del famoso filosofo sul ruolo dell’intellettuale. Le condizioni storiche e soprattutto le forme tradizionali dell’arte e della cultura sono soggette a continua trasformazione, così come nello specifico il rapporto editore-scrittore-lettore. Nonostante ciò resta ancora valido, a mio parere, il concetto di impegno dell’artista in generale. Pertanto, credo che uno scrittore dovrebbe “contribuire a produrre determinati cambiamenti nella società che lo circonda” e che la sua eventuale posizione rispetto a determinati fatti politici debba mantenersi “indipendente e non strumentale dai partiti…/… da collocare nella naturale concezione dell’essere uomo”.

Uno scrittore dovrebbe impegnarsi a comprendere le dinamiche sociali nelle quali è calato e dovrebbe assumere un atteggiamento critico verso ogni forma di “irresponsabilità” di chi non prende mai decisione (atteggiamento che Sartre ha sempre denunciato). Oltre ad emozionare i lettori con le storie, credo che un certo tipo di narrativa debba continuare a svolgere un compito di militanza sociale dove per “militanza” s’intende proprio l’impegno a mantenere viva l’attenzione su talune problematiche di interesse collettivo.

6. I suoi racconti spaziano da tematiche sociali dense di drammaticità (La guerra in Sira raccontata in “La ragazzina di Homs”, le vicissitudini di un barbone in “Cartoni… animati”, il dramma della demenza senile in “Dammi una cosa”) a situazioni surreali. Da dove scaturisce questo interesse?

Ci sono fatti che ci capitano ogni giorno sotto gli occhi, nei confronti dei quali non possiamo voltarci dall’altro lato. La guerra in Siria, la miseria e la disperazione di un clochard, il dramma delle malattie mentali degli anziani, sono solo alcuni esempi ai quali abbiamo il dovere di reagire. Come insegnava Charles de Foucauld “non possiamo essere dei cani muti, sentinelle addormentate, o pastori indifferenti; dobbiamo gridare quando vediamo il male”.

7. Ci parli dei suoi progetti futuri.

Nel breve periodo la pubblicazione in Italia e Messico del romanzo “Vieni Via” (già pubblicato in Spagna con la casa editrice Chiado Editorial). Si tratta di una storia emozionante di un uomo di ottant’anni che intraprende un lungo viaggio alla ricerca di Irina, l’amore della sua vita. Un viaggio tra due continenti che, seppur fatto alle soglie della fine della vita, consente al protagonista di comprendere intimamente sé stesso, il senso delle proprie scelte politiche e della propria vita.

8. Da dove nasce la sua ispirazione?

Normalmente dalla curiosità per determinati fatti storico-sociali che attirano la mia attenzione sui quali puntualmente approfondisco alcuni aspetti. In altri casi l’ispirazione nasce un semplice fatto di cronaca oppure parlando con le persone che incontro. Sono convinto che ognuno di noi è un “portatore sano” di narrazioni.

9. Due racconti (“Hells Bells” e “Cartoni… animati”) sono ambientati in Puglia. È stata una scelta casuale o ci sono particolari motivazioni che l’hanno spinta a descrivere luoghi e personaggi di tale regione?

Non credo molto alla casualità degli eventi. Dopo numerose partecipazioni a iniziative culturali in Basilicata, terra d’origine alla quale sono particolarmente legato, la Puglia sta entrando lentamente nella mia identità di scrittore e non solo come luogo di ispirazione di alcuni racconti. La casa editrice di Castellana Grotte, il premio Zingarelli che ho ricevuto lo scorso anno a Cerignola e l’ultimo riconoscimento che mi è stato conferito pochi giorni fa dalla giuria del Premio Seneca di Bari per una poesia sui desaparecidos argentini, rappresentano importanti tasselli di un percorso che mi sta portando sempre di più in Puglia.

10. Perché un ipotetico lettore dovrebbe leggere i suoi racconti?

Perché attraverso un mondo a tratti surreale, magico, onirico può intraprende un viaggio immaginario nel corso del quale potersi emozionare con il tango, la scena di Alfonsina Storni nelle acque di Mar del Plata, la vicenda di una bambina profuga siriana o le peripezie di un geniale clochard romano.

11. A quale racconto è più affezionato?

Non è facile scegliere tra le proprie opere. Ogni racconto ha una particolarità che può riguardare lo svolgimento della storia, le caratteristiche del protagonista o il contesto nel quale il racconto è inserito. Sono particolarmente colpito dal racconto “La ragazzina di Homs” poiché tale racconto è riuscito è arrivato dritto al cuore dei ragazzi di alcune scuole secondarie della Sardegna che hanno assegnato al testo in questione il Premio Scuola del Concorso internazionale di Sassari.

12. Mi parli di un suo desiderio da scrittore.

La realizzazione di un film ispirato a uno dei miei romanzi.

13. Perché ha scelto l’immagine di un Mimo sulla copertina?

Perché è un’immagine incredibilmente adatta al contenuto dei racconti inseriti nel libro. A tale proposito ringrazio l’amico fotografo Fabrizio Frioni per aver saputo cogliere l’essenza del messaggio che con questi racconti ho voluto trasmettere ai lettori: un pizzico di magia e tanta speranza.

 

Marxismo e femminismo: una linea d’indagine

Articolo tratto da ilSudEsttrasferimento

 

Il femminismo più in voga in Venezuela, come in tutto il continente latino-americano, fino agli anni ’60, fu quello di matrice liberale, basato su rivendicazioni di tipo giuridico e amministrativo (eguaglianza formale davanti alla legge, libertà economica, libertà di parola e partecipazione all’agorà pubblica). Tuttavia ben presto, numerose intellettuali e attiviste femministe, si resero conto che l’eguaglianza formale non basta e non è di fatto effettiva garanzia di parità. Una parte dei limiti del femminismo di orientamento liberale è denunciata, in toni in parte polemici secondo i casi, da pensatori del calibro di Friedrich Engels e August Bebel e da pensatrici come Aleksandra Kollontaj e Klara Zatkin (orientamento socialista o social-comunista) e Emma Goldman (orientamento anarchico), tra ottocento e novecento:

La tesi che distingue l’orientamento socialista da quello liberale sul problema dell’ emancipazione e liberazione della donna è riassumibile in termini molto generali come segue: le conquiste legali di uguaglianza formale fra uomini e donne non cambiano, se non in misura minima, le condizioni materiali di subordinazione delle donne (le cambiano, infatti, soltanto per una parte delle donne non lavoratrici, non proletarie), come le conquiste legali di uguaglianza formale fra proletari e non proletari (capitalisti e loro alleati di classe) non hanno cambiato le condizioni materiali su subordinazione dei proletari. Perché le condizioni di subordinazione materiale delle donne (di tutte, proletarie e non) e dei proletari cambino realmente e non solo formalmente, è necessario realizzare, tramite la rivoluzione comunista, una società socialista nella quale scompariranno tutte le forme di subordinazione: dei proletari (uomini e donne) rispetto ai capitalisti, delle donne (proletarie e non) rispetto agli uomini. L’interesse comune delle donne alla liberazione della loro subordinazione rispetto agli uomini è pertanto quello di allearsi con i proletari e affiancarli nella lotta per la rivoluzione e per il socialismo. Tematiche relative alla condizione di subordinazione della donna e alle possibilità di liberazione in una società socialista sono presenti nel corso dell’ Ottocento sia presso teorici “utopisti” (da R. Owen a C. Fourier ed altri) sia presso donne impegnate nelle lotte operaie dalla metà del secolo in poi (Flora Tristan, le donne del ’48 parigino, quelle della Comune del 1871).[1]

Engels affermò che le donne ebbero riconoscimento sociale e rispetto nel corso della storia fino all’arrivo del capitalismo. Nel suo libro “L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato” si afferma molto chiaramente che il rovesciamento dell’ordine sociale matristico segnò la grande sconfitta storica del sesso femminile in tutto il mondo:

La storia della famiglia risale al 1861, con la pubblicazione del Mutterrecht (6) di Bachofen. Qui l’autore fa le asserzioni seguenti:
1) che gli uomini all’inizio erano vissuti in un commercio sessuale promiscuo, che egli, con espressione inesatta, qualifica come eterismo;
2) che tale commercio esclude ogni certezza di paternità, che perciò la discendenza poteva essere calcolata solo in linea femminile, secondo il diritto matriarcale, e che ciò originariamente avvenne in tutti i popoli dell’antichità;
3) che in conseguenza di ciò, le donne, in quanto madri, cioè in quanto genitrici sicuramente note della giovane generazione, godevano di cosi grande autorità e rispetto che, secondo l’idea di Bachofen, si giunse fino al completo dominio della donna (ginecocrazia);
4) che il passaggio alla monogamia, in cui la donna apparteneva esclusivamente ad un uomo, rappresentò la violazione di un antichissimo comandamento religioso (cioè, in realtà, una violazione dell’antico tradizionale diritto alla stessa donna da parte degli altri uomini), violazione che doveva essere espiata o la cui tolleranza doveva essere acquistata mediante un temporaneo concedersi della donna.

Bachofen trova le prove di queste asserzioni in innumerevoli passi della letteratura classica antica, riuniti con un’indagine diligente. Secondo l’autore, l’evoluzione dall’«eterismo» alla monogamia e dal matriarcato al patriarcato avviene, in particolare presso i Greci, in seguito ad un’ulteriore evoluzione delle idee religiose, all’introduzione di nuove divinità, rappresentanti la nuova maniera di vedere, nel vecchio gruppo tradizionale delle divinità, che rappresentava il vecchio modo di vedere; cosicché quest’ultimo è spinto sempre più in secondo piano dal primo. Quindi non già lo sviluppo delle reali condizioni di vita degli uomini, bensì il riflesso religioso di queste condizioni di vita nella mente degli uomini stessi, è quello che, secondo Bachofen, ha causato i mutamenti storici nella reciproca posizione sociale dell’uomo e della donna.[2]

Lo status infimo delle donne nelle società antiche, che si manifestò soprattutto tra i greci dei tempi eroici, e ancor più in quelli di età classica, fu gradualmente migliorato, mascherato e, in alcuni luoghi, anche rivestito con forme più lievi ma non fu mai abolito. Engels affermò che la transizione dal comunismo primitivo a una società sempre più complessa in cui appare la proprietà privata e la stratificazione sociale, è legata alla nascita della famiglia patriarcale. Questo tipo di famiglia non si caratterizza solo per la monogamia e un rigoroso controllo della sessualità delle donne, ma anche dal primato della proprietà sulle vite degli individui (l’autorità si base sulla quantità delle ricchezze accumulate e sul potere economico dei padri). Nel momento in cui si procede alla specializzazione del lavoro, le donne saranno gradualmente escluse da alcune professioni e occupazioni e sarà loro impedito l’accesso all’istruzione. Anche se la nascita del patriarcato è avvenuta prima del capitalismo ed esso si è imposto ovunque, vi sono stati periodi della storia in parte “liberali” nei confronti delle donne e particolari aree geografiche in cui le donne hanno continuato a mantenere un certo riconoscimento sociale e un certo rispetto, nonostante queste società siano rimaste comunque minoritarie e isolate rispetto dal resto del mondo nettamente patriarcalizzato (sopravvivono in varie aree del mondo tribù o società ancestrali rigorosamente matristiche o matrifocali). A proposito di Engels, potremmo dire che il suo testo riporta imprecisioni archeologiche e antropologiche,[3] inoltre le scoperte dell’antropologia del Novecento hanno corretto alcune inesattezze di dati etnografici di Bachofen e Morgan cui si era ispirato Engels.

Tuttavia ben presto vennero sempre più alla luce fatti nuovi che non si inquadravano bene nella sua leggiadra cornice. McLennan conosceva solo tre forme di matrimonio: poligamia, poliandria e monogamia. Ma, una volta diretta l’attenzione su questo punto, si trovarono sempre più prove che presso popoli non sviluppati sussistevano forme di matrimonio nelle quali una serie di uomini possedeva in comune una serie di donne e Lubbock (The Origin of Civilization , 1870) riconobbe come un fatto storicamente provato questo matrimonio di gruppo (communal marriage).

Subito dopo, nel 1871, comparve Morgan con materiale nuovo e per molti aspetti decisivo. Egli si era convinto che il peculiare sistema di parentela vigente presso gli Irochesi fosse comune a tutti gli aborigeni degli Stati Uniti e che fosse quindi diffuso su tutto un continente, sebbene ciò sia in diretto contrasto con i gradi di parentela, quali risultano realmente dal sistema di matrimonio colà in vigore. Egli indusse allora il governo federale americano, in base a questionari e tabelle da lui stesso redatte, ad assumere informazioni sui sistemi di parentela degli altri popoli, e in base alle risposte scopri:
1) che il sistema di parentela indio-americano é in vigore anche in Asia e, in forma un po’ modificata, presso numerose tribù di popoli dell’Africa e dell’Australia;
2) che ciò si spiega completamente con una forma di matrimonio di gruppo già in via d’estinzione nelle Hawai ed in altre isole dell’Australia; e
3) che però, accanto a questa forma di matrimonio, nelle stesse isole é in vigore un sistema di parentela spiegabile soltanto con una forma ancora più primitiva di matrimonio di gruppo ora estinta. Egli pubblicò le notizie raccolte, con le connesse conclusioni, nei suoi Systems of Consanguinity and Affinity, 1871, e cosi portò il dibattito in un campo infinitamente più vasto. Prendendo le mosse dai sistemi di parentela, e ricostruendo le forme di famiglia ad essi corrispondenti, schiuse una nuova via di indagine e permise uno sguardo retrospettivo più ampio nella preistoria dell’umanità. Se questo metodo avesse acquistato validità, la leggiadra costruzione di McLennan sarebbe andata in fumo.

