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Manuela Saenz Orinoco

Manuela Saenz

Brussels: End the Blockade Against Cuba!

da www.ilSudEst.it

di MADDALENA CELANO

Come delegata dell’ Ass. La Villetta per Cuba, assieme a Volfango Siniscalchi (ed al Presidente Luciano Iacovino), abbiamo partecipato all’ incontro “End the Blockade Against Cuba” a Brussels, presso il Parlamento Europeo.

Questo 29 e 30 novembre a Bruxelles, si è tenuto l’ incontro europeo contro il  blocco degli Stati Uniti contro Cuba che colpisce la nazione caraibica, ma anche altri paesi, data la portata extraterritoriale delle sanzioni, hanno denunciato i partecipanti all’  evento al Parlamento Europeo. I partecipanti hanno discusso dell’impatto di quella politica ostile e hanno denunciato che la sua portata arriva anche in Europa e in altre nazioni del mondo.

A questo proposito, la portavoce del movimento svedese del Comitato Internazionale per la Pace, la Giustizia e la Dignità dei Popoli, Vania Ramírez, ha sostenuto che il blocco contro Cuba riguarda anche i cittadini europei, che spesso incontrano ostacoli  quando cercano di accedere ai prodotti cubani.

Allo stesso modo, sono state citate le ammende inflitte a varie banche europee per lo svolgimento di operazioni relative a Cuba.

L’incontro è stato organizzato da eurodeputati e rappresentanti dei movimenti sociali provenienti da Portogallo, Svezia, Spagna, Germania, Italia e Belgio, tra le altre nazioni, e organizzato dal Gruppo Confederale della Sinistra unitaria europea / Sinistra verde nordica e dall’associazione di solidarietà Cubanista.

Erano presenti il direttore del William Soler Pediatric Cardiology Hospital, prof. Eugenio Selman Hussein Sosa, e il vicepresidente della commissione permanente per gli affari economici dell’Assemblea nazionale cubana, Oscar Luis Hung Pentón; e Camilo Guevara (figlio di Ernesto “Che” Guevara), direttore del Centro Studi Che Guevara.

Vari delegati delle associazioni di solidarietà hanno ricordato che  questo mese di ottobre 2017 gli Stati Uniti votarono contro la risoluzione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, che chiese di rimuovere il blocco di Washington contro Cuba.

L’ambasciatore statunitense Nikki Haley votò contro la risoluzione, presentata ogni anno da L’Avana da circa 26 anni.

In ciascuna di queste occasioni, Washington si schierò contro la proposta cubana, nonostante il sostegno della maggioranza della comunità internazionale per il documento della nazione caraibica e solo nel 2016, per la prima volta nella storia delle risoluzioni, l’amministrazione di Barack Obama (2009 – 2017) decise di astenersi.

Così, lo scorso anno quasi tutti i paesi hanno sostenuto Cuba nella sua richiesta che il blocco fosse revocato e nessun membro si opponesse a tale richiesta, con le sole astensioni degli Stati Uniti e di Israele.

A quel tempo, l’allora ambasciatore statunitense presso l’ONU, Samantha Power, disse che per più di mezzo secolo Washington mantenne una politica volta ad isolare la nazione caraibica e invece la strategia isolò solo gli Stati Uniti anche all’interno dell’ONU.

Questo argomento fu  ribadito ad ottobre da 10 senatori democratici che hanno esortato il presidente Donald Trump ad astenersi  per quanto riguarda la risoluzione contro il blocco,  descritta come fallita, pubblicamente condannata dalla comunità internazionale e dannosa per il popolo dell’isola.

“Più manterremo questa obsoleta politica della guerra fredda, più soffriremo nella nostra credibilità internazionale e regionale”, hanno avvertito i legislatori in una lettera al capo della Casa Bianca.

La posizione di Trump sulla nazione caraibica è stata annunciata il 16 giugno 2017, quando ha firmato un memorandum da Miami, in Florida, per invertire il processo di riavvicinamento che ha avuto luogo sotto l’amministrazione del suo predecessore.

Più di tre mesi dopo, e con la giustificazione di alcuni incidenti sanitari riportati dai diplomatici statunitensi a L’Avana, il suo governo ha dato un nuovo colpo ai legami bilaterali ritirando gran parte del suo staff dell’ambasciata sull’isola ed espellendo 15 funzionari cubani da Washington.

I delegati dei vari movimenti sociali presenti hanno ribadito che la politica del blocco USA continua ad essere una massiccia, flagrante e sistematica violazione dei diritti umani del popolo cubano e si qualifica come un atto di genocidio, afferma l’ ultimo rapporto che Cuba presentò all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite (ONU) il 1 ° novembre 2017.

Gli effetti causati dalla struttura delle leggi che regolano questa politica sono spiegati nella relazione sulla risoluzione 71/5 dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite , intitolata Necessità di porre fine al blocco economico, commerciale e finanziario imposto dagli Stati Uniti d’America contro Cuba.

Il testo denuncia che questa politica costituisce il più grande ostacolo per l’attuazione del Piano nazionale di sviluppo economico e sociale del paese e per lo sviluppo in generale di tutte le potenzialità dell’economia.

Specifica che il blocco continua  e viene applicato con tutto il rigore, e che per quasi sei decenni ha causato danni all’economia cubana che raggiungono la cifra di 822 mila 280 milioni di dollari, tenendo conto del deprezzamento del dollaro rispetto al valore dell’oro nel mercato internazionale.

Inoltre, a prezzi correnti, il blocco ha causato danni quantificabili per oltre 130 mila 178,6 milioni di dollari e, nel periodo in cui è stato inquadrato il rapporto, ha causato perdite a Cuba nell’ordine di quattromila 305,4 milioni di dollari.

Secondo il documento, che mostra gli effetti dell’applicazione nel periodo tra aprile 2016 e giugno 2017, quella politica continua a essere il principale ostacolo allo sviluppo dell’economia cubana e al pieno godimento di tutti i diritti umani del popolo cubano.

Le misure per rafforzare il blocco influenzano e danneggiano non solo il popolo cubano, ma anche i cittadini europei e statunitensi le cui possibilità di concludere affari con persone e società cubane, di usufruire dei prodotti commerciali o di artigianato cubano o, semplicemente, di esercitare il loro diritto costituzionale di viaggiare liberamente saranno ancora più limitate. Considerato l’aumento della retorica aggressiva contro Cuba e le misure annunciate, si sta  generando maggiore sfiducia e incertezza nelle istituzioni finanziarie e negli stessi fornitori statunitensi a causa del timore e del reale rischio di essere penalizzati per la loro scelta di commerciare con Cuba.

Il testo avverte che le dimensioni finanziarie ed extraterritoriali della legge sono mantenute, con l’imposizione di multe a società straniere che intrattengono relazioni commerciali con Cuba e il rifiuto delle banche e delle istituzioni finanziarie internazionali di effettuare operazioni con l’isola per timore di essere multate.

Subito dopo l’iniziativa, Norma Goicochea, Ambasciatrice della Repubblica di Cuba presso Brussels, ha invitato la delegazione dell’ Ass. La Villetta per Cuba a pranzo, assieme a diversi funzionari dell’Ambasciata Cubana a Brussels e a Camilo Guevara March, figlio del rivoluzionario Ernesto “Che” Guevara.
Norma Goicochea e Camilo Guevara March si sono rivelati molto affettuosi e riconoscenti per l’ impegno profuso, di questi ultimi anni, dall’ Ass. la Villetta per Cuba nel contrasto del criminale bloqueo economico.

Il caso delle due ragazze americane: come evolve il terrorismo machista in Italia

di MADDALENA CELANO 

da ilSudEst.it

I pubblici ministeri di Firenze stanno indagato sulle accuse di stupro di due studentesse statunitensi. Le studentesse affermano di essere state violentate dai carabinieri che le hanno scortate fino a casa,  in una macchina della polizia da una discoteca, accuse che il Dipartimento di Stato Americano dice di prendere molto sul serio.  Secondo le studentesse statunitensi, mercoledì 6 settembre 2017, due agenti dei Carabinieri hanno offerto loro il passaggio, fino a casa, da una discoteca di Firenze e poi le hanno violentate nell’ascensore e sulle scale dell’edificio. L’intervento diplomatico statunitense è stato celere, mentre il console generale degli Stati Uniti a Firenze, Benjamin V. Wohlauer, ha incontrato il capo della polizia di Firenze e il comando provinciale dei Carabinieri. Il ministro della Difesa italiana, Roberta Pinotti, ha definito la situazione di “estrema gravità”, se l’accusa di stupro risultasse essere vera. Le studentesse, rispettivamente di 19 e  di 21 anni sono state interrogate dai pubblici ministeri per diverse ore al giorno. Le donne hanno accusato gli ufficiali dei carabinieri di averle violentate all’inizio di giovedì mattina (il primo giovedì del settembre 2017) sulle scale del loro condominio. Le tv locali affermano che tre auto di pattuglia sono andate in una discoteca per indagare su una rissa. Due auto sono partite dopo che la calma è stata ripristinata, ma la terza auto è rimasta. Le donne, che secondo quanto riferito hanno trascorso la serata in discoteca, hanno confermato alle autorità che gli ufficiali le hanno portate verso il loro condominio e le hanno violentate. Testimoni  confermavano di aver visto le donne entrare nella macchina della polizia. Le studentesse hanno affermato di essere state violentate all’interno dell’edificio condominiale,  prima che potessero raggiungere le loro stanze.

“Le indagini sono ancora in corso, ma vi sono alcune basi per quanto riguarda le accuse”, ha detto il ministro della Difesa Roberta Pinotti a una conferenza sulle questione femminile.

“Lo stupro è sempre una questione grave. Ma è di una gravità senza precedenti se viene commesso dai carabinieri in uniforme”.

Le due ragazze, che provengono dagli stati del Maine e del New Jersey, hanno detto agli investigatori di aver bevuto alcool e fumato cannabis la notte dell’accaduto. Dissero che erano  troppo spaventate per urlare o chiedere mentre l’ assalto sessuale aveva luogo. La polizia ha eseguito il test del DNA per cercare di verificare le loro accuse, con risultati schiaccianti: i due carabinieri hanno consumato un rapporto con le due ragazze.Il caso, che ha ricevuto ampio spazio nei media italiani, arrivò meno di due settimane dopo che un turista polacco e una transessuale peruviana sono stati brutalmente violentati nella località balneare di Rimini.  Due marocchini, un nigeriano e un richiedente asilo congolese sono stati arrestati per gli attacchi, il che ha portato ad un forte aumento del sentimento anti-immigrazione in Italia.

Le accuse mosse ai carabinieri hanno sconcertato l’establishment italiano.

“Se questo è vero, e spero che si chiarisca quanto prima, sarebbe un atto di gravità inaudita”, ha detto all’agenzia di stampa dell’ANSA Tullio Del Sette, il capo dell’esercito. Il corpo di polizia  dei carabinieri  ha sospeso i due agenti che hanno presumibilmente violentato le due studentesse americane a Firenze, mentre erano in servizio. Le due studentesse, ritengono di essere state coinvolte in una rissa ed hanno spinto la polizia ad arrivare fino alla discoteca.

Secondo il Corriere della Sera , uno dei carabinieri ha ammesso di aver avuto rapporti sessuali con una delle donne, ma insiste che era consensuale. Secondo gonews

(http://www.gonews.it/2017/11/22/violenza-studentesse-americane-oggi-linterrogatorio-alle-ragazze-modalita-protetta/) le studentesse sono state interrogate il 21 novembre 2017, ad interrogarle è stato il gip Mario Profeta nell’aula bunker: le studentesse sono state ascoltate in modalità protetta con l’ausilio di un interprete in una stanza separata dove non ci sono altre persone, mentre pm, difensori e i due carabinieri indagati (presenti nella struttura) potranno assistere all’interrogatorio tramite sistema audio-video. Gli avvocati non possono intervenire mentre il giudice rivolge domande alle due ragazze americane, tuttavia possono proporre allo stesso gip proprie domande. Sembra che uno dei difensori dei militari abbia appunto consegnato circa 250 domande da porre alle ragazze. Starà però al giudice, di sua iniziativa, decidere quali domande porre. L’incidente probatorio, iniziato verso le ore 10, si è protratto fino a tarda serata con una sola breve pausa per pranzo. Probabilmente prolungare il lavoro del giudice l’esigenza di tradurre in inglese l’intero interrogatorio. Secondo Fanpage (https://www.fanpage.it/stupro-firenze-domande-degradanti-e-12-ore-di-interrogatorio-le-vittime-violentate-anche-dalla-giustizia/
http://www.fanpage.it/)  i carabinieri vengono difesi da una moltitudine di persone che non credono assolutamente alla versione delle ragazze americane. “Erano ubriache, quindi anche fosse successo se la sono andata a cercare”, uno dei commenti più gettonati. E poi, ancora: “Avevano un’assicurazione contro lo stupro, sicuramente la denuncia fa parte di un piano ben architettato per incastrare due povere vittime e intascarsi i soldi del premio”. Peccato che, nonostante inizialmente la notizia dell’esistenza di questa speciale assicurazione fosse stata spacciata per certa dai giornali, si è poi infine scoperto che questa copertura non esisteva affatto così per come era stata descritta, ma faceva parte di un classico pacchetto acquistato da una moltitudine di studenti stranieri in viaggio di studio all’estero. Per giorni, giorni e giorni, le ragazze sono state accusate, vilipese e maltrattate e poi, a un certo punto, quando la notizia “non tirava più” sui social, abbandonate al loro destino. Nella giornata del 23 novembre, però, complice l’inizio del processo contro i due carabinieri accusati di stupro, la storia della violenza sessuale di Firenze è tornata alla ribalta, nel peggiore dei modi. Gli avvocati difensori dei due militari dell’Arma, che per carità fanno il lavoro che loro compete, hanno presentato ben 250 domande per l’incidente probatorio, molte delle quali non accettate dai giudici titolari del caso perché ritenute degradanti e lesive della dignità della donna. “Avevano le mutandine?”, recitava una delle domande scartate, per fortuna, dai giudici. Una domanda che suona come una sorta di stigma, come se gli avvocati volessero suggerire che quelle ragazze tanto sante non erano, che quelle ragazze alla fine erano un po’ troppo libertine, delle troie provocatrici. L’interrogatorio nell’ambito dell’incidente probatorio ha confermato la versione delle due studentesse, ma è durato ben dodici ore filate. Dodici ore di interrogatorio per ricostruire quei venti minuti di violenza sessuale, le due ragazze sono state bombardate di domande che manco un boss di Cosa Nostra. A un certo punto, causa l’intenso stress provocato dall’incidente probatorio, una delle due americane ha anche accusato un malore, finendo quasi per svenire in Aula. Nessuna scusa da parte degli imputati, secondo l’avvocato Giorgio Carta “i militari sono stati fessi a dare alle studentesse un passaggio in auto ma non le hanno violentate perché loro erano consenzienti, dunque sono innocenti e non devono chiedere scusa”. Un consenso che secondo il legale sarebbe stato espresso dalle due vittime incoscienti, come provato dagli esami alcolemici effettuati dai sanitari a ridosso dello stupro. Fa specie che un avvocato – che ripeto, fa il mestiere che gli compete e difende i propri assistiti – arrivi a negare l’evidenza, a negare il fatto che in caso sussista uno stato alterato di coscienza non esista alcun tipo di consenso che tenga. Insomma, tra interrogatori fiume, domande degradanti che per fortuna non sono state ammesse dai giudici e illazioni sessiste, le due ragazze sembra siano state violentate per l’ennesima volta, questa volta dalla Giustizia italiana.

