Search

Manuela Saenz Orinoco

Manuela Saenz

Il Partito Comunista Americano (CPUSA): una sinistra possibile?

da Il SudEst

 

VENERDÌ 30 AGOSTO 2019 00:00

di MADDALENA CELANO

Nostra intervista a Joe Sims: copresidente CPUSA

Joe Sims è copresidente del Partito Comunista USA (Communist Party USA), eletto alla sua 31a Convention. Sims è nato a Youngstown, nell’ Ohio, in una famiglia di operai delle acciaierie. Ha rappresentato gli Stati Uniti nella Commissione permanente del XII Festival mondiale della gioventù e degli studenti di Mosca e ha presieduto la delegazione degli Stati Uniti al 13 ° Festival di Pyongyang in Corea. Sims ha curato, Political Affairs, la rivista teorica del CPUSA per 15 anni. É stato membro fondatore del Black Radical Congress ed è stato attivo nella sua sezione unitaria di New York. Di recente ha pubblicato saggi come Trump’s attack on American WorkersIs Armed Self-Defense the Answer to Right-Wing TerrorLenininsm and the African American National Question. 

Sims vive a New York City.

MC: In Italia, quando si parla di Trump, uno degli argomenti prevalenti afferma che la sua vittoria alle elezioni riflette un’ala destra della classe operaia americana, in particolare la classe lavoratrice bianca. Ritieni che l’analisi sia giusta? E, al di là della sua veridicità, come potrebbe la sinistra americana rispondere alla minaccia del populismo di destra?

JS: La vittoria di Trump rappresenta l’ala destra del paese, in particolare le fasce della classe dirigente e medio-alta della popolazione. È vero che la maggioranza dei bianchi hanno votato per Trump, ma questo è vero anche per gli altri candidati repubblicani. Per quanto riguarda la classe dei lavoratori, il sostegno a Trump proveniva dalle sezioni più benestanti della classe operaia. In generale, il sostegno all’amministrazione Trump è piuttosto ampio. La sinistra, negli Stati Uniti, non è organizzata in partiti politici ma è, in gran parte, coinvolta in varie organizzazioni della società civile, nei sindacati, come in associazioni per la promozione dei diritti civili, etc. La maggior parte comprende la necessità di sconfiggere l’estrema destra.

MC: La base politica di Trump è molto simile alla base del populismo di destra e ai partiti di destra in tutto il mondo. Non sono lavoratori di McDonald, né necessariamente banchieri. L’elettore di Trump ha maggiori probabilità di essere un manager regionale. È importante notare che gli Stati Uniti sono un grande Paese, con molti elettori, e quindi è facile trovare milioni di membri della classe lavoratrice che hanno votato per Trump. Con la sua campagna riuscì a convincere una parte sufficiente della classe lavoratrice a trasformare le elezioni, in quella che fu una vittoria serrata che dipendeva dai risultati di alcuni stati. Ma la maggior parte della classe operaia ha votato per Hillary Clinton o è rimasta a casa. È molto importante non sovradimensionare la componente del lavoro di Trump. L’agenda di Trump è antipopolare. Ha una base stabile di circa il 40% del paese, il che è poco. Ciò non significa che l’aspetto di Trump non abbia il suo lato spaventoso.  Quello che si vede è una crescita del populismo di destra che si è verificato periodicamente nella storia del paese, quali interessi e gruppi sociali si celano dietro il populismo di destra statunitense?

JS: Credo sia piuttosto chiaro che, l’estrema destra negli Stati Uniti, sia ben organizzata e abbia importanti finanziamenti da grandi capitali, in particolare dal capitale finanziario.

MC: Alexandria Ocasio-Cortez, Rashida Tlaib e Ilhan Omar sono i nomi che risuonano maggiormente nei media egemonici, ma dietro di loro c’è una cucciolata di socialisti, in gran parte affiliati a dsa, molti con meno di 30 anni, che stanno registrando vittorie elettorali in tutto il paese.

Sebbene non abbia l’onnipresenza mediatica di Ocasio-Cortez, Bhaskar Sunkara è regolarmente convocato in CNN e in altri canali di massa per parlare del socialismo. Che cosa distingue o differenzia il socialismo americano dal socialismo europeo? In questa situazione, come si colloca il Partito Comunista Americano?

JS: I partiti socialisti, sia negli Stati Uniti che in Europa, hanno origini comuni che risalgono alla Seconda Internazionale e alle sue conseguenze. Sotto il profilo politico, la differenza è che il DSA non è per niente un partito autonomo ma opera all’interno del Partito Democratico. Sotto il profilo ideologico o strutturale, vi sono delle somiglianze: la gestione del capitalismo attraverso il riformismo invece di intravedere la necessità di gettare nuove basi per sostituire il capitalismo con un ordine sociale più equo; ma anche attraverso la lotta per portare le riforme alla necessaria conclusione logica. Speriamo che l’anticomunismo che ha guidato i socialisti, durante la guerra fredda, non sia più un fattore determinate. Noi comunisti americani collaboriamo con i socialisti su tutte le questioni in cui troviamo terreno comune e ve ne sono molte.

MC: Sanders si definisce socialista democratico. Sanders da giovane si unì alla Lega Socialista dei Giovani, il braccio giovanile del Partito Socialista degli Stati Uniti. Ma credo che la rivista Jacobin, così come alcuni settori della sinistra americana, abbiano avuto un ruolo importante nel capitalizzare la rabbia che le persone hanno provato con il liberalismo. Movimenti come Occupy Wall Street, la rivolta del Wisconsin del 2011, la recente ondata di scioperi degli insegnanti, tutti questi processi mostrano un crescente malcontento per alcuni tipi di politiche liberali democratiche. Anche Black Lives Matter, un nuovo movimento che denuncia il razzismo e la violenza contro i neri, è nato dallo scontento degli stessi politici neri eletti, che erano democratici e liberali. Jacobin è riuscito a delineare una politica di sinistra nel liberalismo regnante e affermare che questo tipo di politica è, in termini generali, una politica socialdemocratica. Per usare un cliché: l’ascesa di Sanders e il malcontento generato dalle politiche liberali hanno creato “condizioni oggettive” per far emergere una sorta di rivolta di sinistra nel centro liberale. Tuttavia, questa rivolta avrebbe potuto facilmente adottare un linguaggio più populista, come Podemos. Attualmente, quali sono le iniziative politiche e le lotte  sociali che il Partito Comunista Americano promuove in questo contesto?

JS: Jacobin ha un certo ruolo, ma la crescita del sentimento e dell’organizzazione socialista è molto più ampia, più grande e profonda. È un processo oggettivo che precede la candidatura di Sanders. Il CPUSA lavora sulla base del fatto che le lotte quotidiane della classe lavoratrice e dei poveri per il diritto al lavoro, per l’assistenza sanitaria, per il diritto alla casa, contro la violenza della polizia, contro il debito studentesco e per la sicurezza ambientale, etc. siano la base su cui il vero cambiamento possa e debba essere costruito.

MC: Il razzismo, la xenofobia, il sessismo, l’omofobia e ad altre forme di odio e intolleranza proliferano sia negli Stati Uniti che in Europa. Sempre più partiti politici, compresi i partiti del governo, incitano al razzismo e alla xenofobia, dirigendo le loro campagne contro i rifugiati e i migranti. Come pensate di combattere i discorsi d’odio, l’intolleranza, la discriminazione e la violenza?

JS: La lotta contro la discriminazione e per l’unità di classe è parte unica e indispensabile della lotta per una nuova società socialista. Queste sono battaglie democratiche “di ogni classe” che devono essere sostenute a pieno titolo. Si richiedono misure compensative speciali per affrontare discriminazioni sociali che hanno una lunga tradizione storica. Ad esempio, misure compensative e azioni positive per la tutela dei neri, delle donne e per le persone LGBTQ, etc. Rifiutiamo la definizione di queste lotte come “politiche identitarie”. Ricordiamo che la classe operaia negli Stati Uniti è multi-razziale, ed è sia maschile che femminile. L’unità di classe richiede che siano affrontati gli interessi e le necessità di tutti.

Gli Stati Uniti inaspriscono l’embargo contro Cuba e la crociata contro il Venezuela

VENERDÌ 23 AGOSTO 2019 00:00

di MADDALENA CELANO da http://www.ilsudest.it

Come Trump aveva già annunciato su Twitter, questo 3 maggio 2019, gli Stati Uniti stanno applicato integralmente la legge Helms-Burton

Si tratta di un attacco collaterale per interferire sul Venezuela

Questo aprile 2019, Donald Trump minacciò Cuba a causa delle sue tensioni con il Venezuela. Fallito il tentativo del colpo di stato guidato da Guaidó e sponsorizzato da Washington, Trump avvertì Cuba che avrebbe applicato sanzioni severe se non avessero smesso di intervenire in Venezuela. Quella minaccia, che è effettiva dalla prima decade del maggio 2019, con l’applicazione di un embargo completo, continua a mostrare l’ipocrisia degli Stati Uniti, che abbatte la sovranità del Venezuela con interferenze dirette e le minacce d’intervento militare. L’embargo integrale contro Cuba ha portato alla piena applicazione della legge nota con il nome di Helms-Burton (dai cognomi dei legislatori americani che l’hanno promossa). L’articolo 3 di questa legge consente, ai cittadini statunitensi, di citare in giudizio società multinazionali che operano in territori o immobili espropriati dopo la Rivoluzione cubana. L’applicazione di questa regola, che ha portato all’accusa di una prima compagnia, la compagnia di crociere Carnival, ha scatenato la rabbia di Cuba e la preoccupazione dell’Unione Europea (UE). Sebbene la norma non sia nuova, restò disattiva durante diversi governi degli Stati Uniti per non entrare in conflitto con governi alleati – a volte – e non peggiorare le relazioni con Cuba – in tempi più recenti. Tuttavia, come si è visto nel capitolo sulla guerra commerciale con la Cina e, in misura minore, con l’Unione Europea, Trump non ha alcun problema a suscitare attriti con nemici e alleati, come parte della sua pragmatica politica estera e dei suoi bisogni politici nazionali. Sia l’interferenza sul Venezuela che la bellicosità contro Cuba, sono in linea con gli interessi di parte del suo elettorato, cioè i gusanos di Miami (ex soci d’affari della mafia italo-cubana e gestori di casini e casinò, fuggiti dall’isola dopo la Rivoluzione), che hanno un forte potere di lobby, nel Congresso Americano.L’autorizzazione a citare in giudizio società straniere, per l’uso di terreni o immobili, espropriati da Cuba è inclusa nel Capitolo III dell’Helms-Burton Act del 1996. Da quella data, l’articolo restò inattivo ma è stato Trump a decidere di cambiare questa politica statale, come parte della sua decisione di chiudere qualsiasi dialogo con La Habana che il suo predecessore, Barack Obama, aveva inaugurato, come il modo migliore per ripristinare il Capitalismo sull’isola. L’applicazione della normativa potrebbe innescare una valanga di cause legali, come dimostrato dalla prima denuncia dinanzi alla giustizia degli Stati Uniti. Lo stesso giovedì, due persone che affermano di essere proprietarie ed eredi dei porti di Santiago de Cuba e dell’Avana durante la dittatura di Batista, prima della rivoluzione del 1959, chiedono multe alla compagnia di crociere Carnival, con sede in Florida. In questo modo, molte multinazionali potrebbero essere soggette a multe, in futuro. 
Ad esempio, catene alberghiere europee, canadesi, giapponesi, russe e cinesi; compagnie aeree come Lufthansa e Air France e grandi compagnie come la svizzera Nestlé, la cinese Huawei e la giapponese Mitsubishi. Pertanto, la svolta presa dalla Casa Bianca preoccupa sia l’UE che Cuba, la cui economia dipende in gran parte dal reddito di queste società. Cioè, è una misura avviata per motivi politici, che cerca di approfondire il blocco e asfissiare il popolo cubano, in una situazione economica che è già complicata. Le menzogne ​​e le calunnie che costituiscono offesa al popolo cubano, offendono e minacciano anche la sovranità dei popoli. L’impero segue questa pratica perversa per giustificare il suo fallimento in Venezuela. John Kavulich, presidente del Consiglio Commerciale ed Economico tra Stati Uniti-Cuba, ha informato che le autorità statunitensi hanno già certificato 5.913 casi di cittadini e imprese che potrebbero essere sanzionate, per un totale di 1,9 miliardi di dollari che, con interessi maturati per più di 60 anni, ammonterebbero a 8.521 milioni. Sarebbe un’ulteriore pressione diretta su Cuba che si aggiunge al blocco iniziato solo un anno dopo la rivoluzione. Il blocco criminale degli Stati Uniti iniziò con una nota emessa dall’Ambasciata USA a La Habana, il 26 maggio 1960. Come indicato nella nota, l’unica ragione per cui sarebbe stata revocata la sospensione dell’assistenza economica sull’isola sarebbe stata a beneficio dell’ “interesse nazionale e geopolitico degli Stati Uniti”.  Il blocco fu conservato da tutti i governi e costò a Cuba decine di miliardi di dollari.

The Dialectic of Sex: The Case for Feminist Revolution

Da http://www.ilsudest.it

The Dialectic of Sex: The Case for Feminist Revolution (1970) è un libro della femminista radicale Shulamith Firestone.

Scritto in pochi mesi, quando Firestone aveva soli 25 anni, è stato descritto come un classico del pensiero femminista.

Firestone sostiene che il “sistema di classe sessuale” precede e va più in profondità di qualsiasi altra forma di oppressione e che lo sradicamento del sessismo richiede un radicale riordino della società:

“L’oppressione della donna è molto più antica del capitalismo, e risale direttamente alle origini del processo storico fondamentale che caratterizza l’uomo come specie: il suo affrancamento dalla natura per mezzo del lavoro, e il crescente controllo e dominio che può esercitare su di essa. E’ la conseguenza della prima e fondamentale divisione del lavoro della storia, diversa da tutte le altre perché’ è la divisione del lavoro tra uomo e donna, paragonabile a quella che c’è tra l’uomo e il cavallo che tira l’aratro, o tra l’uomo che costruisce il mulino e il fiume da cui ricava l’ energia. La donna è rimasta ferma allo stadio primitivo di soggezione alla natura, e questo ha permesso all’uomo di affrancarsene. Infatti, se l’uomo si definisce come l’essere che non è immediatamente determinato dalle sue funzioni biologiche, per la donna questa definizione non vale. É anzi esattamente l’opposto: la vita della donna è determinata dalla funzione biologica che la distingue dal maschio: la procreazione. Tutte le sue altre attività sono subordinate o conseguenti a questa. E tutte hanno la caratteristica di essere attività ripetitive, di servizio e non di produzione. La donna è prima di tutto madre, anche quando lavora. La donna è sempre stata usata come strumento di lavoro, come schiava domestica e rurale e nei servizi inferiori per i quali bastava la sua preparazione di massaia e madre. Ma è entrata in massa nella sfera della produzione solo quando, con lo sviluppo della manifattura, la forza-lavoro venne espropriata al lavoratore. Perché’ il lavoro svolto dallo schiavo salariato maschio è altrettanto astratto e alienante di quello che la donna fa da millenni. Donne e bambini erano un potenziale così a buon mercato per gli imprenditori perché non erano esseri umani e avevano già la mentalità giusta per quella schiavitù. L’aggressività dell’uomo oppresso e sfruttato potrebbe diventare pericolosa se non venisse efficacemente incanalata e deviata; mentre l’ aggressività’ della donna è già neutralizzata e soppressa nel suo processo di socializzazione. Quindi ha potuto adattarsi a fungere da manodopera transitoria, a essere assunta e licenziata ad arbitrio, perché’ il suo posto non era nella sfera produttiva”. [1]

L’obiettivo della rivoluzione femminista, ha scritto, deve essere “non solo l’eliminazione del privilegio maschile, ma della stessa distinzione sessuale”, così che le differenze genitali non debbano avere più significato culturale:

“La donna, che non si è mai emancipata automaticamente dalla natura, ha conservato il rapporto magico dell’uomo primitivo con la natura non dominata, e lo trasferisce sulla cultura, sull’uomo, sul tutto, sulla superiorità attiva che egli rappresenta per lei. Non lo comprende, ma vuole incatenarlo a se’ con la magia de suo corpo, con il suo tanto lodato “fascino femminile”. Il processo di affrancamento dalla natura si è sviluppato al massimo in quelle società in cui la natura era sfavorevole. Nei pochi luoghi in cui la natura era generosa e mite questo processo si è sviluppato pochissimo e per questo è facile trovare in questi luoghi delle società “matriarcali”: in questo caso le donne e gli uomini sono sullo stesso piano perché’ nessuno dei due ha avuto bisogno di staccarsi dalla natura per dominarla”.[2]

Firestone sostiene che la dicotomia sessuale biologica, in particolare la divisione biologica del lavoro nella riproduzione, è la causa principale della dominazione maschile, dello sfruttamento economico, del razzismo , dell’imperialismo e dell’irresponsabilità ecologica. La disuguaglianza sessuale è “un’oppressione che risale al di là della storia registrata al regno animale stesso”: in questo senso, è stata universale e inevitabile, ma ora esistono le precondizioni culturali e tecnologiche che rendono possibile la sua eliminazione, necessaria per la sopravvivenza umana.