McLennan difese la sua teoria nella nuova edizione di Primitive Marriage (Studies in Ancient History, 1876). Mentre egli stesso combina una storia della famiglia, servendosi di pure ipotesi, in maniera estremamente artificiosa, pretende poi da Lubbock e da Morgan, non soltanto prove per ognuna delle loro osservazioni, ma prove di incontestabile validità, quali soltanto sono ammesse in un tribunale scozzese. E ciò fa quello stesso uomo che dallo stretto legame tra fratello della madre e figlio della sorella esistente presso i Tedeschi (Tacito, Germania, cap. XX), dal resoconto di Cesare (15) secondo cui tra i Britanni dieci o dodici uomini hanno in comune le loro donne, e da tutti gli altri resoconti degli antichi scrittori sulla Comunanza delle donne presso i barbari, trae senza esitare la conclusione che presso tutti questi popoli abbia dominato la poliandria. Si crederebbe di udire un pubblico accusatore che per aggiustare la sua tesi può permettersi ogni libertà, ma che pretende dal difensore, per ogni parola, la più formale prova giuridicamente valida.

Il matrimonio di gruppo sarebbe una pura immaginazione, egli afferma, e ricade con ciò molto più indietro di Bachofen. I sistemi di parentela di Morgan non sarebbero altro che semplici norme di cortesia sociale dimostrate dal fatto che gli Indiani si rivolgono anche ad uno straniero, ad un bianco, chiamandolo fratello o padre. E come se si volesse affermare che le denominazioni di padre, madre, fratello, sorella siano pure forme appellative prive di senso perché ci si rivolge anche a preti e badesse cattolici con l’appellativo di «padre» e «madre», e perché monaci e monache, e perfino frammassoni e membri di associazioni inglesi in seduta solenne si rivolgono la parola chiamandosi fratello e sorella. In breve la difesa di McLennan era miserevolmente debole.[4]

Tuttavia Engels ha il merito di essere stato il primo pensatore a dimostrare che la causa dell’oppressione delle donne non è affatto “naturale”, non nasce dal nulla e non è eterna, bensì è storicamente situata nella nascita dello stato, nella società suddivisa in classi e basata sulla proprietà privata. Quindi, la lotta per l’emancipazione delle donne è inseparabile dalla lotta per il socialismo che sostiene la trasformazione sociale, economica e politica della società e la fine delle classi sociali. Eppure non tutti i socialisti condivisero l’idea di emancipare e liberare le donne, ad esempio, i lasalleanos (seguaci di Ferdinand Lassalle) chiesero parità di diritti per le donne come parte del programma del partito. Ma pensavano comunque che le donne fossero creature inferiori e il loro luogo fosse la casa. Ritenevano che la vittoria del socialismo, assicurando un adeguato stipendio marito per la fornitura di tutta la famiglia, avrebbe fatto tornare le donne al loro habitat naturale. Tuttavia le correnti marxiste guidate da Liebknecht e Bebel si opposero a questa visione. Quest’ultimo nel 1883 pubblicò il libro “La donna e il socialismo”, che ha contribuito molto a trasformare la discussione sulla questione delle donne. Le opere di Bebel sono fondamentali per uno sviluppo delle idee di Engels. Si trattano di opere che spiegano le radici profonde dell’oppressione delle donne nel corso dei secoli. Bebel riteneva importante l’integrazione delle donne nella produzione industriale e la necessità per la rivoluzione socialista di aprire la strada alla liberazione delle donne. Il libro fece scalpore non solo in Germania ma in tutta Europa, e ha contribuito alla formazione di diverse generazioni di marxisti:

Per i marxisti non vi sono soluzioni storiche specificamente femminili al problema della donna nella società borghese. La soluzione dell’oppressione della donna non sta in particolari ricette giuridiche (eguaglianza per legge tra maschi e femmine, partecipazione democratica alla vita politica ecc.) come pretendono tutti i partiti e i movimenti democratici, né può̀ essere il risultato di una particolare educazione della donna, e dei maschi, come pretendono i movimenti «femministi». Ciò̀ non toglie che le rivendicazioni di parità̀ salariale, eguaglianza giuridica, eliminazione di ogni discriminazione fra i sessi ecc., e rivendicazioni più̀ specifiche che riguardano le condizioni di esistenza delle donne, riferite alla maternità̀, all’aborto e simili, facciano parte degli obiettivi immediati della lotta classista del proletariato; ma, per l’appunto, degli obiettivi immediati della lotta classista del proletariato, cioè̀ di una lotta che non si ferma all’involucro giuridico della società̀ borghese, ma punta molto più̀ in alto, alla distruzione della sovastruttura politica e della struttura economica e sociale del capitalismo. Analizzando gli elementi strutturali e sovrastrutturali della condizione femminile nella realtà̀ sociale del capitalismo e nella storia dello sviluppo delle forze produttive, dunque attraverso il materialismo storico e dialettico, il marxismo ha scoperto le vere cause storiche e materiali dell’oppressione della donna. «Secondo la concezione materialista – sostiene Engels nel suo «L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato» – il movente essenziale e decisivo al quale ubbidisce l’umanità consiste nella produzione e riproduzione della vita immediata, la qua- le, a sua volta, ha un duplice aspetto. Da un lato la produzione dei mezzi di esistenza, di tutto ciò che serve alla nutrizione, all’abbigliamento, all’abita- zione, e degli attrezzi di lavoro di cui gli uomini necessitano; dall’altro la procreazione degli uomini stessi, la continuazione della specie. Le istituzioni sociali sotto le quali vivono gli uomini in un’epoca determinata e in un dato paese sono strettamente legate a queste due specie di produzioni, da un lato per il grado di sviluppo del lavoro, dall’altro per quello della famiglia». Engels dimostra che la nascita della soggezione della donna non sta nel preteso egoismo del maschio o nella perdita di una supposta democrazia primitiva esistente nella società comunista primitiva che precedeva la formazione delle società divise in classi nel corso storico dello sviluppo delle società umane. La soggezione della donna nasce nel corso dello sviluppo delle forze produttive che ad un certo livello comporta il passaggio dal comunismo primitivo alla società classista. Con lo sviluppo della produzione e dei mezzi di produzione (concentrati in mano all’uomo non solo in ragione della forza fisica, ma anche perché non impegnato direttamente nella maternità e nell’allevamento della prole) il lavoro domestico perde gradualmente di importanza. [5]

È giusto e necessario ribadire in primo luogo, che Marx ed Engels nei loro scritti hanno denunciato l’oppressione delle donne fin dall’inizio, e in secondo luogo che all’interno del movimento sindacale vi furono diversi punti di vista sul tema. In conclusione, la questione delle donne fu sempre inquadrata all’interno della lotta di classe, combattendo le posizioni patriarcali e scioviniste all’interno del movimento socialista tra gli attivisti stessi. Questo non ci impedisce di riconoscere il contributo e la validità del pensiero marxista, nelle sue teorie circa l’origine di oppressione delle donne e la via da seguire per la loro completa emancipazione. Il marxismo si è sempre posto il problema della condizione femminile, infatti, nei Manoscritti del 1844 Marx respinge apertamente il comunismo rozzo nel quale la donna, finalmente sottratta alla prigione della famiglia borghese, diventa “la preda e la serva del piacere della comunità̀”:

[…] infine tale movimento che consiste nell’opporre la proprietà privata generale alla proprietà privata, si esprime in una forma animale come la seguente: al matrimonio (che è indubbiamente una forma di proprietà privata esclusiva) si contrappone la comunanza delle donne, dove la donna diventa proprietà della comunità, una proprietà comune. Si può dire che questa idea della comunanza delle donne è il mistero rivelato di questo comunismo ancor rozzo e materiale. Allo stesso modo che la donna passa da matrimonio alla prostituzione generale, cosí l’intero mondo della ricchezza, cioè dell’essenza oggettiva dell’uomo, passa dal rapporto di matrimonio esclusivo col proprietario privato al rapporto di prostituzione generale con la comunità.

Nel rapporto con la donna, in quanto essa è la preda e la serva del piacere della comunità, si esprime l’infinita degradazione in cui vive l’uomo per se stesso: infatti il segreto di questo rapporto ha la sua espressione inequivocabile, decisa, manifesta, scoperta, nel rapporto del maschio con la femmina e nel modo in cui viene inteso il rapporto immediato e naturale della specie. Il rapporto immediato, naturale, necessario dell’uomo con l’uomo è il rapporto del maschio con la femmina. In questo rapporto naturale della specie il rapporto dell’uomo con la natura è immediatamente il rapporto dell’uomo con l’uomo, allo stesso modo che il rapporto con l’uomo è immediatamente il rapporto dell’uomo con la natura, cioè la sua propria determinazione naturale.[6]

Sotto le ceneri del capitalismo restano le braci di una ‘mentalità del possesso” che continua a convalidare la proprietà privata sotto forma di proprietà nazionalizzata e quindi di tutti; questo vale per la terra come per la donna, non più proprietà esclusiva di qualcuno ma in comune a molti. La II Internazionale sostenne la lotta delle suffragette. Tuttavia, anche questa volta le posizioni si sono divise tra chi ha sostenuto il diritto di voto solo per gli uomini e i sostenitori di un suffragio universale inclusivo anche per le donne. Il leader politico più importante del momento fu una donna, la femminista marxista della II E III Internazionale Clara Zetkin, un membro della SPD. Questo partito chiese diritti politici per tutti e tutte, indipendentemente dal sesso, e l’abolizione di tutte le leggi che discriminano le donne. Il giornale gestito da Clara Zetkin, è stato uno dei più importanti quotidiani delle donne nel mondo, la cui diffusione superò le 100 mila copie fino al 1912. Clara Zetkin proprio durante la Terza Internazionale fu accusata da molti membri del partito di commettere un “diversivo-sociale” e di prestare troppa attenzione a questioni futili, ma in difesa della Zetkin si schierò  Lenin che, sostenendo che  la purezza dei principi non possa entrare in collisione con le esigenze storiche della politica rivoluzionaria, pertanto difese la necessità di sollevare rivendicazioni speciali a nome di tutte le donne, degli operai e dei contadini e anche per le donne delle classi possidenti, che soffrono anche della società borghese. Lenin considerava indispensabile il lavoro di “demistificazione” del moralismo borghese, per coniare una nuova “morale” più inerente alle necessità storiche ed ai mutamenti sociali:

Before I could answer, Lenin continued: “Your list of sins, Clara, is still longer. I was told that questions of sex and marriage are the main subjects dealt with in the reading and discussion evenings of women comrades. They are the chief subject of interest, of political instruction and education. I could scarcely believe my ears when I heard it. The first country of proletarian dictatorship surrounded by the counter-revolutionaries of the whole world, the situation in Germany itself requires the greatest possible concentration of all proletarian, revolutionary forces to defeat the ever-growing and ever-increasing counter-revolution. But working women comrades discuss sexual problems and the question of forms of marriage in the past, present and future. They think it their most important duty to enlighten proletarian women on these subjects. The most widely read brochure is, I believe, the pamphlet of a young Viennese woman comrade on the sexual problem. What a waste! What truth there is in it the workers have already read in Bebel, long ago. Only not so boringly, not so heavily written as in the pamphlet, but written strongly, bitterly, aggressively, against bourgeois society.[7]

