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Manuela Saenz Orinoco

Manuela Saenz

Ritorno al passato del “femminismo-liberal-pop”

Il femminismo-liberal-pop: l’ossimoro di un “progressismo-reazionario”

da www.agoravox.it

 In tempi recenti, forse sospinti da inchieste giornalistiche, da ordinanze sindacali o da dibattiti sui social, guizzano rigurgiti nostalgici “regolamentaristici” e istanze moralistiche di carattere fiscale a target limitato.

Parliamo dei sostenitori della riapertura delle “case chiuse” o con termine realistico e meno edulcorato, bordelli. Le ragioni dei regolamentaristi sono quelle relative alle maggiori tutele e ai controlli medici, uniti al decoro delle strade cittadine, alla pensione che questo genere di “lavoratrici” e, in minima parte, “lavoratori” percepirebbero, e ai maggiori introiti per lo Stato dovuti alle tasse da costoro versate.

Proveremo a confutare una per una queste argomentazioni, talvolta ingenuamente fatte proprie, più spesso invece indicate come di irrefutabile e universale validità ma evidentemente espressione di interessi particolaristici. L’Olanda e la Germania, Paesi in cui la regolamentazione dello sfruttamento della prostituzione è una realtà già da anni, e dove le organizzazioni criminali (camorra e ‘ndrangheta) si sono insediate a gamba tesa nel business multimilionario del commercio umano in edifici dedicati, stanno cercando di tornare indietro dopo aver verificato il fallimento di quella che si era ritenuta una soluzione al vergognoso fenomeno della vendita di corpi umani in strada. I capi del racket, infatti, non si sarebbero mai lasciati sottrarre dalle mani un business tanto facile e redditizio, in cui gli “effetti collaterali” sono rappresentati dal solo ricambio frequente della “merce” per usura. Uno studio recente, condotto dalla rivista scientifica Nómadas. Revista Crítica de Ciencias Sociales y Jurídicas (2009) ha confermato pienamente il totale fallimento del modello regolamentarista (già screditato da numerosi studi condotti negli anni passati, tra Europa ed USA), link: https://buleria.unileon.es/bitstream/handle/10612/3462/Nomadas_2009.pdf?sequence=1

Una puntata di “Presa diretta” di qualche anno fa, la trasmissione condotta da Riccardo Iacona su Rai Tre, ci illustra molto bene il fenomeno da vicino, con interviste a varie “lavoratrici del sesso”, e ci introduce in quello che da fuori appare come un’industria organizzata e funzionante, ma che dall’interno si palesa per qualcosa che è difficilmente immaginabile se non osservato da molto vicino: un inferno fra quattro mura. Il giornalista, che si è recato in alcuni bordelli tedeschi, ci ha mostrato donne sfruttate, con ritmi insopportabili e con un pesante senso di umiliazione e di mortificazione, consumate nel corpo senza avere tempi di vita degni di questo termine al di fuori di quella realtà. Molte altre inchieste ci mostrano inoltre che le richieste, del tutto legittime perché la legge lo consente, sono sempre più oscene e violente – ci si immagina che dietro il pagamento di una determinata tariffa ci sia una prestazione che corrisponde a un rapporto sessuale, invece … umiliazioni, sputi, schiaffi e sesso di gruppo non protetto: avete presente quei ristoranti che propongono la formula “all You can eat”? Ecco, qui, senza mezzi termini, si legge “all you can fuck”. Lo stupro di gruppo, poi, è abitualmente perpetrato usando espressioni violente con le quali gli uomini si caricano emotivamente a vicenda in certi contesti di frustrazione maschile, spesso mascherata da normale indole dalla parola goliardiaQuesto viene considerato semplicemente “prestazione”.

Ora che tale degrado imposto da un genere nei confronti dell’altro (perché la sproporzione è evidente) debba essere sancito e istituzionalizzato, ecco, direi che una cosa del genere farebbe scattare dall’indignazione ogni persona civile, perché vorrebbe dire che si sta retrocedendo verso una società che può permettersi tranquillamente cancellare l’articolo 3 della costituzione. La prostituzione è già legale, in Italia, ma solo come libera scelta dell’individuo. E fin qui nessuno avrebbe già obiettare: ognuna/o faccia di sé quello che crede. Quello che non è legale oggi è il suo sfruttamento da parte di organizzazioni, che sia all’aperto, in zone poco abitate o al chiuso in industrie che reificano gli esseri umani – prevalentemente di sesso femminile, teniamolo sempre a mente – facendo business senza guardare in faccia a nessuno. E non raccontiamoci balle sui controlli sanitari: chi controllerebbe, infatti, i “clienti” (con “clienti” usiamo qui una parola gentile, perché queste persone alimentano lo sfruttamento con le loro richieste)? Da numerose inchieste emerge, infatti, una domanda più serrata di “prestazioni” al limite della sopportazione umana, senza protezione (il business non guarda in faccia a nessuno, anche nei bordelli tedeschi e olandesi) e alimentato dall’industria multimilionaria del porno. Non facciamoci illusioni: senza contare l’uso sistematico di alcool e droghe per sopportare il ribrezzo e i ritmi intensi per portare a casa il necessario per vivere. La Svezia ha invece adottato un modello diverso: la “rieducazione” degli uomini a non rivendicare sesso come un diritto, addirittura con il sostegno delle istituzioni, ma a intraprendere un percorso improntato al rispetto dell’altro sesso partendo dal fatto che usare una persona come un oggetto è un reato sanzionabile, oltre che un cattivo esempio per le giovani generazioni. L’acquisto e l’utilizzo del corpo di una persona – di sesso femminile al 99%, tanto che si parla di “prostitute” e non di prostituti – a fini di sfogo personale, è, infatti, un messaggio molto pericoloso, che fa sì che i giovani maschi finiranno per dare per scontato, per le loro compagne, un minor valore sociale.

Vorremmo ricordare, inoltre, che le multinazionali e i vari imprenditori che portano i loro guadagni nei paradisi fiscali fanno un danno enormemente maggiore alle casse dello Stato (e al lavoro che non si crea), ma il business della prostituzione continua a diffondere lo slogan “vogliamo pagare le tasse ” (menzogna) per indirizzare la popolazione verso uno sfruttamento finalmente legale che depenalizzerebbe molti criminali, finalmente autorizzati ad agire “lecitamente” entro schemi normativi legittimati.

I fautori della legge per l’apertura delle neo-fabbriche del piacere, a senso unico, sostengono che le prostitute opererebbero al caldo, con tutele e una pensione un domani, e che questa attività avrebbe addirittura dei benefici sociali (!!). Le cronache ci raccontano, invece, che le violenze e gli omicidi non sono stati per niente debellati spostando il business al chiuso, non a caso, un altro studio condotto dal Departamentos de Historia, Departamento de Historia, Facultad de Humanidades y Centro Regional Universitario Bariloche (Universidad Nacional del Comahue, San Carlos de Bariloche, 2009) conferma che il regolamentarismo non farebbe altro che tutelare prosseneti e crimine organizzato, lasciando pienamente “scoperte” le prostitute da ogni genere e forma di tutela (link: http://cdsa.aacademica.org/000-008/776.pdf). Abbiamo dossier spaventosi su come il crimine organizzato gestisca queste “case”, dove le donne non hanno nessuna tutela e nessuna dignità. Non ci si deve fare illusioni, ripeto: quanto ai benefici per la società, io direi senza risultare poco attenta ai bisogni altrui, che non è affar mio provvedere a legittimare la necessità di alcuni (e non di tutta la società) di sfogare istinti e scaricare liquidi biologici (anche in gruppo, sì) sul viso di altre persone, degradate per legge a subire tale trattamento per “lavoro”.

Ecco che cosa s’intende spesso per “regolamentazione”. Io, sempre da cittadina, mi rifiuto di considerare quest’ attività un lavoro; per giunta, un’attività che riguarda quasi solo il genere cui appartengo. Il lavoro deve conferire dignità e crescita, non degradare, mortificare e consumare in pochi anni una persona, sia fisicamente che psicologicamente. Facciamo attenzione, perché poi diranno che la disoccupazione femminile è stata pressoché debellata. E guai a rifiutarsi, perché un rifiuto esporrebbe le sole donne alla disoccupazione che “si sarebbero cercate” rifiutando “delle opportunità “. …? Sai che carriera?

Come si fa allora a cavare queste povere ragazze dalla strada, si chiedono in tanti. Povere, è vero, perché solo la povertà o la mancanza di una famiglia può spingerle ad accettare una vita simile, dove il ribrezzo e la paura sono costanti e ti dominano togliendoti ogni arbitrio. Povere, perché è la disparità economica che produce certi orrori. Come si fa, dicevo? Semplice: multando chi sfrutta i corpi di queste donne pagando per fare quello che vuole, senza prevedere alcuna partecipazione o interesse dall’altra parte, ma usandola come si utilizza (spesso in gruppo, perché lo squadrismo erotico è una realtà quotidiana, in Germania e in Olanda) un oggetto che si usa e poi si getta; multando chi se ne infischia del fatto che quella ragazza potrebbe essere sua figlia o addirittura sua nipote e ha solo avuto la sfortuna di nascere in un’altra nazione, magari più povera o in via di sviluppo. È la domanda che va contenuta. Assecondando i fautori della riapertura dei bordelli, possiamo immaginare altresì una società che crei “posti di lavoro” per chi si accontenti di essere umiliato e picchiato, solo perché molti fanno richiesta di sfogare le loro frustrazioni in questo modo. Lo regolerebbero, i sostenitori della regolamentazione, un “mercato” di questo tipo, solo perché è esigenza di molti uomini e porterebbe un po’ di introiti sotto forma di tasse? Ecco, la differenza in sostanza non c’è.

C’è chi parla di salvaguardare anche la salute dei “clienti”, di quelli che sono spesso i fidanzati o i mariti attuali o futuri di qualcuna di noi. C’è, insomma, chi si preoccupa di prevenire per quanto possibile il diffondersi di malattie, avendo a cuore con tutta evidenza solo la salute degli uomini, i quali, dovrebbero essere tutelati in questo senso, ma che possono tranquillamente continuare a fruire di un mercato umano in cui la malattia può ovviamente proliferare. Come dire che concedendo degli ospedali al controllo delle varie mafie, si potrebbe sconfiggere la contaminazione virale o batterica di tipo sessuale. Sì, perché le persone prostituite sono ben lontane da uno stato di salute ideale, come vogliono farci immaginare. Esse sono soggette alle malattie portate dall’esterno (chi controlla il “cliente”?) e subiscono violenze anche all’interno delle “case” chiuse (anche qui, la parola “inferno” viene opportunamente edulcorata).

Quando penso alla prostituzione, mi chiedo: qual è modello di sessualità che abbiamo appreso, che genere di sessualità tramandiamo, come la costruzione di genere influenza gli atteggiamenti che apprendiamo verso la sessualità? Dall’infanzia apprendiamo ruoli in cui la distinzione sessuale è marcata e presente, ci educano in modo totalmente differenziato: le donne sono passive e gli uomini attivi ed impulsivi, l’uomo impone il suo potere sessuale, la donna lo deve subire o, al massimo, “accogliere”. La sessualità femminile è passiva, è un oggetto da possedere o, semplicemente, riproduttiva, mentre quella degli uomini è piacere e il desiderio. Da qui nasce l’accettazione della prostituzione: il maschio è colui che desidera, che ha bisogno di imporre la propria potenza sessuale, mentre la donna è colei che si limita ad assecondarlo ed accoglierlo. Da qui nasce l’esigenza di creare un’apposita categoria di “donne perdute” disposte, per denaro, ad assecondare qualsiasi desiderio maschile, rinunciando ovviamente al proprio piacere personale.

Desiderano farci credere che la prostituzione sia qualcosa di normale, che sia una semplice relazione sessuale, mentre la prostituzione è un rapporto di potere, dove il maschio “compra” il consenso femminile (nella prostituzione non c’è libero consenso in quanto il consenso-femminile viene acquistato come una qualsiasi merce) per sottoporre la donna prostituita ad un rapporto di dominio.

Il femminismo dovrebbe essere una teoria critica del potere, non dovrebbe avere alcuna relazione con il relativismo morale o il relativismo politico legato alla postmodernità.

Dovrebbe cercare la fine della prostituzione, – e credo che questo sia molto importante – dovrebbe distinguere analiticamente tra le donne prostituite e la prostituzione. Criticare il concetto di patriarcato significa essere consapevoli di vivere in una società in cui tutti gli uomini hanno una posizione egemonica in tutte le sfere della società, dalla politica all’economia. In un contesto in cui la donna resta minoritaria o marginale sotto il profilo socio-economico (e negli apparati di potere) non è possibile alcuna autentica e sincera libera scelta. L’accademica spagnola nonché attivista femminista e lesbica Beatriz Gimeno da anni ribadisce la totale incompatibilità del “sex work” con il femminismo, tantomeno con la militanza per i diritti delle minoranze (a partire proprio da lesbiche e trans), link: https://beatrizgimeno.es/2016/11/24…

Aira Carrese

Maddalena Celano

Confermata la convergenza tra CIA e mafia italo-americana

di MADDALENA CELANO

da www.ilsudest.it

Questo 21 ottobre 2017, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha annunciato la pubblicazione di oltre 2.800 file segreti sulla morte dell’ex presidente John F. Kennedy (JFK), assassinato nel 1963, durante una visita alla città di Dallas, nello stato americano del Texas. Alcune delle informazioni contenute in documenti riservati sulla morte del presidente John F. Kennedy, desegretati e pubblicati questo mercoledì 25 ottobre 2017 negli Stati Uniti, affermano che la CIA abbia tentato di assumere la mafia italo-americana per assassinare l’ allora presidente cubano Fidel Castro. Le informazioni provengono dalla rete televisiva CNN. Un documento del 1975 che descrive il ruolo della CIA nell’assunzione di assassini stranieri e rivela un complotto per assassinare Castro nei primi giorni dell’amministrazione Kennedy. Si tratta di documenti che risalgono dal 1961 al 1963, anno della sua morte. La relazione informa che Robert Kennedy, allora procuratore generale americano e fratello del presidente americano, chiese alla CIA di assumere un intermediario “per avvicinarsi a Sam Giancana con una proposta di pagare 150.000 dollari per assoldare un killer per entrare a Cuba e uccidere Castro”. Robert Kennedy ha anche affermato che questo piano ha reso difficile perseguire Giancana, membro della nota mafia siciliana. L’avvocato generale di Kennedy dissentiva sull’utilizzazione di membri della mafia, senza prima consultare il Dipartimento di Giustizia, si dichiara nel documento. La rete CNN riferisce inoltre che i documenti rivelano che una persona abbia telefonato l’FBI minacciando di uccidere Lee Harvey Oswald (denominato “assassino” di Kennedy) il giorno prima della sua morte e che gli Stati Uniti abbiano tentato di sabotare  un aereo che sarebbe stato inviato a Cuba. Attraverso il sito web dell’Archivio Nazionale degli Stati Uniti, sono stati rivelati alcuni dettagli sui tentativi di assassinare il leader cubano Fidel Castro: secondo una relazione del 1975, i piani della CIA, includevano alcuni contatti con elementi della criminalità organizzata italo-americana, per eseguire l’assassinio di Fidel Castro. I metodi considerati dall’agenzia statunitense erano “il veleno, le pillole di botulino e l’utilizzo di gruppi cubani in esilio”, dice il documento. Secondo un altro fascicolo del 1975, la CIA ha tentato di assassinare l’uomo che ha guidato la rivoluzione cubana “già nel 1959 o nel 1960”, nello stesso periodo in cui gli Stati Uniti hanno cominciato a orchestrare  preparativi per l’intervento militare fallito su Playa Giron, Baia dei Porci, tenutosi nell’aprile del 1961. Lo stesso rapporto desegretato ha rivelato che Robert Kennedy, fratello dell’ex presidente degli Stati Uniti e ex procuratore generale americano, era a conoscenza di un complotto che prevedeva l’assunzione di un uomo armato che avrebbe sparato a Fidel Castro. Un altro memorandum dell’FBI, datato 26 febbraio 1964, rivela i dettagli di una riunione in Florida, dove i funzionari statunitensi hanno accettato di assegnare 100.000 dollari per l’assassinio di Fidel Castro, 20.000 dollari in più per l’ omicidio di suo fratello Raúl e la stessa somma da pagare per la morte del guerrigliero argentino Ernesto ‘Che’ Guevara. Un documento datato 24 novembre 1963 mostra poi il direttore dell’FBI, J. Edgar Hoover, parlare della morte di Oswald.  Hoover afferma che l’ufficio dell’FBI di Dallas ha ricevuto una chiamata da “un uomo che parlava con una voce tranquilla”, dicendo che era membro di un comitato per uccidere il presidente. Un’altra relazione sul Consiglio di sicurezza nazionale del 1962 – prima dell’assassinio di Kennedy – parla dell’operazione Mongoose, un tentativo segreto del governo statunitense per rovesciare il comunismo a Cuba. Il progetto cubano, noto anche come Operation Mongoose , è stata un’ operazione segreta dell’agenzia centrale di intelligence (CIA), commissionata nel marzo 1960, durante l’ultimo anno dell’amministrazione del presidente Dwight Eisenhower. Il 30 novembre 1961 le operazioni segrete contro il governo di Fidel CastroCuba sono state ufficialmente autorizzate dal presidente Kennedy. L’operazione è stata guidata dagli United States Air Forza e il generale Edward Lansdale ed è entrata in vigore dopo la fallita  operazione alla Baia dei Porci. L’operazione Mongoose era un programma segreto contro Cuba, volto a rimuovere i comunisti dal potere, che fu il fulcro principale dell’amministrazione di Kennedy secondo lo storico di Harvard Jorge Domínguez. Un documento del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti conferma che il progetto ha voluto “aiutare Cuba a rovesciare il regime comunista”, compreso il suo leader Fidel Castro, e si è prefisso di raggiungerlo “attraverso una rivolta che può avvenire a Cuba entro l’ottobre 1962” . I politici americani inoltre volevano vedere “un nuovo governo con il quale gli Stati Uniti possono vivere in pace”. Ci sono ancora molti documenti diffusi in tutto il mondo che hanno molte più informazioni sulla crisi missilistica cubana, ma sono difficili da individuare. Il generale Marshall Carter ha dichiarato in una riunione segreta il 14 settembre 1962, “che la CIA esaminerà le possibilità di sabotaggio di parti aeree che sono previste per essere spedite dal Canada a Cuba”. Anche se molti dei 2.891 record pubblicati dagli Archivi Nazionali Statunitensi sono materiali grossolani e non corroborati, probabilmente possono respirare nuove vite nelle teorie persistenti di cospirazione che circondano l’assassinio di Kennedy a Dallas, Texas, il 22 novembre 1963. Lo spericolato piano della CIA per reclutare la mafia per uccidere il leader cubano Fidel Castro, l’avviso dell’ FBI alla polizia di Texas per una minaccia alla morte per l’assassino di Kennedy e le paure del Cremlino di una cospirazione “ultraraj” negli Stati Uniti sono alcuni dei punti salienti. La raccolta completa dispone di 3.100 documenti e alcuni file sono stati conservati per un’ ulteriore revisione per motivi di sicurezza nazionali. Un documento del 1975 spiega come, nei primi giorni della presidenza di Kennedy, la CIA abbia offerto 150.000 dollari al mafioso italo-americano Sam Giancana per organizzare l’assassinio di Fidel. In cambio, Giancana ha chiesto alla CIA di aiutarlo a mettere un apparecchio d’ascolto nella stanza di una ballerina di Las Vegas che si credeva amante di Fidel Castro. Altre possibili idee per l’eliminazione del leader comunista – che aveva una passione per le immersioni – includevano la contaminazione del suo abito da immersione con batteri che causano malattie o facendo esplodere una conchiglia con una bomba. Il piano è stato scartato quando si verificò che “non c’erano conchiglie, nell’area caraibica, abbastanza grandi da contenere una quantità soddisfacente di esplosivi”. Un altro documento comprendeva la trascrizione di una discussione del 24 novembre 1963 con l’allora regista FBI J. Edgar Hoover, che riferisce che l’agenzia federale informò la polizia del Texas circa una minaccia per la vita dell’assassino di Kennedy, Lee Harvey Oswald. Anche se molte teorie nel corso degli anni hanno parlato di possibili legami di Oswald con agenti cubani o sovietici un memorandum dell’ FBI, del 1963, indica che la morte di Kennedy ha scatenato preoccupazioni nell’Unione sovietica. Secondo la fonte, “i funzionari del Partito Comunista dell’ URSS credevano che vi fosse una cospirazione ben organizzata da parte dell’ultradestra degli Stati Uniti per eseguire un colpo di stato negli USA”. I sovietici temevano che l’assassinio di JFK venisse usato come pretesto per “porre fine ai negoziati con l’Unione Sovietica, attaccando Cuba e poi diffondendo la guerra”. Un altro file dice che un quotidiano regionale britannico, il Cambridge News, ricevette una chiamata anonima prima che Kennedy venisse assassinato. Una memo di James Angleton, vice direttore della CIA, dice che la persone che chiamò al telefono affermò che il giornalista della Cambridge News avrebbe dovuto chiamare l’ambasciata americana a Londra a causa di un evento importante e poi ha riattaccato. Un memorandum della CIA, reso pubblico, suggerisce che Oswald abbia parlato ad un agente della KGB presso l’ambasciata russa a Città del Messico il 28 settembre 1963. Secondo il documento, ha parlato con Valeriy Vladimirovich Kostikov, una rinomata spia russa che lavorò in settori legati a omicidi e sabotaggio. Poi Oswald chiamò l’ambasciata e chiese in russo se c’era “qualcosa di nuovo sul telegramma di Washington”. Ma la Commissione Warren, che ha indagato sull’omicidio di JFK, ha stabilito che Oswald, ex marinaio, agì completamente da solo. Oswald due giorni dopo l’uccisione di Kennedy, fu freddato da un proprietario di discoteche, Jack Ruby. I 2.891 documenti approvati per la divulgazione, in accordo con un atto del Congresso degli Stati Uniti del 1992, sono sul sito web dell’Archivio Nazionale, in forma completa e non modificata.