Ma non è l’ unico caso in cui si evince una totale legittimazione dello stupro e dello stupratore e, al contrario, un’ ulteriore vittimizzazione della vittima.

Il 16 giugno 2016, uno studente di Stanford è stato condannato a soli sei mesi per aver violentato una ragazza mentre erano entrambi ubriachi. Il nome del ragazzo è Brook Turner, e scrisse una lettera incolpando la sua partner  e non si prese alcuna  responsabilità. Piuttosto, ha interpretato il ruolo di vittima, dicendo che la propria vita era stata rovinata. La sua vittima rispose con una lunga lettera che gli ricordava che, sebbene fossero entrambi  ubriachi, fu l’unico a decidere di abusare sessualmente di lei ed è stato lui ad aver rovinato realmente e materialmente la sua vita. La cultura  dello stupro  è qualcosa di reale, esiste, e ogni giorno si divulga a macchia d’ olio. Il termine “Cultura dello stupro”  fu coniato negli anni ’70, da femministe statunitensi, per descrivere tutti i modi in cui la società colpevolizza la vittima di uno stupro.

Emily Buchwald , autrice di un libro intitolato Transforming a Rape Culture (Trasformare una cultura dello stupro) lo definisce come segue:

[…] una serie di credenze che fomentano le aggressioni sessuali da parte degli uomini e sostengono la violenza contro le donne. È una società in cui la violenza è vista come sexy e la sessualità è violenta. In una cultura dello stupro, le donne ricevono continue minacce di violenza che vanno dai commenti di natura sessuale […] allo stesso stupro. Una cultura dello stupro condona il terrorismo fisico ed emotivo contro le donne come se fosse  norma … In una cultura dello stupro, uomini e donne presumono che la violenza sessuale sia un dato di fatto, qualcosa di inevitabile.

È anche definito come  ambiente in cui la violenza sessuale contro le donne è normalizzata e la paura di essere violentata è costante. La cultura dello stupro si evince anche da queste frasi ed affermazioni: Perchè una donna parla con sconosciuti? Sono donne e se ne sono andate sole di notte? Perchè una donna fa tardi a casa?  Perchè una donna esce sola la sera? Forse allora sappiamo di cosa stiamo parlando. Ma nel caso non fosse ancora chiaro spiegherò come si manifesta la cultura dello stupro.

La vittima viene incolpata se c’è un attacco sessuale. Molte volte, in caso di stupro, il vestito della vittima è causa di colpa e delegittimazione, sia che indossasse minigonne o pantaloni attillati; anche se la vittima ha consumato alcool o  è uscita da sola, eccetera. La prima cosa che subiscono molte vittime è una quantità brutale di domande che cercano solo di biasimarle.

Le molestie sono tollerate. L’esempio più chiaro è la molestia da strada, che cerca di essere banalizzata o vista come qualcosa che non è importante dicendo che “era solo un complimento” o “solo un apprezzamento”, ma la verità è che se la vittima di quella molestia si sente a disagio, non è un complimento, è una molestia. Le aggressioni sessuali sono banalizzate. Molto probabilmente suonano come i seguenti commenti: “eri così bella da essere stuprata”, “lo volevi anche tu”. All’improvviso, scherzare sulle violazioni è visto come irriverente, piuttosto che offensivo –  per qualcuno è una semplice barzelletta, per una vittima, è forse il peggior ricordo della sua vita – ma vogliono farlo sembrare come qualcosa di accettabile. Invece, non lo è. Le accuse di stupro non vengono prese sul serio. In molti casi, si dice che la vittima cerca solo attenzione. Molte volte, in casi come questi, le donne vengono interrogate quasi come criminali per respingere le accuse.

Questi sono solo alcuni dei modi in cui si manifesta la cultura dello stupro, ma sono tra i più rappresentativi.

 

Ritorno al passato del “femminismo-liberal-pop”

Il femminismo-liberal-pop: l’ossimoro di un “progressismo-reazionario”

da www.agoravox.it

 In tempi recenti, forse sospinti da inchieste giornalistiche, da ordinanze sindacali o da dibattiti sui social, guizzano rigurgiti nostalgici “regolamentaristici” e istanze moralistiche di carattere fiscale a target limitato.

Parliamo dei sostenitori della riapertura delle “case chiuse” o con termine realistico e meno edulcorato, bordelli. Le ragioni dei regolamentaristi sono quelle relative alle maggiori tutele e ai controlli medici, uniti al decoro delle strade cittadine, alla pensione che questo genere di “lavoratrici” e, in minima parte, “lavoratori” percepirebbero, e ai maggiori introiti per lo Stato dovuti alle tasse da costoro versate.

Proveremo a confutare una per una queste argomentazioni, talvolta ingenuamente fatte proprie, più spesso invece indicate come di irrefutabile e universale validità ma evidentemente espressione di interessi particolaristici. L’Olanda e la Germania, Paesi in cui la regolamentazione dello sfruttamento della prostituzione è una realtà già da anni, e dove le organizzazioni criminali (camorra e ‘ndrangheta) si sono insediate a gamba tesa nel business multimilionario del commercio umano in edifici dedicati, stanno cercando di tornare indietro dopo aver verificato il fallimento di quella che si era ritenuta una soluzione al vergognoso fenomeno della vendita di corpi umani in strada. I capi del racket, infatti, non si sarebbero mai lasciati sottrarre dalle mani un business tanto facile e redditizio, in cui gli “effetti collaterali” sono rappresentati dal solo ricambio frequente della “merce” per usura. Uno studio recente, condotto dalla rivista scientifica Nómadas. Revista Crítica de Ciencias Sociales y Jurídicas (2009) ha confermato pienamente il totale fallimento del modello regolamentarista (già screditato da numerosi studi condotti negli anni passati, tra Europa ed USA), link: https://buleria.unileon.es/bitstream/handle/10612/3462/Nomadas_2009.pdf?sequence=1

Una puntata di “Presa diretta” di qualche anno fa, la trasmissione condotta da Riccardo Iacona su Rai Tre, ci illustra molto bene il fenomeno da vicino, con interviste a varie “lavoratrici del sesso”, e ci introduce in quello che da fuori appare come un’industria organizzata e funzionante, ma che dall’interno si palesa per qualcosa che è difficilmente immaginabile se non osservato da molto vicino: un inferno fra quattro mura. Il giornalista, che si è recato in alcuni bordelli tedeschi, ci ha mostrato donne sfruttate, con ritmi insopportabili e con un pesante senso di umiliazione e di mortificazione, consumate nel corpo senza avere tempi di vita degni di questo termine al di fuori di quella realtà. Molte altre inchieste ci mostrano inoltre che le richieste, del tutto legittime perché la legge lo consente, sono sempre più oscene e violente – ci si immagina che dietro il pagamento di una determinata tariffa ci sia una prestazione che corrisponde a un rapporto sessuale, invece … umiliazioni, sputi, schiaffi e sesso di gruppo non protetto: avete presente quei ristoranti che propongono la formula “all You can eat”? Ecco, qui, senza mezzi termini, si legge “all you can fuck”. Lo stupro di gruppo, poi, è abitualmente perpetrato usando espressioni violente con le quali gli uomini si caricano emotivamente a vicenda in certi contesti di frustrazione maschile, spesso mascherata da normale indole dalla parola goliardiaQuesto viene considerato semplicemente “prestazione”.

Ora che tale degrado imposto da un genere nei confronti dell’altro (perché la sproporzione è evidente) debba essere sancito e istituzionalizzato, ecco, direi che una cosa del genere farebbe scattare dall’indignazione ogni persona civile, perché vorrebbe dire che si sta retrocedendo verso una società che può permettersi tranquillamente cancellare l’articolo 3 della costituzione. La prostituzione è già legale, in Italia, ma solo come libera scelta dell’individuo. E fin qui nessuno avrebbe già obiettare: ognuna/o faccia di sé quello che crede. Quello che non è legale oggi è il suo sfruttamento da parte di organizzazioni, che sia all’aperto, in zone poco abitate o al chiuso in industrie che reificano gli esseri umani – prevalentemente di sesso femminile, teniamolo sempre a mente – facendo business senza guardare in faccia a nessuno. E non raccontiamoci balle sui controlli sanitari: chi controllerebbe, infatti, i “clienti” (con “clienti” usiamo qui una parola gentile, perché queste persone alimentano lo sfruttamento con le loro richieste)? Da numerose inchieste emerge, infatti, una domanda più serrata di “prestazioni” al limite della sopportazione umana, senza protezione (il business non guarda in faccia a nessuno, anche nei bordelli tedeschi e olandesi) e alimentato dall’industria multimilionaria del porno. Non facciamoci illusioni: senza contare l’uso sistematico di alcool e droghe per sopportare il ribrezzo e i ritmi intensi per portare a casa il necessario per vivere. La Svezia ha invece adottato un modello diverso: la “rieducazione” degli uomini a non rivendicare sesso come un diritto, addirittura con il sostegno delle istituzioni, ma a intraprendere un percorso improntato al rispetto dell’altro sesso partendo dal fatto che usare una persona come un oggetto è un reato sanzionabile, oltre che un cattivo esempio per le giovani generazioni. L’acquisto e l’utilizzo del corpo di una persona – di sesso femminile al 99%, tanto che si parla di “prostitute” e non di prostituti – a fini di sfogo personale, è, infatti, un messaggio molto pericoloso, che fa sì che i giovani maschi finiranno per dare per scontato, per le loro compagne, un minor valore sociale.

Vorremmo ricordare, inoltre, che le multinazionali e i vari imprenditori che portano i loro guadagni nei paradisi fiscali fanno un danno enormemente maggiore alle casse dello Stato (e al lavoro che non si crea), ma il business della prostituzione continua a diffondere lo slogan “vogliamo pagare le tasse ” (menzogna) per indirizzare la popolazione verso uno sfruttamento finalmente legale che depenalizzerebbe molti criminali, finalmente autorizzati ad agire “lecitamente” entro schemi normativi legittimati.

I fautori della legge per l’apertura delle neo-fabbriche del piacere, a senso unico, sostengono che le prostitute opererebbero al caldo, con tutele e una pensione un domani, e che questa attività avrebbe addirittura dei benefici sociali (!!). Le cronache ci raccontano, invece, che le violenze e gli omicidi non sono stati per niente debellati spostando il business al chiuso, non a caso, un altro studio condotto dal Departamentos de Historia, Departamento de Historia, Facultad de Humanidades y Centro Regional Universitario Bariloche (Universidad Nacional del Comahue, San Carlos de Bariloche, 2009) conferma che il regolamentarismo non farebbe altro che tutelare prosseneti e crimine organizzato, lasciando pienamente “scoperte” le prostitute da ogni genere e forma di tutela (link: http://cdsa.aacademica.org/000-008/776.pdf). Abbiamo dossier spaventosi su come il crimine organizzato gestisca queste “case”, dove le donne non hanno nessuna tutela e nessuna dignità. Non ci si deve fare illusioni, ripeto: quanto ai benefici per la società, io direi senza risultare poco attenta ai bisogni altrui, che non è affar mio provvedere a legittimare la necessità di alcuni (e non di tutta la società) di sfogare istinti e scaricare liquidi biologici (anche in gruppo, sì) sul viso di altre persone, degradate per legge a subire tale trattamento per “lavoro”.

Ecco che cosa s’intende spesso per “regolamentazione”. Io, sempre da cittadina, mi rifiuto di considerare quest’ attività un lavoro; per giunta, un’attività che riguarda quasi solo il genere cui appartengo. Il lavoro deve conferire dignità e crescita, non degradare, mortificare e consumare in pochi anni una persona, sia fisicamente che psicologicamente. Facciamo attenzione, perché poi diranno che la disoccupazione femminile è stata pressoché debellata. E guai a rifiutarsi, perché un rifiuto esporrebbe le sole donne alla disoccupazione che “si sarebbero cercate” rifiutando “delle opportunità “. …? Sai che carriera?

Come si fa allora a cavare queste povere ragazze dalla strada, si chiedono in tanti. Povere, è vero, perché solo la povertà o la mancanza di una famiglia può spingerle ad accettare una vita simile, dove il ribrezzo e la paura sono costanti e ti dominano togliendoti ogni arbitrio. Povere, perché è la disparità economica che produce certi orrori. Come si fa, dicevo? Semplice: multando chi sfrutta i corpi di queste donne pagando per fare quello che vuole, senza prevedere alcuna partecipazione o interesse dall’altra parte, ma usandola come si utilizza (spesso in gruppo, perché lo squadrismo erotico è una realtà quotidiana, in Germania e in Olanda) un oggetto che si usa e poi si getta; multando chi se ne infischia del fatto che quella ragazza potrebbe essere sua figlia o addirittura sua nipote e ha solo avuto la sfortuna di nascere in un’altra nazione, magari più povera o in via di sviluppo. È la domanda che va contenuta. Assecondando i fautori della riapertura dei bordelli, possiamo immaginare altresì una società che crei “posti di lavoro” per chi si accontenti di essere umiliato e picchiato, solo perché molti fanno richiesta di sfogare le loro frustrazioni in questo modo. Lo regolerebbero, i sostenitori della regolamentazione, un “mercato” di questo tipo, solo perché è esigenza di molti uomini e porterebbe un po’ di introiti sotto forma di tasse? Ecco, la differenza in sostanza non c’è.

C’è chi parla di salvaguardare anche la salute dei “clienti”, di quelli che sono spesso i fidanzati o i mariti attuali o futuri di qualcuna di noi. C’è, insomma, chi si preoccupa di prevenire per quanto possibile il diffondersi di malattie, avendo a cuore con tutta evidenza solo la salute degli uomini, i quali, dovrebbero essere tutelati in questo senso, ma che possono tranquillamente continuare a fruire di un mercato umano in cui la malattia può ovviamente proliferare. Come dire che concedendo degli ospedali al controllo delle varie mafie, si potrebbe sconfiggere la contaminazione virale o batterica di tipo sessuale. Sì, perché le persone prostituite sono ben lontane da uno stato di salute ideale, come vogliono farci immaginare. Esse sono soggette alle malattie portate dall’esterno (chi controlla il “cliente”?) e subiscono violenze anche all’interno delle “case” chiuse (anche qui, la parola “inferno” viene opportunamente edulcorata).

Quando penso alla prostituzione, mi chiedo: qual è modello di sessualità che abbiamo appreso, che genere di sessualità tramandiamo, come la costruzione di genere influenza gli atteggiamenti che apprendiamo verso la sessualità? Dall’infanzia apprendiamo ruoli in cui la distinzione sessuale è marcata e presente, ci educano in modo totalmente differenziato: le donne sono passive e gli uomini attivi ed impulsivi, l’uomo impone il suo potere sessuale, la donna lo deve subire o, al massimo, “accogliere”. La sessualità femminile è passiva, è un oggetto da possedere o, semplicemente, riproduttiva, mentre quella degli uomini è piacere e il desiderio. Da qui nasce l’accettazione della prostituzione: il maschio è colui che desidera, che ha bisogno di imporre la propria potenza sessuale, mentre la donna è colei che si limita ad assecondarlo ed accoglierlo. Da qui nasce l’esigenza di creare un’apposita categoria di “donne perdute” disposte, per denaro, ad assecondare qualsiasi desiderio maschile, rinunciando ovviamente al proprio piacere personale.

