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Manuela Saenz Orinoco

Manuela Saenz

Venezuela: prove di finanziamenti illeciti a terroristi dell’ opposizione

Articolo tratto da ilSudEst

di MADDALENA CELANO

Il 16 Giugno 2017 il giornalista Boris Castellano diffonde dal suo account Twitter, un video in cui riprende guarimberos adulti che offrono denaro a minori in cambio di atti vandalici verso edifici ed opere pubbliche, denaro utilizzato per pagare  terroristi di estrema destra con lo scopo di generare violenza in diverse aree di Caracas orientale e in alcune parti del paese. Nel video diffuso dal giornalista Boris Castellano, si vede in dettaglio come uno di questi finanzieri fornisce le indicazioni ai guarimberos prima di andare a eseguire  atti violenti.

Cosa grave è che nel video si possono intravedere parecchi minorenni.

Purtroppo, il Venezuela vive un amara esperienza, a causa della irresponsabilità del dell’opposizione politica che ha deciso di lasciare il campo del dibattito civile, di muoversi nella morte e nel lutto.

Domenica, il presidente Nicolás Maduro ha toccato la questione del lavoro minorile nelle azioni sanguinose. Egli ha inviato una lettera a Papa Francesco affinché interceda contro la violenza dell’ opposizione alla Conferenza Episcopale Venezuelana. Ha chiesto anche all’ opposizione di cessare con il  reclutamento di minori che fanno incursione nelle loro operazioni violente.

Gli oppositori dicono che i minori reclutati per attentati dinamitardi saranno i nuovi liberatori del paese e che, infine, abbandoneranno la violenza dopo averla utilizzata per gli interessi legittimi.

Se muoiono, come è già successo, nessuno piange. Nessuno è responsabile del loro destino e quello della loro famiglia. Così sono i terroristi in qualsiasi parte del mondo.

Fonte: http://www.conelmazodando.com.ve/cara-e-tabla-vea-como-este-financista-da-instrucciones-a-terroristas-menores-de-edad/

La protesta estrema di una vittima di tratta

 

Sciopero della fame di un’ex vittima di tratta

 

 

Adelina Adeluna, ex vittima di tratta e schiavitù sessuale, scende in campo per uno sciopero della fame a Roma, dal 29 giugno in poi, per dare un messaggio alla politica e fare delle richieste importanti.

Quest’azione dimostrativa intende porre l’attenzione sulla schiavitù di donne costrette a vendere il proprio corpo a persone che, come dimostrano i video di Adelina, anche quando messe esplicitamente al corrente di avere a che fare con una persona obbligata da un pappone, continuano a interessarsi solo del proprio piacere.

Chiediamo ai comune di fermare questa tratta di schiave e di sanzionare con multe questi CLIENTI, e non le prostitute, in quanto esse non scelgono questa strada: non scelgono di essere carne in vendita; non scelgono di essere rinchiuse in postriboli; non scelgono di subire gli impeti violenti di questi uomini che pagano lo sfruttatore, e non realmente le donne che usano. Chiediamo ai giudici di non annullare le multe, come in passato è stato fatto, perché i sindaci hanno diritto di comminare multe non solo per una questione di decoro urbano, ma soprattutto per ORDINE PUBBLICO, che attiene all’incolumità delle persone, come queste schiave. Chiediamo inoltre ai comuni di non obbligare le donne a iscriversi come libere professioniste per far pagare loro le tasse. Secondo le sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo l’iscrizione non può essere una scelta imposta, e non può essere fatta da chi è alle dipendenze di qualcuno o da chi si trova per strada o in case di prostituzione: in quei casi, sono da considerare donne costrette, come, in effetti, sono, e quindi la cosa giusta da fare è semplicemente multare i clienti e indagare per scoprire chi sono i loro lenoni e arrestarli. Chiediamo a tutti di non utilizzare il termine “sex work” quando ci si riferisce a queste schiave che sono per strada o stipate in centri massaggi, night e altro, né per tutte coloro che sono soggette in ogni caso a un datore di lavoro, che è giusto chiamare con il proprio nome:

PAPPONE, SFRUTTATORE, VENDITORE DI CORPI ALTRUI.

Ognuna può dire solo per se stessa di aver compiuto una libera scelta, ma non potete parlare di “sex work” riguardo la quasi totalità del fenomeno della prostituzione, di donne stuprate a pagamento che hanno bisogno invece di tutela. Tutela che si compie iniziando anche a punire chi finanzia il loro sfruttamento, cioè i clienti.

 

Per maggiori informazioni consultare il gruppo facebook: https://www.facebook.com/Comitato-in-difesa-delle-Vittime-di-Tratta-e-contro-la-cultura-prosseneta-1331257863634815/

 

 

Comitato in difesa delle vittime di tratta e contro la cultura prosseneta

 

 

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José Martí e la politica rivoluzionaria latino-americana


 

di MADDALENA CELANO

articolo tratto da ilSudEst1320306082_d3190febe5

José Martí (Jose Marti Julian Perez, l’Avana, 1853 – Dos Ríos, Cuba, 1895) scrittore e politico cubano, fu un precursore di spicco del modernismo letterario americano e uno dei principali leader dell’indipendenza del suo paese, e principale esponente del pensiero politico cubano:

Confrontarsi con José Martí è una tappa obbligata per gran parte degli scrittori cubani: fissare un criterio di interpretazione intorno alla sua figura implica una professione di fede intellettuale, e anche qualcosa di più. Sia nei casi in cui è stato analizzato dal punto di vista letteraio, i più numerosi, sia quelli  in cui l’ attenzione si è appuntata alla sua figura politica, si è andati al di là di una mera lezione tradizionale (…) egli è stato un leader politico dell’ immigrazione e morì prima di potersi trasformare in un leader nazionale; è stato uno degli indipendentisti che fecero risorgere le ceneri del 1868, è stato un uomo buono e, più che un politico, fu un consumato moralista. La serietà delle ragioni va diminuendo man mano che la lista si estende, si allontana così l’ immagine di José Martí politico e rivoluzionario e rimane solamente l’ immagine di un esponente, più o meno rilevante, del separatismo della Spagna, e di uno scrittore eccezionale. I motivi reali obbediscono invece a profonde ragioni storiche: il fallimento della rivoluzione del ’95 a causa dell’ occupazione militare statunitense e l’ instaurazione di una repubblica semicoloniale legata a doppio filo all’ imperialismo americano. [1]

Nato in una famiglia spagnola con poche risorse economiche, all’età di dodici anni, José Martí, ha iniziato a studiare nella scuola comunale dove ha incontrato il poeta Rafael María de Mendive, che ha notato le qualità intellettuali del ragazzo e decise di dedicarsi personalmente alla sua istruzione.