 

Dal realismo magico di Viceconti alla mitologia di Gide: letture a confronto

da www.ilsudest.it

di MADDALENA CELANO

Gli studenti di Palestrina incontrano l’autore N. Viceconti all’ iniziativa culturale “Libriamoci”

Quest’anno anche Nicola Viceconti, il “narratore italiano dall’anima argentina”[1], ha preso parte all’edizione di “Libriamoci”, l’iniziativa culturale dedicata alla lettura, promossa dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali in collaborazione con la Presidenza del Consiglio dei Ministri e il Ministero degli Affari Esteri. Il progetto, giunto ormai alla sua quarta edizione, ha previsto intere mattinate dedicate alla lettura di libri, in diverse scuole italiane. Oltre alla diffusione dell’interesse e della passione per la lettura, l’obiettivo dell’iniziativa è stato quello di sensibilizzare gli studenti all’insostituibile valore culturale e formativo dei libri.

Il reading letterario con gli allievi del Liceo Classico “Eliano Luzzatti” di Palestrina (RM), si è svolto sabato 28 ottobre, attraverso le letture di un racconto di Gide e alcuni passi della narrativa di Viceconti. L’iniziativa è stata possibile grazie alla collaborazione del corpo docente del citato Liceo, alla partecipazione della casa CSA Editrice, all’adesione al progetto della dott.ssa Diana Raiano – Direttore del Museo Nazionale di Archeologia dove si è svolto l’incontro – e alla collaborazione dell’interprete-traduttrice Patrizia Gradito.

L’intervento di quest’ultima rispetto alla lettura del testo “Prometeo mal incatenato” (Gide, 1889) è stato orientato a un particolare approfondimento sul mito del titano, una figura mitologica che, nel corso della storia della letteratura, assurge a simbolo di confronto con l’autorità, di sfida al potere (hybris); si profila come archetipo del bisogno di conoscenza (curiositas) e di potere del sapere, in quanto baluardo della verità in contrapposizione alla mistificazione, alla manipolazione e ai fanatismi ideologici.

Si tratta di temi quanto mai attuali – ha spiegato la dottoressa Gradito – stringenti e sfidanti che emergono anche nella letteratura contemporanea. A questo proposito, riscontriamo alcuni interessanti punti di contatto tra la lettura appena completata e la produzione letteraria di Nicola Viceconti”.

Come già emerso in precedenti articoli dedicati alla narrativa di Viceconti, il tema dell’identità, primo fra tutti, costituisce il leitmotiv della sua produzione letteraria, concetto declinato sia sul piano storico-politico, con particolare riferimento alle adozioni coatte dei figli dei desaparecidos (cfr. “Due volte Ombra”), che psicologico, riferito alla doppia identità dei criminali nazisti latitanti in Argentina (cfr. “Emèt – Il dovere della verità”). Rispetto alla caratterizzazione psicologica dei personaggi, Patrizia Gradito ha sottolineato, altresì, l’importanza del dualismo tra i) anima, coscienza, vero sé, vero io e ii) personalità, maschera, il falso sé, il falso-io, immagine di sé, costruiti secondo i dettami della società e dell’ideologia. Sul concetto dell’identità affrontato nei romanzi di Viceconti, definiti appunto “novelas por la identidad”, poggia la denuncia sul piano dei diritti civili, nonché l’esigenza di nutrire la memoria per onorare la verità dei fatti storico-sociali investigati.

Infatti, nel romanzo, “Nora Lopez – detenuta N84”, che illustra la folle ferocia dell’aderenza all’ideologia della dittatura militare attraverso la voce narrante del carnefice, il lettore vive l’impossibilità di assolvere i responsabili di questa storia drammatica che è fondamentale conoscere e non dimenticare. Il focus è sugli anni bui dell’ultima dittatura argentina, ricostruita dai ricordi e dal racconto di chi si è schierato con orgoglio dalla parte del “tiranno” (cfr. Prometeo) e sulla tragedia dei desaparecidos (scomparsi), le migliaia di giovani scomparsi in Argentina, tra il 1976 e il 1983, torturati in centri segreti di detenzione e assassinati. Il contesto storico è quello che investe il Paese sudamericano nel periodo dal 1976 e il 1993, durante la dittatura civico-militare messa in atto dalla Junta militar, capitanata dal Generale Jorge Rafael Videla. Si è trattato di un brutale programma repressivo, avviato con lo scopo di eliminare qualunque forma di protesta e di dissidenza negli ambienti culturale, politico, sociale, sindacale e universitario. Condotta in segreto, al di fuori di ogni controllo legale, fu perpetrata una massiccia violazione dei diritti umani e civili nei confronti della popolazione, con l’utilizzo di metodi quali la privazione della libertà senza procedimenti giudiziari, la detenzione in luoghi segreti (Centri clandestini di detenzione), la tortura, gli omicidi e le sparizioni. Si calcolano 30.000 Desaparecidos, persone di ogni età e estrazione sociale, fatti scomparire in mare da aerei nelle operazioni tristemente note come “i voli della morte”, dopo essere stati torturati.

Un altro tema ravvisato nell’analisi del mito prometeico ha riguardato il tema dei conflitti tra etica e morale, tra legge interiore e legge costituita, tra principi di coscienza e principi ideologici. Anche nei testi di Viceconti – sempre secondo Patrizia Gradito –  emerge la dicotomia tra il conformismo, l’aderenza ideologica, l’asservimento supino all’autorità, l’annichilimento della persona (per es. l’atteggiamento omertoso nell’espressione: por algo serà) e la ribellione titanica contro il potere dispotico. Un riferimento puntuale è riscontrabile in “Due Volte ombra”, attraverso l’esempio dell’instancabile lotta delle Abuelas de Plaza de Mayo; in “Nora Lopez – Detenuta N84” con l’indignazione popolare degli H.I.J.O.S (pratica dell’Escrache); la banalità del male in “Emèt – Il dovere della verità”.

L’interprete Gradito sottolinea come nei romanzi di Viceconti la quidditas è rappresentata dalla verità in quanto “dovere ineludibile per cui combattere strenuamente fino al disvelamento totale”. L’intento pedagogico di tali romanzi si riassume nel tentativo di riparare alla tentazione di scivolare nell’indifferenza, di scadere in una inettitudine morale e far sì che si conoscano le atrocità commesse, al fin di difendere i valori della libertà e della giustizia sociale.

In “Emèt – il dovere della Verità”, ad esempio, l’autore ci conferma quanto l’arte della narrazione, possa rappresentare il veicolo più efficace per educare e fissare le lezioni della storia, altrimenti relegate all’oblio, travolte dalla caducità del tempo. Il lettore si ritrova nell’Argentina del secondo dopoguerra, quando l’America Latina si prestava a essere rifugio per i criminali di guerra nazisti fuggiti dall’Europa per ricostruirsi una vita sotto mentite spoglie. I fatti storici sulle connivenze, su chi ha aiutato impunemente gli ex SS a integrarsi, incontrastati, nella società argentina, emergono in un primo momento sullo sfondo per poi affiorare in primo piano nel racconto. Il contesto storico è, dunque, parte integrante dei fatti narrati e invita il lettore ad attente riflessioni.

Infine, per concludere la comparazione tra le letture svolte, mentre in Gide, attraverso la conversazione e il confronto dialogico tra i tre personaggi si compie l’accettazione del sacrificio (inteso dalla stessa etimologia come sacrum facere, ossia offrire sostegno all’evoluzione del sé accettando il dolore), in “Magia” (racconto breve contenuto nella raccolta “Cartoni… animati e altri racconti” – CSA Editrice), si approda ad una ermeneutica del sé nell’incontro tra Clara, la protagonista e il tango, quale trasformazione attiva del soggetto e delle sue modalità d’esistenza. In entrambi i testi predomina un’atmosfera onirica e surreale, con i seguenti elementi affini: a) nella dimensione spazio-temporale: la relatività temporale (in Gide, Parigi, un ristorante in cui l’attenzione è sulla conversazione; qui Buenos Aires, una milonga; il tempo è sospeso spaziando tra presente e passato l’ordine degli avvenimenti cronologici e quelli della storia s’intrecciano in modo coerente e armonioso), b) per l’espediente che irrompe nell’esistenza del personaggio e ne determina la trasformazione (in Gide l’azione del “Miglionario”; qui l’invito al tango della signora abbigliata in arancio, il tango in quanto espressione dell’identità culturale argentina).

Rispetto ai romanzi di Viceconti, a conclusione della giornata di lettura, l’interprete suggerisce altre interessanti connessioni riscontrabili nella letteratura europea: “Il Suddito” di H. Mann, “L’uomo senza qualità” di R. Musil, come anche in Brecht, Boll, Durenmatt, Dostoevskij, Hegel, Kant, Pirandello, Levi ecc.


[1] Così come definito in un articolo pubblicato alcuni anni fa sulla testata Articolo 21(https://www.articolo21.org/2014/04/emet-il-dovere-della-verita-di-nicola-viceconti/)

Simón Bolívar e Manuela Sáenz: analisi di un’ appassionata relazione epistolare

di MADDALENA CELANO

Cartas de Manuela Sáenz al Libertadorda www.ilsudest.it

Il 16 giugno 1822, Manuela incontrò il Generale Libertador Simón Bolívar, quando quest’ultimo fece un ingresso trionfale a Quito, preceduto dal suo esercito.

Quando Bolívar arrivò a Plaza Mayor, Manuela lancia una corona di rami di alloro sulla sua testa. Simón alza lo sguardo e incontra gli occhi scintillanti della quiteña con il suo meraviglioso sorriso. Quel momento fu l’inizio della grande passione. Manuela era diventò improvvisamente una necessità vitale per ilLibertador. Nell’ottobre 1823, nonostante le obiezioni del generale Lara, Manuela fu ufficialmente incorporata nel personale di Bolívar su suggerimento del colonnello O’Leary, che sentiva un profondo affetto per lei. Manuela divenne custode e archivista dei documenti personali di Bolívar. Quando il Libertador si diresse in Perù, Manuela l’incontrò e la sua figura sarà presente in tutto quel complesso processo politico e militare, sia a Lima che a Trujillo. Lo scambio epistolare prova la fluidità della relazione dei due amanti. Più tardi s’incontrano nuovamente a Bogotá, e affrontano entrambi gli intrighi e le trame dei tradimenti contro il Libertador, fino a quando un famoso episodio di cospirazione si verificò. Il 25 settembre del 1828 tentarono di assassinare  Simón, ma l’attentato fallì grazie all’aiuto di Manuela. La dichiarazione d’indipendenza del Venezuela, l’opposizione alla Nuova Granada e la malattia causarono la dimissione di Bolívar dalla Presidenza della Gran Colombia nel 1830. Il 17 dicembre dello stesso anno Bolívar morì di tubercolosi. Dopo la sua morte, Manuela, a Bogotá tentò il suicidio facendosi mordere una spalla da un serpente velenoso, ma non riuscì giacché un gruppo di contadini la notarono e la salvarono. Negli anni successivi Manuela sopravvisse dedicandosi alla vendita del tabacco, traducendo e scrivendo lettere, facendo ricami o dolci su ordinazione. Nel 1856, vittima di difterite, morì. Il suo corpo fu gettato in una fossa comune. Anche se molti libri sono stati scritti sul lavoro e sulla figura di Simón Bolívar, pochi sono quelli che trattano il suo tempestoso amore con colei che è stata chiamata Libertadora del Libertador: Manuela Sáenz. Un numero variabile di lettere e documenti attesta ciò che è stato un rapporto intenso e impetuoso. L’epistolario tra Simón e Manuela oltre a essere traboccante e ardente di passione è schietto e persino tenero. Bolívar, lottando per la liberazione dei popoli del Sud America, fu nutrito dall’amore incondizionato che Manuelita Sáenz gli ha offerto. Anche se la storia ufficiale mostra Bolívar attraverso una prosa elegante e formale, le parole che lui e Manuela si scambiano negli anni rivelano invece una prosa  più informale e emotiva. Qui Bolívar si mostra come uomo inondato di forti sentimenti e non si ferma quando esprime le sue emozioni appassionatamente. Da parte sua Manuela, l’“amable loca” non si lascia  indietro: mostra una scrittura potente dove non ci sono sentimenti ineffabili. Le lettere rivelano le battaglie che combattono, battaglie contaminate anche dalla distanza. Ci sono rimproveri e disaccordi per timore di un amore non corrisposto, Bolívar persino pretende che Manuela indossi solo un velo blu trasparente nell’intimità:

Quartiere Generale di Pasto, 30 gennaio del 1823.

Mia adorata Manuelita:

Ho ricevuto la tua apprezzabile missiva che delizia l’anima mia e che, al tempo stesso, mi ha fatto saltare fuori dal letto; al contrario sarei stato vittima dell’ansia da essa in me provocata. Manuela bella, Manuela mia, oggi stesso lascio tutto e parto, per quella scintilla che trascende l’universo, vado a trovare la più dolce e tenera tra le donne che colma le mie passioni con  il desiderio infinito di goderti qui e ora, non importa quale sia la distanza. Che impressione ti fa? É vero che anch’io sono pazzo di te? Tu mi nomini e sono tuo all’istante. Sappi, amica mia, che in questo momento canto la tua musica, vocalizzando il motivo che tu ascolti. Penso ai tuoi occhi, ai tuoi capelli, all’aroma del tuo corpo e alla levigatezza della tua eterea figura e già sono in viaggio, così come Marco Antonio si diresse verso Cleopatra. Vedo la tua eterea figura davanti ai miei occhi, e sento un mormorio che desidera sfuggire dalla tua bocca, disperatamente, per venirmi incontro. Aspettami, fallo abbigliata con quel velo blu e trasparente, cosi come la ninfa che affascinò l’argonauta.

Tuo Bolívar[1]

È un dialogo brutale avvolto di grazia, ad esempio in una lettera del 16 aprile 1826, Bolívar notifica a Manuela che si prepara con esercizi non solo per continuare la sua lotta emancipatrice  ma anche per il suo prossimo incontro con lei:

La Magdalena, 16 aprile 1826

Adorata Manuelita:

Oggi comincio un regime disciplinare che mi sarà molto utile nell’adempimento delle mie successive azioni. Dormirò poche ore, renderò culto alla temperanza e alla castità, virtù meritevoli del rispetto dell’uomo.

I miei esercizi incominceranno spuntando l’alba e la mia consacrazione sarà la corrispondenza, nella quale tu non sarai esclusa con il pretesto della mia condizione. No! Al contrario, la tua immagine assorbe i miei pensieri nella calda bellezza dei tuoi ricordi che mi fanno soffrire tanto. Vitale è che non mi dimentichi di te, perché custodisco mille sforzi per ottenere tale disciplina nel tentativo di trovarmi più attivo per quando tu ed io staremo insieme.