Lenin criticò le sezioni nazionali del Comintern che adottarono un atteggiamento passivo, adottando una politica attendista per la creazione di un movimento di massa delle donne che lavorano sotto la guida comunista. Egli ha attribuito la debolezza del lavoro sulle donne nell’Internazionale, la persistenza d’idee sessiste che hanno portato alla sottovalutazione dell’importanza vitale di costruire un movimento di massa delle donne.  In breve, i marxisti sostengono la difesa delle rivendicazioni democratiche che interessano le donne, ma solo come parte di un programma di transizione verso la rivoluzione socialista, sempre con l’intento di attrarre più donne al movimento socialista, soprattutto le donne lavoratrici.[8] Per quanto riguarda i diritti ottenuti durante la rivoluzione in un paese arretrato come la Russia per quanto riguarda le questioni morali e culturali, con un enorme carico di preconcetti radicati da secoli quello che generalmente caratterizza prevalentemente i paesi contadini, la questione dell’emancipazione delle donne assunte in quei tempi difficili per lo stato dei giovani lavoratori, subì notevoli progressi. Fin dai primi mesi della sua esistenza, lo Stato rivoluzionario cominciò a creare istituzioni come mense operaie e asili infantili modello (per l’epoca, estremamente avanzati nei metodi pedagogici) per liberare le donne dai lavori domestici. Tutte le leggi che ponevano le donne in condizione di disparità rispetto agli uomini sono state abolite. Ivi comprese quelle concernenti il divorzio che fu velocizzato e facilitato (reso meno dispendioso e più breve), i figli illegittimi furono equiparati giuridicamente a quelli legittimi e fu introdotto il diritto agli alimenti per la donne economicamente fragili o dipendenti ed i loro figli. Così, la Russia sovietica, solo nei primi mesi della sua esistenza, fece più per l’emancipazione delle donne rispetto a qualsiasi paese capitalista più avanzato in quel momento storico. Poco più di un mese dopo la rivoluzione, due decreti stabilirono il matrimonio civile con il permesso il divorzio a richiesta di entrambi i partner, realizzando molto più del Ministero della giustizia pre-rivoluzionario.[9] I divorzi sono aumentati nel periodo successivo. Un Codice completo sul matrimonio e sulla famiglia, ratificato nell’ottobre 1918 dall’organo statale, dal Comitato Esecutivo Centrale (CEC), ha spazzato via secoli di potere patriarcale e ecclesiastico e stabilì una nuova dottrina basata sui diritti individuali e sull’uguaglianza dei sessi. I bolscevichi abolirono anche tutte le leggi contro gli atti omosessuali. La posizione bolscevica è stata spiegata in un opuscolo di Grigorii Batkis, direttore dell’Istituto d’igiene sociale di Mosca, la rivoluzione sessuale in Russia (1923).[10] Purtroppo, con l’arrivo di Stalin al potere, fu imposta una rigida burocrazia, che provocò un enorme calo delle conquiste fatte dalle donne nella Rivoluzione d’Ottobre. La retorica della famiglia ritornò in auge, l’aborto tornò di nuovo essere illegale, il divorzio divenne sempre più difficile, l’omosessualità tornò a essere un crimine, gli asili sono stati chiusi o le loro ore di apertura furono ridotte. Nel suo libro (1936) “La rivoluzione tradita” Trotsky dedicò un intero capitolo alle conseguenze della reazione stalinista sulle donne e la famiglia, dal titolo “La famiglia, i giovani e la cultura”:

The October revolution honestly fulfilled its obligations in relation to woman. The young government not only gave her all political and legal rights in equality with man, but, what is more important, did all that it could, and in any case incomparably more than any other government ever did, actually to secure her access to all forms of economic and cultural work. However, the boldest revolution, like the “all-powerful” British parliament, cannot convert a woman into a man – or rather, cannot divide equally between them the burden of pregnancy, birth, nursing and the rearing of children. The revolution made a heroic effort to destroy the so-called “family hearth” – that archaic, stuffy and stagnant institution in which the woman of the toiling classes performs galley labor from childhood to death. The place of the family as a shut-in petty enterprise was to be occupied, according to the plans, by a finished system of social care and accommodation: maternity houses, creches, kindergartens, schools, social dining rooms, social laundries, first-aid stations, hospitals, sanatoria, athletic organizations, moving-picture theaters, etc. The complete absorption of the housekeeping functions of the family by institutions of the socialist society, uniting all generations in solidarity and mutual aid, was to bring to woman, and thereby to the loving couple, a real liberation from the thousand-year-old fetters. Up to now this problem of problems has not been solved. The forty million Soviet families remain in their overwhelming majority nests of medievalism, female slavery and hysteria, daily humiliation of children, feminine and childish superstition. We must permit ourselves no illusions on this account. For that very reason, the consecutive changes in the approach to the problem of the family in the Soviet Union best of all characterize the actual nature of Soviet society and the evolution of its ruling stratum.

It proved impossible to take the old family by storm – not because the will was lacking, and not because the family was so firmly rooted in men’s hearts. On the contrary, after a short period of distrust of the government and its creches, kindergartens and like institutions, the working women, and after them the more advanced peasants, appreciated the immeasurable advantages of the collective care of children as well as the socialization of the whole family economy. Unfortunately society proved too poor and little cultured. The real resources of the state did not correspond to the plans and intentions of the Communist Party. You cannot “abolish” the family; you have to replace it. The actual liberation of women is unrealizable on a basis of “generalized want.” Experience soon proved this austere truth which Marx had formulated eighty years before.[11]

Questo libro spiega le cause materiali che impedirono alla rivoluzione di fornire le necessarie alternative al sistema familiare nucleare,  il motivo per cui la burocrazia fu costretta a rafforzare la famiglia tradizionale e approfondire l’oppressione delle donne. [12] In questo lavoro Trotskij ha avvertito che la rivoluzione socialista fu solo una delle misure necessarie per ottenere la liberazione delle donne, come l’ottenimento dell’uguaglianza politica e il diritto al lavoro, ciò fu senz’altro un grande risultato ma le condizioni non furono sufficienti per raggiungere una reale parità tra uomini e donne. L’istituzionalizzazione dell’uguaglianza politica tra uomini e donne nello stato sovietico fu solo uno dei problemi, e il più semplice da risolvere. Più difficile fu il problema di istituire una reale parità nel lavoro, e il raggiungimento di una vera parità nella famiglia fu un problema infinitamente più difficile.

Cito di seguito:

…There are sincere observers who are, especially upon the question of children, shaken by the contrast here between high principles and ugly reality. The mere fact of the furious criminal measures that have been adopted against homeless children is enough to suggest that the socialist legislation in defense of women and children is nothing but crass hypocrisy. There are observers of an opposite kind who are deceived by the broadness and magnanimity of those ideas that have been dressed up in the form of laws and administrative institutions. When they see destitute mothers, prostitutes and homeless children, these optimists tell themselves that a further growth of material wealth will gradually fill the socialist laws with flesh and blood. It is not easy to decide which of these two modes of approach is more mistaken and more harmful. Only people stricken with historical blindness can fail to see the broadness and boldness of the social plan, the significance of the first stages of its development, and the immense possibilities opened by it. But on the other hand, it is impossible not to be indignant at the passive and essentially indifferent optimism of those who shut their eyes to the growth of social contradictions, and comfort themselves with gazing into a future, the key to which they respectfully propose to leave in the hands of the bureaucracy. As though the equality of rights of women and men were not already converted into an equality of deprivation of rights by that same bureaucracy ! And as though in some book of wisdom it were firmly promised that the Soviet bureaucracy will not introduce a new oppression in place of liberty.

How man enslaved woman, how the exploiter subjected them both, how the toilers have attempted at the price of blood to free themselves from slavery and have only exchanged one chain for another – history tells us much about all this. In essence, it tells us nothing else. But how in reality to free the child, the woman and the human being? For that we have as yet no reliable models. All past historical experience, wholly negative, demands of the toilers at least and first of all an implacable distrust of all privileged and uncontrolled guardians.[13]

Marx era a favore dell’inclusione delle donne come agenti attivi nell’attività politica, e nel 1871 promosse una norma, approvata dall’Internazionale, in cui auspicò la creazione di sezioni politiche femminili. A quel tempo le condizioni di arretratezza raramente offrivano alle donne l’opportunità di essere attive in politica o di partecipare a riunioni. Per quanto riguarda Engels, nel suo già citato libro “L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato”, criticò la divisione primitiva del lavoro tra i sessi, ma notò che all’interno delle società comuniste primitive la divisione del lavoro tra uomini e donne era causata da esigenze pratiche, e non da un significava il dominio di un sesso sull’altro, come sarebbe accaduto in seguito nelle comunità agricole che hanno portato agli Stati arcaici  in cui fu istituita la “proprietà privata” e la conseguente sottomissione della donna. Gerda Lerner invece confuta le intuizioni di Engels sulla divisione del lavoro. Nella definizione di Gerda Lerner riportata da Marìa-Milagros Rivera, il Patriarcato è “la manifestazione e istituzionalizzazione del dominio maschile sulle donne e i bambini nella famiglia ed estensione del dominio maschile sulle donne alla società in generale”. [14]La stessa Marìa-Milagros Rivera afferma che i patriarchi sono gli uomini che controllano il corpo femminile, soprattutto in famiglia. Il controllo delle donne e dei bambini è essenziale tanto quanto la codificazione per la ragione di sesso-genere dell’uso di spazio materiale e simbolico. Secondo la filosofa Susan Moller Okin, la famiglia è un’arena cruciale per le questioni di giustizia: è il perno delle ineguaglianze in società, per molteplici ragioni. Pensiamo in particolar modo ai lavori domestici non retribuiti (e soprattutto maldistribuiti) che vanno di pari passo con l’iniqua spartizione – fra i genitori – delle cure alle bambine e ai bambini; evidenziamo ancora una volta il momento fondamentale della socializzazione: se i suoi membri sono educati nei ruoli di genere “tradizionali”, è logico che questi ultimi (con le loro disparità e perversioni) continuino a riprodursi. Preso atto che questo assetto della famiglia è “normale”, salterà agli occhi che la base delle altre disuguaglianze sono proprio le disuguaglianze al suo interno.[15] Oggi sappiamo che non esiste una sola formula e un unico modello della divisione sessuale del lavoro, ma il lavoro concreto svolto da uomini e donne è molto diverso a seconda della cultura e l’ambiente geografico e sociale in cui le persone vivono. Tuttavia le diseguaglianze in ambito famigliare permangono nella stragrande maggioranza delle società:

Tanto per incominciare il lavoro familiare (cioè la cura dell’infanzia ed i lavori domestici) è soprattutto a carico delle donne (dal doppio al triplo): a questo proposito sono state coniate varie espressioni come “il secondo turno”, “la giornata tripla”, “la moglie infatica”. Non si può evitare di pensare che lo sfruttamento nelle pareti domestiche abbia rilevanti conseguenze sulle concrete opportunità professionali delle donne. Se è vero che si sono vinte molte battaglie riguardo l’accesso e la stabilità nel mercato del lavoro ed anche per il riconoscimento di un salario equo, (benché in nessuno Stato la condizione socioeconomica di donne e uomini sia ancora paritaria), le Corti Costituzionali non si mostrano altrettanto sensibili alla situazione delle famiglie. Si dovrebbero invece indagare: il valore che si dà al lavoro domestico, le aspettative su chi si debba sobbarcare la responsabilità dell’allevamento delle figlie e dei figli, il fatto che le donne a capo della famiglia siano o meno protette, il fatto che i matrimoni diano o meno ai mariti il controllo sulle proprietà delle donne, le regole sugli alimenti, e svelare come tutti questi fattori abbiano un grande impatto sul benessere socioeconomico delle donne…[16]


[1] Restaino Franco, Cavarero Adriana, Le filosofie femministe, Paravia scriptorium, Torino, 1999, p. 27-28.

[2] Engels Friedrich, L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato, www.resistenze.org,  materiali resistenti in linea – iper-classici – 29-12-05 a 110 anni dalla scomparsa di Friedrich Engels,
trascrizione e conversione in html a cura del CCDP, Prefazione alla prima edizione del 1884, su internet: http://www.resistenze.org/sito/ma/di/ce/mdce5n29.htm, consultato il 30/04/2017.

[3] Ibidem.

[4] Ibidem

[5] Bebel August, La donna e il socialismo, Testi del marxismo rivoluzionario 2, Editions Programme – Edizioni Il Comunista, International Communist Party, Milano, 2016, p.1, su internet: http://www.pcint.org/40_pdf/18_publication-pdf/IT/donna-socialismo-bebel-w.pdf, consultato il 30/04/2017.

[6] K. Marx, Manoscritti economico-filosofici del 1844, Einaudi, Torino, 1949, pp. 119-120

[7] Clara Zetkin, Lenin on the Women’s Question, from My Memorandum Book, Source: The Emancipation of Women: From the Writings of V.I. Lenin;
Publisher: International Publishers; Transcribed: Sally Ryan, da Marxisti Internet Archive, 2004, su internet: https://www.marxists.org/archive/zetkin/1920/lenin/zetkin1.htm , consultato il 30/04/2016.

[8] Restaino Franco, Cavarero Adriana, Le filosofie femministe, Paravia scriptorium, Torino, 1999, p. 27-28.

[9] Ibidem.

[10] Mieli Mario, Elementi di critica omosessuale, ovvero, la gioia dell’invenzione, Feltrinelli, Milano, 2002, p. 90.

[11] Trotsky Leon, The Revolution Betrayed, Chapter 7
Family, Youth and Culture, Thermidor in the Family, Translated by Max Eastman.
Transcribed for the Internet: by Zodiac between August 1993 and March 1996. Su internet: https://www.marxists.org/archive/trotsky/1936/revbet/ch07.htm

[12] Smith Sharon, Gender and Sexuality, Women’s liberation:
 The Marxist tradition,International Socialist Rewiew,  su internet:  http://isreview.org/issue/93/womens-liberation-marxist-tradition, consultato il 30/04/2017.