Il giovane Martí restò attratto dalle idee rivoluzionarie e indipendentiste, e dopo l’inizio dei dieci anni Guerra e la prigionia del suo mentore, ha iniziato la sua attività rivoluzionaria: ha pubblicato il bollettino El Diablo Cojuelo, e poco dopo una rivista, La Patria Libre, che conteneva il suo poema drammatico Abdala. A diciassette anni José Martí fu condannato a sei anni di carcere per appartenenza a gruppi separatisti; ma la sua cattiva salute lavoro gli valse perdono e scarcerazione.

Deportato in Spagna, in questo paese pubblicò il suo primo lavoro importante, il dramma, l’Adultera. Ha iniziato a studiare legge a Madrid e si è laureato in Giurisprudenza e Filosofia presso l’Università di Saragozza. Durante i suoi anni in Spagna sorse in lui un profondo affetto per il paese, anche se non ha mai perdonato la sua politica coloniale. Nella sua opera La República Española ante la Revolución Cubana richiese alla Spagna di fare un atto di contrizione e di riconoscere gli errori commessi a Cuba.

Dopo aver viaggiato per tre anni in Europa e in America, José Martí, infine si stabilì in Messico dove sposò Carmen Zayas Cuba-Bazán e, poco dopo, grazie alla pace della Zanjón, che sancì la fine della Guerra dei Dieci Anni (1868-1878), tornò a Cuba. Perseguitato per le sue idee rivoluzionarie, si stabilì a New York e si dedicò interamente all’attività politica e letteraria.

Dalla sua casa in esilio, José Martí organizzò un nuovo processo rivoluzionario a Cuba, e nel 1892 fondò il Partito Rivoluzionario Cubano e la rivista Patria. Divenne perciò il leader più importante della lotta per l’indipendenza del suo paese.

Due anni più tardi, dopo l’incontro con il generale Maximo Gomez, riuscì a lanciare un processo d’indipendenza. Nonostante il sequestro delle loro navi da parte delle autorità degli Stati Uniti, riuscirono a far arrivare un piccolo contingente a Cuba. José Martí fu ucciso dalle truppe realiste a quarantadue anni. Martí è accanto a Simón Bolívar e José de San Martin, uno dei principali protagonisti storici nel processo di emancipazione dell’America Latina:

(…) la sua genialità e senso pratico della rivoluzione sono  espresse nell’unità che riuscì ad ottenere fra i vecchi combattenti dal 1868 coloro che, come lui, più  giovani, si  integravano con tale nuova forza nella lotta,  per darle ancora più  vigore e ampiezza. Martí il primo a dargli una struttura politica con la creazione del Partito rivoluzionario cubano, per garantire la continuità e conquistare l’indipendenza di Cuba e Portorico. Questo atto di fondamentale importanza rappresentò, in modo nuovo, un fattore di continuità con la lotta per l’indipendenza d’America, iniziata molti anni prima da Simón Bolívar el Libertador. Lo scossone organizzato dal 24 febbraio  1895 destò il popolo e significò la ripresa della guerra iniziata da Carlos Manuel de Céspedes, il 10 ottobre del 1868, nella fattoria di sua proprietà, La Demajagua, nel sud della provincia di Oriente.[1]

Poetica e Pedagogia in José Martí

Oltre ad essere un ideologo di primo piano e un politico influente, José Martí fu uno dei più grandi poeti latino-americani e la figura più importante nella transizione al modernismo in America che segnò l’arrivo di nuovi ideali artistici. Come poeta è conosciuto dai suoi Versi Liberi (1878-1882, pubblicati postumi); Ismaelillo (1882), un lavoro che può essere considerato un anticipo del bilancio modernista per il dominio della forma sul contenuto. Versos sencillos (1891), sono un libro di poesia certamente modernista in cui le note autobiografiche e il carattere popolare predominano. Scritto in gran parte nel 1882, le poesie Versos libres non videro la luce fino alla sua pubblicazione postuma nel 1913, molti anni dopo la sua morte. Martí faceva chiamare questi versi di “endecasillabi irsuti”, nati da grandi paure, o grandi speranze, dall’amore o dalla libertà selvaggia, si tratta di versi dal linguaggio vigoroso, buio e passionale.[1]

In Versos sencillos (1891), José Martí esprime il sentimento che risveglia la gioia della natura e il male della civiltà. In A mis hermanos muertos el 27 de noviembre (1872), pubblicato durante il suo esilio in Spagna, Martí ha dedicato i suoi versi agli studenti uccisi in un massacro che si verificò in quella data.