Firestone descrive il suo approccio come un materialismo dialettico più radicale di quello di Karl Marx e Friedrich Engels:

“Ma l’oppressione della donna è un processo dialettico. Finora ha favorito e accelerato l’affrancamento dalla natura, ma ora sta cominciando ad ostacolarlo. L’umanità non ha più bisogno di riproduzione illimitata, anzi è minacciata dalla sovrappopolazione”.[3]

Crede che nella loro preoccupazione per i processi economici, Marx ed Engels non abbiano percepito “il substrato sessuale della dialettica storica”. A differenza di Engels, sostiene che la dominazione maschile è basata biologicamente, giacché esisteva molto prima dell’istituzione della proprietà privata e della famiglia patriarcale monogamica. La dominazione maschile è il risultato della “famiglia biologica”, sia matrilineare che patrilineare, e l’inevitabile dipendenza delle donne e dei bambini all’interno della famiglia dagli uomini, per protezione se non per sussistenza. Non vi erano matrimoni antichi (nelle società governate da donne) e lo status apparentemente superiore delle donne, nelle culture matrilineari, è dovuto solo alla relativa debolezza fisiologica degli uomini (debolezza intesa come minore longevità e difese immunitarie più deboli; le donne tendono a vivere minimo 7 anni in più e, rispetto ai maschi, godono di un sistema immunitario più efficiente). Qualunque sia il sistema del lignaggio, la vulnerabilità delle donne durante la gravidanza e il lungo periodo dell’infanzia umana, richiedono il ruolo protettivo e quindi dominante del maschio.

Questa dipendenza della puerpera e del bambino dal maschio provoca “distorsioni psicosessuali nella personalità umana”, distorsioni che furono descritte da Sigmund Freud. Firestone descrive il freudismo come un “femminismo fuorviante”. L’unica vera differenza tra l’analisi di Freud e quella delle femministe radicali è nel fatto che, Freud e i suoi seguaci, accettano il contesto sociale in cui la repressione sessuale si sviluppa, come qualcosa d’ immutabile:

Benché il sistema di classe sessuale possa aver avuto origine da condizioni biologiche fondamentali, questo non garantisce che, una volta eliminata la base biologica della loro oppressione, donne e bambini saranno liberati, Al contrario, la nuova tecnologia, specialmente il controllo della fertilità, potrà essere usata contro di loro per rafforzare il sistema di sfruttamento. Così come, per assicurare l’eliminazione delle classi economiche, è necessaria la rivolta della classe oppressa (il proletariato), e, in una temporanea dittatura, la loro appropriazione dei mezzi di produzione, altrettanto per assicurare la eliminazione delle classi sessuali è necessaria la rivolta della classe oppressa (le donne) e l’ approvazione del controllo della riproduzione: la restituzione alle donne della proprietà del loro corpo, e il controllo femminile della fertilità umana, compresa sia la nuova tecnologia che tutte le istituzioni sociali della procreazione e dell’ allevamento dei figli. E proprio come l’obiettivo finale della rivoluzione socialista non era solo l’eliminazione del privilegio della classe economica, ma della stessa distinzione di classe, così l’obiettivo finale della rivoluzione femminista deve essere, a differenza di quello del primo movimento femminista, non solo l’eliminazione del privilegio maschile, ma della stessa distinzione dei sessi: le differenze genitali tra gli esseri umani non ranno più alcun importanza culturale. (Un ritorno ad una pansessualitá senza ostacoli, la “perversità polimorfa” di Freud, sostituirebbe probabilmente l’ etero-, -omo, bisessualità). [4]

Freud ha dimostrato che la fonte della repressione e delle distinzioni di classe sessuale è la relazione di potere intrinsecamente diseguale nella famiglia biologica: donne e bambini sono oppressi allo stesso modo dal padre più potente. Il ragazzo s’identifica prima con la madre, di cui condivide l’oppressione, ma presto s’identificherà con il padre, il cui potere teme ma che un giorno erediterà. Durante il processo, accede al tabù dell’incesto e alla stretta separazione tra sessualità ed emozione che ciò richiede, e che è il fondamento psicologico dell’oppressione politica e ideologica. Mentre la ragazza invidia anche il potere del padre, apprende che non può ereditarlo e può condividerlo solo indirettamente, elargendo favori al maschio dominante.

Non solo le donne e i bambini sono inevitabilmente oppressi dalla famiglia biologica, ma sono doppiamente oppressi dalla particolare forma di essa che prevale nelle nazioni industrializzate: la famiglia nucleare patriarcale in realtà isola ogni coppia e la loro prole. L’istruzione obbligatoria e la mitologia romantica dell’infanzia sono strumenti che servono a prolungare l’isolamento dei bambini e la loro dipendenza economica. La rivoluzione socialista-femminista libererà donne e bambini, lasciando loro completa indipendenza economica e libertà sessuale e integrandoli pienamente in un mondo più vasto. La fine del sistema della “classe sessuale” dovrà significare la fine della famiglia biologica, cioè la fine del ruolo riproduttivo biologico delle donne attraverso i mezzi artificiali di gestazione. L’amore tra i sessi rimarrà, perché diventa opprimente solo se unito alla funzione riproduttiva e servile. La famiglia biologica trasforma l’amore sessuale in uno strumento di oppressione. Al suo interno, le donne danno il loro amore agli uomini, ispirando così questi ultimi a una maggiore creatività culturale e fornendo loro un’identità emotiva loro negate nel mondo più vasto della competitività e del carrierismo. Ma le donne, in cambio, ottengono ben poco: la sopravvivenza materiale (alcune con più balocchi e altre con meno balocchi), ghettizzazione, isolamento e svalutazione (nel mondo professionale, politico, economico e culturale). Eppure gli uomini, come risultato del complesso di Edipo e del tabù dell’incesto, non sono in grado di amare: devono degradare le donne a cui fanno l’amore, per distinguerle dalla madre, il primo e proibito oggetto d’amore. Non possono, contemporaneamente, rispettare ed essere sessualmente attratti dalle donne. Ecco perché la “rivoluzione sessuale” degli anni ‘60 non ha significato la liberazione delle donne: al contrario, la liberazione sessuale ha reso le donne esclusivamente “merci” più accessibili ed economiche. Le donne sono ancora vincolate dal doppio standard e dalla necessità di coniugare amore e sessualità. Eliminando la famiglia biologica e il tabù dell’incesto, la rivoluzione femminista allargherà l’opportunità di un vero amore eterosessuale, oltre a legittimare ogni altro tipo di relazione sessuale volontaria, tra adulti liberi. Firestone esita a fare previsioni precise su come i bambini saranno allevati, ma suggerisce che ci sarà una varietà di unità sociali di educazione dei figli, incluse le coppie che “vivono insieme”.

La rivoluzione femminista presuppone il socialismo, ma va oltre. Le società socialiste esistenti hanno cercato di espandere i ruoli delle donne senza fondamentalmente alterarle, integrare le donne in un mondo maschile, piuttosto che eliminare completamente la classe “sessuale”. La rivoluzione femminista porrà fine alla divisione tra la “modalità estetica” (femminile, intuitiva e artistica) e la “modalità tecnologica” (maschile, empirica e finalizzata al controllo della natura attraverso la comprensione delle sue leggi meccaniche). La fine della repressione sessuale libererà Eros e si umanizzerà l’intera cultura. Alla fine porterà non solo alla fine del lavoro alienato, ma del lavoro giacché tale, definito come attività che non è eseguita per se stessa. La tecnologia eliminerà il lavoro domestico e altri lavori faticosi, lasciando tutti liberi di fare un lavoro che è intrinsecamente gratificante. Il libro è ricordato per la proposta radicale secondo cui l’oppressione delle donne potrebbe finire solo con l’abolizione della gravidanza o, meglio, con una socializzazione o collettivizzazione della stessa. Una proposta basata sull’affermazione che l’oppressione delle donne e l’esistenza di ciò che Firestone chiamava “classe sessuale” scaturisce direttamente dalla realtà biologica. Da quella che lei chiamava “una visione materialista della storia basata sul sesso stesso”. Anticipando, con perturbante precisione, che le tecnologie riproduttive sarebbero diventate realtà circa quarant’anni dopo. Anche se precisa che l’innovazione tecnologica non è di per sé socialmente rivoluzionaria – in un ambiente reazionario sarà inevitabilmente usata per fini reazionari. Per Firestone, l’attuale uso di tecnologie riproduttive, per garantire che sempre più donne continuino a rimanere incinte e partorire, sarebbe una conferma di ciò.

[1] S. Firestone, La Dialettica dei Sessi, Autoritarismo maschile e società tardo-capitalista, Guaraldi, a cura di Lucia Personemi, traduzione di Lucia Personemi, Firenze, 1976, p. 8

[2] Ivi, p. 9

[3] Ibidem

[4] S. Firestone, La Dialettica dei Sessi, Autoritarismo maschile e società tardo-capitalista, Guaraldi, a cura di Lucia Personemi, traduzione di Lucia Personemi, Firenze, 1976, pp. 8 -9.

Maddalena Celano

Fonte: http://www.ilsudest.it/cultura-menu/55-cultura/13545-2019-05-30-07-33-21.html?fbclid=IwAR0UFOGVCoyJJLBzlnADwsw5Q4SaWfqmeUhgb70JA40M9_fV-cAowajrmN4

DANNEGGIATO IL BUSTO DI S. BOLÍVAR: SIMBOLO DI UNIONE E FRATELLANZA TRA ROMA E I POPOLI DELL’ AMERICA LATINA

di MADDALENA CELANO

da http://www.ilsudest.it

Questa domenica 12 maggio 2019, il Ministro del Potere Popolare per la Cultura, della Repubblica Bolívariana del Venezuela, Ernesto Villegas, attraverso il suo account Twitter, ha comunicato l’attacco al busto di El Libertador al Monte Sacro a Roma, in Italia, dove il padre della nazione Venezuelana fece il suo storico giuramento per l’indipendenza di Venezuela. Il busto è stato ritrovato la mattina di questo 12 maggio 2019, gettato e terra, deturpato e danneggiato. Il monumento è denso di grandi significati sia storici, sia politici.

Nel 1805 Bolívar arrivò a Roma da Parigi in compagnia del suo precettore S. Rodríguez, con il quale aveva deciso di intraprendere un viaggio di studi attraverso l’Italia, com’era consuetudine allora per i giovani di buona famiglia. Sul Monte Sacro di Roma, Bolívar giurò ufficialmente di dedicare la sua vita alla causa dell’indipendenza dei popoli d’America. Tale giuramento, chiamato “Giuramento di Annibale”, recita:

¡Juro delante de usted, juro por el Dios de mis padres, juro por ellos, juro por mi honor y juro por mi patria, que no daré descanso a mi brazo, ni reposo a mi alma, hasta que haya roto las cadenas que nos oprimen por voluntad del poder español![1]

Il giuramento fu un evento simbolico gravido di conseguenze. Probabilmente in diverse occasioni i due amici parlarono della questione dell’indipendenza del Venezuela ed è possibile che entrambi fossero a conoscenza delle attività di Francisco de Miranda.[2] Il giuramento di Bolívar non nacque all’improvviso, ma fu il risultato di una sopraggiunta consapevolezza. Fu trascritto nei minimi dettagli da Simón Rodríguez in un verbale circostanziato indirizzato a Manuel Uribe Angel, in cui si descriveva la presa di coscienza di Bolívar nei confronti del Nuovo Mondo. Il Libertador è persuaso che il Nuovo Mondo abbia un ruolo “provvidenziale” nei confronti della Storia e dell’umanità: risolvere il grande problema dell’uomo nella libertà. Bolívar era convinto che la comprensione di un’autentica dimensione libertaria potesse verificarsi esclusivamente nel Nuovo Mondo.

La civilizaciòn que ha soplado del Oriente ha mostrado aquì todas sus faces, ha hecho ver todos sus elementos; mas en cuanto a resolver el gran problema del hombre en libertad, parece que el asunto ha sido desconocido y que el despejo de esa misteriosa incógnita no ha de verificarse sino en el Nuevo Mundo.[3]

Joaquin Diaz Gonzalez ritiene che l’evento del Juramento e l’autoinvestitura del giovane a futuro “Libertador” siano in realtà frutto di capillare e profondo lavoro di persuasione da parte del pedagogista repubblicano Simón Rodríguez:

Esa misma posterioridad de las declaraciones de Don Simón Rodríguez explica hasta cierto punto el tono proprio de las frases que, si bien no fueron escritas por Bolívar, expresan el estado de ánimo del discípulo poseído por el entusiasmo y la inspiraciòn fogosa: es decir, explica el tono demasiado retòrico y premeditado del exordio que se pone en labios de Bolívar antes de que éste pronuncie su solemne Juramento (…).[4]

Simón Rodríguez si sentì orgoglioso d’essere stato testimone dell’atto simbolico, poiché Bolívar ben presto tornerà in patria in qualità di Libertador ed Eroe d’America per prestar fede al giuramento profetico che pronunciò sul Monte Sacro, ispirato da Roma e chiamando Dio e il suo maestro come testimoni:

Sul Monte Sacro, dunque, l’eco delle magiche parole del Giuramento profetico si confondono ora con le frasi conclusive attestate da Bolívar stesso riguardo al compimento della propria promessa: “Il mondo di Colombo ha cessato d’essere spagnolo”; “il titolo di Libertador è superiore a tutti quelli che ha ricevuto l’orgoglio umano”. Confermano tali parole del Libertador ciò che dichiara Don Simón Rodríguez, e cioè che “il ragazzo ha mantenuto la parola”, e ciò che afferma O’Leary, che “Sul Monte Sacro… fece quel voto del cui fedele compimento ne è gloriosa testimonianza l’emancipazione dell’America del Sud”. Qui, come disse nel 1923 il sindaco di Roma Cremonesi, “la nobilissima stirpe latina vede le proprie antiche memorie riunirsi e perpetuarsi con le nuove in un ideale, unione di fraternità e gloria”. In modo che questo celebre colle della libertà non solo è, come disse Malpica nel 1847, “il grande monumento del popolo romano”, ma fa parte della storia della liberazione e dell’indipendenza sudamericana e, quindi, appartiene moralmente anche all’America.[5]

Si può pertanto affermare che il viaggio in Italia influenzò notevolmente Bolívar sotto il profilo culturale e ideologico, come dimostrano alcuni suoi documenti successivi:

…come nel Discorso per l’installazione del Consiglio di Stato ad Angostura, il 10 novembre 1817, in cui afferma che “gli esempi di Roma erano di conforto e guida per i nostri concittadini” o come il discorso inaugurale del Congresso di Angostura, pronunciato il 15 febbraio 1919: “La Costituzione Romana è quella che ha fornito il maggior potere e fortuna più che a qualsiasi altro popolo nel mondo… I consoli, il senato e il popolo erano allo stesso tempo legislatori, magistrati e giudici: tutti partecipavano all’esercizio dei poteri”. È del resto noto come nel pensiero politico di Bolívar sia andato a mano a mano crescendo la presenza del modello romano, dalla Costituzione di Angostura fino a quella di Bolivia, interpretato e caratterizzato da un quadro di grande originalità latinoamericana.[6]

Il 27 dicembre 1922, il Comune di Roma denominò l’attuale Piazza  (in cui è situato il monumento) “Menenio Agrippa”, nella Città Giardino Aniene, (ora chiamata Monte Sacro) e, successivamente, venne denominata piazza Bolívar.