[13] Trotsky Leon, The Revolution Betrayed, Chapter 7
Family, Youth and Culture, Thermidor in the Family, Translated by Max Eastman.
Transcribed for the Internet: by Zodiac between August 1993 and March 1996. Su internet:https://www.marxists.org/archive/trotsky/1936/revbet/ch07.htm

[14] Pibia Silvia, Itinerari del femminismo filosofico il dibattito spagnolo ed oltre, Università degli Studi di Cagliari, Facoltà di Lettere e Filosofia,  Corso di Laurea in Filosofia e Storia delle idee Filosofiche,  Anno accademico 2006-2007, p. 44, su internet: https://www.academia.edu/22663423/ITINERARI_DEL_FEMMINISMO_FILOSOFICO

[15] Ibidem

[16] Ivi, p. 45.

 

Il Socialismo-Rivoluzionario di Flora Tristan

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Dal saggio: @Socialfemminismo

La causa socialista si fortifica decisamente grazie a Flora Tristan, pioniera dell’antropologia sociale. Classe 1803, parigina, nasce nella villa del colonnello Mariano Tristan y Moscoso, erede di una famiglia di possidenti spagnoli nella colonia del Perù. Alla morte del padre a soli 4 anni, Flora e la madre cadono in povertà a causa del mancato valore legale del matrimonio con Moscoso. Tristan vive una giovinezza di stenti e costrizioni, da quando la madre la obbliga a lavorare nella bottega dell’incisore André Chazal e a sposarlo. Lui scommette e beve, picchia la giovane moglie, che in pochi anni perde due figli su tre. Alla prima occasione Flora fugge nel Regno Unito, dove lavora come dama di compagnia. In seguito salpa dall’Italia e approda in Perù alla ricerca di una parte dell’eredità nelle mani dei parenti di Moscoso. Nel paese andino Tristan ha modo di confrontare le condizioni delle comunità locali con quelle europee, sperimentando una curiosità intrepida che l’accompagnerà per tutta l’esistenza. Di fatto s’inventa un mestiere, sovvertendo i dogmi patriarcali che vietano alle donne di viaggiare e ragionare nel dibattito pubblico. Nei suoi diari peruviani descrive una società post coloniale bellicosa, infestata da corruzione nei gangli delle nuove istituzioni di tipo feudale, superstizioni e arretratezza culturale. Quel che più ripugna Tristan è lo sfruttamento degli indios che comporta anche la sottomissione delle donne. Rientrata in Francia, viene perseguitata dal marito Chazal, ansioso di vendetta. L’uomo, non pago di averla bersagliata di denunce per l’abbandono, prova a rapire Flora e la figlia Alina, che lo accusa anche di un tentato stupro; infine spara all’ex convivente ferendola gravemente al polmone. I giudici condannano l’aspirante uxoricida a vent’anni di lavoro obbligatorio, rafforzando in Tristan la convinzione che la donna sia “paria di nascita, serva di condizione, infelice per dovere”, poiché “l’uomo più oppresso del mondo ha il potere di opprimere un altro essere umano, la moglie: la donna è la proletaria del proletariato”.582 La compagna Flora intende superare l’astrattismo teorico di Saint Simon, Proudhon e Fourier, con il quale discute alla pari. Non è chiaro se lo stilema, la cui ricchezza linguistica si fregia di licenze grammaticali, sia una geniale anticipazione dei movimenti del XX secolo. Certamente il contenuto è d’avanguardia. L’intellettuale di origini peruviane scrive per gli operai, anziché degli operai, fissa il centro del proprio raggio d’azione nella conoscenza diretta dell’oppressione. Perciò Tristan si reca a Londra a denunciare le condizioni subumane del proletariato: “La divisione del lavoro spinta fino all’estremo limite, che ha fatto fare così tanti progressi alla produzione, ha annichilito l’intelligenza riducendo l’uomo a semplice ingranaggio di una macchina (…) Alla maggior parte degli operai mancano vestiti, letto, mobili, fuoco, alimenti sani, spesso addirittura le patate!… Restano per dodici o quattordici ore al giorno chiusi in ambienti bassi dove respirano, assieme all’aria viziata, filamenti di cotone, lana, lino; residui di rame, piombo, ferro, ecc, e passano di frequente da un cibo insufficiente a bevute eccessive: così, tutti quegli infelici sono deperiti, rachitici, malaticci; hanno corpi smagriti, accasciati, membra deboli, colorito pallido, occhi smorti”583. L’ispezione nelle fabbriche e nelle manifatture, ostacolata da capi reparto omertosi, è una magnifica pagina di giornalismo d’inchiesta: “Da quando conosco il proletariato inglese, la schiavitù, ai miei occhi, non è più il maggior male dell’umanità: almeno lo schiavo è sicuro, vita natural durante, del pane quotidiano e di essere curato se si ammala; mentre non esiste nessun legame tra l’operaio inglese e il padrone. Se quest’ultimo non ha lavoro da dare, l’operaio muore di fame; se poi si ammala, muore sulla paglia del suo giaciglio, a meno che, in fin di vita, non sia ammesso in un ospedale: infatti riuscire a entrarvi è un privilegio. Se l’operaio diventa vecchio, se resta storpio per un incidente, viene licenziato e costretto a chiedere l’elemosina di nascosto, per paura di essere arrestato”.584 Analizzando il grande potere economico degli industriali inglesi, la studiosa ne prevede il declino: “(Il Regno Unito) Finirà di essere più ricco delle altre nazioni non appena verranno fatte rappresaglie nei suoi confronti; credo perfino che si impoverirà alquanto; perché laggiù il lavoro è ancor meno organizzato nell’interesse del proletario, di quanto non lo sia sul continente; perché la donna non è libera di lavorare o di avere una professione e la sua fortuna economica è priva di garanzie; per finire, perché i pregiudizi la schiacciano con un peso molto maggiore rispetto a qualsiasi altro paese”.585 Il nodo è l’egemonia culturale: “Si dà il caso che la scuola, la Chiesa e la stampa siano complici degli oppressori. Credete forse che, se il popolo inglese fosse stato educato nei principi di libertà e eguaglianza, se avesse imparato a considerare come la resistenza all’oppressione sia non solo il diritto naturale dell’uomo ma che, per giunta, quando il popolo venga oppresso, diventa un sacro dovere insorgere; credete sopporterebbe che lords, legislatori per diritto di nascita, proprietari terrieri feudali, facessero a suo danno leggi da fame per vendergli il grano più caro?”.586 In Francia Flora Tristan visita le città industriali, confida nella presa di coscienza dei portuali di Tolone, degli operai di Lione e delle lavandaie di Nîmes, costrette a lavare la biancheria con metà del corpo immerso nell’acqua: “Ecco molte donne condannate, per guadagnarsi il pane, a malattie dell’utero, a reumatismi acuti, a gravidanze dolorose, ad aborti, insomma a tutti i mali immaginabili (…) Loro, non trovano neanche un filantropo, neppure un giornalista, che reclami in loro favore!”587 “Giusto al fin della licenza”588 Tristan tocca, disvelando già il conformismo della gauche caviar. E’ lei sola a denunciare la viltà dei colleghi e a criticare il mancato impegno politico di George Sand, accusata di usare le storie degli umili per vendere romanzi589. Il senso di giustizia che l’anima non può tollerare il cinismo borghese: “Lord Brougham, uno dei più forsennati antropofagi moderni, alla Camera dei pari ha proferito le seguenti parole, col sangue freddo del matematico che fa una dimostrazione: “Poiché è impossibile riuscire a portare la sussistenza al livello delle necessità della popolazione, occorre sforzarsi di far scendere la popolazione al livello della sussistenza”.590 Mentre incrocia gli esiti delle ricerche antropologiche, Tristan elabora una proposta rivoluzionaria, anticipatrice dell’idea di Marx ed Engels: l’unione di tutte le associazioni operaie. E’ lo sbocco necessario per il proletariato industriale che in Inghilterra ha dato vita alle trade unions e si sta raccogliendo attorno al movimento cartista guidato da Feargus O’ Connor, il cui giornale Northern Star supera le 50mila copie. I padri del comunismo contribuiscono alla formazione delle idee cartiste sul diritto al lavoro, discutendo del plusvalore sottratto al salariato e riflettendo sulle ipotesi di abolizione della proprietà privata. In quella fase, mentre Karl Marx ha appena esordito sulle pagine della <Gazzetta renana>591, Flora Tristan sollecita a contattare più compagni possibili592 andando di persona, “col mio progetto d’unione in mano, di città in città da un capo all’altro della Francia per parlare agli operai che non sanno leggere e a quelli che non hanno il tempo di leggere”593. L’analfabetismo all’epoca è molto diffuso: 4.196 comuni non hanno una scuola.594 Tristan prefigura la costruzione di palazzi che fungano da residenze sanitarie, pensioni dei lavoratori e scuole per i loro figli. Il modello è analogo a quello dei falansteri di Fourier, con la sostanziale differenza che non si tratta di idealizzare un’intera società del futuro ma di coltivare un progetto graduale e sostenibile economicamente. Infatti l’Unione avrebbe finanziato i palazzi con il contributo volontario degli operai, proprio come si andranno a organizzare i sindacati e i partiti di massa. Per cercare di influenzare il Parlamento, gli unionisti avrebbero delegato un avvocato in rappresentanza degli interessi proletari prendendo spunto dal popolo irlandese alla Camera dei Comuni del Regno Unito595. Il materialismo socialfemminista che offre Tristan è degno della miglior ingegneria sociale e politica. Nel reclamare i diritti si pone dall’angolatura dei maschi oppressi, cui spiega la ragione strutturale dell’ingresso delle donne nel lavoro: “Le industrie, vedendo le operaie lavorare più in fretta e a metà prezzo, licenziano ogni giorno gli operai delle fabbriche e li sostituiscono con operaie. Così l’uomo incrocia le braccia e muore di fame sul marciapiede! E’ il modo in cui si sono comportati i capi delle manifatture in Inghilterra. Una volta messi su questa strada, vengono licenziate le donne per sostituirle con bambini di 12 anni! Si economizza mezzo salario! Alla fine, si arriva a non assumere altro che bambini di sette e otto anni. Lasciate correre un’ingiustizia, e siate sicuri che ne genererà a migliaia”.596 In secondo luogo l’antropologa franco-peruviana enuncia i benefici che il proletario e la vita familiare trarrebbero da una società femminista: “Trovando nella moglie intelligenza, buon senso, pensieri elevati, potrà parlare con lei di argomenti seri, comunicarle i suoi progetti, lavorare ai mezzi di migliorare ulteriormente la loro posizione”. Discorso simmetrico per la sfera pubblica: “E’ evidente che la ricchezza crescerà indefinitamente, il giorno in cui le donne saranno chiamate ad apportare nell’attività sociale la loro parte di intelligenza, forza, capacità. E’ facile capirlo, come due e due fanno quattro”. Ergo, spetta “a voi operai stabilire finalmente sulla terra il regno della giustizia e dell’assoluta uguaglianza fra donna e uomo. Date al mondo un grande esempio, un esempio proverà ai vostri oppressori che volete trionfare col diritto e non con la forza bruta”.597 Essenziale e incisiva. Troppo, per l’androcrazia capitalista. Politici e giornalisti ricoprono d’infamie Tristan, disprezzandone le origini, la polizia governativa la pedina e ne sequestra gli scritti. Benché malata, Flora sèguita a propagandare senza sosta l’Unione a Lione, a Nimes, infine a Bordeaux, dove muore l’11 novembre 1844. Gli operai della città della Guascogna le dedicheranno un monumento, mentre per la memoria piccolo borghese Tristan resterà la nonna del pittore Paul Gauguin.

Santachiara, Stefano.

SocialFemminismo: Rivoluzioni storiche delle donne, repressione e conservazione al maschile (Italian Edition) (posizioni nel Kindle 3523-3608). DigitalPress. Edizione del Kindle.