Sempre tuo,

Simón Bolívar[2]

Non si tratta di raffigurare una forma di sensazionalismo storico, ma è il tentativo di rivelare l’argomento della storia dalla sua condizione più umana e nei suoi risvolti più reconditi e profondi. La storia d’amore tra Simón Bolívar e Manuela Sáenz è la storia di mille battaglie, per l’indipendenza, la libertà, la giustizia e l’uguaglianza, è una storia che trascende la profondità dei nostri cuori, che influenza tuttora il popolo latino americano e lo chiama alla riflessione, lo chiama a far parte di questa storia. L’invito è di rivivere la guerra d’indipendenza, le vicende di due persone che si amarono tra loro nella clandestinità, delle possibili cospirazioni, tradimenti, gloria e amore che sempre conquistano, anche dopo la vita, anche dopo la morte. La corrispondenza tra questi due personaggi si basa su brevi lettere, scritte con la lingua tipica del tempo e con uno sfondo pieno di passione. Anche se non riportano sempre una linea temporale definita, mostrano gli alti e bassi del loro rapporto. Le intestazioni sono solitamente formali, con espressioni come “mio signore” o “mio caro Simón”.  Manuela Sáenz rivela con esaltazione l’amore che sente per Simón Bolívar, caratterizzato da uno stile romantico. In queste corrispondenze appaiono le opinioni di Manuela Sáenz sulle campagne militari e sulle guerre. Descrive concretamente gli eventi che si svolgono intorno a lei e mostra le sua conoscenze legate alla politica. Inoltre, le corrispondenze indicano i sentimenti patriottici di questa donna, e la difesa del movimento indipendentista. Tuttavia, è il tema dell’amore è quello più presente in queste lettere, palesando spesso la passione che Manuela Sáenz ha sentito per il suo amante, cosa che porta a pensare che questa donna non si sarebbe mai innamorata di un uomo senza grandi obiettivi e ambizioni. Lasciando da parte la politica, l’argomento che circonda ciascuna lettera è affettuoso e amorevole. Le prime quattro lettere evidenziano è che è una donna che conosce le sue libertà e ha una mentalità che non accetta l’ipocrisia[3].  Nelle lettere successive, Manuela Sáenz accetta il rifiuto del suo più vicino circolo sociale e tutte le convenzioni del tempo. Giustifica le sue azioni sostenendo che sono la conseguenza del matrimonio concordato e forzato che ha subito. La sua ribellione – e quella di tanti altri giovani del suo tempo, durante il XIX secolo – si basò sulla ricerca di un legame affettivo raggiunto per puro affetto. Il modo in cui i sentimenti sono sviluppati da Simón Bolívar segue  lo schema del movimento ” Sturm und Drang” (tempesta e impulso / movimento letterario sviluppato in Germania nella seconda metà del secolo XVIII). Manuela Sáenz esprime liberamente il piacere sessuale che condivide. Lei manifesta in ogni modo il desiderio fisico e la gelosia che sente per la distanza che li separa.  Manuela Sáenz è esaltata come donna, ridefinita grazie alla profondità dell’incontro d’amore e all’estasi sessuale. È necessario rilevare l’importanza dell’ultima lettera, che determina l’esito. Senza una data documentata, scritta dopo la morte di Simón Bolívar, Manuela Sáenz esprime la nullità delle lotte mondane, la presenza fissa della nostalgia, quanto sono effimeri i ricordi, che la vita senza significato può finire se la persona desiderata scompare:

Lettera di amore postuma di Manuela a Bolívar a Paita

Simón,

Mio amore: mio Simón triste e amareggiato. I miei giorni si vedono anche circondati per una scontrosa solitudine, piena della bella nostalgia del vostro nome.

Guardo anche e ritocco il colore dei ritratti che sono attestazione di un momento  apparentemente fugace. Le ore passano impavide davanti all’inquietudine assente dei vostri occhi che non stanno oramai con me; ma che in qualche modo mi seguono aperti, scrutando la mia figura. Conosco il vento, conosco le strade per arrivare dal mio Simón; ma io so che così così non posso rispondere a questo interrogativo di tristezza che mette in luce il vostro volto, e la vostra voce che non è oramai mia, già non mi dice niente.

Manuela[4]

La passione civico-militare di Manuela

È anche importante rilevare l’attività militante di Manuela a favore della causa libertaria delle città “grancolombiane” che non comincia con il rapporto con il Libertador, poiché quando si recò in Perù, dove andò a vivere con il suo marito inglese, James Thorne, aveva già ottenuto una posizione rilevante nella storia dell’indipendenza peruviana svolgendo molteplici mansioni a favore della rivoluzione, aiutando la rivoluzionaria e patriota Rosita Campuzano e altri indipendentisti che si riunivano a quel tempo a Lima, per svolgere un lavoro di spionaggio o di propaganda per l’indipendenza. [5]

L’11 gennaio del 1822, una volta liberato il Perù, il generale José de San Martín, con il consiglio del suo ministro Don Bernardo Monteagudo, emise il Decreto Supremo che creò l’Ordine del Sole del Perù, un ordine onorifico, con cui premiò e valorizzò (anche) le donne che avevano contribuito alla causa dell’indipendenza. Tra le donne che ebbero accesso al titolo onorifico di Caballeresas del Sol troveremo la marchesa  di Torre Tagle, Casa Boza, Castellón e Casa Muñoz, così come Rosita Campuzano, e, naturalmente,  Manuela Sáenz  Aizpuru. In qualche modo, Manuelita fu influenzata molto dalle donne che l’hanno preceduta nel pensiero libertario, diffuso presso l’Audiencia di Quito, dove si svolsero le prime sanguinose e memorabili battaglie Indipendentiste (1809-1810) cui parteciparono diverse donne, donne tuttora molto note alla storiografia nazionale ecuadoriana come Manuela Espejo (sorella del patriota Eugenio Espejo), Manuela Cañizares (nella cui casa i si riunivano i cospiratori), Josefa Tinajero, Mariana Matheu de Ascásubi (la scrittrice ecuadoriana più importante del tempo), María Ontaneda e Larrayn, Antonia Salinas, Josefa Frost, Rosa Zárate (eroina e martire), Maria de la Vega, Rosa Montufar e molte altre che saranno ignorate per il loro ingiusto anonimato. Manuela ha già nel suo cuore una profonda spaccatura, da un lato suo padre, un recalcitrante reazionario, e d’altra parte sua madre, difensora dell’indipendentismo. Il 14 novembre del 1816, Manuela viaggiò per Panama con il padre Don Simón Sáenz de Vergara, e lì incontrò il mercante James de Thorne e Wardlor, che sarebbe stato suo marito e cui alcuni biografi hanno dato il titolo di medico. Domenica 27 luglio 1817, Manuela e James hanno contratto il matrimonio nella chiesa di San Sebastián a Lima, Manuela aveva solo 22 anni.

Nel 1821 Manuela invia degli avvocati a Quito per riscattare l’eredità della madre e del nonno materno, ormai defunti; nel 1822, viaggia con le sue due schiave (che poi farà liberare) Jonathas e Nathan, a cui dimostrerà un immenso affetto. Con il suo arrivo a Quito, si stabilisce a casa del suo fratellastro Juan Antonio Sáenz de Campo e incontra l’altro fratellastro José María, che il generale José de San Martin aveva decorato con la Cruz de los Libertadores, il 25 agosto1821. Manuela incontra gli ufficiali dell’esercito liberatore di Quito, compreso il generale Antonio Jose de Sucre, con cui instaura una bella e forte amicizia che durerà fino alla fine dei suoi giorni. Ha anche incontrato il colonnello José María Córdoba con il quale però non ha avuto un buon rapporto. In seguito partecipa attivamente alle battaglie indipendentiste donando muli e denari per i rifornimenti militari. Durante la battaglia di Pichincha del 24 maggio 1822, in cui suo fratello José María combatte sotto gli ordini del generale Sucre, Manuela offrirà supporto materiale (in denaro) e logistico. Più tardi Manuela conoscerà Simón Bolívar, il Libertador, il 16 giugno 1822. Bolívar aveva 39 anni e Manuelita 27.  Nel momento in cui s’incontrano, s’innamorano all’istante, ballano tutta la notte, come se nessun altro esistesse, e inizia una relazione tra loro, che sarà molto criticata a causa dello stato civile di Manuela. Manuela sfidò la doppia morale coloniale e sarà coerente con quell’amore fino alla sua morte. Il suo rapporto d’amore con Bolívar è pieno di difficoltà e di assenze. Lei supporta le attività militari del Libertador, non a caso sarà nominata colonnella degli Ussari. Nel 1824 Manuela insiste con Bolívar per essere ammessa come combattente nella battaglia di Junin, e lui, che aveva sempre resistito, accettò[6].

Il passaggio della corrispondenza è così chiaro che ci inibisce altri commenti:

Huaràs, Quartier Generale, 9 giugno 1824

Manuelita, mia diletta:

Tu mi parli dell’orgoglio che senti per la tua partecipazione a questa campagna militare. Bene, amica mia: Vi chiedo di accettare le mie congratulazioni e allo stesso tempo i miei ordini! Volete provare le disgrazie di questa lotta? Andiamo! La sofferenza, le angustie, l’impotenza numerica e la mancanza di vettovagliamenti fanno dell’uomo più coraggioso un fantoccio di guerra. Un successo che incoraggia è rappresentato dall’incontrarsi da qualsiasi parte con una colonna di Goti ritardatari e togliergli i fucili. Tu desideri provare ciò! Bisogna essere disposti al maltempo, a strade tortuose marciando a cavallo senza tregua; la tua raffinatezza mi dice che meriti un alloggio decente e in battaglia non ve ne sono. Io non dissuado la tua decisione e la tua audacia, ma nelle marce non si può tornare indietro. Per ora ho solo un’idea che etichetterai come scabrosa: far passare l’esercito per la via di Huaras, Olleros, Chovein e Aguamina a sud di Huascaran. Pensi che io sia pazzo? Questi luoghi nevosi servono a temperare l’umore dei patrioti che gonfiano le nostre fila. Scommetto che non parteciperai? Ci aspetta una pianura che la Provvidenza ci dispone per il trionfo. Junin!  Che ne pensi?

All’amante idolatrata. Bolívar

Huamachuco 16 giugno 1824

a V. E. el Libertador Simón Bolívar

Mio caro Simón,

Mio diletto, le condizioni avverse che si presentano nel cammino della campagna militare che pensate di realizzare non intimidiscono la mia condizione di donna. Al contrario, io la sfido. Cosa pensate di me! Mi avete sempre detto che ho più audacia dei vostri ufficiali. No? Di cuore vi dico, non avrete compagna più fedele di me e le mie labbra non emetteranno alcun reclamo che farà rimpiangere la decisione di accettarmi. Mi porterete con voi? Beh, io verrò. Questa decisione non è avventata, ma viene dal coraggio e dall’amore per l’indipendenza (non sentitevi geloso).

Per sempre vostra

Manuela

Junin, Quartier Generale, 6 agosto 1824.

Alla signora tenente degli Ussari da parte di S. E. il Libertador e Presidente della Colombia[7]

Signora Manuela Sáenz.

Mia cara Manuela

In considerazione della risoluzione del Consiglio dei Generali di Divisione, e dopo aver ottenuto il loro consenso e presa nota della vostra  ambizione personale a partecipare alla selezione; visto il vostro coraggio e il vostro valore, la vostra  grande umanità nell’aiutare a  pianificare, dalla vostra colonna, le azioni che culminarono nel glorioso successo di questa giornata memorabile, mi affretto, essendo le ore 16.00, a concedervi il grado di Capitano degli Ussari,[8] affidandovi le attività economiche e strategiche del vostro reggimento, essendo voi la massima autorità in quanto sarà necessario prestare attenzione agli ospedali, considerando che questo è l’ultimo grado di contatto tra i miei ufficiali e le vostre truppe.

Compio così con la giustizia di offrirvi il riconoscimento della vostra gloria, congratulandomi di avervi accanto come il mio più amato ufficiale dell’esercito colombiano.

Il vostro affezionatissimo, S.E. Libertador Bolívar

Andahuaylas, Quartier Generale

26 settembre 1824

(Confidenziale)

Manuela Mia,

Per il 3 del prossimo mese, il desiderio è che ti senta con “Héctor”, al fine di coordinare ciò che più ci preoccupa. Il Colonello Salguero porta i dispacci sulla strategia, affinché Héctor veda l’opportunità di agire a Huamanga di fronte al Condorcunga. Il motivo è che tutti i battaglioni sappiano che il Libertador e Presidente sarà lì, con loro, nella sua tenda di campagna, benché, “ammalato”. Il Generale Solom verrà con la mia mula bruna affinché si creda che sia io.

Tu sarai molto utile al fianco di Héctor, ma è una raccomandazione per te, e un ordine del tuo Generale in Capo, che tu resti passiva dinanzi all’incontro col nemico. La tua missione sarà di “servirmi”, entrando e uscendo dalla tenda dello Stato Maggiore, portando brocche d’acqua per “rinfrescarmi”, e così a ogni uscita farai arrivare un mio ordine (i dispacci che sto inviandoti) a ogni Generale. Non disattendere le mie accortezze e la mia preoccupazione per la tua incolumità. Ti voglio viva! Se muori io muoio!

Tuo

Bolívar

Chalhuancada, Quartier Generale, 4 ottobre 1824

Alla signora Capitana degli Ussari della Guardia

Manuela  Sáenz

(Personale)

Carissima Manuelita

Ti chiedo con l’esortazione dei miei pensieri che combattono con l’ardore del mio cuore, di restare lì. Lo faccio non per separarmi da te, perché sei l’essere che più desidero e perché penso sempre a te. La tua presenza servirà affinché t’incarichi di farmi arrivare relazioni corredate di ogni particolare, che nessuno dei miei Generali mi farebbe sapere, più per le loro preoccupazioni personali che per intrighi o dissapori. Tenendomi informato di tutto quello che accade lì, posso osservare i due fronti, certo che tu riuscirai nella missione che ti sto affidando in quella sede.

Tuo di Cuore

Bolívar

Quartiere Generale di Huancayo, 24 ottobre 1824

Mia adorata Manuelita

Mia bella e buona Manuela, oggi ho ricevuto la Legge del Congresso della Colombia, del 28 di Luglio, che mi spoglia di tutte le Facoltà Straordinarie delle quali mi trovavo investito dal governo; trasferendole tutte, senza eccezione, a Santander.

Il mio cuore vede con tristezza l’orribile futuro di una Patria che soccombe davanti alla meschinità degli interessi personali e dei partiti.

Tutti nondimeno hanno una scusa. Invece tu ti conservi sempre fedele a me. Tuttavia, per l’amore che mi manifesti, non fare nulla che ci condanni entrambi. Fai finta che siano solo voci dei miei detrattori, conserva la compostezza che è  d’obbligo in queste situazioni, mentre io ricorro al mio intuito al fine di organizzare la mia dispensa da queste responsabilità a Sucre.

Tuo Bolívar

Chancayo, 9 novembre 1824

Mia adorata Manuelita

Sono molto grato per la tua opportuna corrispondenza che m’informa degli odi di questa gente perniciosa, in maggioranza contadini, che senza altro motivo che quello della loro insubordinazione, istigano le truppe, così come per le informazioni sulla condotta dei Generali Uno e Heres.

Sucre già ha ricevuto ordini pertinenti ed è in marcia; tu abbi pazienza e resta nell’attesa del mio ritorno, che sarà molto presto, poiché desidero le tue gentili carezze e contemplarti con la mia passione che è pazza di te. Il tuo unico uomo,

Bolívar

Quartiere Generale di Huancavelica, 20 dicembre 1824

Signora Manuela  Sáenz.

Apprezzata Manuelita:

Ricevendo la lettera del 10, il messaggio di Sucre, non mi resta altro da fare che sorprendermi della tua audacia perché il mio ordine di conservarti al margine di qualunque incontro pericoloso col nemico, non fu rispettato;  inoltre la tua sorda condotta, lusinga e nobilita la gloria dell’ Esercito Colombiano, per il bene della Patria che “come esempio superbo di bellezza, si impone maestosa sulle Ande”. La mia strategia mi diede la proverbiale ragione che tu saresti stata utile lì[9]; mentre io raccolgo orgogliosamente per il mio cuore, lo stendardo del tuo eroismo, per nominarti come mi si chiede: Colonnella dell’Esercito Colombiano.

Tuo

Bolívar

Lima 14 aprile del 1825

V. E. Generale Simón Bolívar

Mio Signore:

So che è partita con voi anche la mia unica speranza di felicità. Perché, allora, vi ho permesso di scivolare dalle mie braccia come acqua che svanisce tra le dita? Nel mio pensiero sono più che convinta che voi siate l’amante ideale, e il vostro ricordo mi tormenta per tutto il tempo.

Scopro che soddisfacendo i miei capricci s’inondano i miei sensi, ma non riesco a saziarmi in quanto è di voi che necessito; non c’è niente che si possa comparare con l’impeto del mio amore. Comprare profumi, vestiti costosi, gioielli, non lusinga la mia vanità. Tanto solo le vostre parole riescono a farlo. Se voi scriveste con caratteri minuti delle lunghe lettere, io sarei più che felice.

I miei lavori non finiscono mai, perché ne comincio uno e non finisco che ho già cominciato un altro. Confesso che sono come sfiancata e non riesco a fare niente. Ditemi cosa devo fare, perché non ne indovino una, e tutto per la vostra mancanza qui.

Se mi dite di venire, verrò volando fino alla fine del mondo, così fossi in capo al mondo!