Il ripristino del busto di Simon Bolívar

Per quanto riguarda il ripristino del busto di Simon Bolívar, il Municipio III, tramite l’assessore Francesco Pieroni, ha interpellato la Sovrintendenza e l’Ambasciata della Repubblica Bolívariana del Venzuela per un’azione a tutela del luogo e delle testimonianze storiche nel cuore di Montesacro.

Dal Campidoglio sono pervenute queste dichiarazioni: “Ho appreso con dispiacere dei danneggiamenti causati al busto di Simon Bolívar nel parco a lui dedicato. Abbiamo confermato la disponibilità nostra e della Sovrintendenza a dare supporto ove necessario” – ha assicurato dopo i contatti con il Municipio III, il vicesindaco di Roma con delega alla Crescita culturale, Luca Bergamo.


[1] J.Diaz Gonzalez, El juramento de Simon Bolívar sobre el Monte Sacro, Scuola Salesiana del Libro, Roma, 1958, p. 60

[2] Francisco de Miranda fu il primo capo-militare e leader politico a teorizzare l’unionismo latino-americano, considerato, a tutti gli effetti, il precursore di Simón Bolívar e padre della patria “nuestra-americana”. L’enciclopedia storica latino-americana (in lingua inglese) dice in proposito: A dashing, romantic figure, Miranda led one of the most fascinating lives in history. A friend of Americans such asJames Madison and Thomas Jefferson, he also served as a General in the French Revolution and was the lover of Catherine the Great of Russia. Although he did not live to see South America freed from Spanish rule, his contribution to the cause was considerable. Disponibile all’indirizzo: phttp://latinamericanhistory.about.com/od/latinamericaindependence/a/09fmiranda.htm; consultato il 18/06/2016

[3] J.Diaz Gonzalez, El juramento de Simon Bolívar sobre el Monte Sacro, Scuola Salesiana del Libro, Roma, 1958, p. 60

[4] Ivi, pp. 61 – 63

[5] J.Diaz Gonzalez, Giuramento di Bolívar sul Monte Sacro, presentazione dell’ambasciatore Rodrigo Oswaldo Cháves Samudio, Coedizione Italo-venezuelana, ed. Massari, Bolsena (VT), 2005, p. 78.

[6] Ivi, p. 8

Fonte: www.ilsudest.it

La trama imperialista contro il Venezuela: un nuovo “Plan Condor” in azione

Il Servizio

Maddalena Celano, studiosa di America Latina e di lotte per l’emancipazione femminile, è stata intervistata l’ultima volta lo scorso mese, sempre nel nostro settimanale Il SudEst

Proponiamo una terza intervista, per approfondire meglio alcuni nodi politici e “sociali” dell’ attale crisi venezuelana. Maddalena Celano ha dato di recente alle stampe il saggio “Manuela Sáenz Aizpuru – Il femminismo rivoluzionario oltre Simon Bolívar”, edito da Aras.

Intervista di Danilo Gianfrate

(redattore de www.ilsudest.it)

a Maddalena Celano

Il Venezuela sta attraversando una grande crisi sociale ed economica. L’economia è in recessione da cinque anni. Gli stipendi raggiungono a malapena sei dollari al giorno e l’87% della popolazione vive in povertà.

La produzione di petrolio è passata da 3 milioni di barili al giorno nel 2014 a appena 1,15 milioni al giorno nel terzo trimestre del 2018. Le interruzioni di corrente elettrica sono molto diffuse. Il numero di rifugiati e migranti venezuelani ha raggiunto i 3 milioni nel 2018. Gran parte della popolazione mangia solo una volta al giorno e la malnutrizione colpisce il 68% delle persone che vivono in Venezuela. Mentre ciò accade, i ricchi venezuelani che hanno beneficiato del chavismo hanno risparmiato circa 600 miliardi di dollari. In questo contesto, il sostegno popolare a Nicolas Maduro è diminuito drasticamente. Come interpreti gli attuali rapporti di forza in Venezuela?

L’imperialismo e l’opposizione di destra stanno cercando di approfittare del malcontento popolare per rovesciare Maduro, giacché le sanzioni statunitensi contro il Venezuela stanno costringendo le masse verso una situazione difficile. I limiti di questa politica imperialista e dei suoi alleati interni è triplice. Innanzitutto, il massiccio malcontento contro il governo Maduro non si è comunque tradotto in ampio sostegno popolare a favore di Juan Guaidó. Secondo: eccetto poche eccezioni, l’esercito venezuelano continua a sostenere il governo di Maduro. Terzo: il sostegno russo e cinese a Maduro è motivato dai loro interessi strategici in Venezuela.

Ormai tutti sanno che, questo 23 gennaio 2019, Trump ha sostenuto il secondo “presidente” ad interim Juan Guaidó giacché strumentale ai propri progetti di appropriarsi delle riserve petrolifere venezuelane, le più grandi al mondo.

Sempre questo gennaio, John Bolton, uomo la cui idea di diplomazia è di costringere gli altri paesi alla sottomissione affamandoli, cospirando per destabilizzarli o addirittura bombardandoli, ha annunciato nuove sanzioni contro il Venezuela, l’ultima minaccia alla sicurezza nazionale di Washington.

In un briefing alla Casa Bianca, il Segretario del Tesoro e Bolton, hanno fatto rivivere il linguaggio dell’imperialismo e hanno annunciato nuove sanzioni che avrebbero influito sul PDVSA, la compagnia petrolifera statale venezuelana al fine di “mettere più pressione” al presidente Nicolás Maduro. Ma Bolton non si ferma alle misure economiche, in realtà minaccia di invadere il Venezuela.

“Il presidente ha chiarito che tutte le opzioni sono sul tavolo”.

Ormai tutti sanno che Trump ha in pratica nominato il secondo “presidente” per l’acquisizione delle riserve petrolifere venezuelane, le più grandi al mondo, Juan Guaidó, l’uomo dell’opposizione che, ovviamente, nessuno ha eletto. Eppure, Trump e i suoi scagnozzi, seguono la guida del perfido Marco Rubio, dichiarando la presidenza di Maduro “illegittima” e invocando il cambio di regime.

Maduro ha accusato gli Stati Uniti di aver architettato un “colpo di stato” e intrapreso una “guerra economica” contro di lui e il suo governo, cosa che Bolton e Rubio hanno ammesso espressamente.

Si dimentica che gli Stati Uniti, i suoi satelliti latinoamericani e tutti gli altri, non sono preoccupati per la “democrazia” in Venezuela, non sono preoccupati per “un dittatore” che sarebbe stato “eletto in elezioni truccate”. L’amministrazione Trump se ne infischia del popolo venezuelano e si preoccupa esclusivamente di sfruttare le sue riserve di petrolio.

“Economicamente sarà una grande differenza, per gli Stati Uniti, se potessimo investire con le compagnie petrolifere americane e produrre petrolio in Venezuela”, disse Bolton, traboccante di arroganza imperiale, a Trish Regan, conduttore di Fox Business. Gli Stati Uniti hanno “molto in gioco” nel paese sudamericano, ha detto, riferendosi al petrolio di quella nazione e al beneficio economico che l’eliminazione di Maduro e della Rivoluzione Bolivariana avrebbe significato per gli Stati Uniti.

Rubio, che è emerso come consigliere di Trump sull’America Latina, ha anche ammesso che non è né la democrazia o il benessere del popolo del Venezuela ciò cui realmente aspira. “I maggiori acquirenti di petrolio venezuelano sono @ValeroEnergy & @Chevron […]”, ha scritto Rubio questo mese di gennaio 2019 su twitter. “Per il bene dei lavoratori americani spero che s’incominci a lavorare con l’amministrazione del Presidente Guaidó e si sospenda il regime illegittimo di Maduro”.

È doloroso vedere come miopi e infidi siano alcuni presidenti latinoamericani che, seguendo i piani imperiali di Trump, stanno relegando i loro paesi al ruolo del “cortile” degli Stati Uniti.

Tuttavia, nulla è paragonabile al comportamento disgustoso e abietto di Sebastián Piñera, il presidente del Cile, uno dei complici di Trump in Sud America. Forse Piñera, politico di destra, ha dimenticato che il presidente eletto democraticamente, Salvador Allende, è stato deposto e ucciso, nel 1973, in un colpo di stato guidato dagli USA. Augusto Pinochet impose una brutale dittatura, durata 17 anni, in Cile, con l’entusiasmo del presidente Richard Nixon e del segretario di stato Henry Kissinger. Ma qualcosa è molto chiara sulla situazione del paese sudamericano: il governo degli Stati Uniti – non detiene alcun esempio di virtù democratica in sé – non ha diritto alcuno di determinare chi dovrebbe amministrare il Venezuela o meno.

Donald Trump, e le parti più “sinistre” del regime statunitense, stanno rivelando che lo slogan “America First” altro non è che retorica di un imperialismo alimentato e rinforzato?

Il Venezuela ha avuto la sua parte dei problemi e si trova di fronte a una serie di crescenti crisi economiche e politiche. Ma nessuna di queste crisi è potenzialmente catastrofica per la classe lavoratrice venezuelana come il “golpe suave”, in questo periodo perseguito dall’amministrazione Trump contro il presidente Nicolas Maduro. L’ultimo colpo di stato è, almeno in parte, esplicitamente destinato a consentire alle società statunitensi l’accesso alle ricche riserve petrolifere del Venezuela. Non sorprende quindi che questo piano sia sostenuto in modo aggressivo dai leader di destra di tutta l’America Latina, tra cui Mauricio Macri dell’Argentina, Jair Bolsonaro del Brasile, e Sebastian Piñera del Cile, così come la maggior parte dei membri del cosiddetto “Gruppo Lima”. Anche se gli Stati Uniti continuano a spremere e isolare il governo venezuelano di Maduro con terribili conseguenze per le masse, la Russia e la Cina hanno dichiarato il loro sostegno al governo di Maduro, per sfidare l’egemonia degli Stati Uniti nella regione. Proprio come abbiamo visto con la Siria, il Venezuela sta diventando il nuovo palcoscenico per un gioco di scacchi geopolitico tra le potenze internazionali. È chiaro che, dopo anni di guerra in altre regioni del mondo, l’imperialismo statunitense è tornato nel proprio cortile con un nuovo gusto per l’interventismo aggressivo che non si vedeva dagli anni ’80.

Questa minaccia al popolo latinoamericano richiede la creazione di un’opposizione antimperialista determinata e forte, all’interno della sinistra europea e nord-americana. È spiacevole, ma non sorprende che tra gli agitatori più entusiasti del colpo di stato in Venezuela vi siano alcuni dei più noti falchi guerrafondai del regime statunitense, che, con il supporto dei media liberali e di diversi funzionari del Partito Repubblicano e Democratico, stanno velatamente minacciando il governo Maduro, da quando è iniziata la crisi. Potrebbe illustrarci chi sono?

In effetti, la vera troika malvagia dietro la trama contro Maduro è composta da John Bolton, Elliot Abrams e Marco RubioJohn Bolton, attuale consigliere per la sicurezza nazionale ed ex ambasciatore presso le Nazioni Unite sotto il presidente George W. Bush, è un fedele rappresentante della classe dominante. Bolton, ex collega dell’American Enterprise Institute, è coinvolto nelle lobby politiche dei conservatori. È anche un noto guerrafondaio che ha sostenuto l’intervento in Iraq e in Libia e continua a premere per il cambio di regime e le campagne di bombardamento contro l’Iran e la Corea del Nord. Elliott Abrams, l’inviato speciale degli Stati Uniti per il Venezuela, è un criminale di guerra neoconservatore che è tornato, come lo spettro delle amministrazioni passate, al centro dell’azione politica in America Latina.

Abrams invece è ben noto come l’architetto del tentativo di “imbiancare” il massacro di un migliaio di uomini, donne e bambini da parte di squadroni della morte finanziati dagli Stati Uniti in El Salvador, quando era Assistente del Segretario di Stato per i Diritti Umani e gli Affari Umanitari, sotto Reagan. Aiutò anche a organizzare il finanziamento segreto dei Contras, gruppi paramilitari nicaraguensi incaricati di affogare la rivoluzione sandinista nel sangue. Marco Rubio è un senatore repubblicano di destra della Florida, rappresenta gli interessi dei conservatori cubano-americani che “aborriscono l’alleanza tra Caracas e La Habana” e vedono, l’eventuale caduta di Maduro, come un modo per indebolire il governo cubano. Inoltre, l’offensiva di Trump contro il Venezuela, sta generando un grande entusiasmo tra i repubblicani e la comunità latina di destra in Florida. Donald Trump sta dimostrando di non essere altro che una frode; durante la sua campagna elettorale, affermò che gli Stati Uniti avrebbero smesso di intervenire in altri paesi. Sebbene l’annuncio del ritiro delle truppe dalla Siria e dallo Yemen fosse in accordo con la retorica della sua campagna non interventista, Trump ora sta riciclando la politica dei falchi di guerra che sono sempre stati pronti a finanziare golpe militari in tutto il mondo. Questo è il vero contenuto dello slogan “America First”.

Ma l’entusiasmo per la guerra non proviene solo dagli uffici del Partito Repubblicano. Il Partito Democratico e la stampa liberale che “ieri” desideravano mettere “sotto accusa” Trump, oggi applaudono all’offensiva contro il Venezuela.

Come sottolinea Jeremy Scahill, di The Intercept , per i media liberali allineati al Partito Democratico la storia è solo una: “Maduro sarebbe un dittatore socialista corrotto. Bisognerebbe cacciarlo in modo che il Venezuela possa essere libero”. Il ruolo che gli Stati Uniti hanno svolto sotto Bush, sotto Obama e ora sotto Trump in Venezuela è violento e destabilizzante, come per il resto del continente Americano.

Hugh Hewitt, uno dei commentatori preferiti di MSNBC , ha dichiarato su Meet the Press : “È molto importante chiudere con il governo Maduro rispetto al nostro governo”.

Fonte: http://www.ilsudest.it

Almeno due dei contendenti presidenziali democratici, il senatore Kirsten Gillibrand e il membro del Congresso John Delaney, stanno sostenendo Guaidó; sebbene si oppongano a una soluzione militare, ritengono che i provvedimenti adottati dall’amministrazione Trump siano corretti. Il presidente della commissione di intelligence della Camera, Adam Schiff,  afferma di riconoscere Guaidó come presidente, e eminenti democratici come Debbie Wasserman-Schultz, Elliot Engel e l’ex Segretario della Salute e dei Servizi Umani di Clinton, Donna Shalala, stanno apertamente facendo una campagna contro Maduro.