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Esempio di negazionismo omo-patriarcale: risposta di Lino Milita ad Andrea Zhok

 

 

21 aprile 2017 giovane-donna-che-ottiene-oppressa-al-banco-11945933
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RISPOSTA LINO MILITA AD ANDREA ZHOK
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Professor Andrea Zhok , da un post che esponeva una perplessità nell’attribuire la causa del fenomeno storico e sociale del <<patriarcato>> alle “donne” e in particolare all’interno dei ruoli di “madre”, da parte di coloro che si presentano come femministe, e da una sua iniziale adesione a questo apparente paradosso, Lei ha poi espresso alcuni elementi di critica non solo verso la attendibilità della causa, ma anche sulla effettiva validità nell’incidere del fenomeno sociale del patriarcato nel vivere quotidiano nell’Occidente. E in questo occidente denominato Italia.
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Lei definisce il “Patriarcato” come una categoria antropologica indicante un modello di sistema sociale dove ai maschi è riservato il potere politico, il potere legale all’interno della famiglia e la proprietà economica (con la possibilità dei soli maschi di comparire nella linea ereditaria) e che nessuna di queste caratteristiche compare in nessun sistema sociale occidentale moderno, se non nel senso di essere affermate attraverso la loro proibizione in termini di legge.
Le rispondo:
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SISTEMA FORMALE GIURIDICO
Un sistema sociale ha ruoli e norme che permettono di descrivere, orientare, predire interazioni sociali tra agenti sociali. Una caratteristica degli agenti sociali è quella di genere. Il genere non è più utilizzato nei sistemi legali formali in gran parte delle entità statuali odierne in ogni continente. All’interno del nucleo famigliare nei dispositivi della dottrina e nelle prescrizioni normative, non esistono riferimenti diretti dove il genere sia fondante. E questa è una conquista se così si può dire degli ultimi tre secoli. La donna non è venduta da una famiglia all’altra, o da un clan all’altro come moglie in cambio di vacche, o come prestatore d’opera per cura, assistenza, maternità (ometto il termine schiavo che era onnicomprensivo anche dei maschi). Le donne hanno il diritto di voto e la possibilità di accedere alle cariche politico-istituzionali. Sì. Le donne hanno un codice fiscale e sono di fatto, nella maggiore età, soggetti giuridici per intraprendere qualsiasi attività economica e con la facoltà e il titolo di possesso e godimento dei beni. Secondo tale descrizione il “patriarcato” sembra evaporato. Annullato. L’elemento comune nei tempi e nei luoghi del pianeta in cui è stata definita la categoria antropologica di patriarcato, è riferito all’agente sociale avente la facoltà di preminenza e di etero determinazione in quanto è maschio. La facoltà era tale per uso e consuetudine come scritto negli studi di antropologia e di etnologia dei secoli passati. Il punto è che proprio nelle scienze afferenti alla antropologia culturale e simbolica e tanto più alla etnologia, il sistema legale è sì un luogo di descrizione di tali interazioni sociali, ma non ne è l’esclusivo.
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CRITICA PROCESSO STORICO IRREVERSIBILE
Certamente se ci si attiene nel campo normativo, tutto sembrerebbe risolto, ma si apre per converso il campo alla evidenza avversa dei valori culturali e delle azioni a livello micro (nuclei famigliari) e macro (luoghi di formazione, lavoro, partecipazione al vivere civile). Una contro risposta è riferita alla ipotesi di un processo storico irreversibile secondo il quale nelle condizioni tecnologiche e culturali attuali, le forme di preminenza dei “maschi” in quanto maschi siano residuali e prossime ad una loro attenuazione sempre più estesa. E tale processo storico è avvalorato da un giudizio predittivo secondo il quale gli stessi meccanismi di potere e di gestione dei conflitti, per essere più efficienti negli apparati di oggi, hanno la necessità di togliere tale limite biologico; eventualmente di ripartire le quote di potere in altre caratteristiche economiche, e di valori e linguaggi più efficaci, e senz’altro astratti rispetto alla corporeità.
L’affermazione della scomparsa del fenomeno del patriarcato nei sistemi normativi e la progressiva dissoluzione nei rapporti sociali, ha però una impostazione ambivalente: da un lato si ritiene la scomparsa come un dato di fatto, nel senso che la stessa affermazione di un sistema sociale che ha il suo lato giuridico e normativo nei termini della universalità e nella formalità delle leggi e delle prescrizioni e loro esecutività, è già la esclusione di un sistema normativo avente il patriarcato come uno degli elementi costitutivi, dall’altro si ammette che tale fenomeno antropologico esiste e che si ritiene in progressiva dissoluzione nel tempo. La stessa presenza di questo assetto normativo è la garanzia della scomparsa e la convinzione della sua totale e completa dissoluzione. Da un lato è una teoria comparativa e dall’altro un modello predittivo esplicativo. Forse da un punto di vista logico tutto ciò apre il campo a differenti petizioni di principio e false causazioni. Questa ambivalenza esprime anche la convinzione ulteriore che l’assetto formale esprima la completa descrizione dei rapporti sociali di genere in atto, e che le distonie siano irrilevanti e che la stessa riconoscibilità dei fenomeni devianti (patriarcali) siano non significativi.
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AMBIGUE RIVENDICAZIONI
Il dibattito odierno a livello politico e associativo qui in Italia, contribuisce a questa IPOTESI che è usata sia come certificazione della descrizione e poi come strumento di analisi (e non invece come un oggetto di ricerca e di prova), e quindi con tutte le aporie metodologiche che ne conseguono. Un esempio, e lei stesso prof. Zhok lo ha riportato, è il numero di “femminicidi” e di omicidi e di infanticidi negli ultimi intervalli di tempo. Da un punto di mera comparazione si avrebbe questa disparità che i femminicidi siano una quota minoritaria rispetto agli altri luttuosi eventi. E la critica è questa: Poiché il patriarcato è violenza, e tale violenza può essere rilevata attraverso azioni che infliggono dolore e arrecano danno alle donne con motivi tra i quali il preminente sia quello di genere, e che tale incidenza è prevalentemente quella certificata dalla denuncia e per via giudiziaria, risulta essa sempre più irrilevante. L’uso del termine “femminicidio” è ambiguo. Prima ancora del procedimento penale, il problema è rivolto alla concezione dello stesso e alla sua trascrizione. Io uccido una persona, maschio o femmina, poi in questo atto, assoluto e peggiore di tutti, conseguono pene accessorie che non sono meno gravi, e sono violenza continua, persecuzione, plagio, e anche la aggravante non episodica, della donna come merce. Ora si può anche usare “femminicidio” come etichetta, ma intenderla come una categoria valoriale di diritto che IMMEDIATAMENTE si traspone sul dibattito processuale, diventa un boomerang. Se così fosse, il machismo si risolverebbe in una assoluzione, in una pena, in una amnistia, in una riduzione di pena per buona condotta. Se il femminicidio fosse inscrivibile come asse portante di un cambiamento culturale, sarebbe una arma spuntata. Invece il femminicidio, o per meglio dire l’assassinio, per quanto sommamente orribile, è l’ultima fase dell’inferno, della violenza, personale, legale, culturale, economica, capitalistica, teologica, di servaggio, in atto. L’elemento statistico abbisogna di ipotesi di rinforzo. Si dice che nelle vecchie società patriarcali addirittura il femminicidio non ci fosse. Paradossalmente è vero: non vi era ribellione spinta come la diciamo noi. Anzi non erano registrati tali omicidi, ancor di più le donne erano lapidate, ostracizzate, bruciate come elementi devianti. Si arrivava a sopprimere la donna da parte della stessa comunità. Vi è un problema di trascrizione e costruzione dei dati. E non vi erano i sistemi di registrazione odierni. O più semplicemente tali donne se parliamo di rapporti famigliari erano ripudiate, e poi rivendute o cedute a terzi.
Sì vi è il femminicidio in alcuni casi perché al netto della quota minoritaria di pazzi, e di violenti patologici, il maschio non ha un supporto di usi e costumi e di norme informali che possano permettere di mantenere proprietà, figli, e di dirigere la moglie secondo le sue volontà, e l’unica strada di uscita è quella di sopprimerla, perchè non può annullare la donna dalla comunità di riferimento, o di ripudiarla.
L’ambiguità dei modelli statistico-descrittivi del fenomeno del “femminicidio” però non sono fondanti e correlati al fenomeno del patriarcato, eventualmente ne sono una espressione attuale.
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NUOVE FORME DI ESPRESSIONE DEL PATRIARCATO
Il patriarcato descritto dalla vendita di vacche e di mogli sicuramente è residuale, perché è il sistema economico –produttivo che non è più tale. La domanda allora è che il patriarcato non agisce esclusivamente all’interno del contesto famigliare, ma stando all’interno di sistemi formali con un linguaggio di genere universale di applicazione, esprime nuove ed inedite forme di possesso, di violenza, di preminenza ed oppressione. Se prima la donna era un elemento deprivante di qualsiasi ruolo, da quello di moglie del borghese ricco, alla schiava, meno dello schiavo, ora nella spersonalizzazione dei rapporti dei sistemi normativi, la donna mantiene sempre il suo sistema biologico di riconoscibilità, ma è lei stessa come denominazione separata ad essere alienata e scorporata. Un esempio tra tutti è riferito all’“utero in affitto”. La donna non è più nominata: solo un insieme di cellule totipotenti, un contenitore, e dove un figlio è generato da e per altri in un utero. Che non è donna, ma strumento di uso. Già il termine “in affitto” ha una enormità di implicazioni teoretiche, sociali e culturali che esulano da uno scritto di un post come questo. E non è solo un modo di dire. Se si rileggono i dibattiti parlamentari di anni fa sulla procreazione assistita, la donna non era nominata, ma ridotta ad uno schema di rilevazione dati. Mentre nella commissione parlamentare vicina si parlava di numero di vacche per le quote latte, queste erano nominate. La donna come merce, invece, è decomposta in strumenti di uso. Per il maschio, no: a nessuno verrebbe in mente di dire “sperma in affitto” o “scroto in leasing”. Un altro esempio è la prostituzione che è più fiorente, varia, e con modi di vendita di schiave inedite rispetto agli ultimi millenni. Ed è totalmente di stampo patriarcale. E qui mi fermo, perché non bastano neanche 100.000 post.
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CONVITATO DI PIETRA
Un elemento della discussione però è che sembra che tutto sia derivato da donne, che parlano di donne, e che valutano l’operato delle donne. Sembrerebbe quasi allora che basta una autoipnosi e che tutto il patriarcato sparisca. Non è così: esiste schiavitù nel lavoro in nuove forme, solito ricatto della maternità. Si afferma che anch’esso sia residuale: certo, si procreano meno figli. Abbiamo una indigenza formativa. Ancor oggi sembra una novità che ledonne studino negli istituti tecnici e professionali. Eppure di operaie ne abbiamo avute da sempre, dai tempi degli antichi romani.
Morte, nascita, corpo per sesso, gestione sapere, sono indicatori dai quali si possono rilevare modelli descrittivi di patriarcato oggi operanti, e riconoscerli con ipotesi ben più ampie di quelle inscrivibili rispetto a quelle dei sistemi giuridico-formali.
Una ipotesi ulteriore da dover porre, è quella che invece è data per assenza: i maschi sembra non esistano, non parlano, producono e non confliggono, ma accettano e potenziano un linguaggio e un punto di vista dove la donna è un oggetto di giudizio. Il genere “maschile” è muto, lascia discorrere le donne in un campo dove lui si sente e sa di esserne fuori, e in vantaggio. E questa è una ipotesi di studio, ed è anche oggi un elemento di conflitto sociale in atto.
Forse siamo appena all’inizio nel dover comporre nuovi linguaggi per rivendicare, studiare, pensare e concepire nuovi modelli predittivo-esplicativi, professor Andrea Zhok.

 

Lino Milita

Humpty-Dumpty l’eroe dei nostri tristi tempi!

Strategia politica infatti.

prostituta-macchina

Se io affermo un argomento teso ad evidenziare una contraddizione, non devo andare a ricercare chi la sta utilizzando, mostrando così tutte le aporie. Se molte Ong, organizzazioni estere, organizzazioni sedicenti italiane sono pro -favoreggiamento industriale di schiavitù, se utilizzano in modo sofistico discriminazione “di genere” come discriminazione verso le donne, e di OGNI DONNA, come individuo, se sono favorevoli all’utero come merce strappato dal corpo della donna, io non devo andare a cercare ogni aderente verso questa contraddizione. Lo affermo e aspetto le controcritiche che dopo mesi e anni, non ci sono. Sono solo non-risposte o affermazioni sorde al mio argomento che mostra la contraddizione. Se si cerca il confronto con il negativo che è contraddittorio, è come se dessi loro autorità, come se la contraddizione che espongo non lo sia. No. L’affermazione è chiara. Tutto quello che è dato sopra è schiavitù. Non mi interessa se hai medaglie o le hai avute.

Non mi interessa se sei una donna, invece che un maschio cattivo, perché maschio comunque come il sottoscritto.

Mi interessa sapere se questo che si afferma è valido o no. Non si hanno risposte. Solo distrazioni dell’argomento.

Una linea chiara. L’argomento possibilista significa accettare che la schiavitù sia concepibile.

In un ambito filosofico teoretico si può fare, ma lì deve rimanere.

di Lino Milita

Tattiche politiche del prossenetismo II

 

bordelli

 Ad integrazione di quanto scritto prima e dalle contro risposte avute entra in scena un elemento per il quale tutte voi siete state accusate nei giorni precedenti a più riprese nel diniego a presentarsi in eventi come quelli organizzati dallo NDUM. Vi sono più elementi che possono essere utili come ulteriore chiarimento di azioni politiche attuali volte a sfuggire alla dialettica del tema indicato dal post. Sono tecniche generali utili anche per chi in futuro si cimenterà anche a leggere questo post.