Il suo unico romanzo, Amistad funesta, chiamato anche Lucía Jérez e firmato con lo pseudonimo di Adelaida Ral, è stato pubblicato a puntate sul quotidiano El Latino-americano tra maggio e settembre 1885; anche se nel romanzo domina il tema dell’amore, in questo lavoro appaiono anche elementi di critica sociale. Tra le sue commedie è inclusa Abdala (1869), dramma simbolico in un atto, La Adúltera (1873) e Amor con amor se paga (1875), opere in versi e rilasciate in Messico.[2]

La prosa di Martí è stata influenzata dal lavoro dell’americano Ralph Waldo Emerson, per il quale la parola dovrebbe essere eloquente quanto poetica e intensa in un discorso semplice e conciso. Era consapevole, come forse erano solo i modernisti subito dopo di lui, di tutte le possibilità del linguaggio, e sembrava che le loro risorse siano state strettamente legate alle qualità umane delle persone. Sia la prosa che la poesia di Martí sono inseparabili dalla sua biografia; parte indiscutibile della sua massima preoccupazione, che altri non era che la politica. Il suo obiettivo a lungo termine fu di migliorare l’umanità, ma a breve termine fu la liberazione di Cuba, a cui ha dedicato tutti i suoi sforzi.

Pertanto, la produzione in prosa era per lo più funzionale ai suoi ideali sociali e politici, come i suoi saggi su Simón Bolívar, San Martin o il generale Paez. Martí è considerato anche tra i più grandi esponenti del pensiero Pedagogico latinoamericano, pensiero che di portata universale. Sintesi di questo pensiero latino-americanista, innovativo e rivoluzionario, sono appunto Simón Bolívar e José Martí, che legittimarono l’espressione più alta e finita dell’anti-imperialismo, del patriottismo e dell’indipendenza nazionale, valori, che sono l’essenza stessa dei progetti rilasciati da entrambi i pensatori e corpus etico che compone il patrimonio latino-americano. In Bolívar e Martí i valori morali sono impostati come motore verso la perfezione umana. Da qui la loro forte connotazione umanistica. L’etica di Martí è fortemente Bolívariana, il fondamento della formazione è l’ideologia, formazione e ideologia sono elementi volti a trasformare la realtà sociale esistente nei termini di una consistente rappresentatività di tutto il potere politico che è costituito dal popolo. L’etica è sempre stata associata all’indipendenza che costituisce l’obiettivo principale della sua vita espressa in valori morali come il rispetto, il patriottismo, la dignità, l’onore e l’onestà che sono configurati in un ideale educativo che porta alla libertà sociale e personale. In Simón Bolívar possiamo scorgere un pensiero etico incarnato nell’aspirazione d’integrità e di libertà continentale, che non è solo un sistema di regole e principi costantemente ragguagliato e articolato ma il torrente d’idee che emanano i suoi scritti e i suoi discorsi, maturati nella sua vita quotidiana. La ricchezza teorica acquisita da Bolívar, attraverso il suo Maestro Simón Rodríguez ha le sue radici nelle idee di dell’illuminismo, nell’empirismo e nell’ enciclopedismo e soprattutto nell’eredità pedagogica di John Locke (1632-1704) e Jean Jacques Rousseau (1712- 1778). L’eredità lasciata dal colonialismo nelle nazioni latino-americane è stata diffusa per anni, privando le popolazioni in tutto il continente, non solo dell’educazione spirituale riguardo i diritti fondamentali e doveri, ma anche molti di questi a vivere con una certa impotenza e una visione ristretta dei governi americani che sono stati formati per servire i coloni e non per servire il popolo. Non a caso Bolívar, nell’analizzare la realtà sociale, considera la formazione latinoamericana come una necessità per l’esercizio della vita pubblica vista in due direzioni: la prima, in materia d’istruzione che deve essere il la giuda al destino della loro nazione e la seconda nella visione che deve avere il governo di responsabilizzare i cittadini per una vita di temperanza, saggezza e valori morali legittimi. Questa idea è stata delineata nel Discorso di Bogotà nel mese di gennaio 1815 al riferimento:

“(…) la sabiduría, el valor y la templanza producen en el alma un orden y una armonía en sus funciones, que Platón llama justicia interior .La justicia exterior es solo la realización de un orden análogo en la sociedad. El hombre más justo en sí mismo es también el más justo en sus relaciones con los demás. La justicia lleva en sí la beneficencia. Hay que hacer bien a todos los hombres; no hay que hacer daño a nadie. No se debe volver injusticia por injusticia. ( la justicia es la reina de la virtudes republicanas y con ella se sostienen la igualdad y la libertad”.[1]