Il famoso commentatore liberale Bill Maher, che ha sostenuto Bernie Sanders nelle primarie del 2016 e poi Hillary Clinton nelle ultime elezioni presidenziali, ha espresso a parole ciò che la maggior parte dei politici del Partito Democratico pensa realmente: “Oggi, il Venezuela ha un ragazzo, un leader dell’opposizione che finalmente è insorto e che noi appoggiamo. E la Russia ci ha avvertito di arretrare perché stanno appoggiando il dittatore. Questa era la dottrina Monroe! Questo è il nostro cortile! E ora la Russia ci sta dicendo di evitare di intervenire in Venezuela […]”

Sanders, d’altra parte, ha scritto un tweet in tre parti sul tentativo di colpo di stato in corso in Venezuela. Ha correttamente collegato la situazione in Venezuela agli interventi passati sponsorizzati dagli Stati Uniti in Cile, Guatemala, Brasile e Repubblica Dominicana, attirando l’ira dei media mainstream.

Tuttavia, anche questo tweet si concentra innanzitutto sulla denuncia di Maduro, piuttosto che mettere al centro la denuncia dell’imperialismo USA. Ma la cosa più importante, la vera contraddizione è che Sanders potrebbe candidarsi come presidente all’interno del partito imperialista che sta attualmente tifando per Juan Guaidó.

Dietro la trama di Trump contro il Venezuela, ci sono gli interessi imperialisti bipartisan che in passato hanno fomentato colpi di stato militari e hanno contribuito a installare governi allineati con gli Stati Uniti, garantendo il saccheggio delle risorse della regione.

Ma l’egemonia americana sull’America Latina non è più quella di una volta, e nella sua offensiva contro il Venezuela, l’imperialismo statunitense sta già trovando le resistenze di Russia e Cina.

I media di destra sostengono che la crisi in Venezuela è dovuta al carattere “socialista” della sua economia e del governo.  Concordi con quest’interpretazione?  Questo 7 Maggio 2019 hai partecipato, presso l’ Università degli Studi di Roma3, Dipartimento di Scienze Politiche, Lingua, Cultura e Istituzioni dei Paesi in Lingua Spagnola, come relatrice al Primer Congreso Internacional. Venezuela: desde la búsqueda de la paz hasta el discurso político, con una relazione dal titolo “La Guajira: una regione dimenticata tra Colombia e Venezuela. La terra di nessuno”. E il giorno 10 maggio 2019, hai partecipato presso la stessa Università, ma alla Facoltà di Economia, (questa volta solo come uditrice), alla Conferenza “Indipendenza Economica e Sovranità Alimentare, Cosa produrre, come, perché e per chi?” con Jose Luis Berroterán (Rettore Universidad Nacional Experimental de los Llanos Centrales Romulo Gallegos – Venezuela – ex Ministro dell’Agricoltura) e Pasquale De Muro (Docente di Economia dello sviluppo umano e coordinatore del Master in Human Development and Food Security – Università di Roma Tre). Che cosa hai imparato da queste esperienze e dal confronto con altri intellettuali ed esperti del continente latino-americano?

Come ha riportato, nella sua presentazione, il Collettivo Studentesco “Coniare Rivolta”, tra gli organizzatori della Conferenza Indipendenza Economica e Sovranità Alimentare, Cosa produrre, come, perché e per chi? “Tra sanzioni economiche e tentativi di golpe il Venezuela è da ormai diverse settimane sotto attacco. Ancora una volta, alcuni segmenti di borghesia nazionale e l’imperialismo statunitense cercano di far cadere con la violenza il legittimo governo bolivariano. Ancora una volta, però, il popolo venezuelano sembra avere respinto il tentativo di colpo di stato.

Il cammino rivoluzionario è però ancora lungo e passa anche dalla conquista e dalla difesa della sovranità e della sicurezza alimentare, una delle maggiori sfide intraprese dai governi di Chavez e Maduro negli ultimi vent’anni per garantire l’accesso alla terra e al cibo a chi ne era stato privato per secoli.”[1]

Eppure, gli attuali problemi del Venezuela sono dovuti proprio al fatto che il Venezuela non è mai stato un paese pienamente ed autenticamente socialista. Quest’affermazione potrà scandalizzare e destabilizzare qualcuno (sia a destra che a sinistra) ma le ragioni sono molteplici.  Ad esempio, né Chavez, tantomeno Maduro hanno espropriato la proprietà capitalista nel suo complesso. L’economia si è tenuta in piedi grazie ai proventi del petrolio. Infine nessuna delle industrie parzialmente espropriate è stata messa nelle mani della classe operaia. L’economia del Venezuela è basata sulle esportazioni di petrolio. Durante i buoni anni del governo di Hugo Chavez (2004-2013), l’economia è fiorita grazie all’aumento dei prezzi delle materie prime. Ma dal 2014 i prezzi del petrolio sono diminuiti drasticamente, situando l’economia venezuelana ai margini dell’abisso. Il capitale accumulato negli anni in cui i prezzi del petrolio sono aumentati (2004-2013) non è stato utilizzato per diversificare l’economia, specialmente nei suoi punti deboli e nodali di bassa produzione locale di cibo e medicinali. La borghesia venezuelana e i capitalisti stranieri non furono espropriati. Infatti, come ha riconosciuto lo stesso Maduro, 3000 società statunitensi operano ancora in Venezuela. Gli espropri fatti dal governo di Chavez hanno avuto compensi molto elevati per le società proprietarie. Inoltre, le industrie espropriate non furono mai trasferite nelle mani di organismi di rappresentanza democratica della classe operaia, ma nelle mani della burocrazia chavista. Lungi dall’avanzare verso una vera socializzazione dei mezzi di produzione, la presenza di capitale straniero nel paese, legata allo sfruttamento del petrolio e delle risorse naturali, è aumentata. In definitiva il Venezuela non è mai stato un paese comunista ma neanche pienamente socialista: perciò l’isterismo di una certa destra contro il Venezuela, come di una certa sinistra, è del tutto paranoico e ingiustificato. Tuttavia, proprio nei momenti di maggiore crisi, sorgono le idee e gli esperimenti sociali più avanzati e le lotte sociali s’intensificano. Proprio a causa dell’inasprimento delle sanzioni, il Venezuela progetta una sua piena sovranità alimentare, puntando maggiormente sull’agricoltura, sull’industria agroalimentare e sull’industria farmacologica. Ma, questa volta, con modalità ben diverse da quelle conosciute fino ad oggi, in Europa o negli USA. La giornalista ambientalista, Marinella Correggia, riporta la seguente esperienza: “[…]L’ateneo, specializzato nelle produzioni agroalimentari (ha trenta ettari coltivati) e nelle ricerche nel campo della salute, è al tempo stesso un’area di avanguardia e un luogo di applicazioni concrete, compresa la vendita di prodotti agricoli utili perfino ad affrontare la guerra economica in corso contro il Venezuela.

Il rettore José Luis Berroterán, già docente all’università centrale del Venezuela ed ex ministro dell’agricoltura, appoggia diversi programmi originali. Ad esempio, il progetto Cacique Nigale, per la formazione nel campo della salute di giovani appartenenti alle numerose comunità autoctone dei popoli originari, sopravvissuti alla colonizzazione. Ci spiega il progetto, la sua coordinatrice, la dottoressa Leyda Peña, originaria dell’etnia Bari nello Stato Zulia: «Abbiamo iniziato nel 2010 grazie a un accordo fra questa università, il ministero della salute e quello dei popoli indigeni e dei popoli originari. Il programma ha un’importanza strategica, perché le comunità autoctone vedono la medicina allopatica e il medicocriollo come estranei, perfino minacciosi. Nel concetto di cosmogonia che abbiamo ereditato dai nostri antenati, la salute è qualcosa di integrale, una relazione stretta fra l’essere umano e lo spazio vitale, la natura. Gli studenti provenienti dai diversi popoli originari (wayu, warao, ñangatu, chaima, pemon, kariña) si formano nella medicina convenzionale, ma senza dimenticare le proprie radici e le conoscenze ancestrali dei popoli, e quindi saranno capaci di offrire alle loro comunità un’alternativa nella prevenzione e nella cura.»  E mentre i giovani delle varie comunità ci regalano la traduzione nella loro lingua natale di un motto più che urgente, «Pace per il mondo», Leyda sottolinea l’importanza delle cure naturali: «Il Venezuela è il quarto paese con maggiore biodiversità al mondo! L’industria straniera ci ha spesso rapinati dei principi attivi che vengono falle nostre piante autoctone, malgrado le nostre leggi vietino questa appropriazione dei saperi ancestrali dei popoli indigeni».[…][2]

Invece, per quanto concerne il Convegno Internazionale del 6, 7 e 8 maggio, Primer Congreso Internacional. Venezuela: desde la búsqueda de la paz hasta el discurso político”, ho potuto illustrare la condizione della Guajira, associando la sua destabilizzazione al Plan Colombia. La Guajira, dura e arida, si trova al confine tra Venezuela e Colombia. Per oltre 500 anni, la tribù nativa dei Wayúu, ha resistito a tutti coloro che sono venuti a depredare le loro terre o risorse, dai coloni spagnoli in cerca di perle ai pirati inglesi in cerca di tesori. La scoperta di carbone, petrolio, sale e gas sul loro territorio, tuttavia, ha modificato la situazione. Le rapaci società energetiche multinazionali minacciano non solo la Guajira, ma anche la cultura e il modo di vivere dei Wayúu. I Wayúu sono stati a lungo coinvolti nella guerra tra l’esercito colombiano, le FARC e i paramilitari di destra, ponendo il Wayúu in una posizione estremamente vulnerabile. Oltre al contrabbando di stupefacenti, i paramilitari hanno cercato di assumere il controllo del redditizio commercio di benzina e prodotti del Venezuela, tradizionalmente gestiti dai Wayúu, che sono in grado di viaggiare liberamente tra i due paesi e di trasportare gratuitamente la merce venezuelana in Colombia. Le multinazionali energetiche hanno ormai privatizzato e depredato tutte le loro risorse. I Wayúu in questo momento sopravvivono solo grazie agli aiuti alimentari dei CLAPS (comitati locali per l’approvvigionamento e la produzione alimentare, promossi dall’attuale governo venezuelano) ma il golpismo permanente (golpe soave) che colpisce l’attuale governo venezuelano e le tensioni con la Colombia, rendono instabile l’ approvvigionamento alimentare in territorio Wayúu, in quanto territorio di confine.Sia prima che dopo, notai che il resto delle relazioni del 7 maggio furono piuttosto imprecise, poco documentate ed “ideologiche” nella descrizione della situazione venezuelana. Una docente dell’ Università Cattolica di Colombia ha letto dei documenti del Tribunale Supremo di Giustizia in esilio, eletto dall’Assemblea Nazionale nel 2017, ma attualmente in esilio a Panama. Un’ istituzione che in Venezuela non ha alcuna considerazione e alcun valore, essendo esclusivamente riconosciuto Tribunal Supremo de Justicia, (TSJ) che rappresenta la Corte Suprema del Venezuela. Detto ciò, si è anche blaterato di presunti “brogli elettorali”, “illegittimità” del Governo Maduro e numerose altre amenità che non elencherò qui (non solo la relatrice ma anche il moderatore e qualche persona presente in aula)… Purtroppo non sono stata interpellata sulle questioni più “delicate” in cui avrei avuto molto da dire e da “ridire”.  Il dato ufficiale sull’affluenza, dice che si è recato alle urne il 46 per cento degli aventi diritto, pari a circa 8 milioni di cittadini: dato in netto calo rispetto all’80 per cento delle presidenziali di cinque anni fa. Maduro, leader del Partito socialista bolivariano, ha raccolto 5,8 milioni di consensi, a fronte degli 1,8 milioni del candidato ultraliberista Henri Falcón, ex socialista passato alla destra. Il pastore evangelico Javier Bertucci ha raccolto invece 933mila preferenze. Ma secondo Falcón, le elezioni sono “indubbiamente prive di legittimità”. Il candidato liberista si è rifiutato di riconoscere la vittoria di Maduro. Il sistema elettorale venezuelano è accusato, infatti, di presunte irregolarità. Ma la vecchia società incaricata della gestione del software elettorale dall’ANC, nel mese di luglio 2017, la Smartmartic, aveva denunciato una manipolazione di “almeno un milione di voti”. Una denuncia che ha cambiato la percezione internazionale. Tuttavia, il 18 maggio 2017 erano arrivati a Caracas 150 osservatori internazionali. Secondo quanto riportato dall’Agi, le votazioni sono state controllate, tra gli altri, dai rappresentanti di alcuni organismi regionali dell’America Latina, tra cui tutti i Caraibi e l’Alba, e di paesi come Bolivia, Cina, Siria e Turchia. Il voto in Venezuela è “totalmente automatizzato e può essere controllato in tutte le sue fasi”, fa sapere il Consiglio Elettorale Nazionale. I votanti, infatti, possono accedere alla scheda elettorale digitale grazie alla loro impronta e premere sul nome del candidato che desiderano votare. In questo modo sarà impossibile esprimere più di una volta il proprio voto.[3] “I voti sono immagazzinati nella memoria della macchina e alla fine della giornata sono confrontati con quelli cartacei”, spiega il CNE. Quando l’elettore esprime la propria preferenza, infatti, la macchina stampa una “ricevuta” che deve essere verificata e depositata in una scatola di sicurezza. La contesa elettorale è stata quindi segnata da brogli? Nessuno è mai riuscito a provare nulla e non esiste uno straccio di prova che confermi queste accuse. Nel 2012 Jimmy Carter ha dichiarato che il sistema elettorale del Venezuela è il migliore del mondo.  Al principale sfidante di Maduro, Falcón, sono stati resi disponibili tutti i media durante l’ultima campagna elettorale. Lui e il suo consulente economico, Francisco Rodríguez, hanno viaggiato in tutto il paese e sono apparsi sulle principali reti televisive del Venezuela, dove si sono scagliati contro Maduro offendendo con ogni sorta di epiteto. Infatti, Falcón ha lanciato la sua campagna con un discorso di 35 minuti sulla TV di Stato venezuelana, in cui ha bollato Maduro come «candidato della carestia» che aveva trasformato il popolo in «schiavi» e impoveriti. Quale “dittatore” permette al suo oppositore di lanciare simili attacchi, tramite le tv di Stato? La Fondazione di Jimmy Carter (www.cartercenter.org), sulla presunta  “dittatura” di Maduro dichiara quanto segue: “In effetti, delle 92 elezioni che abbiamo monitorato, direi che il processo elettorale in Venezuela è il migliore del mondo”. Carter ha vinto un premio Nobel per il suo lavoro di monitoraggio delle varie elezioni democratiche svolte nel mondo. Attraverso la Fondazione Carter Center, che ha osservato e certificato le precedenti elezioni venezuelane, non si è riscontrata alcuna irregolarità. Da quando il leader venezuelano dell’opposizione di destra, Juan Guaidó, si è autoproclamato presidente mercoledì 23 gennaio 2019, la crisi nel paese ha acquisito dimensioni internazionali. Il conflitto venezuelano sembra essere una priorità assoluta per il governo di Donald Trump e un settore del regime americano, ma gli Stati Uniti non sono l’unico paese che interviene nell’area. I legami economici che legano il Venezuela alla Russia e alla Cina sono profondi. Il Venezuela deve a entrambi i paesi un totale di oltre $ 120 miliardi. Le strette relazioni della Russia con il Venezuela risalgono al governo di Hugo Chavez, e negli anni seguenti, il Venezuela è stato uno dei pochi nella comunità internazionale a sostenere il coinvolgimento della Russia in Siria e Ucraina. Ma soprattutto, la compagnia petrolifera russa Rosneft, ha un interesse particolarmente radicato nel governo di Maduro. Nel 2017 Rosneft ha acquisito quasi il 50 percento della società petrolifera statunitense Citgo, di proprietà del conglomerato energetico venezuelano PDVSA. Citgo funge da garanzia per i debiti venezuelani verso Rosneft e dà fondamentalmente un potere strategico alla Russia in America Latina. Da parte sua, la Cina ha iniettato $ 65 miliardi in Venezuela negli ultimi dieci anni. La Cina ha anche aiutato il Venezuela a creare fabbriche per la produzione di automobili, telefoni e infrastrutture. La Cina ha anche venduto notevoli quantità di equipaggiamento militare in Venezuela, come i veicoli utilizzati dalla Guardia Nazionale. 
Sebbene la portata delle divergenze geopolitiche e degli antagonismi economici tra queste potenze non sia chiara, nella scena internazionale si stanno allertando le conseguenze militari della crisi venezuelana. La Cina ha un impianto di localizzazione satellitare presso la base venezuelana di Guarico. La Russia ha una forte presenza informatica presso la base navale di La Orchilla. Ecco perché la minaccia di Trump di inviare 5.000 truppe in Colombia non può essere presa alla leggera. Sebbene gli Stati Uniti abbiano già escluso un imminente intervento militare in Venezuela, questo mese di febbraio, il presidente Trump ha dichiarato in un’intervista alla CBS che l’opzione militare “era ancora sul tavolo”. È noto che i 20 milioni di dollari in “assistenza umanitaria al popolo del Venezuela”, consegnati direttamente all’opposizione di destra guidata da Guaidó, non saranno utilizzati per mitigare la fame del popolo venezuelano ma piuttosto per rafforzare il tentativo di colpo di stato e l’ala destra del paese. Non ci si può aspettare nulla di buono dalle dispute tra le potenze internazionali in Venezuela e chi getta benzina sul fuoco (piuttosto che stemperare gli animi) è un irresponsabile o un criminale.