Desiderano farci credere che la prostituzione sia qualcosa di normale, che sia una semplice relazione sessuale, mentre la prostituzione è un rapporto di potere, dove il maschio “compra” il consenso femminile (nella prostituzione non c’è libero consenso in quanto il consenso-femminile viene acquistato come una qualsiasi merce) per sottoporre la donna prostituita ad un rapporto di dominio.

Il femminismo dovrebbe essere una teoria critica del potere, non dovrebbe avere alcuna relazione con il relativismo morale o il relativismo politico legato alla postmodernità.

Dovrebbe cercare la fine della prostituzione, – e credo che questo sia molto importante – dovrebbe distinguere analiticamente tra le donne prostituite e la prostituzione. Criticare il concetto di patriarcato significa essere consapevoli di vivere in una società in cui tutti gli uomini hanno una posizione egemonica in tutte le sfere della società, dalla politica all’economia. In un contesto in cui la donna resta minoritaria o marginale sotto il profilo socio-economico (e negli apparati di potere) non è possibile alcuna autentica e sincera libera scelta. L’accademica spagnola nonché attivista femminista e lesbica Beatriz Gimeno da anni ribadisce la totale incompatibilità del “sex work” con il femminismo, tantomeno con la militanza per i diritti delle minoranze (a partire proprio da lesbiche e trans), link: https://beatrizgimeno.es/2016/11/24…

Aira Carrese

Maddalena Celano

Confermata la convergenza tra CIA e mafia italo-americana

di MADDALENA CELANO

da www.ilsudest.it

Questo 21 ottobre 2017, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha annunciato la pubblicazione di oltre 2.800 file segreti sulla morte dell’ex presidente John F. Kennedy (JFK), assassinato nel 1963, durante una visita alla città di Dallas, nello stato americano del Texas. Alcune delle informazioni contenute in documenti riservati sulla morte del presidente John F. Kennedy, desegretati e pubblicati questo mercoledì 25 ottobre 2017 negli Stati Uniti, affermano che la CIA abbia tentato di assumere la mafia italo-americana per assassinare l’ allora presidente cubano Fidel Castro. Le informazioni provengono dalla rete televisiva CNN. Un documento del 1975 che descrive il ruolo della CIA nell’assunzione di assassini stranieri e rivela un complotto per assassinare Castro nei primi giorni dell’amministrazione Kennedy. Si tratta di documenti che risalgono dal 1961 al 1963, anno della sua morte. La relazione informa che Robert Kennedy, allora procuratore generale americano e fratello del presidente americano, chiese alla CIA di assumere un intermediario “per avvicinarsi a Sam Giancana con una proposta di pagare 150.000 dollari per assoldare un killer per entrare a Cuba e uccidere Castro”. Robert Kennedy ha anche affermato che questo piano ha reso difficile perseguire Giancana, membro della nota mafia siciliana. L’avvocato generale di Kennedy dissentiva sull’utilizzazione di membri della mafia, senza prima consultare il Dipartimento di Giustizia, si dichiara nel documento. La rete CNN riferisce inoltre che i documenti rivelano che una persona abbia telefonato l’FBI minacciando di uccidere Lee Harvey Oswald (denominato “assassino” di Kennedy) il giorno prima della sua morte e che gli Stati Uniti abbiano tentato di sabotare  un aereo che sarebbe stato inviato a Cuba. Attraverso il sito web dell’Archivio Nazionale degli Stati Uniti, sono stati rivelati alcuni dettagli sui tentativi di assassinare il leader cubano Fidel Castro: secondo una relazione del 1975, i piani della CIA, includevano alcuni contatti con elementi della criminalità organizzata italo-americana, per eseguire l’assassinio di Fidel Castro. I metodi considerati dall’agenzia statunitense erano “il veleno, le pillole di botulino e l’utilizzo di gruppi cubani in esilio”, dice il documento. Secondo un altro fascicolo del 1975, la CIA ha tentato di assassinare l’uomo che ha guidato la rivoluzione cubana “già nel 1959 o nel 1960”, nello stesso periodo in cui gli Stati Uniti hanno cominciato a orchestrare  preparativi per l’intervento militare fallito su Playa Giron, Baia dei Porci, tenutosi nell’aprile del 1961. Lo stesso rapporto desegretato ha rivelato che Robert Kennedy, fratello dell’ex presidente degli Stati Uniti e ex procuratore generale americano, era a conoscenza di un complotto che prevedeva l’assunzione di un uomo armato che avrebbe sparato a Fidel Castro. Un altro memorandum dell’FBI, datato 26 febbraio 1964, rivela i dettagli di una riunione in Florida, dove i funzionari statunitensi hanno accettato di assegnare 100.000 dollari per l’assassinio di Fidel Castro, 20.000 dollari in più per l’ omicidio di suo fratello Raúl e la stessa somma da pagare per la morte del guerrigliero argentino Ernesto ‘Che’ Guevara. Un documento datato 24 novembre 1963 mostra poi il direttore dell’FBI, J. Edgar Hoover, parlare della morte di Oswald.  Hoover afferma che l’ufficio dell’FBI di Dallas ha ricevuto una chiamata da “un uomo che parlava con una voce tranquilla”, dicendo che era membro di un comitato per uccidere il presidente. Un’altra relazione sul Consiglio di sicurezza nazionale del 1962 – prima dell’assassinio di Kennedy – parla dell’operazione Mongoose, un tentativo segreto del governo statunitense per rovesciare il comunismo a Cuba. Il progetto cubano, noto anche come Operation Mongoose , è stata un’ operazione segreta dell’agenzia centrale di intelligence (CIA), commissionata nel marzo 1960, durante l’ultimo anno dell’amministrazione del presidente Dwight Eisenhower. Il 30 novembre 1961 le operazioni segrete contro il governo di Fidel CastroCuba sono state ufficialmente autorizzate dal presidente Kennedy. L’operazione è stata guidata dagli United States Air Forza e il generale Edward Lansdale ed è entrata in vigore dopo la fallita  operazione alla Baia dei Porci. L’operazione Mongoose era un programma segreto contro Cuba, volto a rimuovere i comunisti dal potere, che fu il fulcro principale dell’amministrazione di Kennedy secondo lo storico di Harvard Jorge Domínguez. Un documento del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti conferma che il progetto ha voluto “aiutare Cuba a rovesciare il regime comunista”, compreso il suo leader Fidel Castro, e si è prefisso di raggiungerlo “attraverso una rivolta che può avvenire a Cuba entro l’ottobre 1962” . I politici americani inoltre volevano vedere “un nuovo governo con il quale gli Stati Uniti possono vivere in pace”. Ci sono ancora molti documenti diffusi in tutto il mondo che hanno molte più informazioni sulla crisi missilistica cubana, ma sono difficili da individuare. Il generale Marshall Carter ha dichiarato in una riunione segreta il 14 settembre 1962, “che la CIA esaminerà le possibilità di sabotaggio di parti aeree che sono previste per essere spedite dal Canada a Cuba”. Anche se molti dei 2.891 record pubblicati dagli Archivi Nazionali Statunitensi sono materiali grossolani e non corroborati, probabilmente possono respirare nuove vite nelle teorie persistenti di cospirazione che circondano l’assassinio di Kennedy a Dallas, Texas, il 22 novembre 1963. Lo spericolato piano della CIA per reclutare la mafia per uccidere il leader cubano Fidel Castro, l’avviso dell’ FBI alla polizia di Texas per una minaccia alla morte per l’assassino di Kennedy e le paure del Cremlino di una cospirazione “ultraraj” negli Stati Uniti sono alcuni dei punti salienti. La raccolta completa dispone di 3.100 documenti e alcuni file sono stati conservati per un’ ulteriore revisione per motivi di sicurezza nazionali. Un documento del 1975 spiega come, nei primi giorni della presidenza di Kennedy, la CIA abbia offerto 150.000 dollari al mafioso italo-americano Sam Giancana per organizzare l’assassinio di Fidel. In cambio, Giancana ha chiesto alla CIA di aiutarlo a mettere un apparecchio d’ascolto nella stanza di una ballerina di Las Vegas che si credeva amante di Fidel Castro. Altre possibili idee per l’eliminazione del leader comunista – che aveva una passione per le immersioni – includevano la contaminazione del suo abito da immersione con batteri che causano malattie o facendo esplodere una conchiglia con una bomba. Il piano è stato scartato quando si verificò che “non c’erano conchiglie, nell’area caraibica, abbastanza grandi da contenere una quantità soddisfacente di esplosivi”. Un altro documento comprendeva la trascrizione di una discussione del 24 novembre 1963 con l’allora regista FBI J. Edgar Hoover, che riferisce che l’agenzia federale informò la polizia del Texas circa una minaccia per la vita dell’assassino di Kennedy, Lee Harvey Oswald. Anche se molte teorie nel corso degli anni hanno parlato di possibili legami di Oswald con agenti cubani o sovietici un memorandum dell’ FBI, del 1963, indica che la morte di Kennedy ha scatenato preoccupazioni nell’Unione sovietica. Secondo la fonte, “i funzionari del Partito Comunista dell’ URSS credevano che vi fosse una cospirazione ben organizzata da parte dell’ultradestra degli Stati Uniti per eseguire un colpo di stato negli USA”. I sovietici temevano che l’assassinio di JFK venisse usato come pretesto per “porre fine ai negoziati con l’Unione Sovietica, attaccando Cuba e poi diffondendo la guerra”. Un altro file dice che un quotidiano regionale britannico, il Cambridge News, ricevette una chiamata anonima prima che Kennedy venisse assassinato. Una memo di James Angleton, vice direttore della CIA, dice che la persone che chiamò al telefono affermò che il giornalista della Cambridge News avrebbe dovuto chiamare l’ambasciata americana a Londra a causa di un evento importante e poi ha riattaccato. Un memorandum della CIA, reso pubblico, suggerisce che Oswald abbia parlato ad un agente della KGB presso l’ambasciata russa a Città del Messico il 28 settembre 1963. Secondo il documento, ha parlato con Valeriy Vladimirovich Kostikov, una rinomata spia russa che lavorò in settori legati a omicidi e sabotaggio. Poi Oswald chiamò l’ambasciata e chiese in russo se c’era “qualcosa di nuovo sul telegramma di Washington”. Ma la Commissione Warren, che ha indagato sull’omicidio di JFK, ha stabilito che Oswald, ex marinaio, agì completamente da solo. Oswald due giorni dopo l’uccisione di Kennedy, fu freddato da un proprietario di discoteche, Jack Ruby. I 2.891 documenti approvati per la divulgazione, in accordo con un atto del Congresso degli Stati Uniti del 1992, sono sul sito web dell’Archivio Nazionale, in forma completa e non modificata.

 

Dal realismo magico di Viceconti alla mitologia di Gide: letture a confronto

da www.ilsudest.it

di MADDALENA CELANO

Gli studenti di Palestrina incontrano l’autore N. Viceconti all’ iniziativa culturale “Libriamoci”

Quest’anno anche Nicola Viceconti, il “narratore italiano dall’anima argentina”[1], ha preso parte all’edizione di “Libriamoci”, l’iniziativa culturale dedicata alla lettura, promossa dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali in collaborazione con la Presidenza del Consiglio dei Ministri e il Ministero degli Affari Esteri. Il progetto, giunto ormai alla sua quarta edizione, ha previsto intere mattinate dedicate alla lettura di libri, in diverse scuole italiane. Oltre alla diffusione dell’interesse e della passione per la lettura, l’obiettivo dell’iniziativa è stato quello di sensibilizzare gli studenti all’insostituibile valore culturale e formativo dei libri.

Il reading letterario con gli allievi del Liceo Classico “Eliano Luzzatti” di Palestrina (RM), si è svolto sabato 28 ottobre, attraverso le letture di un racconto di Gide e alcuni passi della narrativa di Viceconti. L’iniziativa è stata possibile grazie alla collaborazione del corpo docente del citato Liceo, alla partecipazione della casa CSA Editrice, all’adesione al progetto della dott.ssa Diana Raiano – Direttore del Museo Nazionale di Archeologia dove si è svolto l’incontro – e alla collaborazione dell’interprete-traduttrice Patrizia Gradito.

L’intervento di quest’ultima rispetto alla lettura del testo “Prometeo mal incatenato” (Gide, 1889) è stato orientato a un particolare approfondimento sul mito del titano, una figura mitologica che, nel corso della storia della letteratura, assurge a simbolo di confronto con l’autorità, di sfida al potere (hybris); si profila come archetipo del bisogno di conoscenza (curiositas) e di potere del sapere, in quanto baluardo della verità in contrapposizione alla mistificazione, alla manipolazione e ai fanatismi ideologici.

Si tratta di temi quanto mai attuali – ha spiegato la dottoressa Gradito – stringenti e sfidanti che emergono anche nella letteratura contemporanea. A questo proposito, riscontriamo alcuni interessanti punti di contatto tra la lettura appena completata e la produzione letteraria di Nicola Viceconti”.

Come già emerso in precedenti articoli dedicati alla narrativa di Viceconti, il tema dell’identità, primo fra tutti, costituisce il leitmotiv della sua produzione letteraria, concetto declinato sia sul piano storico-politico, con particolare riferimento alle adozioni coatte dei figli dei desaparecidos (cfr. “Due volte Ombra”), che psicologico, riferito alla doppia identità dei criminali nazisti latitanti in Argentina (cfr. “Emèt – Il dovere della verità”). Rispetto alla caratterizzazione psicologica dei personaggi, Patrizia Gradito ha sottolineato, altresì, l’importanza del dualismo tra i) anima, coscienza, vero sé, vero io e ii) personalità, maschera, il falso sé, il falso-io, immagine di sé, costruiti secondo i dettami della società e dell’ideologia. Sul concetto dell’identità affrontato nei romanzi di Viceconti, definiti appunto “novelas por la identidad”, poggia la denuncia sul piano dei diritti civili, nonché l’esigenza di nutrire la memoria per onorare la verità dei fatti storico-sociali investigati.

Infatti, nel romanzo, “Nora Lopez – detenuta N84”, che illustra la folle ferocia dell’aderenza all’ideologia della dittatura militare attraverso la voce narrante del carnefice, il lettore vive l’impossibilità di assolvere i responsabili di questa storia drammatica che è fondamentale conoscere e non dimenticare. Il focus è sugli anni bui dell’ultima dittatura argentina, ricostruita dai ricordi e dal racconto di chi si è schierato con orgoglio dalla parte del “tiranno” (cfr. Prometeo) e sulla tragedia dei desaparecidos (scomparsi), le migliaia di giovani scomparsi in Argentina, tra il 1976 e il 1983, torturati in centri segreti di detenzione e assassinati. Il contesto storico è quello che investe il Paese sudamericano nel periodo dal 1976 e il 1993, durante la dittatura civico-militare messa in atto dalla Junta militar, capitanata dal Generale Jorge Rafael Videla. Si è trattato di un brutale programma repressivo, avviato con lo scopo di eliminare qualunque forma di protesta e di dissidenza negli ambienti culturale, politico, sociale, sindacale e universitario. Condotta in segreto, al di fuori di ogni controllo legale, fu perpetrata una massiccia violazione dei diritti umani e civili nei confronti della popolazione, con l’utilizzo di metodi quali la privazione della libertà senza procedimenti giudiziari, la detenzione in luoghi segreti (Centri clandestini di detenzione), la tortura, gli omicidi e le sparizioni. Si calcolano 30.000 Desaparecidos, persone di ogni età e estrazione sociale, fatti scomparire in mare da aerei nelle operazioni tristemente note come “i voli della morte”, dopo essere stati torturati.