Ciò è resa nell’esplicita concezione della giustizia articolata nella trilogia rivoluzionaria di uguaglianza, libertà e fraternità, che è stata accettata e difesa nella loro lotta per l’emancipazione sociale. Bolívar considera la giustizia come virtù essenziale, essendo questa la creazione di un nuovo ordine che deve essere basato sul riconoscimento dei diritti uguali di tutti gli esseri umani, l’opportunità e la condizione esterna per una buona vita. Il raggiungimento della giustizia a scapito di sacrificio personale è la virtù più alta che Bolívar aveva come rivoluzionario consegnato a una causa che l’ha accompagnato nella sua vita e concezioni illuminata dal senso d’impegno per il paese e gli ideali più legittimi che hanno difeso. L’aspetto e la cittadinanza morale, l’educazione fosse una preoccupazione costante per questo combattente perché vedeva in loro sostenere la causa della libertà e dell’individuo stesso. Qui notare una convergenza con Marti al suo meglio “essere colti è l’unico modo per essere liberi”.[1] Il riferimento a José Martí (1853-1895) queste riflessioni sono d’obbligo, perché se c’è un pensatore assimilato a Simón Bolívar, in America Latina, questo è proprio Martí, non solo per la sua emancipazione ideale e il suo desiderio d’indipendenza, ma anche per la convergenza dei loro concetti etici e educativi. L’ideale morale di José Martí è la vetta del pensiero etico a Cuba e la più alta espressione dell’etica della Liberazione Nazionale e continentale sostenuta da Bolívar, arricchita da Felix Varela, José de Luz y Caballero e Enrique José Varona. In questo senso la morale martiana è caratterizzata essenzialmente dalla negazione dell’individualità e realizzazione di un dovere sociale semplice e naturale.I valori morali sono il cuore dell’assiologia e dell’etica nel dare la sua connotazione di umanesimo. I valori morali e la ricchezza spirituale conservano un posto indicativo nell’opera martiana. Egli ritiene che avvicinandosi alla bontà, alla verità e alla bellezza, l’uomo si perfeziona. Le virtù dell’umanesimo sono considerati valori morali, come avere un rapporto speciale con il bene: tornare da lui, una volta assorbito nella vita umana. Per Martí, ottenere giustizia presuppone la realizzazione di diverse trasformazioni: crea un’originale cultura inclusiva e meglio di umanità e di storia nazionale; in linea fondamentale è chiara arretratezza socio-economica e ridurre le grandi differenze sociali; in politica è di stabilire uno stato indipendente e sovrano, sulla base della democrazia più autentica e dell’uguaglianza sociale; nel sistema legale si conforma il dovere speciale di garantire che le uguaglianze socialisiano rispettate.[2] José Martí fu uomo della Prima Internazionale in un’epoca in cui questa non esisteva più. Nel mondo c’era invece la Seconda Internazionale, con tutti gli aspetti, in parte positivi, che la caratterizzavano alla fine del XIX secolo. Martí non ebbe proposte realmente significative con i membri della Seconda Internazionale, ma nemmeno con quelli della Prima. Nel caso, comunque, si sarebbe trattato di un rapporto diretto con i “padri fondatori”. Il Contatto non si verificò ma, per ironia della storia, Martí vi andò molto vicino ben due volte. La prima volta fu in occasione dello scioglimento della prima internazionale, scioglimento che fu determinato dalle necessità della lotta contro Bakunin, ma che cresce a causa di un trasferimento degli uffici dell’ AIL (Associazione Internazionale dei Lavoratori) da Londra a New York. Mentre alcune federazioni del movimento anarchico in Europa (in Italia, nel Giura, etc.) prendevano nuovo vigore e vivevano un loro glorioso momento negli ultimi decenni del secolo, l’organizzazione diretta da Marx ed Engels fu costretta a vivacchiare stancamente per qualche anno negli Stati Uniti, prima di essere sciolta definitivamente. Ebbene, erano gli stessi anni in cui Martí viveva stabilmente negli Stati Uniti. Ma l’incontro non avvenne. La seconda occasione per un incontro ravvicinato (di un certo tipo), forse ancora più significativo, ruota intorno alla figura di un giornalista americano: Charles Anderson Dana.[3] Questi, nella propria vita, si trovò a dirigere due giornali e un’ enciclopedia: il New York Daily Tribune,  di cui fu direttore commerciale; e la  New American Cyclopaedia (dove sono riportate voci importanti, come “Bolívar” e “Ayacucho”, che furono scritte da Marx e verranno poi riprese in una polemica di Che Guevara contro lo stesso Marx, riguardo ciò che questi aveva scritto sull’America Latina) e il New York San, nel 1880,  quando Marx era ancora vivo. In quest’ultimo giornale che Dana pubblico anche gli scritti di José Martí. Affascinante figura di giornalista, Dana riuscì a realizzare in queste sue imprese editoriali un’autentica fusione di pensieri, epoche ed esigenze diverse. In generale, in quel crogiuolo di dibattiti e correnti politiche diverse troviamo l’accostamento casuale tra Marx e Martí, che non ebbe tuttavia sviluppi realmente significativi. Uno degli esempi più concreti è dato dal celebre articolo che José Martí scrisse sulla morte di Marx, nel diario “La Nación” di Buenos Aires, pubblicato il 29 marzo del 1883.[4] L’articolo ha carattere indubbiamente elogiativo  sulla figura del grande pensatore di Treviri,  collocandolo nel campo dei giusti e ponendo enfasi sui sentimenti di bontà che animò il capo della Prima Internazionale.  Ma nel proseguimento del necrologio, Martí inserisce elementi caratteristici della propria ideologia sociale (e non certo di Marx), che è riassumibile nella necessità dichiarata di non acuire i conflitti di classe, ma di mirare piuttosto comporli. Andando oltre l’occasione “ufficiale” fornita dall’elogio per Marx, vi sono altri elementi sui quali attirare l’attenzione. Ad esempio l’interesse per Ralph Waldo Emerson (1803- 1882), il grande “trascendentalista” statunitense a cui dedica un articolo ne La Opinión Nacional di Caracas, il 19 maggio 1882. In Martí l’americanismo non è in contrasto con il suo universalismo senza frontiere. Non si tratta solo di un’assenza di razzismo che, secondo Fanon, caratterizza l’autentica lotta anticolonialista; piuttosto si tratta di un fervente amore per l’unità dell’uomo e per l’umanità vista come essere collettiva e progressiva; giacché configurazione originale del “Grande Spirito”; perciò l’umanità è degna di stima, come creatura preziosa poiché insostituibile. Nella pratica di quest’amore, naturalmente vi sono gradazioni naturali. Per Martí ognuno deve dedicarsi, nell’opera del mondo, a ciò che è più vicino, non perché ciò che è “suo” sia, per il fatto di essere suo, superiore o più nobile o più virtuoso di ciò che è degli altri, ma perché l’influenza dell’uomo si esercita meglio e più naturalmente su ciò che conosce e da cui deriva dolore o gioia immediata.[5]


[1] Ibidem

[2] Ibidem

[3] C. Vitier, R. F. Retamar, Martí, Massari, Roma, 1995, pp. 29-31.

[4] B. Bosteels, Marx y Martí: lógicas del desencuentro, Nómadas  no.31,  Bogotá July/Dez. 2009, su internet: http://www.scielo.org.co/scielo.php?script=sci_arttext&pid=S0121-75502009000200005

[5] Ivi, pp.56-57.


[1] D. S. Yanes, Bolívar y Martí la herencia de Martí y Bolívar como guía para lucha revolucionaria de los pueblos, IV Conferencia Internacional “La obra de Carlos Marx y los desafíos del siglo XXI”, Facultad de Ciencias Sociales. U.O, Embajada de la República De Cuba en la República Bolivariana de Venezuela, su internet: http://www.embajadacuba.com.ve/bolivar-marti/, consultato il 13/06/2017.