La vostra povera e disperata amica,

Manuela [10]

Le difficili condizioni del viaggio non permisero a Manuela di raggiungere in tempo il campo di battaglia, ma tre giorni dopo, fu assorbita nell’esercito per curare feriti e seppellire morti dopo la battaglia di Junin.  Viceversa, partecipò attivamente alla battaglia di Ayacucho, al punto che, il generale Sucre inviò una lettera al Libertador in cui descrive il coraggio di Manuela Sáenz  e chiede che Manuela venga promossa al grado di colonnella. Simón Bolívar decide di concedere la promozione militare a Manuela ma questa decisione causa dei problemi con il vicepresidente della Colombia, Francisco de Paula Santander, che protestò indignatamente ed esortò Bolívar a degradare Manuela Sáenz, giacché considerò indegno concedere dei riconoscimenti militari a una donna. Bolívar rifiuta la richiesta di Santander, rispondendo che un esercito è fatto di eroi (in questo caso eroine) e questi sono simbolo di lotta e del valore.[11]

quiteña con il suo meraviglioso sorriso. Quel momento fu l’inizio della grande passione. Manuela era diventò improvvisamente una necessità vitale per il Libertador. Nell’ ottobre 1823, nonostante le obiezioni del generale Lara, Manuela fu ufficialmente incorporata nel personale di Bolívar su suggerimento del colonnello O’Leary, che sentiva un profondo affetto per lei. Manuela divenne custode e archivista dei documenti personali di Bolívar. Quando il Libertador si diresse in Perù, Manuela l’incontrò e la sua figura sarà presente in tutto quel complesso processo politico e militare, sia a Lima che a Trujillo. Lo scambio epistolare prova la fluidità della relazione dei due amanti. Più tardi s’incontrano nuovamente a Bogotá, e affrontano entrambi gli intrighi e le trame dei tradimenti contro il Libertador, fino a quando un famoso episodio di cospirazione si verificò. Il 25 settembre del 1828 tentarono di assassinare a Simón, ma l’attentato fallì grazie all’aiuto di Manuela. La dichiarazione d’indipendenza del Venezuela, l’opposizione alla Nuova Granada e la malattia causarono la dimissione di Bolívar dalla Presidenza della Gran Colombia nel 1830. Il 17 dicembre dello stesso anno Bolívar morì di tubercolosi. Dopo la sua morte, Manuela, a Bogotá tentò il suicidio facendosi mordere una spalla da un serpente velenoso, ma non riuscì giacché un gruppo di contadini la notarono e la salvarono. Negli anni successivi Manuela sopravvisse dedicandosi alla vendita del tabacco, traducendo e scrivendo lettere, facendo ricami o dolci su ordinazione. Nel 1856, vittima di difterite, morì. Il suo corpo fu gettato in una fossa comune. Anche se molti libri sono stati scritti sul lavoro e sulla figura di Simón Bolívar, pochi sono quelli che trattano il suo tempestoso amore con colei che è stata chiamata Libertadora del Libertador: Manuela Sáenz. Un numero variabile di lettere e documenti attesta ciò che è stato un rapporto intenso e impetuoso. L’epistolario tra Simón e Manuela oltre a essere traboccante e ardente di passione è schietto e persino tenero. Bolívar, lottando per la liberazione dei popoli del Sud America, fu nutrito dall’amore incondizionato che Manuelita Sáenz gli ha offerto. Anche se la storia ufficiale mostra Bolívar attraverso una prosa elegante e formale, le parole che lui e Manuela si scambiano negli anni rivelano invece una prosa  più informale e emotiva. Qui Bolívar si mostra come uomo inondato di forti sentimenti e non si ferma quando esprime le sue emozioni appassionatamente. Da parte sua Manuela, l’“amable loca” non si lascia  indietro: mostrare una scrittura potente dove non ci sono sentimenti ineffabili. Le lettere rivelano le battaglie che combattono, battaglie contaminate anche dalla distanza. Ci sono rimproveri e disaccordi per timore di un amore non corrisposto, Bolívar persino pretende che Manuela indossi solo un velo blu trasparente nell’intimità:

Quartiere Generale di Pasto, 30 gennaio del 1823.

Mia adorata Manuelita:

Ho ricevuto la tua apprezzabile missiva che delizia l’anima mia e che, al tempo stesso, mi ha fatto saltare fuori dal letto; al contrario sarei stato vittima dell’ansia da essa in me provocata. Manuela bella, Manuela mia, oggi stesso lascio tutto e parto, per quella scintilla che trascende l’universo, vado a trovare la più dolce e tenera tra le donne che colma le mie passioni con  il desiderio infinito di goderti qui e ora, non importa quale sia la distanza. Che impressione ti fa? É vero che anch’io sono pazzo di te? Tu mi nomini e sono tuo all’istante. Sappi, amica mia, che in questo momento canto la tua musica, vocalizzando il motivo che tu ascolti. Penso ai tuoi occhi, ai tuoi capelli, all’aroma del tuo corpo e alla levigatezza della tua eterea figura e già sono in viaggio, così come Marco Antonio si diresse verso Cleopatra. Vedo la tua eterea figura davanti ai miei occhi, e sento un mormorio che desidera sfuggire dalla tua bocca, disperatamente, per venirmi incontro. Aspettami, fallo abbigliata con quel velo blu e trasparente, cosi come la ninfa che affascinò l’argonauta.

Tuo Bolívar[12]

È un dialogo brutale avvolto in grazia, ad esempio in una lettera del 16 aprile 1826, Bolívar notifica a Manuela che si prepara con esercizi non solo per continuare la sua lotta emancipatrice  ma anche per il suo prossimo incontro con lei:

La Magdalena, 16 aprile 1826

Adorata Manuelita:

Oggi comincio un regime disciplinare che mi sarà molto utile nell’adempimento delle mie successive azioni. Dormirò poche ore, renderò culto alla temperanza e alla castità, virtù meritevoli del rispetto dell’uomo.

I miei esercizi incominceranno spuntando l’alba e la mia consacrazione sarà la corrispondenza, nella quale tu non sarai esclusa con il pretesto della mia condizione. No! Al contrario, la tua immagine assorbe i miei pensieri nella calda bellezza dei tuoi ricordi che mi fanno soffrire tanto. Vitale è che non mi dimentichi di te, perché custodisco mille sforzi per ottenere tale disciplina nel tentativo di trovarmi più attivo per quando tu ed io staremo insieme.

Sempre tuo,

Simón Bolívar[13]

Non si tratta di raffigurare una forma di sensazionalismo storico, ma è il tentativo di rivelare l’argomento della storia dalla sua condizione più umana e nei suoi risvolti più reconditi e profondi. La storia d’amore tra Simón Bolívar e Manuela Sáenz è la storia di mille battaglie, per l’indipendenza, la libertà, la giustizia e l’uguaglianza, è una storia che trascende la profondità dei nostri cuori, che influenza tuttora il popolo latino americano e lo chiama alla riflessione, lo chiama a far parte di questa storia. L’invito è di rivivere la guerra d’indipendenza, le vicende di due persone che si amarono tra loro nella clandestinità, delle possibili cospirazioni, tradimenti, gloria e amore che sempre conquistano, anche dopo la vita, anche dopo la morte. La corrispondenza tra questi due personaggi si basa su brevi lettere, scritte con la lingua tipica del tempo e con uno sfondo pieno di passione. Anche se non riportano sempre una linea temporale definita, mostrano gli alti e bassi del loro rapporto. Le intestazioni sono solitamente formali, con espressioni come “mio signore” o “mio caro Simón”.  Manuela Sáenz rivela con esaltazione l’amore che sente per Simón Bolívar, caratterizzato da uno stile romantico. In queste corrispondenze appaiono le opinioni di Manuela Sáenz sulle campagne militari e sulle guerre. Descrive concretamente gli eventi che si svolgono intorno a lei e mostra le sua conoscenze legate alla politica. Inoltre, le corrispondenze indicano i sentimenti patriottici di questa donna, e la difesa del movimento indipendentista. Tuttavia, è il tema dell’amore è quello più presente in queste lettere, palesando spesso la passione che Manuela Sáenz ha sentito per il suo amante, cosa che porta a pensare che questa donna non si sarebbe mai innamorata di un uomo senza grandi obiettivi e ambizioni. Lasciando da parte la politica, l’argomento che circonda ciascuna lettera è affettuoso e amorevole. Le prime quattro lettere evidenziano è che è una donna che conosce le sue libertà e ha una mentalità che non accetta l’ipocrisia[14].  Nelle lettere successive, Manuela Sáenz accetta il rifiuto del suo più vicino circolo sociale e tutte le convenzioni del tempo. Giustifica le sue azioni sostenendo che sono la conseguenza del matrimonio concordato e forzato che ha subito. La sua ribellione – e quella di tanti altri giovani del suo tempo, durante il XIX secolo – si basò sulla ricerca di un legame affettivo raggiunto per puro affetto. Il modo in cui i sentimenti sono sviluppati da Simón Bolívar segue  lo schema del movimento ” Sturm und Drang” (tempesta e impulso / movimento letterario sviluppato in Germania nella seconda metà del secolo XVIII). Manuela Sáenz esprime liberamente il piacere sessuale che condivide. Lei manifesta in ogni modo il desiderio fisico e la gelosia che sente per la distanza che li separa.  Manuela Sáenz è esaltata come donna, ridefinita grazie alla profondità dell’incontro d’amore e all’estasi sessuale. È necessario rilevare l’importanza dell’ultima lettera, che determina l’esito. Senza una data documentata, scritta dopo la morte di Simón Bolívar, Manuela Sáenz esprime la nullità delle lotte mondane, la presenza fissa della nostalgia, quanto sono effimeri i ricordi, che la vita senza significato può finire se la persona desiderata scompare:

Lettera di amore postuma di Manuela a Bolívar a Paita

Simón,

Mio amore: mio Simón triste e amareggiato. I miei giorni si vedono anche circondati per una scontrosa solitudine, piena della bella nostalgia del vostro nome.

Guardo anche e ritocco il colore dei ritratti che sono attestazione di un momento  apparentemente fugace. Le ore passano impavide davanti all’inquietudine assente dei vostri occhi che non stanno oramai con me; ma che in qualche modo mi seguono aperti, scrutando la mia figura. Conosco il vento, conosco le strade per arrivare dal mio Simón; ma io so che così così non posso rispondere a questo interrogativo di tristezza che mette in luce il vostro volto, e la vostra voce che non è oramai mia, già non mi dice niente.

Manuela[15]

6.1 La passione civico-militare di Manuela

È anche importante rilevare l’attività militante di Manuela a favore della causa libertaria delle città “grancolombiane” che non comincia con il rapporto con il Libertador, poiché quando si recò in Perù, dove andò a vivere con il suo marito inglese, James Thorne, aveva già ottenuto una posizione rilevante nella storia dell’indipendenza peruviana svolgendo molteplici mansioni a favore della rivoluzione, aiutando la rivoluzionaria e patriota Rosita Campuzano e altri indipendentisti che si riunivano a quel tempo a Lima, per svolgere un lavoro di spionaggio o di propaganda per l’indipendenza. [16]

L’11 gennaio del 1822, una volta liberato il Perù, il generale José de San Martín, con il consiglio del suo ministro Don Bernardo Monteagudo, emise il Decreto Supremo che creò l’Ordine del Sole del Perù, un ordine onorifico, con cui premiò e valorizzò (anche) le donne che avevano contribuito alla causa dell’indipendenza. Tra le donne che ebbero accesso al titolo onorifico di Caballeresas del Sol troveremo la marchesa  di Torre Tagle, Casa Boza, Castellón e Casa Muñoz, così come Rosita Campuzano, e, naturalmente,  Manuela Sáenz  Aizpuru. In qualche modo, Manuelita fu influenzata molto dalle donne che l’hanno preceduta nel pensiero libertario, diffuso presso l’Audiencia di Quito, dove si svolsero le prime sanguinose e memorabili battaglie Indipendentiste (1809-1810) cui parteciparono diverse donne, donne tuttora molto note alla storiografia nazionale ecuadoriana come Manuela Espejo (sorella del patriota Eugenio Espejo), Manuela Cañizares (nella cui casa i si riunivano i cospiratori), Josefa Tinajero, Mariana Matheu de Ascásubi (la scrittrice ecuadoriana più importante del tempo), María Ontaneda e Larrayn, Antonia Salinas, Josefa Frost, Rosa Zárate (eroina e martire), Maria de la Vega, Rosa Montufar e molte altre che saranno ignorate per il loro ingiusto anonimato. Manuela ha già nel suo cuore una profonda spaccatura, da un lato suo padre, un recalcitrante reazionario, e d’altra parte sua madre, difensora dell’indipendentismo. Il 14 novembre del 1816, Manuela viaggiò per Panama con il padre Don Simón Sáenz de Vergara, e lì incontrò il mercante James de Thorne e Wardlor, che sarebbe stato suo marito e cui alcuni biografi hanno dato il titolo di medico. Domenica 27 luglio 1817, Manuela e James hanno contratto il matrimonio nella chiesa di San Sebastián a Lima, Manuela aveva solo 22 anni.

Nel 1821 Manuela invia degli avvocati a Quito per riscattare l’eredità della madre e del nonno materno, ormai defunti; nel 1822, viaggia con le sue due schiave (che poi farà liberare) Jonathas e Nathan, a cui dimostrerà un immenso affetto. Con il suo arrivo a Quito, si stabilisce a casa del suo fratellastro Juan Antonio Sáenz de Campo e incontra l’altro fratellastro José María, che il generale José de San Martin aveva decorato con la Cruz de los Libertadores, il 25 agosto1821. Manuela incontra gli ufficiali dell’esercito liberatore di Quito, compreso il generale Antonio Jose de Sucre, con cui instaura una bella e forte amicizia che durerà fino alla fine dei suoi giorni. Ha anche incontrato il colonnello José María Córdoba con il quale però non ha avuto un buon rapporto. In seguito partecipa attivamente alle battaglie indipendentiste donando muli e denari per i rifornimenti militari. Durante la battaglia di Pichincha del 24 maggio 1822, in cui suo fratello José María combatte sotto gli ordini del generale Sucre, Manuela offrirà supporto materiale (in denaro) e logistico. Più tardi Manuela conoscerà Simón Bolívar, il Libertador, il 16 giugno 1822. Bolívar aveva 39 anni e Manuelita 27.  Nel momento in cui s’incontrano, s’innamorano all’istante, ballano tutta la notte, come se nessun altro esistesse, e inizia una relazione tra loro, che sarà molto criticata a causa dello stato civile di Manuela. Manuela sfidò la doppia morale coloniale e sarà coerente con quell’amore fino alla sua morte. Il suo rapporto d’amore con Bolívar è pieno di difficoltà e di assenze. Lei supporta le attività militari del Libertador, non a caso sarà nominata colonnella degli Ussari. Nel 1824 Manuela insiste con Bolívar per essere ammessa come combattente nella battaglia di Junin, e lui, che aveva sempre resistito, accettò[17].

Il passaggio della corrispondenza è così chiaro che ci inibisce altri commenti:

Huaràs, Quartier Generale, 9 giugno 1824

Manuelita, mia diletta:

Tu mi parli dell’orgoglio che senti per la tua partecipazione a questa campagna militare. Bene, amica mia: Vi chiedo di accettare le mie congratulazioni e allo stesso tempo i miei ordini! Volete provare le disgrazie di questa lotta? Andiamo! La sofferenza, le angustie, l’impotenza numerica e la mancanza di vettovagliamenti fanno dell’uomo più coraggioso un fantoccio di guerra. Un successo che incoraggia è rappresentato dall’incontrarsi da qualsiasi parte con una colonna di Goti ritardatari e togliergli i fucili. Tu desideri provare ciò! Bisogna essere disposti al maltempo, a strade tortuose marciando a cavallo senza tregua; la tua raffinatezza mi dice che meriti un alloggio decente e in battaglia non ve ne sono. Io non dissuado la tua decisione e la tua audacia, ma nelle marce non si può tornare indietro. Per ora ho solo un’idea che etichetterai come scabrosa: far passare l’esercito per la via di Huaras, Olleros, Chovein e Aguamina a sud di Huascaran. Pensi che io sia pazzo? Questi luoghi nevosi servono a temperare l’umore dei patrioti che gonfiano le nostre fila. Scommetto che non parteciperai? Ci aspetta una pianura che la Provvidenza ci dispone per il trionfo. Junin!  Che ne pensi?

All’amante idolatrata. Bolívar

Huamachuco 16 giugno 1824

a V. E. el Libertador Simón Bolívar

Mio caro Simón,

Mio diletto, le condizioni avverse che si presentano nel cammino della campagna militare che pensate di realizzare non intimidiscono la mia condizione di donna. Al contrario, io la sfido. Cosa pensate di me! Mi avete sempre detto che ho più audacia dei vostri ufficiali. No? Di cuore vi dico, non avrete compagna più fedele di me e le mie labbra non emetteranno alcun reclamo che farà rimpiangere la decisione di accettarmi. Mi porterete con voi? Beh, io verrò. Questa decisione non è avventata, ma viene dal coraggio e dall’amore per l’indipendenza (non sentitevi geloso).

Per sempre vostra

Manuela

Junin, Quartier Generale, 6 agosto 1824.

Alla signora tenente degli Ussari da parte di S. E. il Libertador e Presidente della Colombia[18]

Signora Manuela Sáenz.

Mia cara Manuela

In considerazione della risoluzione del Consiglio dei Generali di Divisione, e dopo aver ottenuto il loro consenso e presa nota della vostra  ambizione personale a partecipare alla selezione; visto il vostro coraggio e il vostro valore, la vostra  grande umanità nell’aiutare a  pianificare, dalla vostra colonna, le azioni che culminarono nel glorioso successo di questa giornata memorabile, mi affretto, essendo le ore 16.00, a concedervi il grado di Capitano degli Ussari,[19] affidandovi le attività economiche e strategiche del vostro reggimento, essendo voi la massima autorità in quanto sarà necessario prestare attenzione agli ospedali, considerando che questo è l’ultimo grado di contatto tra i miei ufficiali e le vostre truppe.

Compio così con la giustizia di offrirvi il riconoscimento della vostra gloria, congratulandomi di avervi accanto come il mio più amato ufficiale dell’esercito colombiano.

Il vostro affezionatissimo, S.E. Libertador Bolívar

Andahuaylas, Quartier Generale

26 settembre 1824

(Confidenziale)

Manuela Mia,

Per il 3 del prossimo mese, il desiderio è che ti senta con “Héctor”, al fine di coordinare ciò che più ci preoccupa. Il Colonello Salguero porta i dispacci sulla strategia, affinché Héctor veda l’opportunità di agire a Huamanga di fronte al Condorcunga. Il motivo è che tutti i battaglioni sappiano che il Libertador e Presidente sarà lì, con loro, nella sua tenda di campagna, benché, “ammalato”. Il Generale Solom verrà con la mia mula bruna affinché si creda che sia io.

Tu sarai molto utile al fianco di Héctor, ma è una raccomandazione per te, e un ordine del tuo Generale in Capo, che tu resti passiva dinanzi all’incontro col nemico. La tua missione sarà di “servirmi”, entrando e uscendo dalla tenda dello Stato Maggiore, portando brocche d’acqua per “rinfrescarmi”, e così a ogni uscita farai arrivare un mio ordine (i dispacci che sto inviandoti) a ogni Generale. Non disattendere le mie accortezze e la mia preoccupazione per la tua incolumità. Ti voglio viva! Se muori io muoio!