[1] https://coniarerivolta.org/2019/05/06/incontro-su-indipendenza-economica-e-sovranita-alimentare-in-venezuela/

[2]Fonte:http://www.sibialiria.org/wordpress/?p=3690http://www.sibialiria.org/wordpress/?p=3690&fbclid=IwAR1cT6ypCQezxv0K2Dk3CLbJCjb8X9hRa2vq60ZR9JnnSai4IhSueX-3UZ0

[3]https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-venezuela_sono_state_irregolari_le_elezioni_vinte_da_maduro_nel_2018/5694_27148/

Intervista a Raul Capote, ex collaboratore della CIA

Tradotto da MADDALENA CELANO
da http://www.ilsudest.it

“I piani della CIA sul Venezuela sono molto avanzati”

In una recente intervista a La Habana, un ex collaboratore della CIA, il cubano Raúl Capote, ha rivelato la strategia della CIA nelle università venezuelane per creare un tipo di movimento studentesco d’opposizione destabilizzante che il paese in questo momento sta affrontando. Esamina anche la manipolazione dei media e sostiene che uno dei diplomatici statunitensi, che il presidente Maduro ha espulso dal Venezuela, lo scorso settembre, era in realtà un agente della CIA.

FONTE: Raúl Capote / Chavez Vive Magazine

25 marzo 2014 alle 11.02

raul_capote.png

Raúl Capote è un cubano. Ma non un cubano qualsiasi. In gioventù, fu contattato dalla CIA (Central Intelligence Agency) degli Stati Uniti. Gli offrirono una quantità infinita di denaro per cospirare contro Cuba. Ma accadde qualcosa d’inaspettato per gli Stati Uniti. Capote, in realtà, stava lavorando per la sicurezza nazionale cubana. Da quel momento in poi, lavorò come doppio agente.

Quale fu il metodo con cui ti arruolarono?

Attraverso un’evoluzione di molti anni, diversi anni di preparazione e acquisizione. Ero il capo di un movimento studentesco cubano che, in quel momento, creò un’organizzazione, la Saiz Brothers Cultural Association, un gruppo di giovani creativi, pittori, scrittori, artisti. Ho lavorato in una città nel centro-sud di Cuba, Cienfuegos, che aveva caratteristiche di grande interesse per il nemico, perché era una città in cui all’epoca si stava costruendo un importante polo industriale. Stavano innalzando una centrale elettrica, l’unica a Cuba, e c’erano molti giovani che ci lavoravano. Per questo motivo, era anche una città che aveva molti giovani ingegneri laureati in Unione Sovietica. Stiamo parlando degli ultimi anni ’80, quando c’era quel processo chiamato Perestroika. E molti ingegneri cubani, arrivati a Cuba, in quel momento, si sono laureati da lì, erano considerate persone che erano arrivate con quell’idea di Perestroika. Per questo motivo, era un territorio interessante, dove c’erano molti giovani. Il fatto di essere un giovane dirigente di un’organizzazione culturale, che si occupava di un settore importante dell’ ingegneria e interessato alle arti, divenni attrattivo per i nordamericani che iniziarono a frequentare gli incontri a cui partecipammo. Non si sono mai identificati come nemici o come funzionari della CIA.

C’erano molti di loro, o sempre un’ unica persona?

Parecchi. Non si sono mai presentati come funzionari della CIA, né come persone che erano venute a causare guai o altro.

E chi pensi che fossero?

Si sono presentate come persone che vengono ad aiutarci per il nostro progetto, e che hanno la capacità di finanziarlo. Che hanno avuto la possibilità di renderlo realtà. La proposta, in quanto tale, sembrava interessante perché, okay, un progetto nel mondo letterario richiede che conosca un editore, che abbia relazioni editoriali. È un mercato molto complesso. E sono venuti nel nome degli editori. Quello che è successo è che, durante il processo di contatto con noi, ciò che volevano veramente diventò abbastanza evidente. Perché una volta stabilito il contatto, una volta iniziati a frequentare i nostri incontri, una volta che hanno iniziato a promettere finanziamenti, sono arrivate le condizioni per essere finanziati.

Quali condizioni hanno richiesto?

Ci hanno detto: abbiamo la capacità di mettere il mercato a tua disposizione, di inserirti nei mercati dei libri o delle sculture, film o altro, ma abbiamo bisogno della verità, perché quello che vendiamo sul mercato è l’immagine di Cuba. L’immagine di Cuba deve essere realistica, di difficoltà, di ciò che sta accadendo nel paese. Volevano divulgare la realtà di Cuba. Quello che stavano chiedendo è di  criticare la rivoluzione, basandosi su linee di propaganda anti-Cuba, che loro stessi fornirono.

Quanto era grande il budget di queste persone?

Sono venuti con una quantità infinita di soldi, ma abbiamo scoperto, nel tempo, da dove proveniva la fonte il denaro. Ad esempio, c’era l’USAID, che era il grande fornitore, l’appaltatore generale di questo bilancio, che incanalava il denaro attraverso le ONG, molte delle quali create solo per Cuba. Erano ONG che non esistevano, create esclusivamente per questo tipo di lavoro a Cuba, e stiamo parlando di migliaia e migliaia di dollari. Non stavano lavorando su piccoli budget. Per farti un esempio, in un momento mi hanno offerto diecimila dollari, solo per includere elementi di propaganda anti-Cuba, nel romanzo che stavo scrivendo.

Di quale anno stiamo parlando?

Intorno al 1988-89.

Questi agenti, quante persone avrebbero potuto contattare o reclutare?

In realtà, il loro successo non è durato molto, perché a Cuba c’era una cultura di confronto totale con questo tipo di eventi. Le persone sapevano molto bene che dietro quella storia c’era qualcuno che voleva “aiutarci”. Non fu nulla di nuovo nella storia della nostra terra e, per questo motivo, era molto difficile per loro arrivare dove eravamo. In un determinato momento, intorno al 1992, abbiamo tenuto un incontro con tutti i membri dell’organizzazione e abbiamo deciso di espellerli. Non è stato loro permesso di partecipare ad altri dei nostri incontri. Altre persone stavano già arrivando, con proposte concrete e anche con aiuti economici precondizioni. Quello che è successo è che, nel momento in cui abbiamo fatto l’incontro, e li abbiamo respinti, li abbiamo espulsi anche dal quartier generale dell’associazione, poi hanno iniziato a “particolarizzare” le azioni. Cominciarono a far visita a me, in particolare, e anche ad altri compagni, i più giovani. Con alcuni hanno avuto successo, o dovrei dire, sono riusciti a far uscire anche alcuni di loro dal paese.

Che tipo di profilo cercavano, più o meno, se si potesse specificare un qualsiasi tipo di profilo?

Volevano, soprattutto in quel momento, presentare Cuba come una terra del caos. Che il socialismo a Cuba non era riuscito a soddisfare i bisogni della popolazione, che Cuba era un paese in cui il socialismo era approdato alla povertà assoluta e che, il modello, non piaceva a nessuno. Questa era la chiave di quello che stavano perseguendo, soprattutto, in quel momento. 

Da quanto tempo sei un agente della CIA?

Questa storia durò fino al 1994. Perché nel 1994, sono andato a La Habana, sono tornato nella capitale e qui, nella capitale, ho iniziato a lavorare per l’Unión de Escritores y Artistas de Cuba de La Habana, un’unione che rappresentava gli operatori culturali della capitale, e sono diventato ancora più interessante per loro, perché ho continuato a dirigere – dall’essere un leader di un’organizzazione giovanile con 4.000 membri, a dirigere un’unione con 40.000 membri, proprio nella città de La Habana. E poi, la cosa diventa molto più interessante. Fui seguito da altri contatti. In quel periodo apparve una professoressa di una nuova università venuta con la missione di dare il via alla produzione del mio lavoro letterario, voleva diventare la mia rappresentante e organizzare eventi.

Potresti fornire il suo nome?

No, perché hanno usato pseudonimi. Non hanno mai usato nomi veri. E quel tipo di lavoro, la promozione come scrittore, era quello a cui erano molto interessati, perché volevano convertirmi in una personalità in quel mondo. Volevano promuovermi e impegnarmi con loro in modo indiretto. E poi, nel 2004, arrivò a La Habana una persona ben nota in Venezuela, Kelly Keiderling. Kelly è arrivata a La Habana per lavorare come capo dell’Ufficio stampa e cultura. Hanno organizzato un incontro. Hanno organizzato un cocktail party e in quella festa ho incontrato 12 funzionari nordamericani, nordamericani ed europei. Non erano solo nordamericani. Tutte persone con esperienza, alcune anche all’interno dell’Unione Sovietica, altre che avevano partecipato all’addestramento e alla preparazione del popolo in Jugoslavia, nelle Rivoluzioni Colorate, ed erano molto interessati a incontrarmi. Kelly divenne molto vicino a me. Ha iniziato a prepararmi. Ha iniziato a istruirmi. Ho iniziato a ricevere da lei una formazione molto solida: la creazione di gruppi alternativi, gruppi indipendenti, l’organizzazione e la formazione di animatori giovanili, che non hanno partecipato alle opere delle nostre istituzioni culturali. E questo accadde nel 2004-5. Kelly praticamente sparì dalla scena nel 2005-6. E quando ho iniziato a lavorare, mi ha messo in contatto diretto con i funzionari della CIA. Presumibilmente ero già impegnato con loro, ero pronto per la prossima missione e mi hanno messo in contatto con Renee Greenwald, un funzionario della CIA, che ha lavorato direttamente con me, e con un uomo di nome Mark Waterhein, che era, all’epoca capo del Progetto Cuba, della Pan-American Foundation for Development.

Quest’uomo, Mark, oltre a dirigere il Progetto Cuba, aveva un legame diretto con Cuba, in termini di finanziamento del progetto anti-rivoluzionario, oltre ad essere coinvolto nel lavoro contro il Venezuela. Cioè, era un uomo che, insieme a gran parte della sua squadra di funzionari di quel famoso progetto, lavorava anche contro il Venezuela, in quel momento. Erano strettamente connessi. A volte c’è voluto un sacco di lavoro per comprendere chi stava lavorando con Cuba, e chi no, perché molte volte i ruoli si sono intrecciati. Per esempio, c’erano venezuelani venuti a lavorare con me, che lavoravano (anche)  a Washington, che erano subordinati della Pan-American Foundation e della CIA, e sono venuti a Cuba per addestrarmi, e per portare provviste. Da lì è nata l’idea di creare una fondazione, un progetto chiamato Genesis.

Genesis è forse il modello, come idea, di molte delle cose che accadono oggi nel mondo, perché Genesis è un progetto rivolto ai giovani universitari di Cuba. Stavano facendo qualcosa di simile in Venezuela. Perché? L’idea era di convertire le università – che sono sempre state rivoluzionarie, che hanno prodotto rivoluzionari, le location da cui provengono molti dei rivoluzionari di entrambi i paesi – e convertirle in fabbriche per i reazionari. Quindi, come si fa? Creando leader. Che cosa hanno cominciato a fare in Venezuela? Trasferirono studenti in Jugoslavia, finanziati dall’International Republican Institute (IRI), che fu sovvenzionato dall’USAID e dall’Istituto Albert Einstein, e li inviò, in gruppi di dieci, con i loro professori.

Hai i nomi dei venezuelani?

No, stiamo parlando di centinaia di persone inviate. Ho parlato con il professore, ho visto un gruppo e seguito l’altro. Perché stavano lavorando a lungo termine. Lo stesso piano era anche in vigore contro Cuba. Genesis promosse, insieme all’università, un piano di formazione di borse di studio per dirigenti e professori di studenti cubani. Il piano era molto simile. Inoltre, nel 2003, hanno preparato qui, a La Habana, un corso nella sezione degli interessi statunitensi, che è stato chiamato “Deporre un leader, depositare un dittatore”, basato sull’esperienza di OTPOR nel rimuovere Slobodan Milosevic dal potere. E questa era l’idea, all’interno dell’università cubana, di lavorare a lungo termine, perché questi progetti richiedono sempre molto tempo per ottenere un risultato. Per questo motivo, hanno anche iniziato presto in Venezuela. Anch’io credo – non ho prove, ma credo che in Venezuela sia iniziata prima del governo di Chávez, perché il piano di conversione delle università latinoamericane, che furono sempre fonte di processi rivoluzionari, in università reazionarie, è più antico del Processo venezuelano [bolivariano], per invertire la situazione e creare una nuova ala destra.

La CIA funzionava solo a Caracas?

No, in tutto il Venezuela. In questo momento, Genesis ha un piano di borse di studio per creare leader a Cuba. Forniscono borse di studio agli studenti delle grandi università del Nord America, per addestrarli come leader, con tutte le spese pagate. Pagano loro i costi di tutto il piano di studi, forniscono borse di studio complete. Stiamo parlando del 2004-5 qui. Era abbastanza ovvio. Quindi, quei leader tornano all’università in un dato momento. Sono studenti. Vanno a concludere le loro carriere. Quei leader, quando finiscono la carriera da studenti, continuano a svolgere diversi lavori, hanno diverse possibilità, come ingegneri, come laureati in diversi settori della società cubana, ma ci sono altri che continuano a preparare i leader all’interno dell’università. Una delle missioni più importanti dei leader universitari era quella di occupare la leadership delle principali organizzazioni giovanili dell’università. Nel caso di Cuba, stiamo parlando dell’Unione della Gioventù Comunista e della Federazione Studentesca Universitaria. Cioè, l’ obiettivo non era quello di creare gruppi paralleli in quel momento, ma di diventare i leader delle organizzazioni già esistenti a Cuba. Inoltre, per formare un gruppo di leader nelle strategie del colpo “soft”. Cioè, allenare le persone per il momento opportuno per iniziare le famose “rivoluzioni colorate” o “guerre non violente”, che, come ben sai, non hanno nulla a che fare con la non violenza.

Che cosa cercano, per il reclutamento, in un professore?