[1] Ivi, p.209

[2] Ivi, p. 192.


[1] C. Vitier, R. F. Retamar, Martí, Massari, Roma, 1995, pp. 7-8.


[1] P. P. Rodríguez, Alle radici la politica rivoluzionaria di José Martí, Edizione Italiana a cura di Luciano Vasapollo, Efesto, Roma, 2017, pp. 29-30.

La “democratica” opposizione Venezuelana continua ad attaccare scuole materne!

Articolo tratto da ilSudEst

di MADDALENA CELANO

Questo 12 giugno, in Venezuela, almeno 900 lavoratori e 45 bambini di un asilo  sono stati colpiti da un attacco di gruppi violenti alla sede del Ministerio para Hábitat y Vivienda, ubicata a Chacao, stato del Miranda.

Chacao in Venezuela è l’unica e sola rocca-forte dell’opposizione.

L’attacco terroristico proviene da gruppi oppositori contro il Ministerio para Hábitat y Vivienda, al cui interno si trovavano 900 lavoratori e un asilo infantile che ospita ben 45 bambini che sono dovuti fuggire per strada, riportando ferite, traumi ed escoriazioni.  Il violento attacco parte da un municipio governato dal sindaco oppositore Ramon Muchacho, esponente del partito Primera Justicia, complice della violenza golpista. Le attività facinorose e teppistiche delle migliaia di oppositori che,  dal 2014, manifestano con violenza, degenerano spesso in autentici atti di vandalismo.

“Bande fasciste” che attaccano le imprese e gli enti pubblici, terminando spesso le loro marce con decessi e decine di feriti. Il governo venezuelano ha accusato l’ oppositore Leopoldo Lopez di istigare scontri.
Leopoldo Lopez è ricercato da anni per reati di omicidio, terrorismo, gravi lesioni, incendi a edifici pubblici, danni ai beni pubblici, reato d’intimidazione pubblica, istigazione a delinquere e reato di associazione eversiva, ma in Italia è continuamente celebrato ed esaltato come “eroe” dalla stampa nostrana. Una stampa che fa di tutto per “demonizzare” l’eroico esperimento sociale bolivariano, mentre dipinge in maniera edulcorata l’oligarchia parassitaria e criminale Venezuelana, coccolata e foraggiata direttamente dagli U. S. A.

In Venezuela le proteste violente incoraggiate e organizzate dall’opposizione solo nel 2014 hanno causato 43 morti e più di 800 feriti.

Intanto le campagne mediatiche italiane sostengono i promotori di violenza e violazioni dei diritti umani in Venezuela, dipinti come vittime o, secondo i casi, addirittura come “prigionieri di coscienza” mentre praticano espressamente l’eversione e la cospirazione violenta contro un governo legittimo, il tutto usufruendo persino di finanziamenti stranieri. In Venezuela “non vi sono prigionieri politici”, queste sono persone che hanno usato la violenza e che è per questo che sono state imprigionate. Nel caso di Leopoldo López, una delle menti delle proteste, si tratta di un uomo che l’ anno scorso ha messo in pericolo di vita 89 bambini, causando persino un grave incendio in un asilo infantile.

La piaga delle Guarimbas in Venezuela

Primo audio AUD-20170525-WA0026 (1).opus

 secondo e terzo audio AUD-20170525-WA0029 (1).opusAUD-20170525-WA0028.opus

Ultimo audio AUD-20170525-WA0030 (2).opus

Anche su www.ilsudest.it

 

Poche settimane fa, il Comitato delle Vittime delle Guarimbas (azioni di terrorismo eseguite dall’opposizione venezuelana) ha respinto la spirale di violenza alimentata da settori radicali della destra venezuelana, come parte dei piani per creare un clima d’ingovernabilità e quindi giustificare

l’intervento armato straniero.

Tutti i membri del comitato esprimono il loro totale rifiuto dei più recenti atti di vandalismo e di terrorismo commessi da alcuni sostenitori dei partiti politici dell’opposizione al governo nazionale, che hanno provocato la morte di otto persone e decine di feriti nelle ultime tre settimane.

Il diritto di protestare non può diventare una scusa per giustificare e legittimare gesti che costituiscono veri e propri atti di violenza e crimini. I membri dell’organizzazione, composta dalle vittime di violenza generata dal piano insurrezionale, registrano almeno 43 morti e oltre 800 feriti.

I membri del Comitato delle Vittime delle guarimbas (terrorismo) nella condizione di vittime e parenti degli scomparsi colpiti dalla violenza politica che si è verificato in Venezuela nel 2013 e nel 2014, rispetto ai recenti episodi di violenza che hanno danneggiato otto famiglie nel nostro paese, e fanno parte di un piano di reiterazione del crimine che proviene dagli anni precedenti, esprimono all’opinione pubblica quanto segue:

“Esprimiamo il nostro totale rifiuto dei più recenti atti di vandalismo e di terrorismo commessi da alcuni sostenitori dei partiti politici dell’opposizione al governo nazionale, che hanno provocato la morte di otto persone e decine di feriti nelle ultime tre settimane. Il diritto di protestare non può diventare una scusa per giustificare e legittimare atti che costituiscono veri e propri gesti di violenza e crimini.

Abbiamo ancora una volta chiamato in causa i leader politici dell’opposizione venezuelana per promuovere, tra i loro sostenitori, un clima di rispetto per il diritto alla vita e l’integrità personale cessando gli attacchi contro la popolazione venezuelana, che è condizionata dall’uso di esplosivi e da trappole mortali che vengono utilizzati da civili violenti che partecipano a manifestazioni organizzate dai settori che si oppongono al governo nazionale.

Percepiamo che anche se è stato assicurato nel paese il diritto d’espressione politica, diversi individui hanno trasgredito la natura pacifica che contempla la Costituzione, causando danni alla proprietà pubblica, ostacolando la libera circolazione e minacciando la vita dei civili e i funzionari della sicurezza che sono stati uccisi e feriti dai manifestanti, che realizza i livelli e gradi di violenza da settori dell’opposizione che hanno partecipato a questi eventi.