Tuo

Bolívar

Chalhuancada, Quartier Generale, 4 ottobre 1824

Alla signora Capitana degli Ussari della Guardia

Manuela  Sáenz

(Personale)

Carissima Manuelita

Ti chiedo con l’esortazione dei miei pensieri che combattono con l’ardore del mio cuore, di restare lì. Lo faccio non per separarmi da te, perché sei l’essere che più desidero e perché penso sempre a te. La tua presenza servirà affinché t’incarichi di farmi arrivare relazioni corredate di ogni particolare, che nessuno dei miei Generali mi farebbe sapere, più per le loro preoccupazioni personali che per intrighi o dissapori. Tenendomi informato di tutto quello che accade lì, posso osservare i due fronti, certo che tu riuscirai nella missione che ti sto affidando in quella sede.

Tuo di Cuore

Bolívar

Quartiere Generale di Huancayo, 24 ottobre 1824

Mia adorata Manuelita

Mia bella e buona Manuela, oggi ho ricevuto la Legge del Congresso della Colombia, del 28 di Luglio, che mi spoglia di tutte le Facoltà Straordinarie delle quali mi trovavo investito dal governo; trasferendole tutte, senza eccezione, a Santander.

Il mio cuore vede con tristezza l’orribile futuro di una Patria che soccombe davanti alla meschinità degli interessi personali e dei partiti.

Tutti nondimeno hanno una scusa. Invece tu ti conservi sempre fedele a me. Tuttavia, per l’amore che mi manifesti, non fare nulla che ci condanni entrambi. Fai finta che siano solo voci dei miei detrattori, conserva la compostezza che è  d’obbligo in queste situazioni, mentre io ricorro al mio intuito al fine di organizzare la mia dispensa da queste responsabilità a Sucre.

Tuo Bolívar

Chancayo, 9 novembre 1824

Mia adorata Manuelita

Sono molto grato per la tua opportuna corrispondenza che m’informa degli odi di questa gente perniciosa, in maggioranza contadini, che senza altro motivo che quello della loro insubordinazione, istigano le truppe, così come per le informazioni sulla condotta dei Generali Uno e Heres.

Sucre già ha ricevuto ordini pertinenti ed è in marcia; tu abbi pazienza e resta nell’attesa del mio ritorno, che sarà molto presto, poiché desidero le tue gentili carezze e contemplarti con la mia passione che è pazza di te. Il tuo unico uomo,

Bolívar

Quartiere Generale di Huancavelica, 20 dicembre 1824

Signora Manuela  Sáenz.

Apprezzata Manuelita:

Ricevendo la lettera del 10, il messaggio di Sucre, non mi resta altro da fare che sorprendermi della tua audacia perché il mio ordine di conservarti al margine di qualunque incontro pericoloso col nemico, non fu rispettato;  inoltre la tua sorda condotta, lusinga e nobilita la gloria dell’ Esercito Colombiano, per il bene della Patria che “come esempio superbo di bellezza, si impone maestosa sulle Ande”. La mia strategia mi diede la proverbiale ragione che tu saresti stata utile lì[20]; mentre io raccolgo orgogliosamente per il mio cuore, lo stendardo del tuo eroismo, per nominarti come mi si chiede: Colonnella dell’Esercito Colombiano.

Tuo

Bolívar

Lima 14 aprile del 1825

V. E. Generale Simón Bolívar

Mio Signore:

So che è partita con voi anche la mia unica speranza di felicità. Perché, allora, vi ho permesso di scivolare dalle mie braccia come acqua che svanisce tra le dita? Nel mio pensiero sono più che convinta che voi siate l’amante ideale, e il vostro ricordo mi tormenta per tutto il tempo.

Scopro che soddisfacendo i miei capricci s’inondano i miei sensi, ma non riesco a saziarmi in quanto è di voi che necessito; non c’è niente che si possa comparare con l’impeto del mio amore. Comprare profumi, vestiti costosi, gioielli, non lusinga la mia vanità. Tanto solo le vostre parole riescono a farlo. Se voi scriveste con caratteri minuti delle lunghe lettere, io sarei più che felice.

I miei lavori non finiscono mai, perché ne comincio uno e non finisco che ho già cominciato un altro. Confesso che sono come sfiancata e non riesco a fare niente. Ditemi cosa devo fare, perché non ne indovino una, e tutto per la vostra mancanza qui.

Se mi dite di venire, verrò volando fino alla fine del mondo, così fossi in capo al mondo!

La vostra povera e disperata amica,

Manuela [21]

Le difficili condizioni del viaggio non permisero a Manuela di raggiungere in tempo il campo di battaglia, ma tre giorni dopo, fu assorbita nell’esercito per curare feriti e seppellire morti dopo la battaglia di Junin.  Viceversa, partecipò attivamente alla battaglia di Ayacucho, al punto che, il generale Sucre inviò una lettera al Libertador in cui descrive il coraggio di Manuela Sáenz  e chiede che Manuela venga promossa al grado di colonnella. Simón Bolívar decide di concedere la promozione militare a Manuela ma questa decisione causa dei problemi con il vicepresidente della Colombia, Francisco de Paula Santander, che protestò indignatamente ed esortò Bolívar a degradare Manuela Sáenz, giacché considerò indegno concedere dei riconoscimenti militari a una donna. Bolívar rifiuta la richiesta di Santander, rispondendo che un esercito è fatto di eroi (in questo caso eroine) e questi sono simbolo di lotta e del valore.[22]


[1] M. Espinosa Apollo (a cura di), Simón Bolívar y Manuela Sáenz, correspondencia intima, Centro de Estudios Felipe Guamàn Poma, Trama Ediciones, Quito, 2006, p.30, (la traduzione è mia).

[2] Ivi, p.81 (la traduzione è mia).

[3] Ivi, pp.26-28.

[4] Ivi, p.130, (la traduzione è mia).

[5] R. M. Grillo, Manuela Sáenz Before And After Bolívar, Università degli Studi di Salerno, Cultura Latinoamericana, Volume 21, numero 1, Salerno, 2015,  pp. 69- 80, su internet: http://www.culturalatinoamericanaplaneta.it/es/component/attachments/download/110, consultato il 10/10/2017.

[6] R. M. Grillo, Manuela Sáenz Before And After Bolívar, Università degli Studi di Salerno, Cultura Latinoamericana, Volume 21, numero 1, Salerno, 2015,  pp. 66- 78, su internet: http://www.culturalatinoamericanaplaneta.it/es/component/attachments/download/110, consultato il 10/10/2017.

[7] Questa è una comunicazione ufficiale che Bolívar invia a Manuela, come Generale in capo dell’ Esercito, premiando la valida partecipazione di Manuela alla battaglia di Junín.

[8] Ussari è il nome di uno dei battaglioni dell’ esercito colombiano che si crea durante la battaglia di Boyaca e che inciderà molto nella liberazione di Nueva Granada. Il nome deriva dalla loro cavalleria leggera e dalla divisa molto simile a quella degli omologhi soldati polacco-ungheresi dell’esercito del Regno di Polonia, del 16° secolo.

[9] Bolívar si riferisce alla battaglia di Ayacucho alla quale partecipa Manuela. Infatti, il Generale Sucre, inviò a Bolívar, il 10 dicembre, una missiva in cui chiede di concedere a Manuela il grado di Colonnella degli Ussari, per essersi particolarmente distinta in battaglia.

[10] M. Espinosa Apollo (a cura di), Simón Bolívar y Manuela Sáenz, correspondencia intima, Centro de Estudios Felipe Guamàn Poma, Trama Ediciones, Quito, 2006, pp. 44-52, (la traduzione è mia).

[11] R. M. Grillo, Manuela Sáenz Before And After Bolívar, Università degli Studi di Salerno, Cultura Latinoamericana, Volume 21, numero 1, Salerno, 2015,  pp. 69- 80, su internet: http://www.culturalatinoamericanaplaneta.it/es/component/attachments/download/110, consultato il 10/10/2017.

[12] M. Espinosa Apollo (a cura di), Simón Bolívar y Manuela Sáenz, correspondencia intima, Centro de Estudios Felipe Guamàn Poma, Trama Ediciones, Quito, 2006, p.30, (la traduzione è mia).

[13] Ivi, p.81 (la traduzione è mia).

[14] Ivi, pp.26-28.

[15] Ivi, p.130, (la traduzione è mia).

[16] R. M. Grillo, Manuela Sáenz Before And After Bolívar, Università degli Studi di Salerno, Cultura Latinoamericana, Volume 21, numero 1, Salerno, 2015,  pp. 69- 80, su internet: http://www.culturalatinoamericanaplaneta.it/es/component/attachments/download/110, consultato il 10/10/2017.

[17] R. M. Grillo, Manuela Sáenz Before And After Bolívar, Università degli Studi di Salerno, Cultura Latinoamericana, Volume 21, numero 1, Salerno, 2015,  pp. 66- 78, su internet: http://www.culturalatinoamericanaplaneta.it/es/component/attachments/download/110, consultato il 10/10/2017.

[18] Questa è una comunicazione ufficiale che Bolívar invia a Manuela, come Generale in capo dell’ Esercito, premiando la valida partecipazione di Manuela alla battaglia di Junín.

[19] Ussari è il nome di uno dei battaglioni dell’ esercito colombiano che si crea durante la battaglia di Boyaca e che inciderà molto nella liberazione di Nueva Granada. Il nome deriva dalla loro cavalleria leggera e dalla divisa molto simile a quella degli omologhi soldati polacco-ungheresi dell’esercito del Regno di Polonia, del 16° secolo.

[20] Bolívar si riferisce alla battaglia di Ayacucho alla quale partecipa Manuela. Infatti, il Generale Sucre, inviò a Bolívar, il 10 dicembre, una missiva in cui chiede di concedere a Manuela il grado di Colonnella degli Ussari, per essersi particolarmente distinta in battaglia.

[21] M. Espinosa Apollo (a cura di), Simón Bolívar y Manuela Sáenz, correspondencia intima, Centro de Estudios Felipe Guamàn Poma, Trama Ediciones, Quito, 2006, pp. 44-52, (la traduzione è mia).

[22] R. M. Grillo, Manuela Sáenz Before And After Bolívar, Università degli Studi di Salerno, Cultura Latinoamericana, Volume 21, numero 1, Salerno, 2015,  pp. 69- 80, su internet: http://www.culturalatinoamericanaplaneta.it/es/component/attachments/download/110, consultato il 10/10/2017.

Venezuela: il Chavismo ha vinto in 17 regioni contro 5 dell’opposizione

di MADDALENA CELANO

da www.ilsudest.it

I candidati governativi hanno vinto almeno in 18 regioni su 23 alle ultime elezioni regionali del Venezuela, questa domenica, ha dichiarato il presidente del CNE (National Electoral Council, CNE), il Consiglio Nazionale delle Elezioni. L’opposizione ha affermato di non riconoscere i risultati delle elezioni fino a che non fosse stata compiuta una verifica per confermarne la veridicità.

La partecipazione alle elezioni è stata pari al 61,14%. Maduro ha prontamente dichiarato: “Stringo le mani ai cinque governatori dell’opposizione per lavorare con loro nelle loro regioni”, ha detto “il mio appello è per la pace perché credo che sia l’unico modo per recuperare la prosperità economica e la stabilità sociale”, ha affermato. Poco prima, l’opposizione venezuelana ha rivelato di avere “seri sospetti e dubbi” riguardo i risultati. In precedenza, Maduro stesso ha sottolineato che le elezioni regionali “sono un ulteriore passo avanti nel processo costitutivo per la pace”, aggiungendo che sono stati “un successo” che “riflettono il trionfo della democrazia, della Costituzione, delle libertà sociali e del libero Venezuela “.

Il PSUV è riuscito a sbrindellare la coalizione dell’opposizione Mesa de la Unidad Democrática (MUD) dello stato Miranda (centro nord), governata dal candidato presidenziale Henrique Capriles, e gli stati di Lara (ovest) e di Amazonas (sud). L’opposizione ha dichiarato di avere “seri dubbi” su quanto annunciato dalla CNE e ha dichiarato di non riconoscere i risultati e ha quindi chiesto ai suoi membri di controllare il processo. I venezuelani hanno votato questa domenica 15 ottobre per eleggere i governatori in una grande iniziativa elettorale in cui il governo e l’opposizione si sono finalmente radunati, dopo quattro mesi di manifestazioni violente che hanno lasciato 125 morti tra aprile e giugno. Poco prima delle elezioni Nicolas Maduro ha pubblicato, questa domenica, un video in cui chiese un’ ampia partecipazione pubblica “per dimostrare che il Venezuela ha una vigorosa democrazia, una democrazia rivoluzionaria“. “Dobbiamo andare a votare coscientemente per consolidare la pace”, ha affermato. Il presidente ha assicurato che queste regionali aiutano “a consolidare la pace e la prosperità economica”. Mentre tre dei più noti prigionieri politici dell’opposizione venezuelana hanno rilasciato, la scorsa domenica, una lettera a venezuelani per votare “massicciamente” e “punire” Maduro nelle elezioni regionali. Daniel Ceballos, Alfredo Ramos, Yon Goicochea e altri 15 detenuti firmarono una lettera trasmessa sui social network in cui denunciano l’incapacità di Maduro e i candidati governativi “di fronte ai gravi problemi del paese”. Nonostante le continue insinuazioni dell’ opposizione venezuelana, finora non sono stati rilevati né brogli, né irregolarità. Così affermano gli osservatori delle Nazioni Unite. Vi è una sola certezza in Venezuela, non sono possibili brogli nel sistema di votazioni poiché c’è una doppia identificazione degli elettori, prima con documento d’identità, poi con impronta digitale. Vi è una doppia certificazione del voto, prima emesso elettronicamente, successivamente introdotto nell’urna attraverso uno scontrino cartaceo che documenta la votazione avvenuta. Difficilissimo votare più volte. Le manovre di voto sono state monitorate da tre grandi gruppi di osservatori internazionali – gli osservatori di Unasur (Unione delle nazioni del sud, organismo multilaterale latinoamericano), gli osservatori del centro Carter e gli osservatori dello stesso CNE – ulteriormente da migliaia di rappresentanti di lista dell’opposizione presenti in diversi centri elettorali.

 

Il femminismo “latino”: una chiave di volta globale

Convegno:
Il femminismo “latino”: una chiave di volta globale
La Rivoluzione delle donne in America Latina: l’ALBA e l’esempio cubano.Città di Malnate (Varese), domenica 8 ottobre, h. 17:00,
presso la Sala Consiliare De Mohr.
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L’evento progettato dall’Ass. Sharazade cultura e spettacolo senza frontiere, patrocinato dal Comune di Malnate, dalla Provincia di Varese, dall’Ambasciata di Cuba a Roma e dal Consolato dell’Ecuador di Milano, si svolge in collaborazione con l’Ass. Un’ Altra Storia, la Villetta per Cuba, la Città delle Donne e la partecipazione dell’attrice Francesca Brusa Pasqué.

***

Quando la nave Granma sbarcò sulle spiagge di Cuba con a bordo 82 ribelli tra cui Fidel Castro, Ernesto “Che” Guevara ed il partigiano italiano Gino Doné Paro,
e la guerra aperta contro il dittatore Batista cominciò, non vi furono donne nella spedizione. Ma subito dopo, donne come Vilma Espín, Celia Sanchez, Haydée Santamaria, Aleida March e altre innumerabili donne cominciarono a seguire le operazioni militari che condussero alla vittoria della Rivoluzione Cubana. All’interno della rivoluzione, le donne cubane diedero un contributo notevole all’edificazione di una società nuova. Le donne cubane in questo momento hanno pieno accesso all’istruzione, a tutte le opportunità professionali, a tutte le cariche governative, politiche e istituzionali. Le donne cubane sono protette da un sistema di cura e assistenza completa: beneficiano di un’ottima sanità, gli anticoncezionali sono gratuiti, l’aborto è libero e, in caso di gravidanza, la donna comunque può usufruire di lunghi permessi regolarmente retribuiti. A Cuba gli asili-nido e le scuole per l’infanzia sono gratuiti ed esistono diverse forme di assistenza per l’infanzia e la maternità. Il sistema cubano garantisce alla madre il vantaggio di essere madre ma, nello stesso tempo, di essere lavoratrice o donna in carriera senza alcun problema. Sfortunatamente, escludendo paesi come il Venezuela, l’Ecuador, il Nicaragua o la Bolivia, che hanno seguito un faticoso e contrastato percorso di lotta sociale e politica (l’adesione all’ALBA, ovvero l’ Alternativa Bolivariana per le Americhe) che ha riscattato la donna, come tutti i lavoratori e i diseredati, il resto dell’America Latina ancora naviga in cattive acque. L’esempio delle zapatiste messicane o delle colombiane aderenti alle FARC, sono modelli di donne combattenti che hanno condotto scelte estreme e radicali ma che, tuttora, vivono situazioni estremamente problematiche, private dei più elementari diritti sociali e buona parte dei diritti civili. Esempi di donne che, evadendo da ambienti e situazioni a loro chiaramente ostili, si sono ribellate tentando di creare una società alternativa, in opposizione a quella dominante. In Messico, le donne continuano a essere sfruttate sessualmente attraverso tratta e rapimenti, sono assassinate ai confini tra USA e Messico o sono incarcerate se decidono di abortire. Nel resto della Colombia, le donne continuano a essere rapite, condannate alla povertà, al terrore statale o a divenire oggetti sessuali alla violenta mercé di gruppi paramilitari.
I grandi conseguimenti che hanno migliorato la vita di molte donne hanno mostrato degli esempi da seguire, ma ogni messicana, ogni colombiana e tutte le donne latinoamericane meritano una vita di dignità. Ciò sarà possibile solo quando il femminismo comunitarista e indigenista diverrà parte essenziale dell’agenda nazionale degli stati latinoamericani. Le femministe latinoamericane stanno lottando per una vera uguaglianza, per un’autentica rappresentanza politica, per cibo e istruzione gratuiti, contro il dogma neoliberista che desidera asservire la donna a un immaginario mercantile che la rende puro oggetto di consumo alla mercé delle oligarchie locali.