Un altro tema ravvisato nell’analisi del mito prometeico ha riguardato il tema dei conflitti tra etica e morale, tra legge interiore e legge costituita, tra principi di coscienza e principi ideologici. Anche nei testi di Viceconti – sempre secondo Patrizia Gradito –  emerge la dicotomia tra il conformismo, l’aderenza ideologica, l’asservimento supino all’autorità, l’annichilimento della persona (per es. l’atteggiamento omertoso nell’espressione: por algo serà) e la ribellione titanica contro il potere dispotico. Un riferimento puntuale è riscontrabile in “Due Volte ombra”, attraverso l’esempio dell’instancabile lotta delle Abuelas de Plaza de Mayo; in “Nora Lopez – Detenuta N84” con l’indignazione popolare degli H.I.J.O.S (pratica dell’Escrache); la banalità del male in “Emèt – Il dovere della verità”.

L’interprete Gradito sottolinea come nei romanzi di Viceconti la quidditas è rappresentata dalla verità in quanto “dovere ineludibile per cui combattere strenuamente fino al disvelamento totale”. L’intento pedagogico di tali romanzi si riassume nel tentativo di riparare alla tentazione di scivolare nell’indifferenza, di scadere in una inettitudine morale e far sì che si conoscano le atrocità commesse, al fin di difendere i valori della libertà e della giustizia sociale.

In “Emèt – il dovere della Verità”, ad esempio, l’autore ci conferma quanto l’arte della narrazione, possa rappresentare il veicolo più efficace per educare e fissare le lezioni della storia, altrimenti relegate all’oblio, travolte dalla caducità del tempo. Il lettore si ritrova nell’Argentina del secondo dopoguerra, quando l’America Latina si prestava a essere rifugio per i criminali di guerra nazisti fuggiti dall’Europa per ricostruirsi una vita sotto mentite spoglie. I fatti storici sulle connivenze, su chi ha aiutato impunemente gli ex SS a integrarsi, incontrastati, nella società argentina, emergono in un primo momento sullo sfondo per poi affiorare in primo piano nel racconto. Il contesto storico è, dunque, parte integrante dei fatti narrati e invita il lettore ad attente riflessioni.

Infine, per concludere la comparazione tra le letture svolte, mentre in Gide, attraverso la conversazione e il confronto dialogico tra i tre personaggi si compie l’accettazione del sacrificio (inteso dalla stessa etimologia come sacrum facere, ossia offrire sostegno all’evoluzione del sé accettando il dolore), in “Magia” (racconto breve contenuto nella raccolta “Cartoni… animati e altri racconti” – CSA Editrice), si approda ad una ermeneutica del sé nell’incontro tra Clara, la protagonista e il tango, quale trasformazione attiva del soggetto e delle sue modalità d’esistenza. In entrambi i testi predomina un’atmosfera onirica e surreale, con i seguenti elementi affini: a) nella dimensione spazio-temporale: la relatività temporale (in Gide, Parigi, un ristorante in cui l’attenzione è sulla conversazione; qui Buenos Aires, una milonga; il tempo è sospeso spaziando tra presente e passato l’ordine degli avvenimenti cronologici e quelli della storia s’intrecciano in modo coerente e armonioso), b) per l’espediente che irrompe nell’esistenza del personaggio e ne determina la trasformazione (in Gide l’azione del “Miglionario”; qui l’invito al tango della signora abbigliata in arancio, il tango in quanto espressione dell’identità culturale argentina).

Rispetto ai romanzi di Viceconti, a conclusione della giornata di lettura, l’interprete suggerisce altre interessanti connessioni riscontrabili nella letteratura europea: “Il Suddito” di H. Mann, “L’uomo senza qualità” di R. Musil, come anche in Brecht, Boll, Durenmatt, Dostoevskij, Hegel, Kant, Pirandello, Levi ecc.


[1] Così come definito in un articolo pubblicato alcuni anni fa sulla testata Articolo 21(https://www.articolo21.org/2014/04/emet-il-dovere-della-verita-di-nicola-viceconti/)

Simón Bolívar e Manuela Sáenz: analisi di un’ appassionata relazione epistolare

di MADDALENA CELANO

Cartas de Manuela Sáenz al Libertadorda www.ilsudest.it

Il 16 giugno 1822, Manuela incontrò il Generale Libertador Simón Bolívar, quando quest’ultimo fece un ingresso trionfale a Quito, preceduto dal suo esercito.

Quando Bolívar arrivò a Plaza Mayor, Manuela lancia una corona di rami di alloro sulla sua testa. Simón alza lo sguardo e incontra gli occhi scintillanti della quiteña con il suo meraviglioso sorriso. Quel momento fu l’inizio della grande passione. Manuela era diventò improvvisamente una necessità vitale per ilLibertador. Nell’ottobre 1823, nonostante le obiezioni del generale Lara, Manuela fu ufficialmente incorporata nel personale di Bolívar su suggerimento del colonnello O’Leary, che sentiva un profondo affetto per lei. Manuela divenne custode e archivista dei documenti personali di Bolívar. Quando il Libertador si diresse in Perù, Manuela l’incontrò e la sua figura sarà presente in tutto quel complesso processo politico e militare, sia a Lima che a Trujillo. Lo scambio epistolare prova la fluidità della relazione dei due amanti. Più tardi s’incontrano nuovamente a Bogotá, e affrontano entrambi gli intrighi e le trame dei tradimenti contro il Libertador, fino a quando un famoso episodio di cospirazione si verificò. Il 25 settembre del 1828 tentarono di assassinare  Simón, ma l’attentato fallì grazie all’aiuto di Manuela. La dichiarazione d’indipendenza del Venezuela, l’opposizione alla Nuova Granada e la malattia causarono la dimissione di Bolívar dalla Presidenza della Gran Colombia nel 1830. Il 17 dicembre dello stesso anno Bolívar morì di tubercolosi. Dopo la sua morte, Manuela, a Bogotá tentò il suicidio facendosi mordere una spalla da un serpente velenoso, ma non riuscì giacché un gruppo di contadini la notarono e la salvarono. Negli anni successivi Manuela sopravvisse dedicandosi alla vendita del tabacco, traducendo e scrivendo lettere, facendo ricami o dolci su ordinazione. Nel 1856, vittima di difterite, morì. Il suo corpo fu gettato in una fossa comune. Anche se molti libri sono stati scritti sul lavoro e sulla figura di Simón Bolívar, pochi sono quelli che trattano il suo tempestoso amore con colei che è stata chiamata Libertadora del Libertador: Manuela Sáenz. Un numero variabile di lettere e documenti attesta ciò che è stato un rapporto intenso e impetuoso. L’epistolario tra Simón e Manuela oltre a essere traboccante e ardente di passione è schietto e persino tenero. Bolívar, lottando per la liberazione dei popoli del Sud America, fu nutrito dall’amore incondizionato che Manuelita Sáenz gli ha offerto. Anche se la storia ufficiale mostra Bolívar attraverso una prosa elegante e formale, le parole che lui e Manuela si scambiano negli anni rivelano invece una prosa  più informale e emotiva. Qui Bolívar si mostra come uomo inondato di forti sentimenti e non si ferma quando esprime le sue emozioni appassionatamente. Da parte sua Manuela, l’“amable loca” non si lascia  indietro: mostra una scrittura potente dove non ci sono sentimenti ineffabili. Le lettere rivelano le battaglie che combattono, battaglie contaminate anche dalla distanza. Ci sono rimproveri e disaccordi per timore di un amore non corrisposto, Bolívar persino pretende che Manuela indossi solo un velo blu trasparente nell’intimità:

Quartiere Generale di Pasto, 30 gennaio del 1823.

Mia adorata Manuelita:

Ho ricevuto la tua apprezzabile missiva che delizia l’anima mia e che, al tempo stesso, mi ha fatto saltare fuori dal letto; al contrario sarei stato vittima dell’ansia da essa in me provocata. Manuela bella, Manuela mia, oggi stesso lascio tutto e parto, per quella scintilla che trascende l’universo, vado a trovare la più dolce e tenera tra le donne che colma le mie passioni con  il desiderio infinito di goderti qui e ora, non importa quale sia la distanza. Che impressione ti fa? É vero che anch’io sono pazzo di te? Tu mi nomini e sono tuo all’istante. Sappi, amica mia, che in questo momento canto la tua musica, vocalizzando il motivo che tu ascolti. Penso ai tuoi occhi, ai tuoi capelli, all’aroma del tuo corpo e alla levigatezza della tua eterea figura e già sono in viaggio, così come Marco Antonio si diresse verso Cleopatra. Vedo la tua eterea figura davanti ai miei occhi, e sento un mormorio che desidera sfuggire dalla tua bocca, disperatamente, per venirmi incontro. Aspettami, fallo abbigliata con quel velo blu e trasparente, cosi come la ninfa che affascinò l’argonauta.

Tuo Bolívar[1]

È un dialogo brutale avvolto di grazia, ad esempio in una lettera del 16 aprile 1826, Bolívar notifica a Manuela che si prepara con esercizi non solo per continuare la sua lotta emancipatrice  ma anche per il suo prossimo incontro con lei:

La Magdalena, 16 aprile 1826

Adorata Manuelita:

Oggi comincio un regime disciplinare che mi sarà molto utile nell’adempimento delle mie successive azioni. Dormirò poche ore, renderò culto alla temperanza e alla castità, virtù meritevoli del rispetto dell’uomo.

I miei esercizi incominceranno spuntando l’alba e la mia consacrazione sarà la corrispondenza, nella quale tu non sarai esclusa con il pretesto della mia condizione. No! Al contrario, la tua immagine assorbe i miei pensieri nella calda bellezza dei tuoi ricordi che mi fanno soffrire tanto. Vitale è che non mi dimentichi di te, perché custodisco mille sforzi per ottenere tale disciplina nel tentativo di trovarmi più attivo per quando tu ed io staremo insieme.

Sempre tuo,

Simón Bolívar[2]

Non si tratta di raffigurare una forma di sensazionalismo storico, ma è il tentativo di rivelare l’argomento della storia dalla sua condizione più umana e nei suoi risvolti più reconditi e profondi. La storia d’amore tra Simón Bolívar e Manuela Sáenz è la storia di mille battaglie, per l’indipendenza, la libertà, la giustizia e l’uguaglianza, è una storia che trascende la profondità dei nostri cuori, che influenza tuttora il popolo latino americano e lo chiama alla riflessione, lo chiama a far parte di questa storia. L’invito è di rivivere la guerra d’indipendenza, le vicende di due persone che si amarono tra loro nella clandestinità, delle possibili cospirazioni, tradimenti, gloria e amore che sempre conquistano, anche dopo la vita, anche dopo la morte. La corrispondenza tra questi due personaggi si basa su brevi lettere, scritte con la lingua tipica del tempo e con uno sfondo pieno di passione. Anche se non riportano sempre una linea temporale definita, mostrano gli alti e bassi del loro rapporto. Le intestazioni sono solitamente formali, con espressioni come “mio signore” o “mio caro Simón”.  Manuela Sáenz rivela con esaltazione l’amore che sente per Simón Bolívar, caratterizzato da uno stile romantico. In queste corrispondenze appaiono le opinioni di Manuela Sáenz sulle campagne militari e sulle guerre. Descrive concretamente gli eventi che si svolgono intorno a lei e mostra le sua conoscenze legate alla politica. Inoltre, le corrispondenze indicano i sentimenti patriottici di questa donna, e la difesa del movimento indipendentista. Tuttavia, è il tema dell’amore è quello più presente in queste lettere, palesando spesso la passione che Manuela Sáenz ha sentito per il suo amante, cosa che porta a pensare che questa donna non si sarebbe mai innamorata di un uomo senza grandi obiettivi e ambizioni. Lasciando da parte la politica, l’argomento che circonda ciascuna lettera è affettuoso e amorevole. Le prime quattro lettere evidenziano è che è una donna che conosce le sue libertà e ha una mentalità che non accetta l’ipocrisia[3].  Nelle lettere successive, Manuela Sáenz accetta il rifiuto del suo più vicino circolo sociale e tutte le convenzioni del tempo. Giustifica le sue azioni sostenendo che sono la conseguenza del matrimonio concordato e forzato che ha subito. La sua ribellione – e quella di tanti altri giovani del suo tempo, durante il XIX secolo – si basò sulla ricerca di un legame affettivo raggiunto per puro affetto. Il modo in cui i sentimenti sono sviluppati da Simón Bolívar segue  lo schema del movimento ” Sturm und Drang” (tempesta e impulso / movimento letterario sviluppato in Germania nella seconda metà del secolo XVIII). Manuela Sáenz esprime liberamente il piacere sessuale che condivide. Lei manifesta in ogni modo il desiderio fisico e la gelosia che sente per la distanza che li separa.  Manuela Sáenz è esaltata come donna, ridefinita grazie alla profondità dell’incontro d’amore e all’estasi sessuale. È necessario rilevare l’importanza dell’ultima lettera, che determina l’esito. Senza una data documentata, scritta dopo la morte di Simón Bolívar, Manuela Sáenz esprime la nullità delle lotte mondane, la presenza fissa della nostalgia, quanto sono effimeri i ricordi, che la vita senza significato può finire se la persona desiderata scompare:

Lettera di amore postuma di Manuela a Bolívar a Paita

Simón,

Mio amore: mio Simón triste e amareggiato. I miei giorni si vedono anche circondati per una scontrosa solitudine, piena della bella nostalgia del vostro nome.

Guardo anche e ritocco il colore dei ritratti che sono attestazione di un momento  apparentemente fugace. Le ore passano impavide davanti all’inquietudine assente dei vostri occhi che non stanno oramai con me; ma che in qualche modo mi seguono aperti, scrutando la mia figura. Conosco il vento, conosco le strade per arrivare dal mio Simón; ma io so che così così non posso rispondere a questo interrogativo di tristezza che mette in luce il vostro volto, e la vostra voce che non è oramai mia, già non mi dice niente.

Manuela[4]

La passione civico-militare di Manuela

È anche importante rilevare l’attività militante di Manuela a favore della causa libertaria delle città “grancolombiane” che non comincia con il rapporto con il Libertador, poiché quando si recò in Perù, dove andò a vivere con il suo marito inglese, James Thorne, aveva già ottenuto una posizione rilevante nella storia dell’indipendenza peruviana svolgendo molteplici mansioni a favore della rivoluzione, aiutando la rivoluzionaria e patriota Rosita Campuzano e altri indipendentisti che si riunivano a quel tempo a Lima, per svolgere un lavoro di spionaggio o di propaganda per l’indipendenza. [5]

L’11 gennaio del 1822, una volta liberato il Perù, il generale José de San Martín, con il consiglio del suo ministro Don Bernardo Monteagudo, emise il Decreto Supremo che creò l’Ordine del Sole del Perù, un ordine onorifico, con cui premiò e valorizzò (anche) le donne che avevano contribuito alla causa dell’indipendenza. Tra le donne che ebbero accesso al titolo onorifico di Caballeresas del Sol troveremo la marchesa  di Torre Tagle, Casa Boza, Castellón e Casa Muñoz, così come Rosita Campuzano, e, naturalmente,  Manuela Sáenz  Aizpuru. In qualche modo, Manuelita fu influenzata molto dalle donne che l’hanno preceduta nel pensiero libertario, diffuso presso l’Audiencia di Quito, dove si svolsero le prime sanguinose e memorabili battaglie Indipendentiste (1809-1810) cui parteciparono diverse donne, donne tuttora molto note alla storiografia nazionale ecuadoriana come Manuela Espejo (sorella del patriota Eugenio Espejo), Manuela Cañizares (nella cui casa i si riunivano i cospiratori), Josefa Tinajero, Mariana Matheu de Ascásubi (la scrittrice ecuadoriana più importante del tempo), María Ontaneda e Larrayn, Antonia Salinas, Josefa Frost, Rosa Zárate (eroina e martire), Maria de la Vega, Rosa Montufar e molte altre che saranno ignorate per il loro ingiusto anonimato. Manuela ha già nel suo cuore una profonda spaccatura, da un lato suo padre, un recalcitrante reazionario, e d’altra parte sua madre, difensora dell’indipendentismo. Il 14 novembre del 1816, Manuela viaggiò per Panama con il padre Don Simón Sáenz de Vergara, e lì incontrò il mercante James de Thorne e Wardlor, che sarebbe stato suo marito e cui alcuni biografi hanno dato il titolo di medico. Domenica 27 luglio 1817, Manuela e James hanno contratto il matrimonio nella chiesa di San Sebastián a Lima, Manuela aveva solo 22 anni.