(…).

Esortiamo la comunità internazionale a respingere la violenza promossa dai settori dell’opposizione venezuelana, basta fare uso politico dei diritti umani per mostrare i colpevoli come vittime del potere statale!

Condanniamo la visione parziale e selettiva di alcuni mezzi dei media nazionali e internazionali che cercano di mettere a tacere e travisare i fatti di violenza e di odio promossi dall’opposizione venezuelana, dimenticando le persone effettivamente colpite dalla violenza politica, molte di esse, non hanno avuto alcun coinvolgimento in questo conflitto politico.”

Senza giustizia non c’è pace

Caracas, 21 aprile 2017

Purtroppo, per quanto concerne il Venezuela, sembrerebbe che nessuno si sia accorto che il 70 % delle risorse che entrano nella nazione hanno come destinazione l’investimento sociale, cifra record anche rispetto ai risultati passati riportati dal Comandante Chavez. Maduro ha sorretto un netto rifiuto del neoliberismo mondiale e dei governi di destra che si adeguano alle regole del Fmi e BM vale a dire: a) riduzione dello stato attraverso la privatizzazione delle risorse naturali e dei servizi pubblici. B) riduzione della spesa sociale. Liberazione di prezzi, di tassi di cambio e di tassi d’interesse e c) apertura al mercato globale attraverso trattati di libero scambio. A, b e c che il Venezuela, inoltre ha già ordinato uno studio di congelamento dei prezzi. Wow che presidente reazionario ed autoritario così strano!

A tal proposito, due settimane fa, mi sono giunte le registrazioni di una signora venezuelana che ha vissuto sulla propria pelle la cruda realtà delle “guarimbas”.

 

 

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La signora parla con un certo M., probabilmente una persona cara, di famiglia.  Lei esprime paura per quello che sta accadendo in Venezuela, sia a Caracas che nei paesini, parla di gente costretta a parlare male di Maduro e ad ammettere di essere chavista, addirittura parla di persone maltrattate (una signora in sedia a rotelle) e un uomo bruciato vivo. Sono gli oppositori del governo a farle paura e sostiene che ci sia una volontà precisa di sradicare l’impronta che Chavez ha dato al Paese.

La signora lamenta di non poter parlare di cose più piacevoli a questo Marcelo e ha paura per sua figlia e per suo nipote. Dice che teme che questo sia l’inizio della fine.

Innanzi tutto ringraziamo Aira Anna Maria Carrese per la traduzione dei dialoghi o parte di essi.

Audio

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“Ciao M. mio, come stai? Spero che tu stia bene. Qui, sai, uscendo dal lavoro (sono uscita presto, oggi), hanno bruciato 51 autobus. Stanno facendo cose assurde. Ieri, al capolinea dei bus di Pequiben, dove lavora uno dei miei zii, hanno preso il conducente con la forza e l’hanno obbligato a parlar male di Maduro; lo hanno fatto con la minaccia di bruciare l’autobus con la gente dentro. Stanno facendo cose terribili: una signora in sedia a rotelle l’hanno strattonata. Questo Paese è impazzito, Marcelo, quello che si vede e si legge è spaventoso per la gente che lo sta vivendo. Ma speriamo che tutto questo abbia una via d’uscita positiva, speriamo che non si trasformi in un’orda di violenza ancora maggiore. Fa paura, fa paura vivere così.  Ti voglio tanto bene, Marcelo, sono contenta che tu stia lontano da tutto questo.”

Primo audio AUD-20170525-WA0026 (1).opus

 secondo e terzo audio AUD-20170525-WA0029 (1).opusAUD-20170525-WA0028.opus

Ultimo audio AUD-20170525-WA0030 (2).opus

 

la seconda registrazione:

Ti dico, M., che niente sta andando come dovrebbe: né l’aspetto economico, né quello psicologico, né altro. Questo è terrorismo. Bruciare 51 autobus statali È terrorismo. Stanno portando in maniera folle questo Paese alla catastrofe. Sono preoccupata per mia figlia e per mio nipote. Ti bloccano la strada: siamo stati per molti giorni senza farina di grano; la gente che non poteva fare nulla, la panetteria che vendeva pochissimo; questo perché? Non c’è farina perché  bloccano la strada ai camion che la trasportano con la minaccia di darli alle fiamme. Ti chiedono se sei chavista. Questa settimana hanno bruciato vivo un uomo e ora è grave. Una situazione incredibile, Marcelo; non so che cosa leggi tu o che cosa scrive la stampa internazionale, forse che questa dittatura è la fine di tutto: menzogna, Marcelo, sono questi maledetti oppositori che stanno distruggendo tutto. Stanno nelle città principali (Maracaibo, Caracas) devastando tutto e poi dicendo che la colpa è della dittatura che c’è in questo Paese; quando bruciano qui e là dicono che sono stati gli infiltrati chavisti.

Ecco la terza e la quarta registrazione:

Pensa, M., vogliono estirpare il chavismo con tutte le radici, tutto, chiunque, perfino una segretaria! Tutto ciò ha a che fare con l’interesse a che il governo sia sradicato. È una follia. Quello che ti posso dire con certezza in tutta responsabilità, Marcelo, è che c’è paura, ho paura: questa situazione sembra l’inizio della fine: va avanti da quasi due mesi devastando tutto. Sono state contattate le organizzazioni internazionali, ma ho paura: la situazione è molto brutta e ho paura per mi figlia e per mio nipote,  Marcelo.