Obiettivi:
Il convegno è proposto con l’obiettivo di avviare un dibattito, un confronto costruttivo tra le donne italiane, le donne immigrate di origine nord-africana o mediorientale e la comunità d’immigrate “latino-americane” presenti sul territorio lombardo, e proporre un’agenda di proposte e valori condivisi.
L’Ass. Sharazade – Cultura e Spettacolo senza frontiere è, infatti, un’associazione no-profit, culturale, attiva nella difesa dei diritti umani che svolge attività di promozione e utilità sociale a favore degli associati e di terzi, con un’importante impronta culturale per il ravvicinamento mutuale tra il Sud ed il Nord del Mediterraneo e in un modo specifico tra il mondo arabo-musulmano, africano e l’Italia, promuovere la conoscenza delle culture degli immigrati in Italia e per la creazione di una cultura e politica della solidarietà e di educazione alle diversità. Sharazade ha una missione ambiziosa, difficile, ma profondamente giusta: contribuire a creare una società aperta verso le diversità in un mondo sempre più multietnico, multiculturale, nel rispetto e nella valorizzazione delle specificità etniche, culturali, religiose e di genere. Sharazade inoltre intende combattere il razzismo e la xenofobia attraverso l’interazione tra gruppi sociali diversi, perseguendo la reciproca conoscenza, il rispetto e le opportunità per tutti in una società fondata sulla pacifica convivenza, quale stimolo a un mondo più giusto e più rispettoso anche degli equilibri naturali. Desidera proporre una nuova visione del processo d’integrazione tra gli immigrati e la società italiana, in particolare rispetto agli attori organizzativi in esso coinvolti, chiamando gli stessi immigrati o figli d’immigrati a partecipare attivamente alla costruzione di tale processo.

“Che” Guevara a 50 anni della sua morte: più attuale che mai!

Articolo tratto da ilSudEst e Agoravox Italia

 di MADDALENA CELANO

La lotta armata rivoluzionaria ha occupato il centro della scena politica mondiale per quasi tre decenni.

Dallo scoppio della seconda guerra mondiale ai nostri giorni, abbiamo visto come vari popoli hanno ricorso alla guerra di guerriglia o altre forme di lotta armata di tipo popolare. Gli episodi più eccezionali, in termini di percorsi da seguire, sono stati guidati da concetti marxisti. Infatti, per più di un secolo, il ruolo di una tale teoria per il cambiamento rivoluzionario è stata un arduo dibattito. È evidente che il problema è complesso, soprattutto, tenendo conto i particolari tratti del tempo, del luogo e delle circostanze che determinano le discrepanze, o meno, tra un movimento armato o un altro, discrepanze che provengono anche da concrete situazioni rivoluzionarie difficili da affrontare a livello teorico e come approccio metodologico. Ora, nel periodo storico caratterizzato dalla ricerca di una trasformazione, di un passaggio da una società capitalista a un socialista, scopriamo  che le forme di lotta rivoluzionaria sono state create grazie alle idee e ai metodi di organizzazione dal movimento comunista internazionale. L’ultima proiezione di quel marxismo – l’ultimo in senso cronologico –  è la “Nuova Sinistra”. Tra gli ideologi di questa corrente,quattro sono generalmente riconosciuti come principali: Jean-Paul Sartre, Frantz Fanon, Herbert Marcuse e Ronald D. Laing. A loro si aggiunge  il Che Guevara, metà-ideologo e metà-uomo d’azione, che è riuscito a intravedere un percorso di transizione dalla teoria all’azione e dell’ “amore per l’umanità” alla violenza implacabile, elementi che, uniti, portano all’umanesimo rivoluzionario e che è solo il nucleo centrale del pensiero “Che”. Il pensiero di Guevara e la sua teoria del “foquismo”, oltre al suo lavoro politico, ha ispirato almeno due generazioni di giovani che hanno pensato che è necessario cambiare questo mondo in cui sopravvive semplicemente chi è più furbo e più scaltro, quest’ultima è l’unica vera possibilità offerta a noi, quella della sopravvivenza. La mia idea, quando affronto questo esposizione, non è quella di evidenziare una figura alla “moda”, intendo, al contrario, contrastare, per quanto mi riguarda, la recente tendenza al consumo che identifica il “Che” come prodotto glamour, cerco di rendere giustizia a uno dei personaggi che hanno maggiormente influenzato il pensiero contemporaneo.

Biografica Breve

Ernesto Guevara de la Serna, nato a Rosario, in Argentina, il 14 giugno 1928, in seno a una famiglia di classe media. Nel 1953 ha completato gli studi di medicina presso l’Università di Buenos Aires. Durante i suoi viaggi in diversi paesi dell’America Latina, si convinse che la rivoluzione violenta fosse l’unico modo per sradicare la miseria ed il degrado del Continente “latino” e per raggiungere l’unione politica delle nazioni sorelle del continente. Nel 1953 si recò in Guatemala dove il presidente Jacobo Arbenz intraprese un ampio programma di riforme sociali, ma il colpo di stato dell’anno successivo costrinse Guevara a trasferirsi in Messico. In Messico ha incontrato i fratelli Fidel e Raúl Castro che, insieme ad altri esuli cubani, stavano preparando un assalto rivoluzionario contro il governo di Fulgencio Batista.

Nel novembre del 1956, il gruppo rivoluzionario guidato da Fidel Castro sbarcò nella provincia cubana d’ Oriente. Durante il primo scontro con le truppe di Batista quasi tutti gli insorti furono uccisi, in pochi riuscirono a sopravvivere. Castro, Che (soprannome dato a Guevara a causa dalla sua origine Argentina) e gli altri sopravvissuti si sono rifugiati nella Sierra Maestra, dove comincia la rivoluzione che culminò nel gennaio del 1959 con l’ingresso trionfale all’Avana.

Guevara occupò posizioni di grande rilevanza nel governo di Fidel Castro: divenne direttore del Dipartimento dell’ Industria all’Istituto Nazionale di Riforma Agraria, Presidente della Banca Nazionale e Ministro dell’Industria. Rappresentò Cuba in conferenze e forum internazionali ed è stato notato anche per i suoi attacchi costanti all’imperialismo degli Stati Uniti. Considerato per il suo lavoro teorico come marxista eterodosso, Che Guevara ha incarnato gli ideali della gioventù sinistra negli anni ’60. Tra il 1965 e il 1966 è scomparso dalla vita pubblica e si fermò per qualche tempo nel Congo, dove ha collaborato all’organizzazione di un gruppo rivoluzionario. Nell’autunno del 1966, Che Guevara cominciò ad organizzare la guerriglia rivoluzionaria nella regione boliviana di Santa Cruz. L’8 ottobre dell’anno successivo il suo gruppo fu annientato dall’esercito boliviano consigliato dalla CIA. Ernesto Guevara è stato ferito e imprigionato; pochi giorni dopo venne assassinato. Così morì l’uomo che voleva creare l’“uomo-nuovo” con il suo esempio, con la sua vita, con le sue opere; un uomo che ha difeso le sue idee con le armi e con le sue teorie.

L’essenza della Filosofia del “Che”

Sarebbe assurdo trascurare le proposte teoriche presentate da Ernesto “Che” Guevara

senza prima essere guidati da criteri fondamentalmente marxisti (senza trascurare il leninismo), che hanno influenzato radicalmente la formazione del suo pensiero.

Quindi, Che Guevara è considerato, sia dai suoi studiosi così come da se stesso, un “marxista” ei suoi scritti confermano questo.

Ma oltre a questa caratteristica c’è un dettaglio fondamentale che è quello che dà una particolare sfumatura al pensiero di Ernesto Guevara: il fatto che la scoperta del marxismo non era per il Che una semplice e mera operazione intellettuale e bibliografica, ma il risultato di un’esperienza vissuta personalmente, come è stata la scoperta della miseria e dell’oppressione a cui sono sottomessi i popoli latinoamericani e con cui è entrato in contatto durante i suoi viaggi in tutto il continente. Da questa caratteristica, a sua volta, una delle qualità essenziali della sua versione marxista: è il carattere anti-dogmatico. Cioè, ha concepito questo contributo teorico come qualcosa che potrebbe e dovrebbe essere sviluppato in termini di trasformazione della realtà in sé.

Guevara si lamenta in diverse occasioni dell’”ortodossia” che ha trattenuto lo sviluppo della filosofia marxista; riferendosi alle premesse sistematicamente imposte dalla burocrazia; che si basavano su formulazioni e implementazioni di interpretazioni e contraffazioni ogni volta (in realtà) più eterodosse, sia del marxismo originale che del marxismo-leninismo; tutte sono scadute in un sistema di verità eterne, immobili e immutabili di assoluto dogmatismo. Esiste qualcosa di più ostile al marxismo? Una volta esposte approssimativamente le linee base del pensiero politico di “Che” Guevara, è necessario metterlo in relazione con altri elementi teorici che offrono come risultato la proposta del “Che” per quanto riguarda il suo “uomo nuovo” e quello per lui era il significato ultimo di ogni azione teorica e pratica di leader rivoluzionario. In questo senso possiamo osservare come interpreta in modo molto peculiare la filosofia marxista; traendone dall’interno il tocco umanistico che parte dell’inspirazione iniziale di questa teoria e per la cui difesa si basa su un passaggio di un discorso pronunciato da Fidel Castro nel 1961 in cui ha detto: “Chi ha detto che il marxismo è non avere anima, non avere sentimenti? Se fu proprio l’amore per l’uomo che generò il marxismo; fu l’amore per l’uomo, per l’umanità, fu il desiderio di combattere l’infelicità del proletariato, il desiderio di combattere la miseria, l’ingiustizia, il calvario e il continuo sfruttamento subìto dal proletariato, che fa sorgere dalla mente di Karl Marx il marxismo, esattamente quando il marxismo poteva sorgere, quando poteva sorgere una possibilità reale e, più che una possibilità reale, la necessità storica della rivoluzione sociale di cui fu interprete Karl Marx. Ma che cosa lo rese interprete della realtà, se non la ricchezza di sentimenti umani di uomini come lui, come Engels, come Lenin?”

Quell’umanesimo che osserviamo dal paragrafo precedente, può essere ricondotto alla genesi, allo sviluppo obiettivo del pensiero e dell’azione di Ernesto Guevara, aggiungendo un elemento puramente economico, ma senza trascurarlo, poiché ha condotto studi e proposte in questo settore; tuttavia, trascende il piano socio-economico e cerca in esso l’uomo che è considerato l’asse centrale e un fattore essenziale della rivoluzione. Per questo motivo l’umanesimo di Che Guevara è soprattutto un umanesimo rivoluzionario, giacché non si conforma al semplice fatto di interpretare la natura ma cerca di trasformarla.

Naturalmente, insieme a questo scenario troviamo un altro concetto legato al  materialismo storico. A proposito di questo tema, la visione di Guevara si scontra con una visione meccanicistica, non accetta la storia come meccanicamente determinata dall’accumulo di forze economiche ma piuttosto come un processo in cui le relazioni di produzione che sono un fatto oggettivo che interagiscono attraverso gli uomini che si muovono nel background storico. Si può quindi dire, generalmente, che  “Che” Guevara mostra una consapevolezza acuta della necessità di uno sviluppo del marxismo-leninismo, soprattutto per quanto riguarda i nuovi problemi sollevate dalle società in via di sviluppo, per le quali gli scritti di Guevara costituiscono più di un’introduzione, necessaria ma ancora insufficiente.

Tuttavia, queste contraddizioni interne esistenti in una società sono quelle che creano senza dubbio le condizioni oggettive necessarie per una situazione rivoluzionaria. Ma Guevara osserva che queste caratteristiche non sono le uniche, né sono sufficiente a svolgere una rivoluzione che richiede azioni consapevoli da parte dell’avanguardia (intesa come gruppo guerrigliero) e, di conseguenza, delle masse popolari. Senza di esse la rivoluzione non può essere realizzata. Tutto questo è chiarito dalla famosa frase marxista che “non è la coscienza degli uomini che ne determina l’esistenza ma, al contrario, è l’ esistenza sociale che determina la coscienza”.

Cuba: la donne cubane contro la tratta di esseri umani

Articolo tratto da Agoravox ed ilSudEst

Federazione delle Donne Cubane contro la tratta di esseri umani: l’evoluzione della Donna nella Politica Cubana e la prevenzione del crimine.

I problemi che le donne riportano negli ultimi anni, il ruolo principale che meritano come oggetto di studio indipendente, vanno separandosi dal tema della famiglia cui l’ideologia sessista, sottile o manifesta, le colloca per tenere le donne relegate nella sfera del privato. D’altra parte, nonostante l’importanza della famiglia nella società, legare le donne alla famiglia, significa privare l’uomo del suo diritto e dovere di partecipare al sostentamento della casa e al lavoro di cura verso bambini, anziani e malati, allo stesso livello delle donne. L’educazione dei bambini non è una funzione collegata necessariamente a un sesso o all’altro, al contrario, nelle civiltà antiche o classiche divenne una funzione prettamente maschile attraverso l’ utilizzo di pedagoghi professionisti. L’educazione dell’infanzia è un lavoro, nella civiltà moderna, “femminilizzato” solo perché le donne sono state limitate o discriminate nella loro partecipazione alla sfera pubblica. Dopo la I e II Guerra Mondiale, per la mancanza di manodopera, fu necessaria l’incorporazione delle donne in tutte le attività tradizionalmente maschili e le donne dimostrarono di essere capaci, come e quanto gli uomini, in veri ambiti produttivi e sociali. I problemi delle donne vanno oltre la famiglia, il rapporto e l’educazione dei bambini: per raggiungere la loro partecipazione alla produzione, allo sviluppo scientifico, all’arte, alla letteratura e alla cultura in generale e alla vita politica della società, alla loro specificità come oggetto di studio, si richiede un particolare approccio metodologico; l’introduzione di una variabile femminile nella ricerca scientifica delle diverse specialità. Molti studi scientifici non incorporano il sesso come variabile importante per mostrare i loro risultati, evitando di evidenziare una possibile esistenza di differenze tra donne e uomini.

 L’evoluzione del tema “Donna” a Cuba

La preoccupazione per le donne come individui – per vari motivi – è individuabile in alcune pubblicazioni conservate nella Biblioteca Nazionale “José Martí” e nel Centro Universitario dell’ Havana, “Rubén Martínez Villena”. Il lavoro più antico, risalente al 1860, è una raccolta indicata dal nome “La Mujer (cualidades del carácter de la mujer)”, l’autrice è la poetessa Gertrudis Gómez de Avellaneda, che si trovò di fronte alle idee misogine dei suoi tempi e non sapeva come visibilizzare il suo talento e il suo lavoro. Le opere del secolo passato, conservate nelle due istituzioni sopra menzionate sono state archiviate come tematiche storiche (Perala, Antonio, 1895) o giuridiche (Estéz e Romero, Luis, 1874); (Galarraga e Maza, Jose Antonio, 1866). In quest’ultima area tematica, vi sono tesi di dottorato legate ai diritti delle donne in generale e rispettivamente sulla legislazione commerciale del tempo. Non è un caso che l’autore del primo libro sul diritto commerciale, Luis Estévez Romero, era il compagno di vita di Marta Abreu, eccellente cubana, precursora dell’assistenza sociale a Cuba che ha creato le istituzioni che hanno servito a esigenze collettive e cha ha contribuito monetariamente alla guerra per l’indipendenza dalla Spagna. Nei primi venti anni del ‘900, con la nascita dei primi movimenti suffragisti e con il primo Congresso femminile del 1923 e la nascita a Cuba dell’Associazione Femminista Nazionale, si verificherà un aumento della produzione di opere sulla donna, corrispondente ad un boom di movimenti femminili, non aliene dai movimenti politici che caratterizzano la fase dopo la Rivoluzione di Ottobre, a cui Cuba non rimase indifferente. In questo decennio, dal 1931 al 1940, vede la luce un’importante produzione su “El derecho al sufragio de la mujer” (Lámar, Hortensia, 1926; Andreu e Bassolo, Porfirio, 1928; Betancourt Agüero, Laura, 1927; Zayas e Alfonso, Alfredo, 1930; Suárez Chamizo, Víctor, 1932; Ponte e Domínguez, Francisco J. 1928, 1930) in corrispondenza logica con un movimento nazionale per garantire la partecipazione femminile alla vita politica del paese e si chiude con la garanzia del diritto di voto approvato nella Costituzione del 1940.

Nel gennaio del 1959 con il trionfo della Rivoluzione cubana, la donna ottiene la totale uguaglianza giuridica e politica.

La creazione della Federazione delle donne cubane (FMC) nel 1960, organizzazione che rappresenta gli interessi di tutte le donne, indipendentemente dalla razza, dall’origine sociale e dal loro posto nella società, ha contribuito in modo indicativo al crescente interesse per le questioni femminili e la produzione d’informazioni a questo proposito.

La presenza di discorsi storici e sociali sulle donne, nelle riunioni di organizzazioni femminili, come, ad esempio, quelli pronunciati da Vílma Espín, presidentessa della FMC, rappresentano, in questa fase, le prime opere scientifiche sull’argomento “donne” (García Espinosa, Juan Manuel, 1961 e Gonzalez, America e Greater, George, 1969).

Donne a Cuba: la rivoluzione emancipatrice.

Il trionfo della rivoluzione cubana ha generato il più importante cambiamento politico, economico e sociale della storia dell’America latina.

Dal 1959 le nuove autorità guidate da Fidel Castro hanno collocato i diseredati, in particolare le donne e le persone di colore, le principali vittime delle discriminazioni inerenti a una società patriarcale e segregazionista, al centro del progetto di riforma. La rivoluzione “per gli umili” aveva come obiettivo quello di porre le basi di una nuova epoca egualitaria, liberata dall’angoscia delle ingiustizie legate alla storia e alle strutture sociali del paese. La donna cubana era la priorità immediata del governo rivoluzionario con la creazione nel 1960 della Federazione delle donne cubane (FMC), la cui presidentesse era Vilma Espín Dubois, militante pienamente impegnata contro la dittatura del generale Fulgencio Batista e moglie di Raúl Castro.

La donna prima del trionfo della Rivoluzione

Sotto il regime militare di Fulgencio Batista, dal 1952 al 1958, le donne cubane, sottoposte al tumulto di una società patriarcale, rappresentavano solo il 17% della popolazione attiva e ricevevano uno stipendio significativamente inferiore a quella degli uomini per un’occupazione simile. La donna limitata al ruolo di casalinga incaricata ai doveri domestici, sottomessa all’onnipotenza del marito, rappresentava la prima vittima dell’analfabetismo che affliggeva una gran parte della popolazione, le prospettive erano piuttosto tristi per le donne cubane. Quindi, dai 5,8 milioni di abitanti, con un tasso d’iscrizione scolastico pari a soli il 55% per i bambini di età compresa tra i 6 ei 14 anni, più di un milione di bambine non avevano accesso alla scuola. L’analfabetismo colpì il 22% della popolazione, più di 800.000 persone, principalmente donne.