SPOSTAMENTO del DIBATTITO: Non si entra nel merito di ciò che si è scritto, e lo si sposta sulla persona. Si nega soltanto ciò che si espone senza motivarlo. Non è una negazione argomentata ma il rifiuto della dialettica che è conflittuale, sempre. Si è usata in questo caso la forma da “Re in Hominem”. Non si discute l’argomento ma l’individuo per denigrarlo, per rendere il suo punto di vista non attendibile: visione ideologica (senza esplicitare quale sia); ciò che esponi è cieco per altri punti di vista (quali? non sono detti); saccenza (non si parla più dell’argomento, mai offre una impressione individuale senza mostrare il criterio di analisi).
L’attacco sulla persona non deve mai essere argomentato, ma utilizzare solo impressioni individuali, scollegate dal contenuto di ciò che si discorre, per farle apparire constatazioni. Una pseudo inversione di analisi con un giudizio presupposto, cioè infondato, ovvero imposto. Tecnica utilizzata da 2500 anni dai sofisti, come elencato da Platone nel “Protagora” e nel “Gorgia” (NON dico nulla di nuovo).

PERSONALIZZAZIONE DEL TEMA: Si rifiuta quanto detto, traslando la discussione dialettica, su presunti malintesi riferiti ai protocolli di comunicazione tra i contendenti. Senza però dirli: lasciando supporre la propria importanza di interlocutore inducendo azioni, pensieri, intenti, senza provarli e allontanarsi dal tema della discussione. Agire da offeso in modo da ricevere scuse e quindi porsi in una posizione di vantaggio per allontanarsi dal dibattito.

PRINCIPIO DI AUTORITA’: Io ho la ragione per merito estrinseco a ciò di cui si discute. Le ragioni e le osservazioni dell’interlocutore non vengono discusse, ma poste in un secondo piano di validità rispetto alle mie. Io sono attendibile (e si scambia attendibilità mia con la validità di ciò di cui si sta parlando) perché sono stato lì. Perciò testimonianza è garanzia di verità. Io ho i testi, voi no. Perciò erudizione non consaputa, non detta è posta , non argomentata, come il dogma, dal quale dipendere.
Corollario nella fattispecie: io sono stato nella riunione, quindi tutto il dibattito in Italia, tutti i movimenti, tutti i politici non sanno nulla. Il non sapere implica, l’impossibilità di attivare la domanda critica. Inversione sofistica del dialogo: Non sai le risposte? Bene, non puoi porre le domande.

ACCETTAZIONE APRIORISTICA DELL’INTERLOCUTORE. Io sono l’interlocutore a priori, mi devi rispettare. Ora in questa semplice asserzione si annidano diverse strategie di attacco, e di negazione di dialogo. Rispettare significa “vedere”. Io vedo quello che dici. Domando su ciò di cui esponi il tema nella discussione. IN questo caso retorico, invece, oltre ad avere questo aspetto, non dichiarato ma lasciato nello sfondo, si usa, il convenire come semplice presenza, in accettazione di pari dignità dell’argomento che si offre. Cioè del mio argomento, che è una tesi mascherata. Una mia tesi. E questa tesi infondata, da discutere, nella richiesta del valore di rispettare. Tu devi rispettare è già implicita la bontà di ciò che dico. Quindi non argomento ma pongo come elemento già coerente, consistente, adeguato. La pongo come soluzione a livello strategico politico. Tale tesi però è ciò su cui si discute: l’oggetto della discussione. Non la soluzione del contendere su quell’oggetto. Abbiamo da Cicerone, passando per le QUAESTIO MEDIEVALI, qualche decina di km di scritti di esempi, sul principio di questo tipo che sommato a quello di autorità, è il modello classico per il quale: “discutete quanto volete, alla fine tutto si ricomporrà nel verbo del testo di Dio (DIO PADRE MASCHIO in questo caso).

Ora quale è questo verbo?

LIBERALE: qui signore avete già discusso abbastanza. Inutile che ritorno, magari con post a parte. La liberalità qui è la scelta che lo schiavista dice: “quale giogo vuoi sopra il collo?”.

Post poi su libertà, liberalità, determinazione di scelta, lo riserviamo per altro.

MORALE: omissione argomenti. Sofisma. NDUM è un totale sofisma. Abbiamo avuto un esempio qui ora.

Lino Milita

10 Ragioni per Non Legalizzare lo sfruttamento della Prostituzione

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                                                             by Janice G. Raymond

                                 Coalition Against Trafficking in Women International (CATW)

                                                                   (25 Marzo 2003)

 

 

     Sommario:

    

Le seguenti motivazioni sono rivolte a tutti gli stati che sostengono le forme di   prostituzione, includendo ma non limitandosi alla piena legalizzazione dei bordelli e dei lenoni, alla depenalizzazione dell’industria del sesso, regolando la prostituzione per mezzo di leggi che ad esempio indicano o comandano dei controlli sanitari per le donne che si prostituiscono, o ogni sistema in cui la prostituzione é riconosciuta come un « lavoro del sesso » o che la sostiene come una scelta di impiego.

Poiché i paesi stanno considerando di legalizzare e depenalizzare l’industria del sesso, vi esortiamo a considerare i modi in cui, legittimando la prostituzione come « lavoro », non si rafforza il potere delle donne che si prostituiscono ma si rafforza ogni aspetto nell’industria del sesso.

  1. La legalizzazione/ depenalizzazione della prostituzione é un regalo per i lenoni, i trafficanti e l’industria del sesso.
  2. La legalizzazione/depenalizzazione della prostituzione e dell’industria del sesso promuove il commercio del sesso.
  3. La legalizzazione/depenalizzazione della prostituzione non controlla l’industria del sesso. La espande.
  4. La legalizzazione/depenalizzazione della prostituzione aumenta la prostituzione clandestina, nascosta, illegale e di strada.
  5. La legalizzazione della prostituzione e la depenalizzazione dell’industria del sesso aumenta la prostituzione minorile.
  6. La legalizzazione/depenalizzazione della prostituzione non protegge le donne che si prostituiscono.
  7. La legalizzazione/depenalizzazione della prostituzione aumenta la domanda di prostituzione.Essa aumenta la motivazione degli uomini a comprare le donne per ottenere prestazioni sessuali in una serie molto più ampia e permissiva di contesti socialmente accettabili.
  8. La legalizzazione/depenalizzazione della prostituzione non favorisce la salute delle donne.
  9. La legalizzazione/depenalizzazione della prostituzione non rafforza la scelta delle donne.
  10. Le donne nel mondo della prostituzione non vogliono che l’industria del sesso sia legalizzata o depenalizzata.

    

     Argomentazioni:

  1. La legalizzazione/ depenalizzazione della prostituzione é un regalo ai lenoni, ai trafficanti e all’industria del sesso.

Che cosa significa la legalizzazione della prostituzione o la depenalizzazione dell’industria del sesso? In Olanda la legalizzazione equivale a disciplinare tutti gli aspetti dell’industria del sesso : le stesse donne, i cosiddetti « clienti », e i protettori che, sotto il regime della legalizzazione, sono trasformati in un terzo partito di uomini d’affari e in legittimi imprenditori del sesso.

La legalizzazione/depenalizzazione dell’industria del sesso inoltre trasforma i bordelli, i sex clubs, i saloni di massaggio ed altri luoghi di attività di prostituzione in luoghi legittimi in cui gli atti commerciali sessuali possono prosperare legalmente con poche restrizioni.

La gente comune crede che, richiedendo la legalizzazione o la depenalizzazione della prostituzione, essi conferiscono dignità e professionalità alle donne che si prostituiscono.

Ma conferire dignità alla prostituzione come lavoro non significa conferire dignità alle donne, ma semplicemente conferisce dignità alla industria del sesso. Le persone spesso non si rendono conto che la depenalizzazione, per esempio, significa depenalizzazione dell’intera industria del sesso e non appunto delle donne. E non considerano le conseguenze del legalizzare i protettori come legittimi imprenditori del sesso o come terzo gruppo di imprenditori, o il fatto che gli uomini che comprano le donne per ottenere prestazioni sessuali ora sono considerati come legittimi consumatori del sesso.

CATW é favorevole alla depenalizzazione nei confronti delle donne che si prostituiscono. Nessuna donna deve essere punita per essere stata sfruttata. Ma gli Stati non devono mai operare una depenalizzazione nei confronti dei protettori, dei compratori del sesso, dei procacciatori, dei bordelli ed altri luoghi di vendita del sesso.

  1. La legalizzazione /decriminalizzazione della prostituzione dell’industria del sesso favorisce il commercio del sesso.

Le industrie della prostituzione legalizzate o depenalizzate sono una delle cause alla base del commercio del sesso. Un argomento utilizzato per legalizzare la prostituzione in Olanda era che la legalizzazione avrebbe aiutato la fine dello sfuttamento di disperate donne immigrate « commerciate » per la prostituzione.

Un rapporto redatto dal Gruppo governamentale di Budapest affermava che l’80% delle donne nei bordelli in Olanda sono commerciate da altri paesi (Gruppo di Budapest, 1999 :11). All’inizio del 1994, l’Organizzazione Mondiale per la Migrazione (IOM) affermava che nella sola Olanda, quasi il 70 per cento delle donne vittime del commercio provenivano dai paesi dell’Europa Centrale e dell’Est (IOM, 1995 :4)

Il governo olandese si promuove come campione di politiche e programmi contro il traffico di donne, cinicamente ha già tolto ogni ostacolo legale al lenocinio, al procacciamento e ai bordelli. Nel 2000 il Ministero della Giustizia olandese discuteva per una quota legale di lavoratrici del sesso straniere, in quanto il mercato della prostituzione olandese richiede una varietà di « corpi » (Dutting, 2001 :16) Ancora nel 2000, il governo olandese chiedeva ed otteneva un giudizio dalla Corte Europea che riconosceva la prostituzione come un’attività economica, dando in questa maniera la possibilità alle donne provenienti dall’Unione Europea e dai paesi dell’ex blocco sovietico di ottenere permessi di lavoro come « lavoratrici nel mercato del sesso » nell’industria del sesso olandese se esse possono provare di essere lavoratrici indipendenti. Le organizzazioni non governative in Olanda hanno affermato che i trafficanti sono avvantaggiati da queste regole per portare donne straniere nell’industria della prostituzione olandese nascondendo il fatto che esse sono state immesse nel commercio e insegnando alle donne come provare che esse sono lavoratrici indipendenti, « lavoratrici del sesso immigrate ».

In un anno dall’abolizione del divieto sui bordelli in Olanda, le organizzazioni non governative   riferiscono che c’é stato un aumento delle vittime del commercio o, nell’ipotesi migliore, che il numero delle vittime provenienti dagli altri paesi é rimasto lo stesso (Bureau NRM, 2002 :75). 43 municipalità in Olanda vogliono seguire una politica contro i bordelli, ma il Ministro della Giustizia ha indicato che il completo divieto della prostituzione in ogni municipalità confliggerebbe con « il diritto alla libera scelta del lavoro » (Bureau NRM :2002) come garantito nel federal Grondwet o nella Costituzione.

Nel gennaio 2002, in Germania la prostituzione é stata pienamente riconosciuta come un lavoro legittimo, dopo essere stata per anni legalizzata nelle cosiddette zone di tolleranza.

La promozione della prostituzione, del lenocinio e dei bordelli é ora legale in Germania.

Nei primi del 1993 dopo che i erano stati presi i primi passi verso la legalizzazione, fu riconosciuto (anche dai promotori del pro-prostituzione) che il 75 per cento delle donne coinvolte nella industria della prostituzione in Germania erano straniere dell’Uruguay, Argentina, Paraguay ed altri paesi del Sud America (Altink,1993 :33) Dopo la caduta del muro di Berlino, i proprietari di bordelli riferivano che 9 donne su 10 nell’industria del sesso tedesca provenivano dall’Europa dell’Est (Altink,1993 :43)  e dagli altri paesi dell’ex Unione Sovietica.

La vera e propria quantità di donne straniere che sono nell’industria della prostituzione in Germania stimato da alcune NGO all’85 per cento, é legittimo chiedersi come sia possibile che un cosi’ alto numero di donne straniere sia potuto entrare cosi’ facilmente.Come in Olanda, le NGOs riferiscono che la maggior parte di donne straniere sono state messe nel commercio all’interno del paese poiché era quasi impossibile per le donne povere immigrare da sole, sostenere i costi del viaggio e dei documenti di viaggio, e stabilirsi nel business senza aiuto esterno.

Il collegamento tra legalizzazione della prostituzione e commercio in Australia é stato riconosciuto in un Rapporto Nazionale del 1999 del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti sulla pratica dei diritti umani, realizzato dall’Ufficio della Democrazia, dei Diritti Umani e del Lavoro. Nella relazione nazionale sull’Australia, fu rilevato che nello Stato del Victoria, che ha legalizzato la prostituzione negli anni ottanta, « il traffico di donne dell’est dell’Asia per il commercio del sesso é un problema in aumento, in Australia…le leggi non compatte, che includono la legalizzazione della prostituzione in una parte del paese rendono il rafforzamento contro il traffico difficile a livello operativo ».