I professori sono prede molto facili. Identificano professori universitari scontenti con l’istituzione, persone frustrate, perché hanno ritenuto che l’istituzione non garantisse loro nulla, o non ne riconoscesse i meriti. Quando sono molto vecchi, ancora meglio. Non specificano caratteristiche precise. Cercano persone anziane, quindi si può selezionare. Se invii un piano di borse di studio, o lo trasmetti e, per prima cosa, ricevono un invito a partecipare a un grande congresso internazionale di una certa disciplina, saranno eternamente grati a te, perché sei stato chi ha scoperto il loro talento, che non è mai stato riconosciuto dall’università. In seguito, quell’uomo che hanno mandato a fare ricerca all’estero, nell’università nordamericana, è invitato a un grande evento, pubblicano le sue opere e gli costruiscono un curriculum. Quando quella persona ritorna a Cuba, torna con un curriculum formidabile, perché ha partecipato a un evento scientifico di prim’ ordine, ha superato i corsi delle grandi università e il suo curriculum raggiunge il tetto, quindi l’influenza che potrebbe avere nell’università sarà più grande, perché potrebbe essere riconosciuto come una figura di primo piano nella sua specialità, anche se in pratica l’uomo potrebbe essere un ignorante.

Quando sono efficaci questi tipi di reclutamento, che genere di missioni realizzano?

Nel caso di Cuba, non hanno raggiunto grandi risultati. Primo, perché c’era una ragione molto importante, perché io ero quello che dirigeva il progetto, e io, in realtà, non ero un agente della CIA, ero un agente della sicurezza cubana, e così, l’intero progetto è passato attraverso il mio mani, e pensavano che fossi colui che l’avrebbe eseguito. E il piano passava sempre attraverso il lavoro che ero in grado di fare, e ciò che facevamo era rallentarlo il più possibile, sapendo subito cosa si stava programmando. Ma basti pensare l’obiettivo del loro piano: stavano ponderando il momento in cui le figure storiche della rivoluzione sarebbero scomparse. Stavano calcolando un termine di cinque o dieci anni, in cui Fidel sarebbe scomparso dalla scena politica, e Raúl, e gli storici leader rivoluzionari dalla terra. Quello era il momento che stavano aspettando, e quando ciò accadde, dovetti lasciare l’università, con tutto il supporto della stampa internazionale e di quello delle ONG, dell’USAID e di tutte le persone che lavoravano intorno ai soldi della CIA, e sarebbe sorta un’organizzazione che si sarebbe rivelata alla luce pubblica, in alternativa a ciò che stava facendo la rivoluzione. Questo è quello che sarebbe successo con la Genesis Foundation for Freedom.

Cos’è questa Fondazione?

La Genesis Foundation for Freedom aveva un’ ideologia, apparentemente rivoluzionaria, ma l’idea era di confondere la gente. L’idea era che avrebbero affermato di essere rivoluzionari, che quello che volevano era apportare cambiamenti nel governo, ma, quando si tratta di fare pratica, quando si arriva all’essenza del progetto, quando ti chiedi: “Qual è il progetto?”

L’ideologia era e il progetto era esattamente lo stesso di quelli della tradizionale destra. Perché i cambiamenti che promuovevano erano gli stessi che la destra, da sempre, promuove nel paese. In pratica, hanno quasi avuto la loro grande opportunità, secondo i loro criteri, nel 2006, quando è arrivata la notizia in TV che Fidel, per motivi di salute, stava abbandonando le sue responsabilità governative, e hanno sempre detto che la rivoluzione cubana sarebbe morta con la morte di Fidel. Perché la rivoluzione era Fidel, e il giorno in cui Fidel non era più lì, morendo o uscendo dal governo, il giorno dopo sarebbe scoppiata la rivoluzione. E hanno calcolato che ci sarebbero stati scontri interni, che ci sarebbe stato malcontento per questo o quello. Calcoli che non so da dove li abbiano presi, ma loro ci hanno creduto. E in quel momento, credevano che fosse giunto il momento di agire.

Stiamo parlando del 2006. Qual era il piano?

Mi hanno chiamato automaticamente. Ci incontrammo con il capo della stazione della CIA e io, qui a La Habana. Si sono presentati all’ incontro anche funzionari diplomatici e uno di loro mi ha detto che avrebbero organizzato una provocazione. “Organizzeremo una rivolta popolare in un quartiere centrale de La Habana. Ci sarà una persona che andrà lì per iniziare la rivolta a favore della democrazia, e organizzeremo un gruppo di provocazioni, in luoghi diversi, in modo tale che le forze di sicurezza cubane saranno costrette ad agire contro queste persone, e in seguito agiremo noi. Convocheremo una grande conferenza stampa e inizieremo a spiegare come funzionerà tutto questo”. La parte interessante di ciò che realmente attirò la mia attenzione fu questa: com’era possibile che un funzionario della Sezione di Interessi degli Stati Uniti potesse avere il potere di convocare i principali media e che quelle persone avrebbero obbedito con tale servilismo? Stavo davvero facendo attenzione a ciò. Ho persino detto loro: “quello che mi state dicendo è semplicemente folle”. Quell’uomo che mi hanno nominato, chiamato Alci Ferrer – un ragazzo che hanno scelto, un giovane agente, un dottore – lo hanno scelto per diventare il capobanda della rivolta. Ho detto loro che quel tizio non cambierà niente. Nessuno si rivolterà nel centro de La Habana. La data che hanno scelto era nientemeno che il compleanno di Fidel, e loro mi hanno ribadito esattamente quel giorno! E dissi: “Guarda, amico, se quell’uomo, quel giorno, decide di fare proclami, o di iniziare una sorta di rivolta nel mezzo de La Habana, la gente risponderà con durezza. È anche possibile che possano ucciderlo. Perché, come hai potuto inserirlo in un umile quartiere operaio per iniziare queste cose, la gente del posto …”. E lui mi ha risposto: “… la cosa migliore che possa succedere a noi è che uccidano quell’uomo, sarebbe perfetto”, e mi hanno spiegato cosa sarebbe successo. Tutto quello che doveva fare era provocare. Sarebbero andati in strada e ci sarebbe stato uno scontro lì. Se ciò fosse accaduto, la stampa avrebbe fatto il resto. Mi hanno detto che avrebbero avviato un’enorme campagna mediatica per dimostrare che c’è caos a Cuba, che Cuba è ingovernabile; che a Cuba Raúl non è in grado di tenere le redini del governo; che la popolazione civile è uccisa; che gli studenti sono repressi per strada, che la polizia sta commettendo crimini. Che somiglia al Venezuela! Non è una coincidenza. È come il Venezuela.

Quindi cosa sarebbe dovuto accadere in quelle circostanze?

Una volta create tutte le matrici d’opinione, tutte le matrici dei media avrebbero costruito quell’immagine. Supponevano che il mondo intero avesse l’immagine di Cuba come un grande disastro e che stessero uccidendo la gente, che stessero uccidendo tutti. Quindi, la mia organizzazione avrebbe dovuto completare l’operazione finale.

Quale sarebbe stato l’ultimo compito?

Bene, per riunire la stampa internazionale, nella mia veste di professore universitario, e come scrittore, e come leader di quell’organizzazione, avrei chiesto pubblicamente al governo degli Stati Uniti di intervenire a Cuba, per garantire le vite dei civili e per portare pace e tranquillità al popolo cubano. Parlare al paese a nome del popolo cubano. Immagina!

Quel piano crollò su di loro. Non ha portato alcun risultato. Ma come si può vedere, in seguito, com’è andata la guerra in Libia e com’è stata creata. Più dell’80% delle informazioni che abbiamo visto sono state prefabbricate. Stanno facendo lo stesso in Siria e hanno fatto lo stesso in Ucraina. Ho avuto l’opportunità di conversare con molti ucraini, giacché erano nelle basi. Persone a favore dell’unione con l’Europa. Ho provato a parlare con loro in questi giorni. Cercando di scoprire, come sono quei processi. E sono rimasti sorpresi dalle immagini che sono state trasmesse in tutto il mondo. “Quello che è successo a Miami (loro stessi hanno detto così) ma abbiamo protestato lì, ma quelle cose che appaiono in TV, che era un gruppo, o meglio, c’erano dei settori, c’erano posti, dove vi erano gruppi di destra, dell’estrema destra, dove c’erano incidenti di quel tipo e dove bruciavano le cose, ma la maggior parte delle dimostrazioni non aveva quelle caratteristiche”. Questa è, ancora una volta, la ripetizione dello schema, utilizzando tutti i mezzi di comunicazione.

Allora il rapporto tra la CIA e le ambasciate, nelle rispettive terre, sono eterodiretti?

Sì, completamente eterodiretti. In ogni ambasciata dell’America Latina, tutte le ambasciate degli Stati Uniti hanno funzionari della CIA, che lavorano al loro interno, usando la facciata dei funzionari diplomatici.

Da quello che sai, c’è una maggiore presenza della CIA nella regione?

Bene, in un certo momento, l’Ecuador era una grande potenza in questo settore, aveva una forte concentrazione di agenti CIA, e, naturalmente, il Venezuela, perché nel 2012, quando ho partecipato alla Fiera del Libro di Caracas, tutte quelle persone che avevano lavorato con me contro Cuba, tutti i funzionari della CIA, inclusa Kelly Keiderling, erano a Caracas in quel momento. Ed ero in uno show televisivo, su VTV, in cui abbiamo parlato di questo argomento, facendo molta attenzione, perché stavamo parlando di due paesi che hanno relazioni. Non è questo il caso di Cuba, o meglio, Cuba non ha relazioni con gli Stati Uniti. Questo è un nemico dichiarato. Ma stavamo parlando di funzionari che avevano relazioni diplomatiche, ed era molto imbarazzante farlo senza avere prove concrete che potevi presentare. Tuttavia, l’intervista è avvenuta e la denuncia è stata fatta su ciò che stava accadendo. Kelly Keiderling è un’esperta in questo tipo di guerra. Non ho il minimo dubbio. Quando si segue l’itinerario che ha seguito, i paesi in cui è stata, e quando ero in quel tipo di conflitto.

Ha viaggiato in una serie di paesi nel mondo in cui si sono verificate situazioni molto simili, come quello che hanno cercato di fare in Venezuela. Quando si analizza il Venezuela, e quello che è succede oggigiorno e il modo in cui hanno agito, penso che in Venezuela, la caratteristica principale è che siano tremendamente aggressivi nella manipolazione dell’informazione. Tremendamente aggressivi.  Al punto che noti facilmente errori, perché vi sono immagini utilizzate (contro il Venezuela) che ovviamente (e chiaramente) non provengono dal Venezuela. Ho visto una foto molto famosa, in cui un soldato appare con un giornalista, con una macchina fotografica. Sono coreani. È un’immagine dalla Corea. Sono asiatici. Non assomigliano per niente ai venezuelani. Inoltre, le uniformi che indossano sono indicative. Sono stati molto aggressivi con quell’immagine che ha rappresentato quello che sta succedendo in Venezuela nel mondo. Questa immagine è quella che sta vedendo la maggior parte della popolazione dl mondo, è  ciò che stanno cercando di comunicare.

Controllano i media. Conosci qualche caso di giornalista, conosciuto o sconosciuto, incontrato nella fase di addestramento?

No.

Nella CNN, per esempio?

No, c’era un ragazzo che aveva molti legami con me in quel momento, che fungeva da collegamento per incontrare un funzionario della CIA, Antony Golden, della Reuters. Ma, va bene, era un elemento indipendente da Reuters. La CNN è sempre stata strettamente legata a tutte queste cose. La CNN, fin dai suoi primi momenti d’azione, soprattutto in quest’ ultima fase e, soprattutto, CNN en Español, è stato uno strumento indispensabile per queste persone. Ma il problema è che devi capire una cosa: capire cosa sta succedendo, e per montare una campagna, devi capire che nei giorni nostri non esiste una stazione TV che agisca da sola. Ci sono i conglomerati delle comunicazioni – chi li dirige? Perché, ad esempio, Time Warner e AOL, e tutte quelle grandi compagnie di comunicazione – TV via cavo, film TV, TV in generale – chi è il capo, alla fine? Qui è Westinghouse, là è la General Electric. Lo stesso che costruisce aerei da guerra, la stessa industria di armi degli Stati Uniti, le stesse persone che sono i proprietari di reti televisive, studi cinematografici, pubblicazioni, editori di libri. Quindi, gli stessi ragazzi che producono aerei da guerra, il biscotto che mangerai di notte, che ti presenta un artista, sono gli stessi che governano i giornali di tutto il mondo. A chi rispondono queste persone?

Quando vedi cosa succede in Venezuela e lo paragoni a quello che hai fatto qui [a Cuba], quale conclusione puoi trarre?

È una nuova strategia, che stanno sviluppando in base all’esperienza che hanno acquisito in tutto il mondo, ma vedo, sono convinto, che abbiano ottenuto qualche risultato solo quando le persone, in quei luoghi, non hanno più supportano la rivoluzione. Hanno coordinato le azioni con il caso Milosevic, perché Milosevic era un leader jugoslavo la cui immagine era caduta lontano, grazie alle cose accadute in Jugoslavia. Lo stesso è accaduto in Ucraina, perché Yanukovych era un uomo con pochissimo sostegno popolare, e ha dato risultati in altri posti, dove i governi avevano scarso sostegno da parte della gente. Ovunque abbiano un governo legittimo, un governo solido e persone disposte a difendere la rivoluzione, il piano ha fallito su di loro.

E in che fase entrano quando il piano fallisce?

Continueranno a farlo, continueranno a perfezionarlo. Noi siamo il nemico. Cioè, Venezuela, Cuba, tutto quello che sta succedendo in America Latina come alternativa. Noi siamo i dissidenti del mondo. Viviamo in un mondo dominato dal capitalismo. Dove questo nuovo modo capitalistico di essere domina, così che ora non si può nemmeno definirlo imperialista, è qualcosa di nuovo, qualcosa che va ben oltre ciò che gli studenti del marxismo hanno scritto nella storia anni fa. È qualcosa di nuovo, inedito. È un potere, in sostanza globale, delle grandi multinazionali, di quelle megalopoli che hanno creato. Pertanto, noi siamo il nemico. Stiamo presentando un progetto alternativo. La soluzione che il mondo ci propone, non è quella. Sappiamo come farlo, e Cuba, il Venezuela, i paesi dell’ ALBA, hanno dimostrato che si può fare, che uno o due giorni in più non sono nulla. La rivoluzione cubana esiste da 55 anni e, con volontà politica, ha raggiunto risultati che il governo degli Stati Uniti, con tutti i soldi del mondo, non è stato in grado di fare. Quindi questo è un cattivo esempio.

Ho detto ai miei studenti:

“Riesci a immaginare che gli Indignati in Spagna, le migliaia e milioni di lavoratori senza lavoro in Spagna, che i Greci, tutte quelle persone in tutto il mondo, sappiano quello che stiamo facendo? Riesci a immaginare che queste persone possano sapere chi è Chávez? O chi è Fidel? O delle cose che stiamo facendo qui? O le cose che stiamo facendo con così poche risorse, solo la volontà di fare la rivoluzione e condividere la ricchezza? Che cosa accadrà al capitalismo? Per quanto tempo durerà il capitalismo, che deve spendere miliardi di dollari, ogni giorno, per costruire la sua immagine e ingannare le persone? Che cosa accadrebbe se le persone sapessero chi siamo veramente? Qual è la rivoluzione cubana, in realtà, e cos’è la rivoluzione venezuelana? Perché, se hai parlato con uno spagnolo e gli hai chiesto di Chávez, e ti dà una terribile opinione di Chavez, perché è quello che hanno costruito nella sua mente / E incontri un disoccupato che ti dice che Chavez è stato un uomo cattivo, perché i media lo hanno convinto di ciò, ma se queste persone sapessero come stavano davvero le cose! Quindi non possono permettere che nemici così formidabili, come noi, debbano essere lì, sulla porta.”

Dal punto di vista della sovranità nazionale del nostro popolo, come possiamo fermare la CIA? Abbiamo già parlato della coscienza delle persone, che è fondamentale in questi tipi di azioni, ma, nel concreto, come si prevede il lavoro della CIA? Cosa si può fare? Che raccomandazioni hai?