Nonostante l’ottenimento del diritto di voto delle donne nel 1934, sotto il governo di Ramón Grau San Martí emanato dalla Rivoluzione popolare del 1933, il ruolo delle donne nella vita politica era molto limitato. Così, dal 1934 al 1958, solo 26 donne ottennero posizioni legislative, 23 deputate e 3 senatrici. Al contrario, le donne cubane svolsero un ruolo fondamentale nella lotta insurrezionale contro la dittatura Batista, in particolare attraverso organizzazioni come Unidad Femenina RevolucionariaColumna AgrariaBrigadas Femeninas Revolucionarias, Grupos de Mujeres HumanistasHermandad de Madres . Le donne cubane hanno partecipato alla guerra come parte del “Movimento 26 luglio” di Fidel Castro e nel settembre 1958 si creò il Plotone militare femminile “Mariana Grajales” nella Sierra Maestra. Numerose figure femminili come Celia Sánchez, Melba Hernández, Haydée Santamaría o Vilma Espín, tra le altre, sono emerse dal movimento rivoluzionario contro il regime militare.

 Primi provvedimenti del governo rivoluzionario contro il traffico di esseri umani

Dal trionfo della Rivoluzione nel 1959, le cui fondamenta ideologiche sono nel pensiero dell’Eroe Nazionale José Martí, lo Stato cubano ha fatto dell’emancipazione delle donne una delle sue priorità. Il 1° gennaio 1959, a Santiago de Cuba, poche ore dopo il volo di Batista, Fidel Castro ha illustrato la situazione delle donne e ha ricordato la missione del processo rivoluzionario è quella di porre fine alla subordinazione sociale dei più oppressi:

Es un sector de nuestro país que necesita también ser redimido, porque es víctima de la discriminación en el trabajo y en otros aspectos de la vida […]. Cuando se juzgue a nuestra revolución en los años futuros, una de las cuestiones por las cuales nos juzgarán será la forma en que hayamos resuelto, en nuestra sociedad y en nuestra patria, los problemas de la mujer, aunque se trate de uno de los problemas de la revolución que requieren más tenacidad, más firmeza, más constancia y esfuerzo[1]

La donna cubana fu la principale beneficiaria dei risultati sociali ottenuti. Così, nel 1960, Vilma Espín fondò la Federazione delle donne cubane (FMC) per difendere gli stessi diritti per tutti e porre fine alla discriminazione. Le donne dovrebbero finalmente occupato il loro spazio sociale e contribuito pienamente alla costruzione della nuova patria per tutti. Fidel Castro ha sottolineato l’importanza della manifestazione:

Le donne cubane, doppiamente umiliate e relegate dalla società semi coloniale, hanno bisogno di questa organizzazione propria, rappresentando i loro interessi specifici e lavorando verso la loro più ampia partecipazione alla vita economica, politica e sociale della Rivoluzione.[2]

Al momento, il FMC ha più di 4 milioni di membri. Dopo il trionfo della Rivoluzione, ha dedicato la sua vita alla lotta delle donne cubane per l’uguaglianza fino alla sua morte avvenuta nel 2007. Ha presieduto la Commissione nazionale per la prevenzione e la cura sociale, la Commissione per i bambini, la gioventù e l’uguaglianza delle donne nel Parlamento cubano.

Uno dei primi compiti principali del FMC fu di combattere la prostituzione, una necessità vitale per quasi 100.000 donne nella Cuba pre-rivoluzionaria che vivevano nella povertà e nel disagio sociale. Con la scomparsa delle condizioni economiche e sociali responsabili dello sfruttamento sessuale delle donne, la riabilitazione sociale è stata ulteriormente agevolata dall’esistenza di una struttura femminile federata.

Seguendo la massima di José Martí, “essere colti per essere liberi”, Cuba lanciò nel 1961 una grande campagna di alfabetizzazione che permise a tutti i settori della società, in particolare le donne – e soprattutto le donne di colore di usufruire questo progresso sociale che ha aperto la strada all’eguaglianza. In quell’anno sono state create più di 10.000 scuole primarie. I risultati sono stati immediati: circa 700.000 persone furono alfabetizzate, tra cui il 55% furono donne. Nel 1961, l’UNESCO ha dichiarato Cuba “il primo territorio libero dall’analfabetismo”, un evento unico in America Latina e nei Caraibi in quel momento. Nel 1961 Cuba creò circoli infantili destinati a permettere alle madri cubane l’accesso alla formazione, al lavoro e alla partecipazione alla vita economica del Paese. In seguito Cuba sviluppò un arsenale costituzionale e legislativo destinato a promuovere i diritti delle donne e l’uguaglianza per tutti. Gli articoli 41 e 42 della Costituzione stabiliscono l’uguaglianza dei diritti tra donne e uomini e penalizzano qualsiasi “discriminazione basata sulla razza, il colore, il sesso, l’origine nazionale e le credenze religiose.[3] La legge n. 62 del codice penale (articolo 295) criminalizza, come punizione punibile da due anni di reclusione, qualsiasi violazione del diritto all’uguaglianza.[4] Le donne hanno quindi accesso a tutti gli uffici pubblici e a tutte le gerarchie delle forze armate[5].

Sul fronte internazionale, anche Cuba ha svolto un ruolo di primo piano nella promozione dei diritti delle donne. L’isola dei Caraibi era il primo paese dell’America latina per la legalizzare l’aborto nel 1965. Solo due altre nazioni del continente, la Guyana nel 1995 e l’Uruguay nel 2012, hanno seguito l’esempio di Cuba, concedendo alle donne il diritto inalienabile di disporre del loro corpo. Allo stesso modo, Cuba è stato il primo paese al mondo a firmare la Convenzione sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne e la seconda a ratificarla.

La Federazione delle donne cubane (FMC), un raggruppamento di oltre quattro milioni di donne, ha presentato il suo piano d’azione il 20 luglio 2017, nella capitale cubana, per rispondere alla prevenzione e confronto della tratta di esseri umani e protezione delle vittime entro il 2020. In questo periodo a Cuba, con la massiccia introduzione di un regime economico basato sul turismo di massa, si riportano notevoli problematiche legate a un’economia sommersa basata sulla prostituzione.

Una relazione riservata della Royal Canadian Mounted Police (RPMC) nel 2011 ha rilevato che Cuba è stata una delle destinazioni principali del continente per i reati canadesi connessi al mercato del sesso, insieme alla Repubblica Dominicana, Haiti, il Brasile e il Messico. Più di un milione di turisti canadesi hanno visitato l’isola l’anno scorso per turismo sessuale. La versione del 2003 ha rilevato che alcuni dirigenti delle società cubane come grandi ristoratori e albergatori “socchiudono gli occhi verso questo sfruttamento (dei minori) perché questa attività li aiuta a guadagnare con il cambio”. Un ufficio di diplomatici statunitensi all’Avana nel 2009 ha dichiarato che “alcuni bambini cubani sono stati spinti alla prostituzione da parte delle loro famiglie, scambiando sesso per soldi, cibo o regali”, ma non ha dato cifre. I piloti, i tassisti ei dipendenti delle località turistiche possono facilmente organizzare appuntamenti discreti con i minori, secondo il rapporto dell’OMPC.

Nel mondo della prostituzione dell’Avana c’è una varietà di trucchi da far invidia s Houdini. Le Jineteras cominciano a germogliare come fiori di campo a Cuba alla metà degli anni ’80.

Negli anni ’80, sebbene lo stato sociale di Fidel Castro garantisse mezzo chilo di carne bovina per persona e non vi fosse mancanza di latte, con l’arrivo dei turisti occidentali che portarono l’apertura di ristoranti gourmet e negozi per dollari con merci del “nemico imperialista”, si creò parallelamente anche un mercato di “carne-umana”.

È un innegabile merito del governo rivoluzionario l’inserimento sociale di 100 . 000 donne di “vita” che prima del 1959 erano impegnate nella prostituzione.

Molte di esse impararono a fare le sarte, diventarono tassiste o lavoratrici agricole. Tuttavia il rinnovato bisogno economico, il machismo tropicale e l’ apertura all’ economia turistica hanno spinto altre donne a prostituirsi sottilmente. Le jineteras non sono professioniste come le prostitute del quartiere a luci rosse di Amsterdam o di Miami Beach, le attuali jineteras cubane, oltre una buona cena e qualche soldo, cercano di sedurre lo sconosciuto.

L’obiettivo è di avviare un corteggiamento, anche a distanza, per ricevere trasferimenti bancari e la promessa di essere portate fuori dal paese.

Mentre i travestiti stanno guadagnando spazio nella Piazza Rossa di La Víbora, nel parco della Fraternità o nella Calzada de Güines. Si prostituiscono per 40 pesos (circa due dollari). In bar privati o discoteche di calibro. D’altra parte, l’approccio che il governo cubano ha verso il jineterismo, inteso in questo caso come prostituzione, ha attraversato diverse fasi, terminata con una recrudescenza della sua penalizzazione dalla fine degli anni novanta, derivante principalmente dalle pressioni internazionali. La prostituzione a Cuba non è un crimine, solo il pimping (il prossentismo) è considerato un crimine, ma c’è un problema legale applicabile alle jineteras: lo stato di pericolosità, giacché le jineteras si separano dalla comunità di appartenenza per frequentare locali e compagnie straniere, oppure gestite prevalentemente da capitale straniero. Svolgere un simile stile di vita, in un paese “embargato” e sotto blocco economico, che per giunta ha subito forme di terrorismo e numerosi attentati violenti e dinamitardi proprio nelle aree più turistiche e frequentate da stranieri, è molto pericoloso sotto il profilo della pubblica sicurezza. Per le jineteras che scelgono abitualmente di vivere in alberghi o comunque di abbandonare la comunità di provenienza, la polizia invia una lettera di avvertenza, che significa andare in un centro di rieducazione per un periodo da uno a quattro anni. Nell’isola, il jineterismo appare come un fenomeno femminizzato e individuale, derivante da comportamenti patologici, dall’introduzione della logica capitalista, in quanto non deriva da necessità primarie (il governo cubano continua a garantire istruzione, sanità, alloggio e cibo di base gratuitamente, per ogni cittadino e cittadina) ma da famiglie disfunzionali prive di valori, sottolineando l’ esistenza di un nuovo sotto-sistema economico, qualcosa che lo differenzia dalla prostituzione pre-rivoluzionaria. Le donne e i loro corpi incarnano questa perdita di valori (individuale per i sostenitori della rivoluzione, collettivo per i detrattori della rivoluzione). Nel settembre 2011, il Governo cubano si è confrontato con il modello Svedese per individuare un efficace modello di riferimento per contrastare la tratta.

In occasione di un programma di presentazione e di scambi di buone pratiche tra Svezia e Cuba, organizzato dal professor Sven Britton (Karolinska Institute) e dalla sig.ra Kristina Hillgren, è stato invitato uno psicologo, un collaboratore di Dianova in Svezia , Cipriana de Arteaga, per presentare le caratteristiche dell’esperienza svedese nel campo della prostituzione. Cipriana de Arteaga ha tenuto una conferenza su “Prostituzione, lavoro sociale e legislazione svedese” e ha partecipato a una tavola rotonda intitolata Donne dipendenti dall’alcool e dalle droghe – cosa possiamo imparare l’uno dall’altro? al IV Congresso Internazionale di Psicologia a Santiago de Cuba. Ha inoltre presentato il “modello svedese” durante una visita al Centro Nazionale per l’Educazione Sessuale (CENEXEX) all’Havana.

La prostituzione e il traffico di persone ai fini dello sfruttamento sessuale sono aumentati notevolmente negli ultimi decenni. Secondo una relazione dell’Ufficio delle Nazioni Unite sulle droghe e il crimine (UNODC), le vittime di questo sfruttamento sono milioni, mentre il loro fatturato annuo è superiore a sette miliardi di dollari. L’industria della prostituzione continua a crescere in un mondo globalizzato, dove il mercato libero non si riferisce solo ai beni, ma anche agli esseri umani.

Approcci molto diversi

Di fronte a un “commercio” prospero come le armi o le droghe, le leggi e le politiche dei diversi paesi offrono risposte molto diverse, secondo due considerazioni: che la prostituzione debba essere abolita dalla vita sociale o che debba essere tollerata dalla società. Per entrare in un piccolo dettaglio, la risposta legale alla prostituzione varia in base a tre tipi di sistemi giuridici: l’approccio proibizionista, abolizionista o liberale.

L’approccio proibizionista – questo tipo di sistema è diffuso nella maggior parte degli Stati Uniti, in Cina o negli stati islamici basati sull’applicazione della Sharia. Questi paesi criminalizzano sia le persone prostitute che loro clienti, considerati immorali, e tutte le forme di prostituzione sono proibite.

L’approccio abolizionista – nei paesi a favore di questo sistema (ad esempio Italia, Regno Unito, Canada), lo scambio di servizi sessuali per denaro non è illegale in sé, mentre sono illegali tutte le altre attività correlate quali lo sfruttamento sessuale e i bordelli. La persona prostituta è vista come una vittima che, come tale, deve trarre beneficio da varie misure volte alla loro reintegrazione. D’altra parte, non esiste una regolamentazione per controllare il fenomeno attraverso controlli amministrativi o di vigilanza.

Il risultato del regime abolizionista è una tolleranza relativa alla prostituzione: né la persona prostituta, né il suo cliente sono considerati al di fuori della legge, mentre la repressione si concentra sulla lotta contro il prossenetismo e la tratta di esseri umani.

Secondo entrambi gli approcci, mantenere la prostituzione illegale è il miglior mezzo di prevenzione. I paesi che favoriscono l’ approccio abolizionista ritengono che sia preferibile alla legalizzazione o alla regolamentazione della prostituzione che di fatto incoraggia solamente la criminalità organizzata, come l’abuso di ogni tipo: molte donne che lavorano nei bordelli legali restano comunque sotto il controllo dei loro “pimps” che non sono più considerati “criminali” ma “onesti-impresari” (il prossenetismo è legale nei paesi regolamentaristi). Molte le prostitute, nel regime “regolamentarista”, rifiutano comunque di entrare nel sistema giuridico per vari motivi: restare anonime, non pagare le tasse, o perché sono dipendenti (impiegate part-time dallo stato o in altri uffici) e quindi rifiutati dai bordelli legali …

L’approccio liberale – i paesi che favoriscono questo tipo di approccio vedono la prostituzione come un fenomeno impossibile da sradicare: deve pertanto essere organizzato e regolato al fine di ridurre le conseguenze negative, compresa la criminalità organizzata. In questo quadro giuridico, la prostituzione è legalizzata e accettata – le persone prostitute possono essere impiegate in bordelli, possono essere organizzati in sindacati, essere protette dalle leggi del lavoro e devono pagare le tasse e effettuare esami medici regolari. La prostituzione è regolamentata nei seguenti paesi liberali: Germania, Paesi Bassi, Grecia, Svizzera, ecc. Esiste anche un trend neoliberale basato sul principio della libertà individuale e il diritto all’autodeterminazione. Secondo i suoi seguaci, ognuno è libero di fare del proprio corpo quello che vuole e la prostituzione sarebbe un’attività lavorativa normale, esattamente come tutte le altre. “I lavoratori sessuali” hanno gli stessi diritti e gli obblighi di tutti gli altri – facendo la distinzione tra la prostituzione liberamente scelta e la pratica forzata. In realtà, la regolamentazione non ha assolutamente sconfitto la criminalità, ha semplicemente depenalizzato un crimine: il prossenetismo. I “pimps”, difatti, nei sistemi “regolamentaristi” non sono considerati criminali ma onesti imprenditori: i bordelli legali gestiti dai prosseneti (affittuari, autisti, protettori, etc.) pullulano di ragazze povere dell’ Est Europa, dell’ Africa e dell’ America Latina che, spesso, continuano a denunciare abusi e maltrattamenti. Inoltre, sempre più numerose sono le prostitute, nei paesi regolamentaristi, che continuano a lavorare per strada o a nero: spesso si tratta d’immigrate clandestine, donne straniere con problemi burocratici o amministrativi o, più semplicemente, impiegate che si prostituiscono una tantum, perciò preferisco restare anonime e non pagare le tasse.

Il “modello svedese”

Dopo anni di studio e di analisi, il governo svedese, dal 1999, ha deciso di adottare una politica di tolleranza zero per quanto riguarda la prostituzione e la tratta. Il modello svedese, si prefigge principalmente di attaccare la domanda, ossia i clienti di persone prostitute, ritenute la principale causa del fenomeno. Al contrario, le persone prostitute non solo non sono perseguitate ma possono beneficiare di vari tipi di aiuti, sia economici che sociali per uscire fuori dal mercato della prostituzione.

Per attuare la nuova legge, il governo svedese ha dovuto affrontare un grande impegno educativo per dissipare il mito della “professione più antica del mondo”. Nel 2002 e nel 2003, il governo ha condotto una grande campagna contro la prostituzione e il traffico di esseri umani in collaborazione con altri paesi dell’Europa settentrionale, rivolti a autorità, ai media, alle ONG e all’opinione pubblica.

Secondo i sostenitori, giacché la legge è entrata in vigore, il numero delle donne coinvolte nella prostituzione di strada è diminuito la metà, mentre il reclutamento di nuove prostitute sarebbe stato fermato. Inoltre, secondo la polizia svedese, il traffico di esseri umani sarebbe calato notevolmente, le reti criminali infatti considerano troppo complicato e poco conveniente “investire” in Svezia.

L’ Associazione Dianova in Svezia lavora con persone che sono dipendenti da alcool o da farmaci. In quanto tale, l’associazione si occupa spesso delle donne coinvolte nella prostituzione e lavora con i servizi sociali svedesi che aiutano coloro che sono vittime di prostituzione. Dianova in Svezia sostiene il “modello svedese” e lo ritiene utile per criminalizzare gli acquirenti di servizi sessuali e per ridurre la domanda.

Al contrario, ritiene che sia illogico criminalizzare le persone prostitute, giacché rappresentano le uniche vittime del fenomeno e sostiene tutte le iniziative per aiutare il loro reinserimento, nonché ritiene utile fornire assistenza terapeutica agli acquirenti dei servizi sessuali.