Nel 1821 Manuela invia degli avvocati a Quito per riscattare l’eredità della madre e del nonno materno, ormai defunti; nel 1822, viaggia con le sue due schiave (che poi farà liberare) Jonathas e Nathan, a cui dimostrerà un immenso affetto. Con il suo arrivo a Quito, si stabilisce a casa del suo fratellastro Juan Antonio Sáenz de Campo e incontra l’altro fratellastro José María, che il generale José de San Martin aveva decorato con la Cruz de los Libertadores, il 25 agosto1821. Manuela incontra gli ufficiali dell’esercito liberatore di Quito, compreso il generale Antonio Jose de Sucre, con cui instaura una bella e forte amicizia che durerà fino alla fine dei suoi giorni. Ha anche incontrato il colonnello José María Córdoba con il quale però non ha avuto un buon rapporto. In seguito partecipa attivamente alle battaglie indipendentiste donando muli e denari per i rifornimenti militari. Durante la battaglia di Pichincha del 24 maggio 1822, in cui suo fratello José María combatte sotto gli ordini del generale Sucre, Manuela offrirà supporto materiale (in denaro) e logistico. Più tardi Manuela conoscerà Simón Bolívar, il Libertador, il 16 giugno 1822. Bolívar aveva 39 anni e Manuelita 27.  Nel momento in cui s’incontrano, s’innamorano all’istante, ballano tutta la notte, come se nessun altro esistesse, e inizia una relazione tra loro, che sarà molto criticata a causa dello stato civile di Manuela. Manuela sfidò la doppia morale coloniale e sarà coerente con quell’amore fino alla sua morte. Il suo rapporto d’amore con Bolívar è pieno di difficoltà e di assenze. Lei supporta le attività militari del Libertador, non a caso sarà nominata colonnella degli Ussari. Nel 1824 Manuela insiste con Bolívar per essere ammessa come combattente nella battaglia di Junin, e lui, che aveva sempre resistito, accettò[6].

Il passaggio della corrispondenza è così chiaro che ci inibisce altri commenti:

Huaràs, Quartier Generale, 9 giugno 1824

Manuelita, mia diletta:

Tu mi parli dell’orgoglio che senti per la tua partecipazione a questa campagna militare. Bene, amica mia: Vi chiedo di accettare le mie congratulazioni e allo stesso tempo i miei ordini! Volete provare le disgrazie di questa lotta? Andiamo! La sofferenza, le angustie, l’impotenza numerica e la mancanza di vettovagliamenti fanno dell’uomo più coraggioso un fantoccio di guerra. Un successo che incoraggia è rappresentato dall’incontrarsi da qualsiasi parte con una colonna di Goti ritardatari e togliergli i fucili. Tu desideri provare ciò! Bisogna essere disposti al maltempo, a strade tortuose marciando a cavallo senza tregua; la tua raffinatezza mi dice che meriti un alloggio decente e in battaglia non ve ne sono. Io non dissuado la tua decisione e la tua audacia, ma nelle marce non si può tornare indietro. Per ora ho solo un’idea che etichetterai come scabrosa: far passare l’esercito per la via di Huaras, Olleros, Chovein e Aguamina a sud di Huascaran. Pensi che io sia pazzo? Questi luoghi nevosi servono a temperare l’umore dei patrioti che gonfiano le nostre fila. Scommetto che non parteciperai? Ci aspetta una pianura che la Provvidenza ci dispone per il trionfo. Junin!  Che ne pensi?

All’amante idolatrata. Bolívar

Huamachuco 16 giugno 1824

a V. E. el Libertador Simón Bolívar

Mio caro Simón,

Mio diletto, le condizioni avverse che si presentano nel cammino della campagna militare che pensate di realizzare non intimidiscono la mia condizione di donna. Al contrario, io la sfido. Cosa pensate di me! Mi avete sempre detto che ho più audacia dei vostri ufficiali. No? Di cuore vi dico, non avrete compagna più fedele di me e le mie labbra non emetteranno alcun reclamo che farà rimpiangere la decisione di accettarmi. Mi porterete con voi? Beh, io verrò. Questa decisione non è avventata, ma viene dal coraggio e dall’amore per l’indipendenza (non sentitevi geloso).

Per sempre vostra

Manuela

Junin, Quartier Generale, 6 agosto 1824.

Alla signora tenente degli Ussari da parte di S. E. il Libertador e Presidente della Colombia[7]

Signora Manuela Sáenz.

Mia cara Manuela

In considerazione della risoluzione del Consiglio dei Generali di Divisione, e dopo aver ottenuto il loro consenso e presa nota della vostra  ambizione personale a partecipare alla selezione; visto il vostro coraggio e il vostro valore, la vostra  grande umanità nell’aiutare a  pianificare, dalla vostra colonna, le azioni che culminarono nel glorioso successo di questa giornata memorabile, mi affretto, essendo le ore 16.00, a concedervi il grado di Capitano degli Ussari,[8] affidandovi le attività economiche e strategiche del vostro reggimento, essendo voi la massima autorità in quanto sarà necessario prestare attenzione agli ospedali, considerando che questo è l’ultimo grado di contatto tra i miei ufficiali e le vostre truppe.

Compio così con la giustizia di offrirvi il riconoscimento della vostra gloria, congratulandomi di avervi accanto come il mio più amato ufficiale dell’esercito colombiano.

Il vostro affezionatissimo, S.E. Libertador Bolívar

Andahuaylas, Quartier Generale

26 settembre 1824

(Confidenziale)

Manuela Mia,

Per il 3 del prossimo mese, il desiderio è che ti senta con “Héctor”, al fine di coordinare ciò che più ci preoccupa. Il Colonello Salguero porta i dispacci sulla strategia, affinché Héctor veda l’opportunità di agire a Huamanga di fronte al Condorcunga. Il motivo è che tutti i battaglioni sappiano che il Libertador e Presidente sarà lì, con loro, nella sua tenda di campagna, benché, “ammalato”. Il Generale Solom verrà con la mia mula bruna affinché si creda che sia io.

Tu sarai molto utile al fianco di Héctor, ma è una raccomandazione per te, e un ordine del tuo Generale in Capo, che tu resti passiva dinanzi all’incontro col nemico. La tua missione sarà di “servirmi”, entrando e uscendo dalla tenda dello Stato Maggiore, portando brocche d’acqua per “rinfrescarmi”, e così a ogni uscita farai arrivare un mio ordine (i dispacci che sto inviandoti) a ogni Generale. Non disattendere le mie accortezze e la mia preoccupazione per la tua incolumità. Ti voglio viva! Se muori io muoio!

Tuo

Bolívar

Chalhuancada, Quartier Generale, 4 ottobre 1824

Alla signora Capitana degli Ussari della Guardia

Manuela  Sáenz

(Personale)

Carissima Manuelita

Ti chiedo con l’esortazione dei miei pensieri che combattono con l’ardore del mio cuore, di restare lì. Lo faccio non per separarmi da te, perché sei l’essere che più desidero e perché penso sempre a te. La tua presenza servirà affinché t’incarichi di farmi arrivare relazioni corredate di ogni particolare, che nessuno dei miei Generali mi farebbe sapere, più per le loro preoccupazioni personali che per intrighi o dissapori. Tenendomi informato di tutto quello che accade lì, posso osservare i due fronti, certo che tu riuscirai nella missione che ti sto affidando in quella sede.

Tuo di Cuore

Bolívar

Quartiere Generale di Huancayo, 24 ottobre 1824

Mia adorata Manuelita

Mia bella e buona Manuela, oggi ho ricevuto la Legge del Congresso della Colombia, del 28 di Luglio, che mi spoglia di tutte le Facoltà Straordinarie delle quali mi trovavo investito dal governo; trasferendole tutte, senza eccezione, a Santander.

Il mio cuore vede con tristezza l’orribile futuro di una Patria che soccombe davanti alla meschinità degli interessi personali e dei partiti.

Tutti nondimeno hanno una scusa. Invece tu ti conservi sempre fedele a me. Tuttavia, per l’amore che mi manifesti, non fare nulla che ci condanni entrambi. Fai finta che siano solo voci dei miei detrattori, conserva la compostezza che è  d’obbligo in queste situazioni, mentre io ricorro al mio intuito al fine di organizzare la mia dispensa da queste responsabilità a Sucre.

Tuo Bolívar

Chancayo, 9 novembre 1824

Mia adorata Manuelita

Sono molto grato per la tua opportuna corrispondenza che m’informa degli odi di questa gente perniciosa, in maggioranza contadini, che senza altro motivo che quello della loro insubordinazione, istigano le truppe, così come per le informazioni sulla condotta dei Generali Uno e Heres.

Sucre già ha ricevuto ordini pertinenti ed è in marcia; tu abbi pazienza e resta nell’attesa del mio ritorno, che sarà molto presto, poiché desidero le tue gentili carezze e contemplarti con la mia passione che è pazza di te. Il tuo unico uomo,

Bolívar

Quartiere Generale di Huancavelica, 20 dicembre 1824

Signora Manuela  Sáenz.

Apprezzata Manuelita:

Ricevendo la lettera del 10, il messaggio di Sucre, non mi resta altro da fare che sorprendermi della tua audacia perché il mio ordine di conservarti al margine di qualunque incontro pericoloso col nemico, non fu rispettato;  inoltre la tua sorda condotta, lusinga e nobilita la gloria dell’ Esercito Colombiano, per il bene della Patria che “come esempio superbo di bellezza, si impone maestosa sulle Ande”. La mia strategia mi diede la proverbiale ragione che tu saresti stata utile lì[9]; mentre io raccolgo orgogliosamente per il mio cuore, lo stendardo del tuo eroismo, per nominarti come mi si chiede: Colonnella dell’Esercito Colombiano.

Tuo

Bolívar

Lima 14 aprile del 1825

V. E. Generale Simón Bolívar

Mio Signore:

So che è partita con voi anche la mia unica speranza di felicità. Perché, allora, vi ho permesso di scivolare dalle mie braccia come acqua che svanisce tra le dita? Nel mio pensiero sono più che convinta che voi siate l’amante ideale, e il vostro ricordo mi tormenta per tutto il tempo.

Scopro che soddisfacendo i miei capricci s’inondano i miei sensi, ma non riesco a saziarmi in quanto è di voi che necessito; non c’è niente che si possa comparare con l’impeto del mio amore. Comprare profumi, vestiti costosi, gioielli, non lusinga la mia vanità. Tanto solo le vostre parole riescono a farlo. Se voi scriveste con caratteri minuti delle lunghe lettere, io sarei più che felice.

I miei lavori non finiscono mai, perché ne comincio uno e non finisco che ho già cominciato un altro. Confesso che sono come sfiancata e non riesco a fare niente. Ditemi cosa devo fare, perché non ne indovino una, e tutto per la vostra mancanza qui.

Se mi dite di venire, verrò volando fino alla fine del mondo, così fossi in capo al mondo!

La vostra povera e disperata amica,

Manuela [10]

Le difficili condizioni del viaggio non permisero a Manuela di raggiungere in tempo il campo di battaglia, ma tre giorni dopo, fu assorbita nell’esercito per curare feriti e seppellire morti dopo la battaglia di Junin.  Viceversa, partecipò attivamente alla battaglia di Ayacucho, al punto che, il generale Sucre inviò una lettera al Libertador in cui descrive il coraggio di Manuela Sáenz  e chiede che Manuela venga promossa al grado di colonnella. Simón Bolívar decide di concedere la promozione militare a Manuela ma questa decisione causa dei problemi con il vicepresidente della Colombia, Francisco de Paula Santander, che protestò indignatamente ed esortò Bolívar a degradare Manuela Sáenz, giacché considerò indegno concedere dei riconoscimenti militari a una donna. Bolívar rifiuta la richiesta di Santander, rispondendo che un esercito è fatto di eroi (in questo caso eroine) e questi sono simbolo di lotta e del valore.[11]

quiteña con il suo meraviglioso sorriso. Quel momento fu l’inizio della grande passione. Manuela era diventò improvvisamente una necessità vitale per il Libertador. Nell’ ottobre 1823, nonostante le obiezioni del generale Lara, Manuela fu ufficialmente incorporata nel personale di Bolívar su suggerimento del colonnello O’Leary, che sentiva un profondo affetto per lei. Manuela divenne custode e archivista dei documenti personali di Bolívar. Quando il Libertador si diresse in Perù, Manuela l’incontrò e la sua figura sarà presente in tutto quel complesso processo politico e militare, sia a Lima che a Trujillo. Lo scambio epistolare prova la fluidità della relazione dei due amanti. Più tardi s’incontrano nuovamente a Bogotá, e affrontano entrambi gli intrighi e le trame dei tradimenti contro il Libertador, fino a quando un famoso episodio di cospirazione si verificò. Il 25 settembre del 1828 tentarono di assassinare a Simón, ma l’attentato fallì grazie all’aiuto di Manuela. La dichiarazione d’indipendenza del Venezuela, l’opposizione alla Nuova Granada e la malattia causarono la dimissione di Bolívar dalla Presidenza della Gran Colombia nel 1830. Il 17 dicembre dello stesso anno Bolívar morì di tubercolosi. Dopo la sua morte, Manuela, a Bogotá tentò il suicidio facendosi mordere una spalla da un serpente velenoso, ma non riuscì giacché un gruppo di contadini la notarono e la salvarono. Negli anni successivi Manuela sopravvisse dedicandosi alla vendita del tabacco, traducendo e scrivendo lettere, facendo ricami o dolci su ordinazione. Nel 1856, vittima di difterite, morì. Il suo corpo fu gettato in una fossa comune. Anche se molti libri sono stati scritti sul lavoro e sulla figura di Simón Bolívar, pochi sono quelli che trattano il suo tempestoso amore con colei che è stata chiamata Libertadora del Libertador: Manuela Sáenz. Un numero variabile di lettere e documenti attesta ciò che è stato un rapporto intenso e impetuoso. L’epistolario tra Simón e Manuela oltre a essere traboccante e ardente di passione è schietto e persino tenero. Bolívar, lottando per la liberazione dei popoli del Sud America, fu nutrito dall’amore incondizionato che Manuelita Sáenz gli ha offerto. Anche se la storia ufficiale mostra Bolívar attraverso una prosa elegante e formale, le parole che lui e Manuela si scambiano negli anni rivelano invece una prosa  più informale e emotiva. Qui Bolívar si mostra come uomo inondato di forti sentimenti e non si ferma quando esprime le sue emozioni appassionatamente. Da parte sua Manuela, l’“amable loca” non si lascia  indietro: mostrare una scrittura potente dove non ci sono sentimenti ineffabili. Le lettere rivelano le battaglie che combattono, battaglie contaminate anche dalla distanza. Ci sono rimproveri e disaccordi per timore di un amore non corrisposto, Bolívar persino pretende che Manuela indossi solo un velo blu trasparente nell’intimità:

Quartiere Generale di Pasto, 30 gennaio del 1823.