3.La legalizzazione/depenalizzazione della prostituzione non controlla l’industria del sesso. Ma la espande

Contrariamente alle rivendicazioni secondo le quali la legalizzazione e la depenalizzazione avrebbero regolato l’espansione dell’industria del sesso e l’avrebbero tenuta sotto controllo, l’industria del sesso ora spiega il 5% dell’economia olandese (Daley, 2001:4) Durante gli ultimi dieci anni, poiché i lenoni sono diventati legali e poiché i bordelli sono stati depenalizzati in Olanda nel 2000, l’industria del sesso si é espansa del 25 per cento (Daley, 2001:4) Ad ogni ora del giorno, donne di tutte le età e di tutte le razze, con quasi niente addosso, sono messe in esposizione nelle famose vetrine dei bordelli olandesi e dei sex clubs e messe in vendita per il consumo maschile. Molte di loro sono donne di altri paesi (Daley, 2001 :4) che con ogni probabilità sono state commerciate in Olanda.

Esistono ora associazioni ufficialmente riconosciute di imprenditori del sesso e clienti della prostituzione in Olanda che consultano e collaborano con il governo per favorire i loro interessi e promuovere la prostituzione. Queste includono la “Associations of Operators of Relaxation Businesses”, la “Cooperating Consultation of Operators of Window Prostitution”, e la “Man/woman and Prostitution Foundation”, un gruppo di uomini che regolarmente sfrutta le donne nella prostituzione, e i cui specifici scopi includono “rendere la prostituzione e l’uso dei servizi delle prostitute più accettabili e discutibili apertamente”, e “proteggere gli interessi dei clienti (NRM Bureau, 2002:115-16)

In considerazione del fatto che uno scarso numero di donne vuole lavorare nel settore legalizzato del sesso, il Rapporteur nazionale olandese sul commercio di donne afferma che per il futuro, una “soluzione” proposta potrebbe essere di “offrire al mercato prostitute provenienti da i paesi non appartenenti all’Unione Europea o all’Area Economica Europea, le quali volontariamente scelgono di lavorare nella prostituzione…”Esse potrebbero “avere un accesso legale e controllato nel mercato olandese” (NRM Bureau, 2002:140) . Come la prostituzione é stata trasformata in « un lavoro sessuale », e i lenoni in imprenditori, cosi’ questa potenziale « soluzione » trasforma il commercio di donne in una volontaria migrazione per l’industria del sesso. L’Olanda sta guardando al futuro, designando come bersaglio le donne povere di colore per il commercio internazionale del sesso come rimedio alle inadeguatezze del libero mercato delle « prestazioni sessuali ». In questo processo, esso rinforza la normalizzazione della prostituzione come « un’opzione per le donne povere ».

La legalizzazione della prostituzione nello Stato del Victoria, Australia, ha condotto a una massiccia espansione dell’industria del sesso. Mentre c’erano 40 bordelli legali in Victoria nel 1989, nel 1999 ce n’erano 94, con 84 servizi di accompagnamento. Altre forme di sfruttamento sessuale, come ad esempio il ballo in top sui tavoli, telefonate a sfondo sessuale e pornografia si sono sviluppate in maniera molto più proficua che precedentemente (Sullivan and Jeffreys : 2001)

Prostitution has become an accepted sideline of the tourism and casino boom in Victoria with government-sponsored casinos authorizing the redeeming of casino chips and wheel of fortune bonuses at local brothels (Sullivan and Jeffreys: 2001). The commodification of women has vastly intensified and is much more visible.

I bordelli in Svizzera sono duplicati alcuni anni dopo la parziale legalizzazione della prostituzione. Molti di questi bordelli sono esenti da imposte, e molti sono illegali. Nel 1999, il giornale di Zurigo, Blick, affermava che la Svizzera ha la più alta densità di bordelli di ogni paese in Europa, e i residenti si sentono aggrediti dai luoghi di prostituzione, e si sentono costantemente minacciati nei luoghi che non sono previsti come luoghi di prostituzione (South China Morning Post : 1999)

  1. La legalizzazione/ depenalizzazione della prostituzione aumenta la prostituzione clandestina, nascosta, illegale e di strada.

La legalizzazione doveva togliere dalla strada le donne che si prostituiscono. Molte donne non vogliono registrarsi e sottoporsi a controlli sanitari, come é richiesto in alcuni paesi che hanno legalizzato la prostituzione, cosi’ la legalizzazione spesso le conduce nella prostituzione di strada. E molte donne scelgono la prostituzione di strada perché esse vogliono evitare di essere controllate e sfruttate dai nuovi commercianti del sesso.

In Olanda, le donne che si prostituiscono mostrano che la legalizzazione o depenalizzazione dell’industria del sesso non puo’ cancellare il marchio della prostituzione, ma invece, rendono le donne più vulnerabili agli abusi, poiché esse sono registrate e perdono l’anonimato. In questo modo la maggioranza delle donne che si prostituiscono scelgono di lavorare illegalmente e clandestinamente. I membri del Parlamento che all’inizio erano favorevoli alla legalizzazione dei bordelli sulla base del fatto che questo avrebbe liberato le donne stanno ora vedendo che ora la legalizzazione rafforza l’oppressione delle donne (Daley, 2001 :A1)

L’argomento secondo il quale la legalizzazione doveva togliere gli elementi di criminalità dal mercato del sesso ha fallito. La reale crescita della prostituzione in Australia a partire dalla legalizzazione ha avuto luogo nel settore illegale. Dall’inizio della legalizzazione in Victoria, i bordelli si sono triplicati nel numero ed espansi in larghezza, la vasta maggioranza non ha licenza ma si fa pubblicità ed opera senza essere punita. (Sullivan and Jeffreys :2001) Nel New South Wales, i bordelli sono stati depenalizzati nel 1995. Nel 1999, il numero di bordelli é aumentato esponenzialmente a 400-500. L’ampia maggioranza non ha licenza per operare. Per porre fine alla corruzione endemica della polizia, il controllo della prostituzione illegale è stato tolto dalle mani della polizia e consegnato nelle mani dei consigli locali e dei piani regolatori.Il consiglio non ha né il denaro né il personale per mettere gli investigatori nei bordelli per fare pulizia e perseguire gli operatori illegali.

  1. La legalizzazione della prostituzione e la depenalizzazione dell’industria del sesso aumenta la prostituzione dei bambini.

Un altro argomento utilizzato per la legalizzazione della prostituzione in Olanda é stato che essa avrebbe contribuito alla fine della prostituzione dei bambini. In realtà, invece, la prostituzione infantile é drammaticamente aumentata durante gli anni novanta. L’organizzazione Amsterdam-based Childright stima che il numero é passato da 4,000 bambini nel 1996 a 15,000 nel 2001. Il gruppo stima che almeno 5,000 dei bambini nel mondo della prostituzione provengono da altri paesi, con un’ampia parte composta da bambine Nigeriane (Tiggeloven: 2001)

La prostituzione infantile é drammaticamente aumentata in Victoria a confronto con altri Stati in cui la legalizzazione non é stata legalizzata. Tra tutti questi stati e territori in Australia, il più alto numero di incidenti riportati di prostituzione di bambini viene dal Victoria. Nel 1998 uno studio condotto da ECPAT (End Child Prostitution and Trafficking) il quale ha condotto una ricerca per l’inchiesta Nazionale Australiana sulla prostituzione di bambini, ha rilevato che c’é stato un evidente aumento dello sfruttamento commerciale organizzato di bambini .

  1. La legalizzazione/depenalizzazione della prostituzione non protegge le donne che si prostituiscono

CATW ha condotto due studi principali sul commercio del sesso e sulla prostituzione, intervistando quasi 200 vittime dello sfruttamento commerciale sessuale. In questi studi, le donne che si prostituivano rivelavano che nei luoghi di prostituzione veniva fatto poco per ptoteggerle, non importa se essi erano legali o illegali. « L’unico momento in cui essi proteggono qualcuno é per proteggere i clienti ».

In uno studio di CATW su 5 paesi che intervistava 146 vittime del commercio internazionale e della prostituzione locale, l’80% delle donne intervistate subiva violenza fisica dai lenoni e dai clienti e soffrivano di varie conseguenze di salute a causa della violenza e dello sfruttamento sessuale (Raymond et al : 2002)

La violenza a cui le donne erano soggette era una parte intrinseca della prostituzione e dello sfruttamento sessuale. I lenoni si sevivano della violenza per molte diverse ragioni e scopi. La violenza veniva usata per introdurre alcune donne nel mondo della prostituzione e per deprimerle cosi’ esse avrebbero fornito atti sessuali. Dopo l’iniziazione, ad ogni momento del percorso, la violenza veniva utilizzata per la gratificazione sessuale dei lenoni, come forma di punizione, per minacciare ed intimidire le donne, per esercitare il dominio dei lenoni, per pretendere sottomissione, per punire le donne per presunte « violazioni », per umiliare le donne, per isolare e imprigionare le donne.

Tra le donne che riferivono che i luoghi di prostituzione avevano dato loro una qualche protezione, esse la qualificavano mostrando che nessun protettore era mai nella stanza con loro, quando poteva servire qualcosa. Una donna che era stata nella prostituzione su chiamata affermava : « Il conduttore doveva servire da guardia del corpo.Tu dovevi chiamare quando entravi, per assicurare che tutto andava bene. Ma loro non stavano fuori dalla porta mentre tu eri dentro, cosi’ poteva accadere qualunque cosa ».

Gli studi di CATW trovarono anche che le videocamere di sorveglianza nei luoghi di prostituzione venivano usati per proteggere lo stabilimento. La protezione delle donne dagli abusi é di secondaria o di nessuna importanza.

  1. La legalizzazione/depenalizzazione della prostituzione aumenta la richiesta di prostituzione. Essa aumenta la motivazione degli uomini a comprare donne per sesso in una serie molto più ampia e permissiva di contesti socialmente accettabili.

Con l’avvento della legalizzazione nei paesi che hanno depenalizzato l’industria del sesso, molti uomini che non correvano il rischio di comprare le donne per sesso ora vedono la prostituzione come accettabile. Quando le barriere legali sono scomparse, cosi’ sono scomparse anche le barriere sociali ed etiche per trattare le donne come merce sessuale. La legalizzazione della prostituzione manda il messaggio alle nuove generazioni di uomini e di ragazzi che le donne sono comodità sessuali e che la prostituzione é un divertimento inoffensivo.

Poiché gli uomini hanno un eccesso di servizi sessuali che sono loro offerti, le donne devono competere a fornire servizi come sesso anale, sesso senza preservativi, schiavitù e dominazione e altre attività richieste dai clienti. Una volta che la prostituzione é iniziata, non ci sono più limiti.

Le capacità riproduttive delle donne sono vendibili come prodotti, per esempio. Un intero nuovo gruppo di clienti trova la gravidanza una forma di eccitamento sessuale e domanda il latte dal seno nei loro incontri sessuali con le donne in gravidanza. Sono forniti bordelli specializzati per uomini disabili, e custodi assunti dallo Stato che sono soprattutto donne devono accompagnare questi uomini nei bordelli se essi vi desiderano andare (Sullivan and Jeffreys:2001)

Annunci pubblicitari fiancheggiano le strade principali del Victoria offrendo donne come oggetti per uso sessuale e insegnando alle nuove generazioni di uomini e di ragazzi a trattare le donne come subordinate. Gli uomini d’affari sono incoraggiati a tenere i loro incontri societari in questi clubs dove i proprietari forniscono donne nude sul tavolo a colazione e a pranzo.

Un proprietario di un bordello a Melbourne riferiva che la clientela tipo era « di uomini professionisti istruiti, che fanno visita durante il giorno e poi tornano a casa dalle loro famiglie ». Le donne che desiderano relazioni più ugualitarie con gli uomini scoprono che spesso gli uomini durante la vita visitano i bordelli e i sex clubs. Esse fanno la scelta di accettare che i loro partners maschi comprano le donne in affari commerciali sessuali, evitando di ammettere cosa stanno facendo i loro partners, o di lasciare la relazione (Sullivan and Jeffreys :2001)

Il Sweden’s Violence Against Women, Government Bill 1997/98 :55 proibisce e penalizza la vendita di « servizi sessuali ». E’ un approccio innovativo che ha come bersaglio la richiesta di prostituzione. La Svezia considera che « proibendo la vendita di servizi sessuali, la prostituzione e i suoi effetti dannosi possono essere ostacolati più efficacemente che finora ». Soprattutto questa legge afferma chiaramente che « la prostituzione non é un fenomeno socialmente desiderabile » e « costituisce un ostacolo allo sviluppo in corso verso l’uguaglianza tra donne e uomini ».