Riunione Generale della Federazione delle Donne Cubane per contrastare la tratta

Per individuare ulteriori soluzioni a questo scottante problema, Teresa Amarelle Boué, segretaria generale del FMC, ha convocato, il 20 luglio 2017, una riunione generale e nazionale di Associazioni femminili e attiviste per individuare una soluzione efficace al problema della tratta. Ha affermato che la più grande forza dell’organizzazione è nelle comunità in cui operano gli attivisti, insieme a specialisti e altre organizzazioni, nella prevenzione di questo e di altri fenomeni associati, quali prostituzione e prossenetismo.

Ha rilevato: “le azioni dell’organizzazione ribadisce la volontà politica del governo cubano di assumere un atteggiamento di zero tolleranza contro il traffico di persone”. La giornalista Isabel Moya, editore dell’Editoriale, considera il traffico di esseri umani come espressione della violenza di genere e ha affermato che, al di là delle misure specifiche, il piano dell’ FMC cerca di affrontare le cause profonde della diseguaglianze che generano disparità di genere.

“La persona sfruttata è il centro del nostro lavoro”, ha detto Moya e ha spiegato che a Cuba i casi di traffico sono legati allo sfruttamento sessuale, in modo che il FMC e le sue azioni prestino particolare attenzione alle donne a rischio prostituzione.

L’obiettivo generale del piano è di articolare una strategia di prevenzione e di attenzione alla tratta delle persone svolta dal FMC con il piano nazionale di azione per la prevenzione e il confronto, contro la tratta di esseri umani e la protezione delle vittime.

Le sue azioni includono protocolli di socializzazione per l’individuazione di potenziali vittime, promuovendo e sostenendo la ricerca incentrata sul genere, sull’incidenza a Cuba della tratta di esseri umani, l’ulteriore formazione delle operatrici di case di orientamento femminile e familiare di questa organizzazione femminile distribuita in tutto il paese. Il direttore della rivista Mujeres ha anche parlato della necessità di articolare delle azioni con altri enti che si occupino di politiche antitratta e ha spiegato che una delle proposte è quella di coordinare, con i tribunali, la nomina di un’ operatrice sociale che accompagni ogni donna dichiarata vittima di tratta, oltre a trattare la problematica nelle scuole e migliorare l’accompagnamento delle famiglie e delle vittime.

I partecipanti all’incontro hanno celebrato e arricchito l’iniziativa del FMC con discussioni e proposte. Yamila Gonzales Ferrer, coordinatrice del Programma di Sesso e Leggedell’Unione dei giuristi di Cuba, ha insistito sulla necessità di integrare questo e di altri piani e di conseguire un necessario percorso critico in modo da spingere le vittime della tratta e di altre forme di violenza a sporgere denuncia.

“L’esperta ha ribadito la necessità di continuare a lavorare sulla formazione con gli avvocati, nonché di aumentare la cultura giuridica della popolazione”.

Per Marisol Alfonso, ufficiale del programma nazionale del Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione a Cuba, si tratta di un piano d’azione che dimostri non solo la volontà politica, ma anche la volontà di agire. Ha anche sostenuto lo sviluppo d’indicatori di monitoraggio per misurare i progressi e le sfide lungo la strada.

Il filmmaker Lizette Vila, nel frattempo, era a favore di continuare ad aprire lo spazio per i registi con una proposta diversa sulla radio e la televisione, come aree del bene pubblico, in contrasto con la rappresentazione sessista e discriminatoria che abbraccia molti dei prodotti comunicativi attuali.

Il traffico di persone è un fenomeno relativamente nuovo per Cuba, ha dichiarato Idael Fumero della Direzione Generale della Polizia Rivoluzionaria e ha sottolineato la necessità di sollevare la percezione del rischio e del rifiuto sociale di questo fenomeno, che adotta forme molto sottili, non sempre legate alla prostituzione.

Lo scorso aprile, la Rappresentante Speciale delle Nazioni Unite sulla tratta di esseri umani, Maria Grazia Giammarinaro, ha visitato l’isola e ha riconosciuto la volontà politica di Cuba di combattere la tratta, anche se ha formulato suggerimenti, come migliorare il quadro giuridico in modo da poter essere definiti e distinti meglio i diversi fenomeni criminali come il pimping e il traffico.

Il relatore ha altresì notato la necessità di protocolli e indicatori per aiutare a definire più chiaramente ciò che potrebbe essere descritto come una situazione di tratta, ad esempio e con un protocollo di protezione e assistenza alle vittime, con un pacchetto di misure che possono essere applicate frequentemente quando s’identificano situazioni di tratta.

 

 


[1] F. Castro Ruz, Discurso pronunciado por el Comandante Fidel Castro Ruz, en el Parque Céspedes de Santiago de Cuba, República de Cuba, 1. de enero de 1959, su internet: http://www.cuba.cu/gobierno/discursos/1959/esp/f010159e.html

[2] A. Caner Román, Mujeres cubanas y el largo camino hacia la libertad, Biblioteca Nacional José Martí, agosto de 2004, la traduzione è mia, su internet: http://librinsula.bnjm.cu/1-205/2004/agosto/31/documentos/documento104.htm

[3] Costituzione della Repubblica di Cuba, 1976, articoli 41 e 42.

[4] Codice Penale Cubano.

[5] Dalia Isabel Giro López, Donne che fanno la rivoluzione, Difesa di Cuba, 20 agosto 2013. http://www.cubadefensa.cu/?q=node/2158 (sito consultato il 18 aprile 2015).

IN MESSICO (Ciudad Juàrez) OGNI GIORNO UNA RAGAZZA VIENE VIOLENTATA, SEVIZIATA, MUTILATA E UCCISA.

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                  (Proverbio del XV secolo)images

Ciudad Juàrez, città bagnata da Rio Bravo, che fa da confine naturale agli USA, è il primo passo per i gringos del cortile di casa, illuminata da luci al neon che lampeggiano per le strade del centro: si arricchisce con i soldi facili del narcotraffico e delle maquilladoras. Le maquilladoras,  fabbriche di assemblaggio di proprietà straniera, godono di molti privilegi fiscali oltre ad effettuare, sulle proprie operaie, ogni genere di pressioni psicologiche e fisiche. Ogni operaia, settimanalmente, deve sottoporsi ad un test di gravidanza, deve lavorare per più di otto ore al giorno, viene automaticamente licenziata se resta incinta o se si scopre che ha bambini (anche se è illegale secondo la legge messicana)  e non può avere legami né con sindacati, né con altre organizzazioni per/di lavoratrici e lavoratori. Le operaie, tra l’ altro, non dispongono di molti mezzi pubblici: si recano al lavoro la mattina presto, al buio, facendo molti chilometri a piedi in strade ampie e scarsamente illuminate (idem al ritorno).  In questi ultimi anni, nei pressi di Ciudad Juàrez, in Messico, ogni settimana una giovane donna (generalmente  operaia) scompare nel nulla.
Alcune delle ragazze scomparse, sono state ritrovate nel deserto morte, con evidenti segni di torture, sevizie, mutilazioni e violenza sessuale.
La stragrande maggioranza di queste ragazze (quasi la metà) non superano i 18 anni di età ed, in alcuni casi, si  tratta di  bambine.
È importante sottolineare che nessuna delle ragazze assassinate e violentate aveva vestiti o atteggiamenti provocatori: tutte dal look minimalista e povero, indossavano jeans, maglietta e scarpe da ginnastica, tutte erano lavoratrici mal-pagate e mal-tutelate.
Per il numero delle vittime (i casi di desaparecidas sono più di un migliaio ma poche di esse sono state ritrovate) e per il grado d’ impunità, il caso di Ciudad Juàrez, è unico nella storia del crimine mondiale. Le vittime, tutte scure e di modeste condizioni economiche, rappresentano l’ epigono di una cultura contrassegnata dal sessismo, dal razzismo e dal disprezzo verso le classi popolari. Il fatto che né Amnesty International, tantomeno le delegazioni dell’ ONU per i diritti umani, non siano riuscite a individuare con certezza il numero di ragazze e bambine desaparecidas con il numero dei cadaveri ritrovati, rivela le omissioni ed i difetti che costellano le indagini relative a questi crimini. Rivela sopratutto il disprezzo per le vittime ed un atteggiamento improntato all’ omertà ed alla complicità.   I primi casi di quest’ orgia-misogina si sono verificati tra il 1993 e il 1995.
I cadaveri delle prima trenta donne assassinate a Ciudad Juàrez, Chihuahua, conducevano a una complessa trame di violenze sessuali, bettole, locali notturni, bande criminali e reciproche accuse tra i diversi protagonisti della vita pubblica. Tutto lasciava intravedere una nuova società messicana allo sbando, non  in grado di fare i conti con i propri limiti culturali.
La sovrappopolazione aumentava, aumentava la povertà urbana,  la violenza contro le donne all’ interno delle mura familiari, i rigidi ruoli di genere imposti da una cultura retriva che contrastavano, invece, con la progressiva ploretarizzazione delle stesse donne.
Nel 1995 si registrarono a Ciudad Juàrez 1307 reati sessuali, di cui il 14,5%, poco meno di 200, erano stupri su donne. Ma già nel primo trimeste del 1996 la violenza contro le donne comincia ad impennare:  il numero dei delitti aumentò del 35% rispetto all’ anno precedente.
Nell’ estate del 1995 il clima s’ era fatto teso: a Lonte Bravo, zona semideserta a sud di Ciudad Juàrez, nei pressi dell’ aereoporto locale, furono rinvenuti i corpi di tre giovani donne. Nelle settimane successive reati, torture, sevizie ed omicidi contro le donne aumentarono.
Le ragazze ritrovate morte, sono sempre nude o seminude, in posizione prona, indossavano tutte jeans e maglietta. Tutte di corporatura snella, con carnagione scura e capelli lunghi.
La maggior parte delle aggressioni a sfondo sessuale si verifica nelle fabbriche, nell’ industria maquiladora, o nei pressi.
La rigida e moralistica cultura cattolica della zona, enfatizza molto il ruolo della donna come casalinga e madre.
Le giovani donne lavoratrici ed indipendenti, vengono viste e percepite come potenziali “tentazioni”, donne libere che sprecano il loro denaro in discoteche, bei vestiti e trucchi.
Ciò viene vissuto come “eversivo” e “peccaminoso” dai maschi del posto, un attacco contro l’ ordine sociale rigorosamente patriarcale.
L’ intellettuale Alfredo Limas Hernàndez sostiene che l’ industria maquiladora sta “maquilando” l’ intera città.
Essa ne avrebbe ridisegnato la struttura, coinvolgendo tutti i gruppi cittadini in quel settore e generando dinamiche di segregazione socioculturale. All’ origine dell’ impoverimento urbano ci sarebbero i cicli di valore e di capitalizzazione dei trust mondiali. Ciò riduce lo spazio pubblico, le responsabilità del capitale e la gestione dello sviluppo da parte del governo locale.
Il tutto a spese dei corpi dei cittadini, in particolare delle cittadine, delle donne: viste come manovalanza di basso costo, da sfruttare il più possibile come operaie sotto-pagate,  come oggetti sessuali e, naturalmente, sempre e anche come madri e “domestiche”.
Un ambiente carente di politiche di sviluppo, con un sistema di rapporti di potere che evita di affrontare concretamente le forme di disuguaglianza strutturale nella società  è ovvio che si accanisce contro quello che è il “diverso” per antonomasia: la giovane donna, povera, non-bianca (india, nera o misto-sangue), “libera” o affrancata dalle ancestrali forme di dipendenza dal “maschio” percepito come capo-clan.
Insomma: si avverte la necessità di vittimizzare le giovani donne, diventate ormai un deposito di esseri umani destinati ad ogni genere di sfruttamento.
Salario e lavoro non sono gli unici punti deboli in Messico.
Ci sono anche il futuro e le aspettative culturali dei giovani. In queste circostanze, le donne e il loro ruolo sociale appaiono fortemente sottovalutate. In particolare nella città di frontiera.
Ana Bergareche, una sociologa della London School of Economics, sostiene che l’ orgia sacrificale di stampo misogino che opprime la città messicana ha le sue più profonde origini nel patriarcato di stampo cattolico. La sociologa sostiene che la donna viene vista per propria natura peccatrice e tentatrice. Per tal ragione deve essere punita, punita con la morte se non rispetta i canoni di donna-vergine, o donna-madre dedita alla cura del focolare domestico (invece di lavorare ed andare in discoteca, magari per sedurre “innocenti” maschietti).
E spiega come tale convinzione si fondi su un pensiero che invita all’ abuso e all’ emarginazione di etnia e classe,  mortificando ulteriormente l’ autostima delle donne: esse si considerano parte di una classe sociale che sa, o piuttosto suppone, di non poter andare molto lontano nella vita e nella società: perciò si piega ad ogni forma di abuso e sfruttamento.
Attualmente, la follia omicida ha superato le 600 donne e non accenna minimamente a diminuire.
Quel che più inquieta, è che si tratta di un delitto seriale perfetto. La complicità della polizia è stata assicurata, il governo non interferisce con le multinazionali per cui le vittime nella maggior parte dei casi lavorano.  Le degradanti condizioni sociali di Ciudad Juàrez sono l’ humus più adatto a creare vulnerabilità, condizioni favorevoli all’ azione degli assassini, soprattutto negli omicidi caratterizzati da violenza carnale, dove è evidente la presenza di diversi serial killer, sia nei metodi usati che nelle forme di occultamento. Per di più, l’ impegno delle autorità politiche e giudiziarie nell’ arginare la mattanza è stato molto debole.
Tutte le persone che tentarono (e tutt’ ora tentano) di fare luce si questi macabri eventi, vivono sotto il terrore e la minaccia della morte. Nel 1998, poco più del 10% di tutti i delitti si era verificato nella capitale messicana, mentre solo il 7% riguardava lo stato di Chihuahua. Ma ci fu un colpo di scena: quello stesso anno, l’ Istituto Messicano di Studi sulla Criminalità Organizzata pubblicava un rapporto, “Tutto quello che bisogna sapere sul crimine organizzato in Messico” in cui si afferma chiaramente che la mafia messicana è interna allo Stato stesso, che ha protezioni e complici in Parlamento, in magistratura, nella grande industria ed in polizia. Tra l’ altro, in questo rapporto si afferma chiaramente ed inequivocabilmente che lo Stato messicano (essendo inquinato e contaminato dalla criminalità) non è per niente in grado di proteggere le proprie vittime da soprusi e angherie. La diagnosi suonò a tutti esagerata ed eccessivamente pessimista. Purtroppo, ebbe prontamente le sue conferme: il tasso di crimini ed impunità incrementò notevolmente durante i mesi successivi. E non solo: questi studi criminologici sono supportati da solide fondamenta “storiche”. Per dovere di cronaca, cito un  caso del marzo 1989: a Matamoros, Tamaulipas, scompare un giovane statunitense di nome Mark Kilroy, originario del Texas. Venne trovato morto il mese successivo, in un ranch di Matamoros, assieme ad altri tredici cadaveri mutilati. Il ranch apparteneva ad un feroce trafficante di stupefacenti che si autodichiarò “satanista”: nel ranch furono rinvenuti strani feticci e scritte sui muri con sangue animale. In realtà, ricerche molto più approfondite, condussero alla scoperta ed allo smantellamento di una vasta rete di interessi e clientelismi, iscritta nel sottobosco del mondo dello spettacolo e della politica locale. Nella casa di uno dei criminali imputati sono state trovate foto che ritraevano il santero-satanista in compagnia di Fausto Valverde Salinas (ex-dirigente della squadra anti-droga presso la polizia giudiziaria federale), Carlos Armendàriz e Guillermo Gonzàlez Calderoni (anch’ essi ex-dirigenti delle polizia federale). Bisognerebbe, tra l’ altro, ricordare che gli antecedenti culturali della “santeria” per scopi malefici (o satanismo ?!)  risale ai tempi della Colonia e all’ Ottocento, nella stregoneria e nella santeria nella frangia di frontiera che va da Las Crucis, Nuovo Messico, El Paso, Texas, Chihuahua fino a Brownsville.

L’ attenzione di queste pratiche è per la realizzazione terrena. Sono pratiche improntate a creare compattezza e fedeltà tra i gruppi di potere o influenti sul territorio. L’ uso di droghe, il sesso, la violenza di gruppo sono “strumenti” o “chiavi” per assicurarsi omertà, protezioni e complicità. I culti riflettono il fenomeno del sincretismo contemporaneo con l’ antica agiografia cattolica, il vudù e altre credenze moderne. Altro filone trascurato dagli esperti nelle indagini sugli omicidi di Ciudad Juàrez è stato quello dell’ industria della pornografia violenta (sesso accompagnato da torture ed omicidi), i cosiddetti snuff movies. La pornografia con l’ uso di minori è, purtroppo, un’ altro fenomeno molto radicato nella città di frontiera. Lo studio più serio ed attendibile sull’ esistenza di questo genere di film è stato condotto da Yoran Svoray nel suo testo “Gods of Death” del 1997.

Yoran si è infiltrato nelle proiezioni di questo genere di film e notò che, ogni uomo presente, pagava 1500 dollari per guardare queste proiezioni. Va da sé pensare che sicuramente è un tipo di industria che permette un facile arricchimento.  Yoran notò anche che, appunto, gli spettatori non erano affatto membri del popolino: ma tutti industriali, imprenditori e professionisti. Purtroppo tutti gli uomini finora “scoperti” (molti sono liberi e protetti dalla stessa polizia) nel commettere simili crimini hanno avuto la prescrizione. Lo stesso presidente Felipe Calderon, che promise impegno e solidarietà ai familiari delle donne assassinate, attualmente non fa altro che rimandare le udienze con i parenti delle stesse vittime. La stessa Chiesa Cattolica ha avuto un atteggiamento che oserei definire non propriamente “evangelico” o/e “umanistico”: l’ attuale Vescovo della città ha dichiarato che le donne sono state assassinate perché lontane dalla Chiesa e poco “esemplari” nei comportamenti. Affermazione che lascia alquanto perplessi, oltre ad essere ampiamente mistificante. Così facendo, le povere operaie (le ragazzine e bambine immigrate, di umili origini) continuano ad essere stuprate, umiliate ed uccise anche nelle loro tombe. Sarebbe questo, allora, il brutale destino della merce-umana nel mercato mondiale.

Per informazione e solidarietà visitare il sito: www.mujeresdejuarez.org

                                                               Maddalena Celano  2008

 

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