Mia adorata Manuelita:

Ho ricevuto la tua apprezzabile missiva che delizia l’anima mia e che, al tempo stesso, mi ha fatto saltare fuori dal letto; al contrario sarei stato vittima dell’ansia da essa in me provocata. Manuela bella, Manuela mia, oggi stesso lascio tutto e parto, per quella scintilla che trascende l’universo, vado a trovare la più dolce e tenera tra le donne che colma le mie passioni con  il desiderio infinito di goderti qui e ora, non importa quale sia la distanza. Che impressione ti fa? É vero che anch’io sono pazzo di te? Tu mi nomini e sono tuo all’istante. Sappi, amica mia, che in questo momento canto la tua musica, vocalizzando il motivo che tu ascolti. Penso ai tuoi occhi, ai tuoi capelli, all’aroma del tuo corpo e alla levigatezza della tua eterea figura e già sono in viaggio, così come Marco Antonio si diresse verso Cleopatra. Vedo la tua eterea figura davanti ai miei occhi, e sento un mormorio che desidera sfuggire dalla tua bocca, disperatamente, per venirmi incontro. Aspettami, fallo abbigliata con quel velo blu e trasparente, cosi come la ninfa che affascinò l’argonauta.

Tuo Bolívar[12]

È un dialogo brutale avvolto in grazia, ad esempio in una lettera del 16 aprile 1826, Bolívar notifica a Manuela che si prepara con esercizi non solo per continuare la sua lotta emancipatrice  ma anche per il suo prossimo incontro con lei:

La Magdalena, 16 aprile 1826

Adorata Manuelita:

Oggi comincio un regime disciplinare che mi sarà molto utile nell’adempimento delle mie successive azioni. Dormirò poche ore, renderò culto alla temperanza e alla castità, virtù meritevoli del rispetto dell’uomo.

I miei esercizi incominceranno spuntando l’alba e la mia consacrazione sarà la corrispondenza, nella quale tu non sarai esclusa con il pretesto della mia condizione. No! Al contrario, la tua immagine assorbe i miei pensieri nella calda bellezza dei tuoi ricordi che mi fanno soffrire tanto. Vitale è che non mi dimentichi di te, perché custodisco mille sforzi per ottenere tale disciplina nel tentativo di trovarmi più attivo per quando tu ed io staremo insieme.

Sempre tuo,

Simón Bolívar[13]

Non si tratta di raffigurare una forma di sensazionalismo storico, ma è il tentativo di rivelare l’argomento della storia dalla sua condizione più umana e nei suoi risvolti più reconditi e profondi. La storia d’amore tra Simón Bolívar e Manuela Sáenz è la storia di mille battaglie, per l’indipendenza, la libertà, la giustizia e l’uguaglianza, è una storia che trascende la profondità dei nostri cuori, che influenza tuttora il popolo latino americano e lo chiama alla riflessione, lo chiama a far parte di questa storia. L’invito è di rivivere la guerra d’indipendenza, le vicende di due persone che si amarono tra loro nella clandestinità, delle possibili cospirazioni, tradimenti, gloria e amore che sempre conquistano, anche dopo la vita, anche dopo la morte. La corrispondenza tra questi due personaggi si basa su brevi lettere, scritte con la lingua tipica del tempo e con uno sfondo pieno di passione. Anche se non riportano sempre una linea temporale definita, mostrano gli alti e bassi del loro rapporto. Le intestazioni sono solitamente formali, con espressioni come “mio signore” o “mio caro Simón”.  Manuela Sáenz rivela con esaltazione l’amore che sente per Simón Bolívar, caratterizzato da uno stile romantico. In queste corrispondenze appaiono le opinioni di Manuela Sáenz sulle campagne militari e sulle guerre. Descrive concretamente gli eventi che si svolgono intorno a lei e mostra le sua conoscenze legate alla politica. Inoltre, le corrispondenze indicano i sentimenti patriottici di questa donna, e la difesa del movimento indipendentista. Tuttavia, è il tema dell’amore è quello più presente in queste lettere, palesando spesso la passione che Manuela Sáenz ha sentito per il suo amante, cosa che porta a pensare che questa donna non si sarebbe mai innamorata di un uomo senza grandi obiettivi e ambizioni. Lasciando da parte la politica, l’argomento che circonda ciascuna lettera è affettuoso e amorevole. Le prime quattro lettere evidenziano è che è una donna che conosce le sue libertà e ha una mentalità che non accetta l’ipocrisia[14].  Nelle lettere successive, Manuela Sáenz accetta il rifiuto del suo più vicino circolo sociale e tutte le convenzioni del tempo. Giustifica le sue azioni sostenendo che sono la conseguenza del matrimonio concordato e forzato che ha subito. La sua ribellione – e quella di tanti altri giovani del suo tempo, durante il XIX secolo – si basò sulla ricerca di un legame affettivo raggiunto per puro affetto. Il modo in cui i sentimenti sono sviluppati da Simón Bolívar segue  lo schema del movimento ” Sturm und Drang” (tempesta e impulso / movimento letterario sviluppato in Germania nella seconda metà del secolo XVIII). Manuela Sáenz esprime liberamente il piacere sessuale che condivide. Lei manifesta in ogni modo il desiderio fisico e la gelosia che sente per la distanza che li separa.  Manuela Sáenz è esaltata come donna, ridefinita grazie alla profondità dell’incontro d’amore e all’estasi sessuale. È necessario rilevare l’importanza dell’ultima lettera, che determina l’esito. Senza una data documentata, scritta dopo la morte di Simón Bolívar, Manuela Sáenz esprime la nullità delle lotte mondane, la presenza fissa della nostalgia, quanto sono effimeri i ricordi, che la vita senza significato può finire se la persona desiderata scompare:

Lettera di amore postuma di Manuela a Bolívar a Paita

Simón,

Mio amore: mio Simón triste e amareggiato. I miei giorni si vedono anche circondati per una scontrosa solitudine, piena della bella nostalgia del vostro nome.

Guardo anche e ritocco il colore dei ritratti che sono attestazione di un momento  apparentemente fugace. Le ore passano impavide davanti all’inquietudine assente dei vostri occhi che non stanno oramai con me; ma che in qualche modo mi seguono aperti, scrutando la mia figura. Conosco il vento, conosco le strade per arrivare dal mio Simón; ma io so che così così non posso rispondere a questo interrogativo di tristezza che mette in luce il vostro volto, e la vostra voce che non è oramai mia, già non mi dice niente.

Manuela[15]

6.1 La passione civico-militare di Manuela

È anche importante rilevare l’attività militante di Manuela a favore della causa libertaria delle città “grancolombiane” che non comincia con il rapporto con il Libertador, poiché quando si recò in Perù, dove andò a vivere con il suo marito inglese, James Thorne, aveva già ottenuto una posizione rilevante nella storia dell’indipendenza peruviana svolgendo molteplici mansioni a favore della rivoluzione, aiutando la rivoluzionaria e patriota Rosita Campuzano e altri indipendentisti che si riunivano a quel tempo a Lima, per svolgere un lavoro di spionaggio o di propaganda per l’indipendenza. [16]

L’11 gennaio del 1822, una volta liberato il Perù, il generale José de San Martín, con il consiglio del suo ministro Don Bernardo Monteagudo, emise il Decreto Supremo che creò l’Ordine del Sole del Perù, un ordine onorifico, con cui premiò e valorizzò (anche) le donne che avevano contribuito alla causa dell’indipendenza. Tra le donne che ebbero accesso al titolo onorifico di Caballeresas del Sol troveremo la marchesa  di Torre Tagle, Casa Boza, Castellón e Casa Muñoz, così come Rosita Campuzano, e, naturalmente,  Manuela Sáenz  Aizpuru. In qualche modo, Manuelita fu influenzata molto dalle donne che l’hanno preceduta nel pensiero libertario, diffuso presso l’Audiencia di Quito, dove si svolsero le prime sanguinose e memorabili battaglie Indipendentiste (1809-1810) cui parteciparono diverse donne, donne tuttora molto note alla storiografia nazionale ecuadoriana come Manuela Espejo (sorella del patriota Eugenio Espejo), Manuela Cañizares (nella cui casa i si riunivano i cospiratori), Josefa Tinajero, Mariana Matheu de Ascásubi (la scrittrice ecuadoriana più importante del tempo), María Ontaneda e Larrayn, Antonia Salinas, Josefa Frost, Rosa Zárate (eroina e martire), Maria de la Vega, Rosa Montufar e molte altre che saranno ignorate per il loro ingiusto anonimato. Manuela ha già nel suo cuore una profonda spaccatura, da un lato suo padre, un recalcitrante reazionario, e d’altra parte sua madre, difensora dell’indipendentismo. Il 14 novembre del 1816, Manuela viaggiò per Panama con il padre Don Simón Sáenz de Vergara, e lì incontrò il mercante James de Thorne e Wardlor, che sarebbe stato suo marito e cui alcuni biografi hanno dato il titolo di medico. Domenica 27 luglio 1817, Manuela e James hanno contratto il matrimonio nella chiesa di San Sebastián a Lima, Manuela aveva solo 22 anni.

Nel 1821 Manuela invia degli avvocati a Quito per riscattare l’eredità della madre e del nonno materno, ormai defunti; nel 1822, viaggia con le sue due schiave (che poi farà liberare) Jonathas e Nathan, a cui dimostrerà un immenso affetto. Con il suo arrivo a Quito, si stabilisce a casa del suo fratellastro Juan Antonio Sáenz de Campo e incontra l’altro fratellastro José María, che il generale José de San Martin aveva decorato con la Cruz de los Libertadores, il 25 agosto1821. Manuela incontra gli ufficiali dell’esercito liberatore di Quito, compreso il generale Antonio Jose de Sucre, con cui instaura una bella e forte amicizia che durerà fino alla fine dei suoi giorni. Ha anche incontrato il colonnello José María Córdoba con il quale però non ha avuto un buon rapporto. In seguito partecipa attivamente alle battaglie indipendentiste donando muli e denari per i rifornimenti militari. Durante la battaglia di Pichincha del 24 maggio 1822, in cui suo fratello José María combatte sotto gli ordini del generale Sucre, Manuela offrirà supporto materiale (in denaro) e logistico. Più tardi Manuela conoscerà Simón Bolívar, il Libertador, il 16 giugno 1822. Bolívar aveva 39 anni e Manuelita 27.  Nel momento in cui s’incontrano, s’innamorano all’istante, ballano tutta la notte, come se nessun altro esistesse, e inizia una relazione tra loro, che sarà molto criticata a causa dello stato civile di Manuela. Manuela sfidò la doppia morale coloniale e sarà coerente con quell’amore fino alla sua morte. Il suo rapporto d’amore con Bolívar è pieno di difficoltà e di assenze. Lei supporta le attività militari del Libertador, non a caso sarà nominata colonnella degli Ussari. Nel 1824 Manuela insiste con Bolívar per essere ammessa come combattente nella battaglia di Junin, e lui, che aveva sempre resistito, accettò[17].

Il passaggio della corrispondenza è così chiaro che ci inibisce altri commenti:

Huaràs, Quartier Generale, 9 giugno 1824

Manuelita, mia diletta:

Tu mi parli dell’orgoglio che senti per la tua partecipazione a questa campagna militare. Bene, amica mia: Vi chiedo di accettare le mie congratulazioni e allo stesso tempo i miei ordini! Volete provare le disgrazie di questa lotta? Andiamo! La sofferenza, le angustie, l’impotenza numerica e la mancanza di vettovagliamenti fanno dell’uomo più coraggioso un fantoccio di guerra. Un successo che incoraggia è rappresentato dall’incontrarsi da qualsiasi parte con una colonna di Goti ritardatari e togliergli i fucili. Tu desideri provare ciò! Bisogna essere disposti al maltempo, a strade tortuose marciando a cavallo senza tregua; la tua raffinatezza mi dice che meriti un alloggio decente e in battaglia non ve ne sono. Io non dissuado la tua decisione e la tua audacia, ma nelle marce non si può tornare indietro. Per ora ho solo un’idea che etichetterai come scabrosa: far passare l’esercito per la via di Huaras, Olleros, Chovein e Aguamina a sud di Huascaran. Pensi che io sia pazzo? Questi luoghi nevosi servono a temperare l’umore dei patrioti che gonfiano le nostre fila. Scommetto che non parteciperai? Ci aspetta una pianura che la Provvidenza ci dispone per il trionfo. Junin!  Che ne pensi?

All’amante idolatrata. Bolívar

Huamachuco 16 giugno 1824

a V. E. el Libertador Simón Bolívar

Mio caro Simón,

Mio diletto, le condizioni avverse che si presentano nel cammino della campagna militare che pensate di realizzare non intimidiscono la mia condizione di donna. Al contrario, io la sfido. Cosa pensate di me! Mi avete sempre detto che ho più audacia dei vostri ufficiali. No? Di cuore vi dico, non avrete compagna più fedele di me e le mie labbra non emetteranno alcun reclamo che farà rimpiangere la decisione di accettarmi. Mi porterete con voi? Beh, io verrò. Questa decisione non è avventata, ma viene dal coraggio e dall’amore per l’indipendenza (non sentitevi geloso).

Per sempre vostra

Manuela

Junin, Quartier Generale, 6 agosto 1824.

Alla signora tenente degli Ussari da parte di S. E. il Libertador e Presidente della Colombia[18]

Signora Manuela Sáenz.

Mia cara Manuela

In considerazione della risoluzione del Consiglio dei Generali di Divisione, e dopo aver ottenuto il loro consenso e presa nota della vostra  ambizione personale a partecipare alla selezione; visto il vostro coraggio e il vostro valore, la vostra  grande umanità nell’aiutare a  pianificare, dalla vostra colonna, le azioni che culminarono nel glorioso successo di questa giornata memorabile, mi affretto, essendo le ore 16.00, a concedervi il grado di Capitano degli Ussari,[19] affidandovi le attività economiche e strategiche del vostro reggimento, essendo voi la massima autorità in quanto sarà necessario prestare attenzione agli ospedali, considerando che questo è l’ultimo grado di contatto tra i miei ufficiali e le vostre truppe.

Compio così con la giustizia di offrirvi il riconoscimento della vostra gloria, congratulandomi di avervi accanto come il mio più amato ufficiale dell’esercito colombiano.

Il vostro affezionatissimo, S.E. Libertador Bolívar

Andahuaylas, Quartier Generale

26 settembre 1824

(Confidenziale)

Manuela Mia,

Per il 3 del prossimo mese, il desiderio è che ti senta con “Héctor”, al fine di coordinare ciò che più ci preoccupa. Il Colonello Salguero porta i dispacci sulla strategia, affinché Héctor veda l’opportunità di agire a Huamanga di fronte al Condorcunga. Il motivo è che tutti i battaglioni sappiano che il Libertador e Presidente sarà lì, con loro, nella sua tenda di campagna, benché, “ammalato”. Il Generale Solom verrà con la mia mula bruna affinché si creda che sia io.