Penso a una cosa che ha detto Chavez, e che Fidel ha sempre ribadito, che è la chiave per sconfiggere l’impero, e questa è l’unità. Non è uno slogan, è una realtà. È l’unico modo per sconfiggere un progetto del genere. Un progetto che viene dai servizi speciali e dal capitalismo. Si può realizzare solo con l’unità della gente.

Stiamo parlando delle unità civico-militari?

Sì, unità in tutti i sensi. Unità basata sulla diversità, nei popoli ma unità come nazione, unità come progetto. Ovunque le persone sono divise, c’è un’altra realtà.

Dove dovrebbero concentrarsi? In quale area dovrebbero concentrasi le forze per difenderci da questo tipo di azioni, da questo tipo di attacchi?

L’esercito per sconfiggere è il popolo. Credo che l’esperienza cubana l’abbia insegnata molto bene. Ci sono esperienze nel mondo che ti segnano molto chiaramente. Che cosa è successo nel mondo, quando le persone non sono state protagoniste in difesa della rivoluzione? E quando le persone sono state protagoniste, cosa è successo? E c’è il caso di Cuba. Siamo riusciti a sconfiggere la CIA e l’impero milioni di volte, perché le persone sono state le protagoniste.

La CIA utilizza i database dei social network e quel genere di cose per definire i propri piani? 
Sono i maestri. Sono i maestri di questo. Bene, ci sono le denunce di Snowden e di tutto ciò che è uscito da Wikileaks, e tutte quelle cose che non sono un segreto per nessuno, perché sospettavamo, ma è stato dimostrato. È stato dimostrato che i server, Internet, sono nelle loro mani. Tutti i server del mondo, alla fine, muoiono nei server dei nordamericani. Sono la madre di Internet e tutte le reti e i servizi sono controllati da loro. Hanno accesso a tutte le informazioni. E non esitano a registrarlo. Facebook è un database straordinario. Le persone mettono tutto su Facebook. Chi sono i tuoi amici? Quali sono i loro gusti, quali film hanno visto? Che cosa consumano? Ed è una fonte d’informazioni di prima mano.

Sei mai stato in contatto con Kelly Keiderling, dopo quello che è successo in Venezuela?

No, non ho più avuto contatti con lei. Non so quale sia stata la sua destinazione finale, dopo quello che è successo (è stata espulsa dal Venezuela per incontrare e finanziare i terroristi).

Con l’esperienza che ha, in che misura è stata in grado di penetrare in Venezuela e nelle università venezuelane?

Sono certo che è arrivata abbastanza lontano. È un agente molto intelligente, molto ben preparato, molto capace e molto convinta di ciò che sta facendo. Kelly è una persona convinta del lavoro che sta facendo. È convinta della correttezza, dal suo punto di vista, di ciò che sta facendo. Perché lei è una rappresentante incondizionata del capitalismo. Perché lei viene dall’élite del capitalismo. È organica nelle azioni che sta compiendo. Non c’è contraddizione di alcun tipo. E, in base all’esperienza del suo lavoro, delle sue capacità, sono sicuro che sia riuscita ad andare molto lontano e ha dato continuità a un lavoro che non è momentaneo, ma è un lavoro che continuerà a fare per molto tempo, per invertire il processo nelle università venezuelane. Ciò che sta accadendo è che fino a qualsiasi punto possano arrivare, a lungo termine, dipenderà da ciò che sarà in grado di mostrare il processo bolivariano, nella misura in cui le persone sono consapevoli di ciò che potrebbe accadere. Se quella destra fascista diventa incontrollabile, potrebbe tornare al potere.

Che tipo di persona è reclutata dalla CIA? Chi potrebbe raggiungere facilmente la gente? Come un attivista di un movimento viene reclutato dalla CIA?

Li troveranno (i giovani leader), cercheranno di farlo. Se è un giovane è  un leader, cercheranno di reclutarti per i loro interessi. Dobbiamo addestrare i nostri leader. Non possiamo lasciarlo alla spontaneità, non possiamo lasciarli al nemico. Quindi, se li lasciamo al nemico, questi sono spazi che il nemico occuperà. Qualsiasi progetto alternativo che lasciamo incustodito, qualsiasi progetto alternativo cui non ci rendiamo conto della necessità di coltivarlo, è un progetto che il nemico proverà, con tutti i mezzi, a trarne vantaggio. Usano l’enorme quantità di denaro che hanno per questo, denaro che non ha limiti, in termini di risorse da utilizzare, perché giocano con il futuro e, soprattutto, i giovani sono la chiave.

La cosa buona è che i giovani sono il regalo dell’America Latina. La rivoluzione latinoamericana che è lì, che è ovunque, è dei giovani. Senza i giovani non avrà mai risultati. Se riesci a far pensare i giovani in modo diverso, se riesci a far credere a questi giovani che il selvaggio capitalismo è la soluzione a tutti i loro problemi, allora non ci sarà alcuna rivoluzione per il latino America. È così semplice.

Fonte: News of the Restless

Intervista in spagnolo: http://www.aporrea.org/actualidad/n247624.html

Manuela Sáenz e Simón Bolívar a Varese e Malnate

di MARIO GIANFRATE

Nostra intervista a Maddalena Celano

di Mario Gianfrate, tratta da http://www.ilsudest.it

Questo mese vi sono stati due eventi consecutivi: La Politica come azione ed amore universale, questo 17/04/2019 a Varese, alle ore 20:30, presso la Casa del Popolo di Varese, in via F. Del Cairo, 34.

In seguito, La Politica come azione ed amore universale, questo 18/04/2019 a Malnate (Va), alle ore 20:30, presso il Centro Sociale Lazzari,in via Marconi n. 16. I due eventi sono stati patrocinati da Aras Edizioni, l’Ass. Sharazade Cultura e Spettacolo senza Frontiere, Casa del Popolo di Varese, l’Ass. Un’altra Storia, Potere al Popolo e dal Centro Sociale Culturale Ricreativo Lena Lazzari. Inoltre è stato ottenuto l’alto patrocinio del Comune di Malnate e Provincia di Varese Assessorato alle Pari Opportunità, dall’Ambasciata delle Repubblica di Cuba in Italia e dal Ministerio de Relaciones Exteriores y Movilidad Humana della Cancillería de la República de Ecuador.

É stata ottenuta anche la  partecipazione speciale, da parte dell’attrice Francesca Brusa Pasqué, che ha recitato alcuni brani tratti dall’epistolario amoroso tra Manuela Sáenz e Simón Bolívar.

Com’è stato precedentemente ribadito sul nostro settimanale, Manuela Sáenz è stata una delle donne che ha svolto un ruolo fondamentale nella lotta per l’indipendenza contro la Spagna, in America Latina. Ma in Italia è una figura sconosciuta ai più. Spia e potente cospiratrice, ha incoraggiato l’organizzazione dei ribelli contro il potere monarchico spagnolo.

Come mai, due città politicamente vicine alle istanze della Lega, hanno mostrato un forte interesse alla figura di Manuela Sáenz, nonché la capacità di portare avanti diverse iniziative sociali?

La Casa del Popolo di Varese e l’Ass. Un’ Altra storia, presieduta da Giuseppe Musolino, sono due realtà molto attive nell’ambito del sociale. Si occupano di assistenza legale gratuita agli immigrati, corsi d’italiano per stranieri, attività di reading, bookcrossing ed, ovviamente, presentazioni e promozioni di autori emergenti. Mentre l’Ass. Sharazade Cultura e Spettacolo senza Frontiere, è da diversi anni attiva sul territorio per l’organizzazione d’ importanti Convegni di alto livello culturale, l’organizzazione di mostre artistiche ed iniziative per la promozione dell’ Intercultura e del dialogo tra i popoli. Gli ospiti attivi nelle varie iniziative, ma provenienti da altre regioni, possono dimorare per qualche giorno presso La Residenza. La Residenza è una fondazione svizzera inaugurata nel 1971, che si trova all’interno di un parco di 12.000 mq. con alberi secolari, padiglioni e panchine e ampi viali decorati da fiori e piante. Una fondazione che si avvia verso i centocinquant’anni di storia, con la cultura e i valori svizzeri del rispetto e l’attenzione per la persona, dell’accoglienza, della capacità di vivere insieme collaborando, per il benessere degli ospiti e per la crescita del territorio (come riporta il loro sito). Notevole è la presenza, in tutta la struttura, di numerose biblioteche. Ve n’è almeno una per ogni stanza. Oltre l’attività di bookcrossing, ben evidenziata sin dall’ingresso della struttura.

In Messico, nel gennaio del 1993, il ricercatore ecuadoriano Carlos Alvarez Saá scopre improvvisamente i diari privati di Manuelita Sáenz, tra cui la corrispondenza che l’eroina quiteña intrattenne con il Generale Simon Bolívar. La Quiteña Manuela Saenz, venne al mondo il 27 dicembre del 1797 e morì il 23 novembre del 1856, nel porto di Paita, nel Pacifico peruviano.

Fino a quel momento, tutti gli esperti concordavano che tutti gli averi di Manuelita, vittima di un’epidemia di difterite, nel porto di  Paita, fossero stati gettati nel fuoco per il timore che la malattia continuasse a diffondersi. Cosa accadde, nel frattempo?

Quello che nessuno riuscì a prevedere è che Alvarez Saá potesse apparire con quello che potrebbe essere una grande scoperta storica: i diari privati di Manuela Sáenz. Alvarez Saá dice che il giorno dell’incendio della Casa di Manuelita, a Paita, il Generale Antonio de la Guerra, che prima diede fuoco all’ abitazione, riuscì a salvare una copia dei documenti privati dell’ eroina.

Non c’è traccia del tragitto che i documenti hanno attraversato durante gli oltre 130 anni trascorsi da allora. La verità è che, secondo Álvarez Saá, furono nascoti in Messico.

Anche se gli studiosi di Manuelita sono invitati a rivedere le epistole di Sáenz al Museo Manuela Sáenz di Quito, con il certificato di autenticità rilasciato dall’Istituto per il Patrimonio Storico dell’Ecuador, il fatto è che, secondo lo storico Salvador Lara, il Museo Manuela Sáenz è un progetto dell’Institute of Historical Heritage che di solito non firma certificati di tali caratteristiche.

Manuela Sáenz addestrava e cavalcava cavalli, fumava tabacco in pubblico e fu amante, per otto anni, di Simón Bolívar, il Libertador d’America. Ma non è tutto. Sebbene la storia ufficiale in sostanza non la nominò mai, pare che “Manuelita” abbia avuto un’influenza decisiva sulla vita e il lavoro di Bolívar, molto più di quanto dicano i libri di scuola.  Manuelita ha salvato la vita di Bolívar, quando affrontò i golpisti come solo lei poteva: dando tempo al suo amato di scappare. Tuttavia, morì sola, abbandonata e malata di difterite. Ora le sue spoglie rimangono anonime in una fossa comune. Tuttavia, la sua immagine comincia a essere riconosciuta e rivalutata dopo anni di oblio. La scoperta di quest’importante documento storico, mi ha portato a pubblicare un saggio su questa figura con la traduzione delle epistole annesse. Manuela Sáenz Aizpuru. Il femminismo rivoluzionario oltre Simón Bolívar, presentato tra Varese e Malnate con l’incontro “La politica come azione e amore universale” in collaborazione con Sharazade, Ambasciata della Repubblica di Cuba in Italia, Un’altra storia, Comune di Malnate e Centro sociale ricreativo culturale “Lena Lazzari”.

Quindi, per la prima volta nella storia, è rappresentato il lato umano di un eroe di solito rigido, freddo, uggioso e rappresentato attraverso monumenti?

Manuela ebbe il privilegio di vivere i tempi eroici della liberazione latinoamericana. E in queste circostanze non si scoraggiò, non fuggì dal territorio o si nascose, ma la troveremo a occupare posti di avanguardia, come sostenitrice dell’indipendenza per più di quindici anni. Quando aveva 13 anni era lì, accanto ai cospiratori ecuadoriani del 1809, sfruttando le circostanze critiche che attraversò la monarchia spagnola, i cui membri principali, Carlo IV e Ferdinando VII furono deposti e imprigionati da Napoleone Bonaparte e inviati fuori dal territorio spagnolo. Manuelita lavorò come organizzatrice (raccolse fondi, vestiti e viveri per i cospiratori) e spia, attraverso il suo lavoro (e quello di altre donne nobili), si formò un consiglio di governo autonomo composto da ricchi criollos. Quest’ azione fu in seguito soffocata nel sangue dalle truppe spagnole inviate a Quito da Bogotá e Lima, dai viceré al potere in quelle giurisdizioni. Tutti gli eventi che si sono verificati in quella città in quei giorni sono stati vissuti e sofferti da Manuela. L’esecuzione dei rivoluzionari, la confisca delle proprietà, il saccheggio, l’espulsione dei sospettati in altre città, i detenuti, le morti, il sangue versato.

Da quel momento Manuela divenne rivoluzionaria. Da quegli eventi scoprì il suo destino, la sua vocazione, la sua gloriosa sorte.

Manuela per arrivare a questa posizione, non ha dovuto aspettare d’incontrare i grandi eroi della libertà sudamericana: Bolívar, Sucre, San Martín, Urdaneta. Non fu necessario, per lei, ricevere la potente influenza degli Eternali storici latinoamericani per essere ciò che era, perché in verità lei brillava del suo stesso fuoco. La sua personalità è stata valutata e ha assunto contorni definiti, con le qualità intellettuali e morali che ha mostrato nella sua città natale, oltre a Lima, Chuquisaca, Bogotá, molto prima di relazionarsi con i liberatori. La sua ribellione, insoddisfazione, indipendenza, audacia, il suo carattere forte, coraggioso furono consustanziali alla sua personalità. È per questo che fuggì dal convento, dove suo padre la costringeva a coprire l’origine illegittima della sua stessa figlia. Per lo stesso motivo, ha disertato l’unione matrimoniale combinata e negoziata da suo padre, con il marito, l’uomo d’affari inglese James De Thorne. E si è unita a Simon Bolívar perché ha trovato in lui il suo gemello di carattere, intelligenza, energia, volontà, passione, desideri liberatori, desideri di gloria.

Così quando Bolívar l’incontrò, nel giugno 1822, Manuela era già una donna con un pensiero politico ben definito e maturo. Tant’è che all’inizio dell’anno 1822 sarà decorata, dal generale San Martín, come “Caballeresa del Sol”, onorificenza che le è stata conferita per i suoi servizi alla libertà e alla patria.

Bolívar aveva quindi più di una ragione per essere stregato da quella signora dagli attributi eccezionali e per arrendersi al suo fascino. Furono sei anni di amore ardente, travolgente, sfrenato. Ma è bene rilevare che i due si unirono, in aggiunta alla reciproca attrazione fisica, anche grazie alla passione liberatrice.

Dal sito: http://www.ilsudest.it/cultura-menu/55-cultura/13362-2019-04-24-16-01-03.html?fbclid=IwAR16ojP5OsIaNSNrISeiON3JqIhxW2IdaLEV5YRnLjYI3CQISXYQvsWNdSohttp://

www.ilsudest.it

La politica come azione ed amore universale


da http://www.ilsudest.it

Questo mese ci sono stati due eventi consecutivi: 
La Politica come azione ed amore universale, 
questo 17/04/2019 a Varese, alle ore 20:30, 
presso la CASA Del Popolo, in via F. Del Cairo, 34.


Successivamente, La Politica come azione ed amore universale, 
questo 18/04/2019 a Malnate (Va), alle ore 20:30, 
presso il Centro Sociale Lazzari,
in via Marconi n. 16.
 