  1. La legalizzazione/depenalizzazione della prostituzione non favorisce la salute delle donne

Un sistema legale di prostituzione che ordina controlli medici e certificazioni solo per le donne e non per i clienti é manifestatamente discriminatorio per le donne. I controlli sanitari solo per le donne non hanno senso per la salute pubblica perché monitorare le donne che si prostituiscono non le protegge dall’HIV/AIDS o STDs, in quanto i clienti maschi possono e originariamente trasmettono malattie alle donne.

E’ stato affermato che i bordelli legalizzati o altri luoghi di prostituzione controllati “proteggono” le donne attraverso politiche che costringono l’uso del preservativo. In uno degli studi di CATW, le donne americane dedite alla prostituzione intervistate riferivano come di seguito : il 47% affermava che gli uomini si aspettavano sesso senza preservativo ; il 73% affermava che gli uomini offrivano di pagare di più per sesso senza preservativo, il 45% delle donne affermava che esse venivano violentate se instistevano con gli uomini di usare il preservativo. Alcune donne affermavano che in alcuni luoghi ci potevano essere regole per fare usare il preservativo agli uomini, ma in realtà, gli uomini ancora cercavano di fare sesso senza. Una donna riportava : « é la regola indossare il preservativo durante la sauna, ma é negoziabile tra le parti. Molti ragazzi si aspettano servizi orali senza preservativo” (Raymond and Huges : 2001)

In realtà, la politica che obbliga all’uso del preservativo era lasciata alle singole donne che si prostituivano, e l’offerta di denaro in più costituiva una pressione insistente. Una donna affermava: sarai una di quelle bugiarde se dicessi “oh, io ho sempre usato il preservativo”. Se c’era l’offerta di più denaro, allora il preservativo volava fuori dalla finestra. Io cercavo denaro in più. Molti fattori sono di ostacolo all’uso del preservativo: il bisogno delle donne di guadagnare denaro, il declino delle donne più anziane nell’essere attraenti per gli uomini, la competizione dai luoghi in cui non é richiesto il preservativo; la pressione dei lenoni sulle donne a fare sesso senza preservativo per avere più denaro; il bisogno di denaro per l’uso di droghe o per pagare il lenone, e una generale mancanza di controllo che le donne che si prostituiscono hanno sui propri corpi nei luoghi di prostituzione.

Le cosiddette “politiche di sicurezza” nei bordelli non proteggono le donne dai mali. Anche quando i bordelli monitoravano i clienti e utilizzavano video, le donne affermavano che esse erano aggredite dai clienti e, a volte, dai proprietari dei bordelli e dai loro amici. Anche quando qualcuno interveniva per controllare gli abusi dei clienti, le donne vivevano iun clima di paura. Anche se 60 per cento delle donne affermava che i clienti qualche volta erano stati ostacolati mentre cercavano di abusare di loro, metà di queste donne rispondeva che, tuttavia, esse pensavano di poter essere uccise da qualcuno dei clienti (Raymond et al :2002)

  1. La legalizzazione/depenalizzazione della prostituzione non aumenta la scelta delle donne

La maggior parte delle donne che si prostituisce non ha fatto una scelta razionale di entrare nel mondo della prostituzione.Esse non si sono sedute un bel giorno e hanno deciso che volevano prostituirsi. Piuttosto, queste « scelte » sono state definite « strategie di sopravvivenza ». Più che acconsentire, una prostituta si sottomette alle uniche opzioni per lei disponibili. Il suo consenso é dato dal solo fatto di doversi adattare alle condizioni di inuguaglianza create dal cliente che la paga per farle fare quello che lui vuole che ella faccia.

La maggior parte delle donne intervistate negli studi CATW affermava che la scelta di entrare nel mondo della prostituzione poteva essere discussa solo in un contesto di mancanza di altre opzioni. La maggior parte enfatizzava che le donne che si prostituivano avevano poche altre opzioni. Molte parlavano della prostituzione come dell’ultima possibilità , o come una maniera involontaria per arrivare alla fine del mese. In uno studio, 67% del corpo professionale (come la polizia, la giustizia)che CATW ha intervistato affermavano che le donne non entravano nel mondo della prostituzione volontariamente. 72% dei fornitori dei servizi sociali che CATW ha intervistato non credeva che le donne scelgano volontariamente di entrare nell’industria del sesso (Raymond and Huges : 2001)

La distinzione tra prostituzione forzata e volontaria é precisamente quanto l’industria del sesso sta promuovendo in quanto essa darà all’industria più sicurezza e stabilità legale se queste distinzioni possono essere utilizzate per legalizzare la prostituzione, i lenoni e i bordelli. Le donne che sporgono denuncia contro i lenoni e i perpetratori dovranno sopportare l’onere di provare che esse furono costrette. Come saranno marginalizzate le donne che non sono in grado di provare la coercizione ? Se le prostitute devono provare che fu usata la forza nel reclutamento o nelle loro « condizioni di lavoro » molte poche donne che si prostituiscono faranno un ricorso legale e molti pochi criminali saranno perseguiti.

Le donne che si prostituiscono devono continuamente mentire sulle loro vite, i loro corpi, e le loro reazioni sessuali. Mentire é una parte della definizione del lavoro quando il cliente chiede  « Ti é piaciuto ? » Il vero edificio della prostituzione é costruito sulla bugia « che alle donne piace ». Alcune donne sopravvissute alla prostituzione hanno affermato che ci sono voluti degli anni dopo aver lasciato la prostituzione per ammettere che la prostituzione non era una libera scelta in quanto negare la loro capacità di scegliere voleva dire negare se stesse.

Non c’é dubbio che un ristretto numero di donne affermano che esse hanno scelto di essere nella prostituzione, specialmente in contesti pubblici orchestrati dall’industria del sesso. Alla stessa maniera, alcune persone scelgono di prendere delle droghe pericolose come l’eroina.

Comunque, anche quando alcune persone scelgono di prendere delle droghe pericolose, tuttavia noi riconosciamo che l’uso di questo tipo di droghe é per loro dannosa, e molte persone non cercano di legalizzare l’eroina.In questa situazione, lo scopo é di proteggere la persona contro gli effetti nocivi, e non il consenso che determina le regole.

Anche un rapporto dell’ILO (UN International Labor Organisation) del 1998 suggeriva che l’industria del sesso dovrebbe essere considerata come un settore economico legittimo, trovando che « la prostituzione é una delle più alienanti forme di lavoro ; gli studi (in 4 paesi) mostrano che le donne lavoravano « con un cuore pesante », si sentivano in colpa, e avevano una immagine negativa di se stesse. Una parte significante di loro affermava di voler lasciare l’industria del sesso, se avesse potuto . (Lim, 1998 : 213)

Quando una donna rimane in una relazione offensiva con un compagno che la picchia, o anche quando ella difende le azioni di lui, le persone coinvolte non dicono che lei si trova nella situazione volontariamente. Essi capiscono la complessità della condiscendenza di lei. Come le donne picchiate, cosi’ le prostitute spesso negano gli abusi subiti se non sono fornite alternative significative.

  1. Le donne nel sistema della prostituzione non vogliono che l’industria del sesso sia legalizzata o depenalizzata.

In uno studio condotto in 5 paesi sul commercio del sesso fatto fatto da CATW e finanziato dalla Ford Fundation, la maggior parte delle 146 donne intervistate affermava energicamente che la prostituzione non deve essere legalizzata e considerata un lavoro legittimo, avvertendo che la legalizzazione creerebbe più rischi e danni per le donne da parte dei già violenti clienti e lenoni (Raymond et al, 2002). «  Assolutamente no. Non é una professione. E’ umiliazione e violenza che proviene dal mondo maschile ». Nemmeno una donna intervistata voleva che i suoi bambini, famiglia o amici, dovessero guadagnare il denaro entrando nel mondo della prostituzione. Una donna affermava : « La prostituzione mi ha spogliata della mia vita, della mia salute, di tutto ».

Conclusione :

I legislatori scelgono l’opzione della legalizzazione perché pensano che nient’altro sia stato vittorioso. Comunque, come un Commissario di Scotland Yard ha affermato : « Bisogna fare attenzione nel legalizzare delle cose solo perché pensi che quello che stai facendo sia vittorioso” .

Sentiamo molto poco su come l’industria del sesso crea un mercato globale del sesso con i corpi delle donne e dei bambini. Invece, sentiamo molto su come rendere la prostituzione un lavoro migliore per le donne attraverso la regolamentazione e/o la legalizzazione, tramite l’unione delle cossiddette « lavoratrici del sesso » e attraverso campagne che forniscono preservativi alle prostitute, ma non possono fornire loro alternative alla prostituzione. Sentiamo molto su come tenere le donne nel mondo della prostituzione ma molto poco su come aiutarle a uscirne fuori.

I governi che legalizzano la prostituzione come un « lavoro sessuale » avranno un notevole interesse economico nell’industria del sesso. Di conseguenza, questo nutrirà la loro dipendenza dall’industria del sesso. Se le donne che si prostituiscono sono considerate come delle lavoratrici, i lenoni come degli uomini d’affari, e i clienti come dei consumatori di servizi sessuali, allora legittimando l’intera industria del sesso come un settore economico,

allora i governi possono abdicare la responsabilità per creare un decente e sostenibile tipo di impiego disponibile per le donne.

Piuttosto che lo Stato sanzioni la prostituzione, lo Stato dovrebbe indirizzare la richiesta di penalizzare gli uomini che comprano le donne per avere prestazioni sessuali a pagamento, ed appoggiare lo sviluppo di alternative per le donne che sono nel mercato della prostituzione. Invece che i governi incassino dai benefici economici derivanti dall’industria del sesso tramite le tasse, i governi dovrebbero investire nel futuro delle donne che si prostituiscono fornendo risorse economiche, dalla confisca dei beni derivanti dall’industria del sesso, per fornire delle reali alternative alle donne che sono nel mondo della prostituzione.

Note :

Budapest Group (giugno 1999) La relazione tra il Crimine Organizzato e il commercio il commercio di donne straniere. Austria : Centro Internazionale per lo sviluppo della politica di migrazione. Il processo di Budapest fu iniziato nel 1991. Quasi 40 governi e 10 organizzazioni partecipano nel processo, e sono stati tenuti 50 incontri intergovernamentali a vari livelli, includendo la Conferenza Ministeriale di Praga.

Il Rapporteur nazionale sul commercio presso la Polizia Nazionale Svedese ha affermato che nei sei mesi successivi alla realizzazione della legge svedese nel gennaio 1999, é diminuito il numero delle donne commerciate in Svizzera. Ella ha inoltre affermato che secondo i colleghi della polizia nell’Unione Europea i trafficanti stanno scegliendo altri paesi di destinazione dove essi non sono sottoposti a simili leggi. Inoltre la legge serve come deterrente ai trafficanti. Tratto da Karl Vicktor Olsson, « Sexkopslagen minkar handeln med kninnor » Metro, 27 Gennaio, 2001:2.

REFERENZE

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Budapest Group. (1999, June). The Relationship Between Organized Crime and Trafficking in Aliens. Austria: International Centre for Migration Policy Development.

Bureau NRM. (2002, November). Trafficking in Human Beings: First Report of the Dutch National Rapporteur. The Hague. 155 pp.

Daley, Suzanne. (2001, August 12). “New Rights for Dutch Prostitutes, but No Gain.” New York Times, pp. A1 and 4.

Dutting, Giseling. (2000, November). “Legalized Prostitution in the Netherlands – Recent Debates. Women’s Global Network for Reproductive Rights, 3: 15-16.

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Lim, Lin Lean (1998). The Sex Sector. International Labour Office, Geneva, Switzerland.

Raymond, Janice G., Donna M. Hughes, Donna M. and Carol A. Gomez (2001). Sex Trafficking of Women in the United States: Links Between International and Domestic Sex Industries, Funded by the U.S. National Institute of Justice. N. Amherst, MA: Coalition Against Trafficking in Women. Available at www.catwinternational.org

Raymond, Janice G., Jean d’Cunha, Siti Ruhaini Dzuhayatin, H. Patricia Hynes, Zoraida Ramirez Rodriguez and Aida Santos (2002). A Comparative Study of Women Trafficked in the Migration Process: Patterns, Profiles and Health Consequences of Sexual Exploitation in Five Countries (Indonesia, the Philippines, Thailand, Venezuela and the United States). (2002). Funded by the Ford Foundation. N. Amherst, MA: Coalition Against Trafficking in Women (CATW). Available at www.catwinternational.org

South China Morning Post (1999, September 10).”Brothel Business Booming at a Legal Red-Light District Near You.”

Sullivan, Mary and Jeffreys, Sheila. (2001). Legalising Prostitution is Not the Answer: the Example of Victoria, Australia. Coalition Against Trafficking in Women, Australia and USA. Available at www.catwinternational.org

Tiggeloven, Carin. (2001, December 18). “Child Prostitution in the Netherlands.” Available at http://www.rnw.nl/hotspots/html/netherlands011218.html.

Contact Person:

Dr. Janice G. Raymond

Co-Executive Director, Coalition Against Trafficking in Women (CATW)

Professor Emerita, University of Massachusetts, Amherst

P.O. Box 9338

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