Tu sarai molto utile al fianco di Héctor, ma è una raccomandazione per te, e un ordine del tuo Generale in Capo, che tu resti passiva dinanzi all’incontro col nemico. La tua missione sarà di “servirmi”, entrando e uscendo dalla tenda dello Stato Maggiore, portando brocche d’acqua per “rinfrescarmi”, e così a ogni uscita farai arrivare un mio ordine (i dispacci che sto inviandoti) a ogni Generale. Non disattendere le mie accortezze e la mia preoccupazione per la tua incolumità. Ti voglio viva! Se muori io muoio!

Tuo

Bolívar

Chalhuancada, Quartier Generale, 4 ottobre 1824

Alla signora Capitana degli Ussari della Guardia

Manuela  Sáenz

(Personale)

Carissima Manuelita

Ti chiedo con l’esortazione dei miei pensieri che combattono con l’ardore del mio cuore, di restare lì. Lo faccio non per separarmi da te, perché sei l’essere che più desidero e perché penso sempre a te. La tua presenza servirà affinché t’incarichi di farmi arrivare relazioni corredate di ogni particolare, che nessuno dei miei Generali mi farebbe sapere, più per le loro preoccupazioni personali che per intrighi o dissapori. Tenendomi informato di tutto quello che accade lì, posso osservare i due fronti, certo che tu riuscirai nella missione che ti sto affidando in quella sede.

Tuo di Cuore

Bolívar

Quartiere Generale di Huancayo, 24 ottobre 1824

Mia adorata Manuelita

Mia bella e buona Manuela, oggi ho ricevuto la Legge del Congresso della Colombia, del 28 di Luglio, che mi spoglia di tutte le Facoltà Straordinarie delle quali mi trovavo investito dal governo; trasferendole tutte, senza eccezione, a Santander.

Il mio cuore vede con tristezza l’orribile futuro di una Patria che soccombe davanti alla meschinità degli interessi personali e dei partiti.

Tutti nondimeno hanno una scusa. Invece tu ti conservi sempre fedele a me. Tuttavia, per l’amore che mi manifesti, non fare nulla che ci condanni entrambi. Fai finta che siano solo voci dei miei detrattori, conserva la compostezza che è  d’obbligo in queste situazioni, mentre io ricorro al mio intuito al fine di organizzare la mia dispensa da queste responsabilità a Sucre.

Tuo Bolívar

Chancayo, 9 novembre 1824

Mia adorata Manuelita

Sono molto grato per la tua opportuna corrispondenza che m’informa degli odi di questa gente perniciosa, in maggioranza contadini, che senza altro motivo che quello della loro insubordinazione, istigano le truppe, così come per le informazioni sulla condotta dei Generali Uno e Heres.

Sucre già ha ricevuto ordini pertinenti ed è in marcia; tu abbi pazienza e resta nell’attesa del mio ritorno, che sarà molto presto, poiché desidero le tue gentili carezze e contemplarti con la mia passione che è pazza di te. Il tuo unico uomo,

Bolívar

Quartiere Generale di Huancavelica, 20 dicembre 1824

Signora Manuela  Sáenz.

Apprezzata Manuelita:

Ricevendo la lettera del 10, il messaggio di Sucre, non mi resta altro da fare che sorprendermi della tua audacia perché il mio ordine di conservarti al margine di qualunque incontro pericoloso col nemico, non fu rispettato;  inoltre la tua sorda condotta, lusinga e nobilita la gloria dell’ Esercito Colombiano, per il bene della Patria che “come esempio superbo di bellezza, si impone maestosa sulle Ande”. La mia strategia mi diede la proverbiale ragione che tu saresti stata utile lì[20]; mentre io raccolgo orgogliosamente per il mio cuore, lo stendardo del tuo eroismo, per nominarti come mi si chiede: Colonnella dell’Esercito Colombiano.

Tuo

Bolívar

Lima 14 aprile del 1825

V. E. Generale Simón Bolívar

Mio Signore:

So che è partita con voi anche la mia unica speranza di felicità. Perché, allora, vi ho permesso di scivolare dalle mie braccia come acqua che svanisce tra le dita? Nel mio pensiero sono più che convinta che voi siate l’amante ideale, e il vostro ricordo mi tormenta per tutto il tempo.

Scopro che soddisfacendo i miei capricci s’inondano i miei sensi, ma non riesco a saziarmi in quanto è di voi che necessito; non c’è niente che si possa comparare con l’impeto del mio amore. Comprare profumi, vestiti costosi, gioielli, non lusinga la mia vanità. Tanto solo le vostre parole riescono a farlo. Se voi scriveste con caratteri minuti delle lunghe lettere, io sarei più che felice.

I miei lavori non finiscono mai, perché ne comincio uno e non finisco che ho già cominciato un altro. Confesso che sono come sfiancata e non riesco a fare niente. Ditemi cosa devo fare, perché non ne indovino una, e tutto per la vostra mancanza qui.

Se mi dite di venire, verrò volando fino alla fine del mondo, così fossi in capo al mondo!

La vostra povera e disperata amica,

Manuela [21]

Le difficili condizioni del viaggio non permisero a Manuela di raggiungere in tempo il campo di battaglia, ma tre giorni dopo, fu assorbita nell’esercito per curare feriti e seppellire morti dopo la battaglia di Junin.  Viceversa, partecipò attivamente alla battaglia di Ayacucho, al punto che, il generale Sucre inviò una lettera al Libertador in cui descrive il coraggio di Manuela Sáenz  e chiede che Manuela venga promossa al grado di colonnella. Simón Bolívar decide di concedere la promozione militare a Manuela ma questa decisione causa dei problemi con il vicepresidente della Colombia, Francisco de Paula Santander, che protestò indignatamente ed esortò Bolívar a degradare Manuela Sáenz, giacché considerò indegno concedere dei riconoscimenti militari a una donna. Bolívar rifiuta la richiesta di Santander, rispondendo che un esercito è fatto di eroi (in questo caso eroine) e questi sono simbolo di lotta e del valore.[22]


[1] M. Espinosa Apollo (a cura di), Simón Bolívar y Manuela Sáenz, correspondencia intima, Centro de Estudios Felipe Guamàn Poma, Trama Ediciones, Quito, 2006, p.30, (la traduzione è mia).

[2] Ivi, p.81 (la traduzione è mia).

[3] Ivi, pp.26-28.

[4] Ivi, p.130, (la traduzione è mia).

[5] R. M. Grillo, Manuela Sáenz Before And After Bolívar, Università degli Studi di Salerno, Cultura Latinoamericana, Volume 21, numero 1, Salerno, 2015,  pp. 69- 80, su internet: http://www.culturalatinoamericanaplaneta.it/es/component/attachments/download/110, consultato il 10/10/2017.

[6] R. M. Grillo, Manuela Sáenz Before And After Bolívar, Università degli Studi di Salerno, Cultura Latinoamericana, Volume 21, numero 1, Salerno, 2015,  pp. 66- 78, su internet: http://www.culturalatinoamericanaplaneta.it/es/component/attachments/download/110, consultato il 10/10/2017.

[7] Questa è una comunicazione ufficiale che Bolívar invia a Manuela, come Generale in capo dell’ Esercito, premiando la valida partecipazione di Manuela alla battaglia di Junín.

[8] Ussari è il nome di uno dei battaglioni dell’ esercito colombiano che si crea durante la battaglia di Boyaca e che inciderà molto nella liberazione di Nueva Granada. Il nome deriva dalla loro cavalleria leggera e dalla divisa molto simile a quella degli omologhi soldati polacco-ungheresi dell’esercito del Regno di Polonia, del 16° secolo.

[9] Bolívar si riferisce alla battaglia di Ayacucho alla quale partecipa Manuela. Infatti, il Generale Sucre, inviò a Bolívar, il 10 dicembre, una missiva in cui chiede di concedere a Manuela il grado di Colonnella degli Ussari, per essersi particolarmente distinta in battaglia.

[10] M. Espinosa Apollo (a cura di), Simón Bolívar y Manuela Sáenz, correspondencia intima, Centro de Estudios Felipe Guamàn Poma, Trama Ediciones, Quito, 2006, pp. 44-52, (la traduzione è mia).

[11] R. M. Grillo, Manuela Sáenz Before And After Bolívar, Università degli Studi di Salerno, Cultura Latinoamericana, Volume 21, numero 1, Salerno, 2015,  pp. 69- 80, su internet: http://www.culturalatinoamericanaplaneta.it/es/component/attachments/download/110, consultato il 10/10/2017.

[12] M. Espinosa Apollo (a cura di), Simón Bolívar y Manuela Sáenz, correspondencia intima, Centro de Estudios Felipe Guamàn Poma, Trama Ediciones, Quito, 2006, p.30, (la traduzione è mia).

[13] Ivi, p.81 (la traduzione è mia).

[14] Ivi, pp.26-28.

[15] Ivi, p.130, (la traduzione è mia).

[16] R. M. Grillo, Manuela Sáenz Before And After Bolívar, Università degli Studi di Salerno, Cultura Latinoamericana, Volume 21, numero 1, Salerno, 2015,  pp. 69- 80, su internet: http://www.culturalatinoamericanaplaneta.it/es/component/attachments/download/110, consultato il 10/10/2017.

[17] R. M. Grillo, Manuela Sáenz Before And After Bolívar, Università degli Studi di Salerno, Cultura Latinoamericana, Volume 21, numero 1, Salerno, 2015,  pp. 66- 78, su internet: http://www.culturalatinoamericanaplaneta.it/es/component/attachments/download/110, consultato il 10/10/2017.

[18] Questa è una comunicazione ufficiale che Bolívar invia a Manuela, come Generale in capo dell’ Esercito, premiando la valida partecipazione di Manuela alla battaglia di Junín.

[19] Ussari è il nome di uno dei battaglioni dell’ esercito colombiano che si crea durante la battaglia di Boyaca e che inciderà molto nella liberazione di Nueva Granada. Il nome deriva dalla loro cavalleria leggera e dalla divisa molto simile a quella degli omologhi soldati polacco-ungheresi dell’esercito del Regno di Polonia, del 16° secolo.

[20] Bolívar si riferisce alla battaglia di Ayacucho alla quale partecipa Manuela. Infatti, il Generale Sucre, inviò a Bolívar, il 10 dicembre, una missiva in cui chiede di concedere a Manuela il grado di Colonnella degli Ussari, per essersi particolarmente distinta in battaglia.

[21] M. Espinosa Apollo (a cura di), Simón Bolívar y Manuela Sáenz, correspondencia intima, Centro de Estudios Felipe Guamàn Poma, Trama Ediciones, Quito, 2006, pp. 44-52, (la traduzione è mia).

[22] R. M. Grillo, Manuela Sáenz Before And After Bolívar, Università degli Studi di Salerno, Cultura Latinoamericana, Volume 21, numero 1, Salerno, 2015,  pp. 69- 80, su internet: http://www.culturalatinoamericanaplaneta.it/es/component/attachments/download/110, consultato il 10/10/2017.

Venezuela: il Chavismo ha vinto in 17 regioni contro 5 dell’opposizione

di MADDALENA CELANO

da www.ilsudest.it

I candidati governativi hanno vinto almeno in 18 regioni su 23 alle ultime elezioni regionali del Venezuela, questa domenica, ha dichiarato il presidente del CNE (National Electoral Council, CNE), il Consiglio Nazionale delle Elezioni. L’opposizione ha affermato di non riconoscere i risultati delle elezioni fino a che non fosse stata compiuta una verifica per confermarne la veridicità.

La partecipazione alle elezioni è stata pari al 61,14%. Maduro ha prontamente dichiarato: “Stringo le mani ai cinque governatori dell’opposizione per lavorare con loro nelle loro regioni”, ha detto “il mio appello è per la pace perché credo che sia l’unico modo per recuperare la prosperità economica e la stabilità sociale”, ha affermato. Poco prima, l’opposizione venezuelana ha rivelato di avere “seri sospetti e dubbi” riguardo i risultati. In precedenza, Maduro stesso ha sottolineato che le elezioni regionali “sono un ulteriore passo avanti nel processo costitutivo per la pace”, aggiungendo che sono stati “un successo” che “riflettono il trionfo della democrazia, della Costituzione, delle libertà sociali e del libero Venezuela “.

Il PSUV è riuscito a sbrindellare la coalizione dell’opposizione Mesa de la Unidad Democrática (MUD) dello stato Miranda (centro nord), governata dal candidato presidenziale Henrique Capriles, e gli stati di Lara (ovest) e di Amazonas (sud). L’opposizione ha dichiarato di avere “seri dubbi” su quanto annunciato dalla CNE e ha dichiarato di non riconoscere i risultati e ha quindi chiesto ai suoi membri di controllare il processo. I venezuelani hanno votato questa domenica 15 ottobre per eleggere i governatori in una grande iniziativa elettorale in cui il governo e l’opposizione si sono finalmente radunati, dopo quattro mesi di manifestazioni violente che hanno lasciato 125 morti tra aprile e giugno. Poco prima delle elezioni Nicolas Maduro ha pubblicato, questa domenica, un video in cui chiese un’ ampia partecipazione pubblica “per dimostrare che il Venezuela ha una vigorosa democrazia, una democrazia rivoluzionaria“. “Dobbiamo andare a votare coscientemente per consolidare la pace”, ha affermato. Il presidente ha assicurato che queste regionali aiutano “a consolidare la pace e la prosperità economica”. Mentre tre dei più noti prigionieri politici dell’opposizione venezuelana hanno rilasciato, la scorsa domenica, una lettera a venezuelani per votare “massicciamente” e “punire” Maduro nelle elezioni regionali. Daniel Ceballos, Alfredo Ramos, Yon Goicochea e altri 15 detenuti firmarono una lettera trasmessa sui social network in cui denunciano l’incapacità di Maduro e i candidati governativi “di fronte ai gravi problemi del paese”. Nonostante le continue insinuazioni dell’ opposizione venezuelana, finora non sono stati rilevati né brogli, né irregolarità. Così affermano gli osservatori delle Nazioni Unite. Vi è una sola certezza in Venezuela, non sono possibili brogli nel sistema di votazioni poiché c’è una doppia identificazione degli elettori, prima con documento d’identità, poi con impronta digitale. Vi è una doppia certificazione del voto, prima emesso elettronicamente, successivamente introdotto nell’urna attraverso uno scontrino cartaceo che documenta la votazione avvenuta. Difficilissimo votare più volte. Le manovre di voto sono state monitorate da tre grandi gruppi di osservatori internazionali – gli osservatori di Unasur (Unione delle nazioni del sud, organismo multilaterale latinoamericano), gli osservatori del centro Carter e gli osservatori dello stesso CNE – ulteriormente da migliaia di rappresentanti di lista dell’opposizione presenti in diversi centri elettorali.

 

Il femminismo “latino”: una chiave di volta globale

Convegno:
Il femminismo “latino”: una chiave di volta globale
La Rivoluzione delle donne in America Latina: l’ALBA e l’esempio cubano.Città di Malnate (Varese), domenica 8 ottobre, h. 17:00,
presso la Sala Consiliare De Mohr.
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L’evento progettato dall’Ass. Sharazade cultura e spettacolo senza frontiere, patrocinato dal Comune di Malnate, dalla Provincia di Varese, dall’Ambasciata di Cuba a Roma e dal Consolato dell’Ecuador di Milano, si svolge in collaborazione con l’Ass. Un’ Altra Storia, la Villetta per Cuba, la Città delle Donne e la partecipazione dell’attrice Francesca Brusa Pasqué.