 Manuela Sáenz è stata una delle donne che ha svolto un ruolo fondamentale nella lotta per l’indipendenza contro la Spagna, in America Latina. Ma in Italia è una figura sconosciuta ai più. Spia e potente cospiratrice, ha incoraggiato l’organizzazione dei ribelli contro il potere monarchico spagnolo.

(…) ed io gli domandai di Manuelita,
ma essi non sapevano,
non sapevano il nome dei fiori.
Al mare lo domandammo,
al vecchio oceano.
Il mare peruviano
aprì con la schiuma vecchi occhi incas
e
parlò la sdentata bocca del turchese.

Pablo Neruda, L’Insepolta di Paita, Canto Generale  


………………………………………………………………

La maggior parte degli storici, dei biografi e dei romanzieri che hanno scritto su Manuela Sáenz, hanno trascurato il suo ruolo di militante e combattente per l’Indipendenza ispanoamericana. Hanno creato, attraverso i loro testi, una leggenda “erotica” legata alla visione eroico-mitica del più grande eroe della lotta per l’Indipendenza delle nazioni del Sud America: Simón Bolívar.  Nel contesto storiografico patriarcale, Manuela Sáenz è stata disprezzata, denigrata, stigmatizzata, persino ritratta come un “difetto” di Bolívar. Ma nel XX secolo, storici e scrittori dell’Ecuador e di altri paesi dell’America Latina, hanno rivalutato Manuela Sáenz con nuove scoperte e stanno riscrivendo la sua biografia, che ha contribuito a cambiare la percezione della sua presenza nella storia, riconoscendone l’equo valore nella sua partecipazione alla campagna di Indipendenza. Manuela fu un’indipendentista e una rivoluzionaria molto prima di incontrare Bolívar, a Quito nel 1822.




La nostra redattrice Maddalena Celano, nel maggio 2003, si laurea in Filosofia all’ Università degli Studi di Roma3. Nel 2005 consegue un Master in Formazione e Media presso la stessa Università. Nel 2018 porta a termine il dottorato di ricerca in “Studi Comparati: Lingue, Letteratura e Formazione”, presso l’ Università di Roma “Tor Vergata”.

Fonte: http://www.ilsudest.it/component/content/article/90-forum/13351-la-politica-come-azione-ed-amore-universale.html

MANUELA SÁENZ: ICONA FEMMINISTA ED ANTI-IMPERIALISTA IN AMERICA LATINA

2 MARZO 2019

Scritto da La Villetta per Cuba e Mario Gianfrate

di MARIO  GIANFRATE

Intervista a Maddalena Celano, autrice di due saggi sull’eroina latinoamericana

Tratto dal sito: http://www.ilsudest.it

La nostra redattrice, Maddalena Celano, laureata in filosofia all’Università degli Studi di Roma Tre e dottore di ricerca in Studi Comprati presso l’Università di Tor Vergata di Roma, da diversi anni studia e analizza l’America Latina e le lotte per l’emancipazione femminile. Di recente, ha dato alle stampe due saggi relativi all’eroina latinoamericana Manuela Sáenz (1797 -1856), ovvero “Manuela Sáenz: l’altro volto dell’Indipendenza latinoamericana”, edito da Edizioni Accademiche Italiane e “Manuela Sáenz Aizpuru – Il femminismo rivoluzionario oltre Simon Bolívar”, edito da Aras. L’autrice, in questa intervista, ci parlerà dei suoi saggi e dei suoi studi.

Manuela Sáenz è stata una delle donne che ha svolto un ruolo fondamentale nella lotta per l’indipendenza contro la Spagna, in America Latina. Ma in Italia è una figura sconosciuta ai più. Spia e potente cospiratrice, ha incoraggiato l’organizzazione dei ribelli contro il potere monarchico spagnolo. Faceva parte dello Stato Maggiore dell’Esercito di Liberazione di Bolívar e ha combattuto con Antonio de Sucre ad Ayacucho, essendo l’unica donna che sarebbe passata alla storia come eroina di questa battaglia. Potreste tracciare una breve biografia dell’eroina?

Nata nel 1795 a Quito, città cui era imposto un modello di vita europeo, diverso dall’intera realtà del continente. Fu figlia naturale di Simon Sáenz, mercante spagnolo e realistico, e Maria Joaquina de Aizpuru, di origine spagnola che avrebbe preso le parti dei ribelli. Manuela fin da giovane entrò in contatto con una serie di eventi che incoraggiarono il suo interesse per la politica. Nel 1809, l’aristocrazia creola stava già tramando contro il potere della corona spagnola, che provocò una serie di rivolte sempre più sanguinose e, in questo senso, aderì a  favore del movimento rivoluzionario e sostenne il lavoro Manuela Cañizares, una nobile rivoluzionaria e cospiratrice. A causa dei disordini stessi, Manuelita si assentò dalla città per rifugiarsi con la madre nella fattoria di Catahuango. Lì divenne un’amazzone eccellente, mentre sua madre le insegnò a comportarsi nell’ alta società e a gestire le arti del buon vestire, del ricamo e dei dolciumi. Qualche tempo dopo, entrambi tornarono a Quito, e Manuelita entrò, a 17 anni, nel convento delle monache di Santa Catalina. Tuttavia, il suo slancio ribelle la portò ad abbandonare il chiostro del convento. Imparò  a leggere e scrivere in un momento in cui quell’apprendimento era riservato solo gli uomini. All’età di 19 anni fu costretta a sposare James de Thorne, un medico di quarant’anni che commerciava con suo padre e che non avrebbe mai amato. Nel 1819, il popolo di Lima cominciò a cospirare e Manuelita divenne una delle principali attiviste. Gli incontri dei cospiratori erano tenuti in casa e mascherati da feste; Manuela ha agito come spia. Ha partecipato a negoziati con il battaglione di Numancia, e nel 1822, una volta liberato il Perù, le fu conferita l’ onorificenza di  “Caballeresa del Sol”. Con la scusa di accompagnare suo padre, Manuelita marciò su Quito per collaborare attivamente con le forze liberatrici: si occupò di spionaggio, medicò i feriti e donò cibo ai soldati. Il 16 giugno 1822, Simón Bolívar entrò trionfalmente in città e, dopo un gioco di sguardi, nacque la loro passione. Da allora hanno mantenuto un rapporto in cui Manuelita partecipò attivamente al consolidamento dell’indipendenza dell’Ecuador. Fu nominata da Bolívar membro dell’Esercito di Liberazione e guerreggiò con Antonio de Sucre ad Ayacucho, essendo l’unica donna a passare alla storia come un eroe di questa battaglia. Una volta approvata la Costituzione per le nuove nazioni, andò a Bogotá con il Libertador. Manuelita militò attivamente nel movimento bolivariano e fu responsabile del trasporto delle informazioni riservate del Libertador. Durante il giorno si vestì da soldato e, insieme ai suoi fedeli servitori, si dedicò a pattugliare la zona. Si occupò della sicurezza di Bolivar. Il 25 settembre 1828, grazie al suo intuito lo salvò da un agguato orchestrato da Francisco de Paula Santander. Nel 1830, Bolívar dovette rifugiarsi a Santa Marta, dove morì sette mesi dopo. Dopo aver conosciuto la morte del suo amato, Manuelita, decise di suicidarsi. Andò a Guaduas, dove si fece mordere da una vipera ma fu salvata dagli abitanti del luogo. Dopo ciò , e in risposta alla continue calunnie contro il Libertador, scrisse La Torre de Babel (1830), motivo per cui fu emesso un ordine di prigionia e fu rinchiusa nel carcere femminile. Suo padre riuscì a ottenere la grazia e fu costretto all’esilio, così si trasferì in Giamaica. Manuela tornò  in Ecuador nel 1835 ma il presidente Vicente Rocafuerte, alla notizia del suo arrivo, la cacciò. Tornò in Perù, dove si stabilì nel porto di Paita, dove si sostentò attraverso la fabbricazione di dolci, sigari e ricami. Contratta la difterite morì per le complicazioni di questa malattia, il 23 novembre 1856. Il suo corpo fu sepolto in una fossa comune nel cimitero locale e tutti i suoi averi, per evitare il contagio, sono stati bruciati, tra cui una parte importante delle lettere d’amore di Bolívar e vari documenti. Manuela consegnò al Generale O’Leary gran parte dei documenti per elaborare la voluminosa biografia del Generale, di cui Manuela disse: “Vivo in onore di Bolívar”.

Come nacque il suo interesse per Manuela Sáenz e il suo lavoro politico e militare?

Sin dalla mia più tenera infanzia, sviluppai una certa sensibilità per le questioni “di genere”, avendo notato differenti trattamenti tra bambini maschi e femmine (tutti a svantaggio delle femmine) nonché le diverse aspettative che i genitori proiettano sui maschi (una eccessiva sopravvalutazione dei figli maschi e, al contrario, un’eccessiva sottovalutazione delle figlie femmine). Da adolescente feci le mie prime ricerche sul sessismo e, scoprii, come avevo ben sospettato, che non ha nulla d’inesorabile e naturale ma trattasi di un “artificio” del potere per tenere a bada più della metà della popolazione e usarla per la riproduzione e i lavori servili (lavori domestici e di “cura”) non retribuiti, come Welfare State elargito gratuitamente e senza riconoscimento alcuno. Da allora, sviluppai una sensibilità “rivoluzionaria” e, continuando con le mie indagini, scoprii le rivoluzionarie cubane che mi affascinarono molto.  Partii per il mio primo viaggio a Cuba nel 2011. Conobbi a La Habana, la professoressa Acela Caner Román, autrice del saggio “Voci di donne cubane. La Tia Angelina e le altre”, che mi regalò un fumetto dal titolo “Manuelita”. Le chiesi dunque chi fosse “Manuelita” e lei mi rispose che si trattava di un personaggio storico, conosciuta come “l’amante dell’eroe indipendentista latinoamericano Simón Bolívar”, detto “Il Libertador”. Tornai a Cuba nel 2017, dopo un viaggio in Colombia e in Ecuador. Scoprii che in Ecuador Manuelita è a tutti gli effetti venerata come madre della Patria e che, in Colombia, non è difficile trovare gadget con la sua effige. In Colombia, ebbi anche l’opportunità di approfondire ulteriormente il pensiero del movimento femminista latino-americano che è indubbiamente una delle espressioni più critiche e alternative di fronte all’ attuale pensiero egemonico politico, sociale ed economico. Inoltre, all’interno dei movimenti sociali, in America Latina, il femminismo è forse più attivo e rafforzato negli ultimi decenni, avendo realizzato cambiamenti sostanziali sia in termini di politiche pubbliche che di consapevolezza delle donne di essere soggetti di diritto e protagoniste nella costruzione di nuovi paradigmi di analisi e trasformazione della realtà.

All’ interno dei movimenti femministi latino-americani, la Marcia mondiale delle donne (WMW) gode di particolare rilievo. È, probabilmente, l’organizzazione con maggiore consenso internazionale per la critica al capitalismo e le sue conseguenze sulla vita delle donne. A che punto si trova, in questo momento, il movimento?

Le proteste e le proposte creative fatte da questo movimento dal 1995, dalla “grande marcia delle donne contro la povertà”, contemplano la produzione di numerosi documenti per promuovere l’autonomia economica delle donne; il bene comune e i servizi pubblici; la pace e smilitarizzazione e la lotta contro la violenza sulle donne. Alcune riflessioni degne di nota di WMW sono inclusi anche in documenti come “finanziamenti per il diritto allo sviluppo sostenibile con equità”, sviluppato nel 2002 come un contributo al Global Forum prima della Conferenza delle Nazioni Unite sul finanziamento allo sviluppo di Monterrey ONG, e le azioni del 2005 attorno alla “Carta mondiale delle donne per l’umanità”.

L’economia femminista è il quadro teorico e l’asse centrale della WMW, così come l’autonomia economica delle donne. Questa corrente dell’economia critica colloca la sostenibilità della vita umana e il benessere collettivo al centro dell’organizzazione economica e territoriale, sopra la ricerca della mera redditività economica. Nella WMW l’analisi critica anticapitalista che viene dal femminismo si unisce ad altri principi e pratiche, per mettere in discussione gli attuali modi di produzione. Il movimento mondiale della Marcia Mondiale delle Donne, lotta anche affinché si rispetti il principio di autodeterminazione e sovranità dei popoli e contro l’imperialismo. Infatti, ha recentemente chiesto sostegno e riconoscimento per il Governo Maduro (in Venezuela) e ha espresso solidarietà al popolo venezuelano che, dopo numerose lotte storiche, ha combattuto per la propria libertà e autodeterminazione. “Il Venezuela rappresenta la lotta dei popoli dell’America Latina per la propria sovranità”, afferma la dichiarazione del documento di solidarietà.

Quali sono le principali preoccupazioni della WMW riguardo il Venezuela?

La pressione esercitata oggi sul popolo e il governo del Venezuela è della stessa origine e della stessa intensità di quella subita dagli argentini, durante la dittatura militare di Videla.  Nella sfera economica si sta sviluppando un processo d’iperinflazione con numeri di quattro cifre annuali, che ha causato un feroce aggiustamento dei salari che ora sono tra i più bassi in America Latina, ma paradossalmente si è rafforzato il collegamento (e la dipendenza) dei settori i più poveri con il governo e lo Stato, giacché sono gli unici a proporre (governo e Stato venezuelano) qualche iniziativa per proteggere il popolo dalla crisi. In Venezuela, il blocco economico imposto dagli USA e il terrorismo delle “guarimbas” ostacola l’economia del paese e la distribuzione degli alimenti. Il governo ha smesso di intervenire sui prezzi che sono saliti senza intraprendere alcuna azione se non l’urgente bancarizzazione per contenere la crisi delle casse dello stato. Si registra però un miglioramento nella distribuzione dei CLAP (aiuti alimentari governativi) e aumenti periodici di stipendi e obbligazioni sotto all’inflazione. Il maggior peso dell’aggiustamento salariale è stato pagato dai lavoratori della pubblica amministrazione, dell’istruzione e della salute.

Gli stipendi dei lavoratori privati sono raddoppiati rispetto a quelli degli impiegati statali. Tuttavia, tali bassi salari sono compensati, in parte, dai CLAPS.

I mercati alimentari sono forniti, ma con prezzi molto alti, quindi vi sono pochi movimenti di acquisti. Per incoraggiare le vendite, il governo ha incoraggiato alcune promozioni, come quello delle fette La Polar con una combinazione di prodotti ad un prezzo inferiore. A Caracas e in altri luoghi dove i Claps funzionano molto bene, alcune famiglie sono rifornite di cibo secco e la merce in eccesso è utilizzata per pagare i servizi. Ad esempio, qualcuno che viene a fare una riparazione domestica è pagato con un pacchetto di farina e riso. Pagano persino il trasporto con il cibo.

Oltre all’embargo e al colpo di stato subito, la minaccia di un’invasione incombe sul Venezuela, dall’assunzione di Iván Duque come presidente della Colombia. Dunque risponde alla linea di Uribe, un settore di proprietari terrieri e membri corrotti della borghesia colombiana, la cui attività principale è stata la guerra. Per questo motivo si sono fortemente opposti agli accordi di pace con le FARC. In termini geopolitici, la Colombia è la portaerei statunitense sul continente, negli ultimi anni è stata progettata per svolgere un ruolo simile a quello svolto da Israele in Medio Oriente.

L’offensiva militare può avvenire attraverso un’invasione diretta dalla Colombia o promuovendo progetti secessionisti come quelli che hanno smantellato l’ex Jugoslavia. C’è un vecchio progetto per separare le regioni della mezzaluna occidentale (Zulia, Táchira e Mérida) con la protezione colombiana. Ciò che è nuovo è un tentativo secessionista del Sud supportato dal discorso sull’autonomia dei popoli originali (The Pemon Nation) con il sostegno delle chiese evangeliche, dell’Impero e del Brasile di Bolsonaro.

Blog at WordPress.com.

Up ↑