***

Quando la nave Granma sbarcò sulle spiagge di Cuba con a bordo 82 ribelli tra cui Fidel Castro, Ernesto “Che” Guevara ed il partigiano italiano Gino Doné Paro,
e la guerra aperta contro il dittatore Batista cominciò, non vi furono donne nella spedizione. Ma subito dopo, donne come Vilma Espín, Celia Sanchez, Haydée Santamaria, Aleida March e altre innumerabili donne cominciarono a seguire le operazioni militari che condussero alla vittoria della Rivoluzione Cubana. All’interno della rivoluzione, le donne cubane diedero un contributo notevole all’edificazione di una società nuova. Le donne cubane in questo momento hanno pieno accesso all’istruzione, a tutte le opportunità professionali, a tutte le cariche governative, politiche e istituzionali. Le donne cubane sono protette da un sistema di cura e assistenza completa: beneficiano di un’ottima sanità, gli anticoncezionali sono gratuiti, l’aborto è libero e, in caso di gravidanza, la donna comunque può usufruire di lunghi permessi regolarmente retribuiti. A Cuba gli asili-nido e le scuole per l’infanzia sono gratuiti ed esistono diverse forme di assistenza per l’infanzia e la maternità. Il sistema cubano garantisce alla madre il vantaggio di essere madre ma, nello stesso tempo, di essere lavoratrice o donna in carriera senza alcun problema. Sfortunatamente, escludendo paesi come il Venezuela, l’Ecuador, il Nicaragua o la Bolivia, che hanno seguito un faticoso e contrastato percorso di lotta sociale e politica (l’adesione all’ALBA, ovvero l’ Alternativa Bolivariana per le Americhe) che ha riscattato la donna, come tutti i lavoratori e i diseredati, il resto dell’America Latina ancora naviga in cattive acque. L’esempio delle zapatiste messicane o delle colombiane aderenti alle FARC, sono modelli di donne combattenti che hanno condotto scelte estreme e radicali ma che, tuttora, vivono situazioni estremamente problematiche, private dei più elementari diritti sociali e buona parte dei diritti civili. Esempi di donne che, evadendo da ambienti e situazioni a loro chiaramente ostili, si sono ribellate tentando di creare una società alternativa, in opposizione a quella dominante. In Messico, le donne continuano a essere sfruttate sessualmente attraverso tratta e rapimenti, sono assassinate ai confini tra USA e Messico o sono incarcerate se decidono di abortire. Nel resto della Colombia, le donne continuano a essere rapite, condannate alla povertà, al terrore statale o a divenire oggetti sessuali alla violenta mercé di gruppi paramilitari.
I grandi conseguimenti che hanno migliorato la vita di molte donne hanno mostrato degli esempi da seguire, ma ogni messicana, ogni colombiana e tutte le donne latinoamericane meritano una vita di dignità. Ciò sarà possibile solo quando il femminismo comunitarista e indigenista diverrà parte essenziale dell’agenda nazionale degli stati latinoamericani. Le femministe latinoamericane stanno lottando per una vera uguaglianza, per un’autentica rappresentanza politica, per cibo e istruzione gratuiti, contro il dogma neoliberista che desidera asservire la donna a un immaginario mercantile che la rende puro oggetto di consumo alla mercé delle oligarchie locali.

Obiettivi:
Il convegno è proposto con l’obiettivo di avviare un dibattito, un confronto costruttivo tra le donne italiane, le donne immigrate di origine nord-africana o mediorientale e la comunità d’immigrate “latino-americane” presenti sul territorio lombardo, e proporre un’agenda di proposte e valori condivisi.
L’Ass. Sharazade – Cultura e Spettacolo senza frontiere è, infatti, un’associazione no-profit, culturale, attiva nella difesa dei diritti umani che svolge attività di promozione e utilità sociale a favore degli associati e di terzi, con un’importante impronta culturale per il ravvicinamento mutuale tra il Sud ed il Nord del Mediterraneo e in un modo specifico tra il mondo arabo-musulmano, africano e l’Italia, promuovere la conoscenza delle culture degli immigrati in Italia e per la creazione di una cultura e politica della solidarietà e di educazione alle diversità. Sharazade ha una missione ambiziosa, difficile, ma profondamente giusta: contribuire a creare una società aperta verso le diversità in un mondo sempre più multietnico, multiculturale, nel rispetto e nella valorizzazione delle specificità etniche, culturali, religiose e di genere. Sharazade inoltre intende combattere il razzismo e la xenofobia attraverso l’interazione tra gruppi sociali diversi, perseguendo la reciproca conoscenza, il rispetto e le opportunità per tutti in una società fondata sulla pacifica convivenza, quale stimolo a un mondo più giusto e più rispettoso anche degli equilibri naturali. Desidera proporre una nuova visione del processo d’integrazione tra gli immigrati e la società italiana, in particolare rispetto agli attori organizzativi in esso coinvolti, chiamando gli stessi immigrati o figli d’immigrati a partecipare attivamente alla costruzione di tale processo.

“Che” Guevara a 50 anni della sua morte: più attuale che mai!

Articolo tratto da ilSudEst e Agoravox Italia

 di MADDALENA CELANO

La lotta armata rivoluzionaria ha occupato il centro della scena politica mondiale per quasi tre decenni.

Dallo scoppio della seconda guerra mondiale ai nostri giorni, abbiamo visto come vari popoli hanno ricorso alla guerra di guerriglia o altre forme di lotta armata di tipo popolare. Gli episodi più eccezionali, in termini di percorsi da seguire, sono stati guidati da concetti marxisti. Infatti, per più di un secolo, il ruolo di una tale teoria per il cambiamento rivoluzionario è stata un arduo dibattito. È evidente che il problema è complesso, soprattutto, tenendo conto i particolari tratti del tempo, del luogo e delle circostanze che determinano le discrepanze, o meno, tra un movimento armato o un altro, discrepanze che provengono anche da concrete situazioni rivoluzionarie difficili da affrontare a livello teorico e come approccio metodologico. Ora, nel periodo storico caratterizzato dalla ricerca di una trasformazione, di un passaggio da una società capitalista a un socialista, scopriamo  che le forme di lotta rivoluzionaria sono state create grazie alle idee e ai metodi di organizzazione dal movimento comunista internazionale. L’ultima proiezione di quel marxismo – l’ultimo in senso cronologico –  è la “Nuova Sinistra”. Tra gli ideologi di questa corrente,quattro sono generalmente riconosciuti come principali: Jean-Paul Sartre, Frantz Fanon, Herbert Marcuse e Ronald D. Laing. A loro si aggiunge  il Che Guevara, metà-ideologo e metà-uomo d’azione, che è riuscito a intravedere un percorso di transizione dalla teoria all’azione e dell’ “amore per l’umanità” alla violenza implacabile, elementi che, uniti, portano all’umanesimo rivoluzionario e che è solo il nucleo centrale del pensiero “Che”. Il pensiero di Guevara e la sua teoria del “foquismo”, oltre al suo lavoro politico, ha ispirato almeno due generazioni di giovani che hanno pensato che è necessario cambiare questo mondo in cui sopravvive semplicemente chi è più furbo e più scaltro, quest’ultima è l’unica vera possibilità offerta a noi, quella della sopravvivenza. La mia idea, quando affronto questo esposizione, non è quella di evidenziare una figura alla “moda”, intendo, al contrario, contrastare, per quanto mi riguarda, la recente tendenza al consumo che identifica il “Che” come prodotto glamour, cerco di rendere giustizia a uno dei personaggi che hanno maggiormente influenzato il pensiero contemporaneo.

Biografica Breve

Ernesto Guevara de la Serna, nato a Rosario, in Argentina, il 14 giugno 1928, in seno a una famiglia di classe media. Nel 1953 ha completato gli studi di medicina presso l’Università di Buenos Aires. Durante i suoi viaggi in diversi paesi dell’America Latina, si convinse che la rivoluzione violenta fosse l’unico modo per sradicare la miseria ed il degrado del Continente “latino” e per raggiungere l’unione politica delle nazioni sorelle del continente. Nel 1953 si recò in Guatemala dove il presidente Jacobo Arbenz intraprese un ampio programma di riforme sociali, ma il colpo di stato dell’anno successivo costrinse Guevara a trasferirsi in Messico. In Messico ha incontrato i fratelli Fidel e Raúl Castro che, insieme ad altri esuli cubani, stavano preparando un assalto rivoluzionario contro il governo di Fulgencio Batista.

Nel novembre del 1956, il gruppo rivoluzionario guidato da Fidel Castro sbarcò nella provincia cubana d’ Oriente. Durante il primo scontro con le truppe di Batista quasi tutti gli insorti furono uccisi, in pochi riuscirono a sopravvivere. Castro, Che (soprannome dato a Guevara a causa dalla sua origine Argentina) e gli altri sopravvissuti si sono rifugiati nella Sierra Maestra, dove comincia la rivoluzione che culminò nel gennaio del 1959 con l’ingresso trionfale all’Avana.

Guevara occupò posizioni di grande rilevanza nel governo di Fidel Castro: divenne direttore del Dipartimento dell’ Industria all’Istituto Nazionale di Riforma Agraria, Presidente della Banca Nazionale e Ministro dell’Industria. Rappresentò Cuba in conferenze e forum internazionali ed è stato notato anche per i suoi attacchi costanti all’imperialismo degli Stati Uniti. Considerato per il suo lavoro teorico come marxista eterodosso, Che Guevara ha incarnato gli ideali della gioventù sinistra negli anni ’60. Tra il 1965 e il 1966 è scomparso dalla vita pubblica e si fermò per qualche tempo nel Congo, dove ha collaborato all’organizzazione di un gruppo rivoluzionario. Nell’autunno del 1966, Che Guevara cominciò ad organizzare la guerriglia rivoluzionaria nella regione boliviana di Santa Cruz. L’8 ottobre dell’anno successivo il suo gruppo fu annientato dall’esercito boliviano consigliato dalla CIA. Ernesto Guevara è stato ferito e imprigionato; pochi giorni dopo venne assassinato. Così morì l’uomo che voleva creare l’“uomo-nuovo” con il suo esempio, con la sua vita, con le sue opere; un uomo che ha difeso le sue idee con le armi e con le sue teorie.

L’essenza della Filosofia del “Che”

Sarebbe assurdo trascurare le proposte teoriche presentate da Ernesto “Che” Guevara

senza prima essere guidati da criteri fondamentalmente marxisti (senza trascurare il leninismo), che hanno influenzato radicalmente la formazione del suo pensiero.

Quindi, Che Guevara è considerato, sia dai suoi studiosi così come da se stesso, un “marxista” ei suoi scritti confermano questo.

Ma oltre a questa caratteristica c’è un dettaglio fondamentale che è quello che dà una particolare sfumatura al pensiero di Ernesto Guevara: il fatto che la scoperta del marxismo non era per il Che una semplice e mera operazione intellettuale e bibliografica, ma il risultato di un’esperienza vissuta personalmente, come è stata la scoperta della miseria e dell’oppressione a cui sono sottomessi i popoli latinoamericani e con cui è entrato in contatto durante i suoi viaggi in tutto il continente. Da questa caratteristica, a sua volta, una delle qualità essenziali della sua versione marxista: è il carattere anti-dogmatico. Cioè, ha concepito questo contributo teorico come qualcosa che potrebbe e dovrebbe essere sviluppato in termini di trasformazione della realtà in sé.

Guevara si lamenta in diverse occasioni dell’”ortodossia” che ha trattenuto lo sviluppo della filosofia marxista; riferendosi alle premesse sistematicamente imposte dalla burocrazia; che si basavano su formulazioni e implementazioni di interpretazioni e contraffazioni ogni volta (in realtà) più eterodosse, sia del marxismo originale che del marxismo-leninismo; tutte sono scadute in un sistema di verità eterne, immobili e immutabili di assoluto dogmatismo. Esiste qualcosa di più ostile al marxismo? Una volta esposte approssimativamente le linee base del pensiero politico di “Che” Guevara, è necessario metterlo in relazione con altri elementi teorici che offrono come risultato la proposta del “Che” per quanto riguarda il suo “uomo nuovo” e quello per lui era il significato ultimo di ogni azione teorica e pratica di leader rivoluzionario. In questo senso possiamo osservare come interpreta in modo molto peculiare la filosofia marxista; traendone dall’interno il tocco umanistico che parte dell’inspirazione iniziale di questa teoria e per la cui difesa si basa su un passaggio di un discorso pronunciato da Fidel Castro nel 1961 in cui ha detto: “Chi ha detto che il marxismo è non avere anima, non avere sentimenti? Se fu proprio l’amore per l’uomo che generò il marxismo; fu l’amore per l’uomo, per l’umanità, fu il desiderio di combattere l’infelicità del proletariato, il desiderio di combattere la miseria, l’ingiustizia, il calvario e il continuo sfruttamento subìto dal proletariato, che fa sorgere dalla mente di Karl Marx il marxismo, esattamente quando il marxismo poteva sorgere, quando poteva sorgere una possibilità reale e, più che una possibilità reale, la necessità storica della rivoluzione sociale di cui fu interprete Karl Marx. Ma che cosa lo rese interprete della realtà, se non la ricchezza di sentimenti umani di uomini come lui, come Engels, come Lenin?”

Quell’umanesimo che osserviamo dal paragrafo precedente, può essere ricondotto alla genesi, allo sviluppo obiettivo del pensiero e dell’azione di Ernesto Guevara, aggiungendo un elemento puramente economico, ma senza trascurarlo, poiché ha condotto studi e proposte in questo settore; tuttavia, trascende il piano socio-economico e cerca in esso l’uomo che è considerato l’asse centrale e un fattore essenziale della rivoluzione. Per questo motivo l’umanesimo di Che Guevara è soprattutto un umanesimo rivoluzionario, giacché non si conforma al semplice fatto di interpretare la natura ma cerca di trasformarla.

Naturalmente, insieme a questo scenario troviamo un altro concetto legato al  materialismo storico. A proposito di questo tema, la visione di Guevara si scontra con una visione meccanicistica, non accetta la storia come meccanicamente determinata dall’accumulo di forze economiche ma piuttosto come un processo in cui le relazioni di produzione che sono un fatto oggettivo che interagiscono attraverso gli uomini che si muovono nel background storico. Si può quindi dire, generalmente, che  “Che” Guevara mostra una consapevolezza acuta della necessità di uno sviluppo del marxismo-leninismo, soprattutto per quanto riguarda i nuovi problemi sollevate dalle società in via di sviluppo, per le quali gli scritti di Guevara costituiscono più di un’introduzione, necessaria ma ancora insufficiente.

Tuttavia, queste contraddizioni interne esistenti in una società sono quelle che creano senza dubbio le condizioni oggettive necessarie per una situazione rivoluzionaria. Ma Guevara osserva che queste caratteristiche non sono le uniche, né sono sufficiente a svolgere una rivoluzione che richiede azioni consapevoli da parte dell’avanguardia (intesa come gruppo guerrigliero) e, di conseguenza, delle masse popolari. Senza di esse la rivoluzione non può essere realizzata. Tutto questo è chiarito dalla famosa frase marxista che “non è la coscienza degli uomini che ne determina l’esistenza ma, al contrario, è l’ esistenza sociale che determina la coscienza”.

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