Quinta registrazione:

Mi dispiace non poterti dire cose piacevoli, M., però disgraziatamente quello che stiamo vivendo è un conflitto tremendo,  molto duro sebbene non ci troviamo in una guerra vera e propria. Non ci troviamo ancora in un blocco come Cuba, mi immagino come debba essere! Capisco che hai poco tempo, ma ti dico solo come ci sentiamo pur non stando noi come  tutti questi Paesi in guerra, come in Siria – povera gente! tutti questi anni di guerra e questo dolore – ma questa sensazione costante di desolazione e di spavento, questa è la nostra percezione collettiva. Come vive questa gente che ha vissuto una guerra così lunga, non voglio neanche immaginare che accada qui una cosa del genere.

Maddalena Celano

Donne e indigeni durante l’Indipendenza Sud-Americana

articolo tratto da: ilSudEst

di MADDALENA CELANO

 

La storia dell’indipendenza furono gli uomini e le donne a “farla”: difatti, è importante considerare anche la partecipazione di gruppi sociali fino a qualche tempo fa poco contemplati dalla storiografia; gli schiavi, i neri e gli indigeni non furono spettatori di quest’avvenimento ma, più che come semplice massa di soldati che agirono nell’una o nell’altra fazione, in diverse occasioni formularono addirittura progetti indipendentisti. Lo stesso accadde si può dire rispetto alle donne e al clero. Oltre all’eccezionale figura di Manuela  Sáenz e di Policarpa Salavarrieta,[1] incontriamo numerose donne che si aggregarono ai patrioti. Molte furono fucilate nelle piazze e tali episodi meriterebbero una riflessione molto più profonda sul loro ruolo in quelle gesta. Difatti, la guerra ebbe una forte incidenza nella vita familiare della Nuova Granada e, se la morte ebbe un significato all’epoca, lo ebbe direttamente sulle famiglie: la perdita di un padre, di un marito o dei figli ebbero forti implicazioni per le famiglie. A sua volta, il clero si trovò diviso di fronte alla battaglia. La società di allora era profondamente religiosa e il clero aveva un ruolo essenziale. Con l’arrivo dell’indipendenza, continuò a svolgere tale ruolo, ma a favore dell’una o dell’altra fazione. Vari sono i lavori che nel corso degli anni, e da differenti prospettive, hanno affrontato il tema delle donne durante le guerre d’indipendenza nella Nuova Granada e che hanno documentato la loro partecipazione a questi processi.[2]Le motivazioni delle donne che parteciparono alla rivoluzione furono varie. Indubbiamente, le donne furono influenzate dalle azioni dei membri maschili delle loro famiglie, sia che fossero loro sposi, amanti, padri o fratelli. Inoltre, nel corso del tempo, molte donne avevano preso coscienza del fatto di essere americane e di avere interessi differenti rispetto a quelli degli spagnoli nel Vecchio Mondo. Alla fine del XVIII secolo a Santafé diverse donne tra cui Francisca Prieto Ricaurte, moglie di Camilo Torres, Catalina Tejada e Andrea Ricaurte de Lozano appoggiarono tertulias y reuniones literarias che furono il seme dei nuovi ideali. Seguendo gli esempi di circoli similari in Spagna e Francia, erano considerati spazi privati di conversazione e discussione, che si sviluppavano generalmente nelle case delle famiglie più importanti. In questi spazi si leggevano, si ascoltavano e discutevano tanto gli scritti quanto le opinioni indipendentiste e le sentenze confrontandole tra i partecipanti. Parte importante di queste riunioni era commentare le notizie riguardanti gli avvenimenti europei, l’America ispanica e la politica locale. In queste riunioni dell’élite creola si originò e andò maturando un incipiente nazionalismo, dove uomini e donne, senza distinzione, condividevano informazioni riguardanti i temi d’interesse comune. Sebbene le donne dell’élite fossero state educate con il rigore delle antiche abitudini spagnole, che comprendevano l’apprendimento della lettura (che permetteva loro di leggere le orazioni e conoscere la vita dei santi), si proibivano loro la lettura di manoscritti, così come la scrittura, perché si pensava che facilitasse la condotta peccaminosa.[3]

Manuela dopo il matrimonio con l’Inglese James De Thorne, incontrò a Lima, Bernardo Monteagudo, segretario del Libertador San Martin. Monteagudo era in realtà l’ideologo della Rivoluzione: chi per primo definì l’ambito dei diritti civili e che teorizzò una forma embrionale di democrazia. È stato anche il primo a puntare sui diritti politici delle donne. In questo specifico punto Monteagudo, più di Bolívar, si avvicina alla figura di San Martin.[4] Manuela maturò la sua passione politica collaborando con i due illusti Libertadores, anni prima di conoscere Bolívar.

Come affermato nei capitoli precedenti e come rievoca il filosofo argentino N. Kohan, Manuela  Sáenz fu, sin da giovanissima, seguace delle idee del Generale San Martin, e sua fervida e fidata collaboratrice, prima di incontrare il Generale Simon Bolívar. Il Generale San Martin fu uno dei principali fautori dei diritti dei nativi americani sulle loro terre. È noto che San Martin s’incontrò con i capi indiani Pehuenches a El Plumerillo. Secondo Manuel de Olazabal, testimone oculare, San Martin disse ai capi indiani: “…voi siete i proprietari del Paese”. Quest’ultima è la stessa espressione di Bolívar nella sua Carta de Jamaica del 1815 che si riferisce agli indiani come i “legittimi proprietari del paese”. San Martin ha continuato in questo modo la tradizione di Moreno, Belgrano e Artigas che ha identificato nei popoli indigeni gli attori politici principali nella lotta per l’indipendenza.
Poi, arrivato in Perù, San Martin lancia un proclama in quechua, aymara e castigliano abolendo il tributo indiano:

A los indios naturales del Perú: Compatriotas, amigos descendientes todos de los Incas. Ya llegó para vosotros la época venturosa de recobrar los derechos que son comunes a todos los individuos de la especie humana, y de salir del estado de miseria y de abatimiento a que le habían condenado los opresores de nuestro suelo […]. Nuestros sentimientos no son otros, ni otras nuestras aspiraciones, que establecer el reinado de la razón, de la equidad y de la paz sobre las ruinas del despotismo, de la crueldad y de la discordia […] Me lisonjeo de que os manifestareis dignos compatriotas y descendientes de Manco Capac, de Guayna Capac, de Tupac Yupanqui, de Paullo Tupac, parientes de Tupac Amaru, de Tembo Guacso, de Pampa Cagua. Feligreses del Dr. Muñecas y que cooperareis con todas las fuerzas al triunfo de la expedición libertadora, en el cual están envueltos vuestra libertad, vuestra fortuna, y vuestro apacible reposo, así como el bien perpetuo de todos vuestros hijos. Tened toda confianza en la protección de vuestro amigo y paisano el general San Martín”. Allí San Martín apelaba a la memoria de los antiguos líderes insurgentes indígenas y a la de los recientes guerrilleros de las republiquetas como el cura Ildefonso Escolástico de las Muñecas.[1]

Femminismo e Comunitarismo Indigeno come eredità del Bolívarismo

L’America Latina è il Continente più cosciente della sua identità comunitaria e meticcia. Per la sua unità storico-militante, di sangue e utopia, di morte e speranza, essa ha il diritto di parlare collettivamente di alcune cause che le sono proprie. E queste Cause, giacché latinoamericane e poiché assunte come sfida esistenziale e come processo politico, hanno in sé tre costanti, tanto utopiche quanto necessarie e complementari fra loro:[1]

a) la scelta dei poveri, la scelta del popolo;

b) la liberazione integrale;

c) la solidarietà fraterna.

L’America-latina è figlia della cultura indigena, la cultura nera, la cultura meticcia, la cultura migratoria. Ciascuna di esse con la sua caratteristica, in parte conflittuale, secondo i tempi e le latitudini. Oggi, le quattro culture -scheletro e carne, sangue e pelle della Nuestra America – deve affrontare questa “cultura in arrivo”, che nega le identità, vieta l’alterità e soggioga in maniera neo colonizzatrice. Devono difendere la loro autoctonia. E per sopravvivere e, soprattutto, per dare un contributo con la loro originalità, devono fare un’alleanza fraterna e difendersi dai nuovi invasori, come un’unica America al plurale. India, nera, meticcia, migratoria, sia sempre più sé stessa, questa nostra America particolare. L’alternativa popolare, il socialismo latinoamericano, la democrazia integrale, la civiltà della povertà condivisa ma militante, la lotta per i diritti umani e per le trasformazioni sociali, la gratuità, la festa. La cultura “popolare”, e, per il fatto di essere popolare, “alternativo” – diverso da quello che ci offrono, contrario a quello che ci impongono, creativo di fronte al fatalismo quotidiano, è il programma più realista e la sfida più efficace per i popoli latinoamericani, per i loro leaders e politici, per i loro partiti e sindacati, per le chiese che vogliano essere latìnoamericanamente cristiane e per questo nuovo soggetto collettivo emergente che è il Movimento Popolare.[2]

3. La donna. Proprio essa, né più, né meno. Secolarmente emarginata in quasi tutte le culture, e anche in questa maschilista America Latina che di per sé è più “Matria” che “Patria” Grande, Abia Yala – terra vergine, madre in costante fecondità.[3] Le donne, tutte le donne – anche le nere, anche le indie, anche le povere, le “usate”, le sottomesse – stanno scoprendo una coscienza collettiva, si organizzano e sono, con molta frequenza, supporto e maggioranza nelle diverse sfere del movimento popolare. E lo saranno sempre più. E non soltanto nella pratica, ma anche nel pensiero, non solo come militanti, ma anche come leaders. E gli uomini, la Società e la Chiesa dovranno riconoscere, rispettare e dialogare, perché la donna latinoamericana ha scoperto la dignità, esige il rispetto dell’eguaglianza e accetta il dialogo a livello fraterno. Non vuole gli stupidi privilegi di un certo femminismo del primo-mondo e non accetterà facilmente che la Società o la Chiesa continuino a dichiarare come dogma di fede la presenza e l’azione della donna sempre in un secondo piano di sottomissione.

4. L’ecologia integrale. La comunione armoniosa con la Natura, madre e sposa, habitat e veicolo. Un’ecologia contemplativa e allo stesso tempo funzionale. Senza le distanze interessate con cui facilmente il primo Mondo difende l’ecologia lontana… Una “intersolidarietà” ecologica, dei diversi Popoli del Continente, dei Continenti fra loro perfino nella quotidianità del vicinato. Eredità ancestrale dei Popoli indigeni che han saputo così bene amare e rispettare la Natura, l’America Latina può e deve dare al mondo questa lezione attualissima di ecologia integrale. Non la Terra come un museo intoccabile, ma nemmeno la tecnica, l’industria e il mercato come legge e futuro onnipotenti. Il primo elemento essenziale dell’ecologia latino-americana è l’essere umano, la specie viva più minacciata dall’ambizione della stessa specie. Nuestra America desidera essere ecologia cosciente, convivenza pacifica, terra coltivata, utopia sognata.[4] L’incredibile miracolo della resistenza indigena dimostra che l’etnia è una delle forze più prodigiose della storia. Un’etnia è, infatti, indelebile e sopravvivrà purché i genitori possano educare i loro figli nella tradizione in cui essi stessi furono educati. Di fronte a questa resistenza, al volte incredibile, la questione che prima di tutto si pone è sapere con certezza chi sono i carnefici, verificare fino a che punto i latinoamericani di ieri e di oggi, i veri oppressori che, come successori degli avi iberici, continuiamo a perseguitare e massacrare gli indios. La verità è che le lotte della post-conquista non hanno avuto come principali protagonisti gli spagnoli e i portoghesi: siamo stati e continuiamo a essere noi, i neo-americani, i carnefici degli indios. Sia di quelli già sterminati, che di quelli sopravvissuti, ma che continuano a essere trattati come stranieri ed esotici nella loro stessa terra.[5] I cinquecento anni sono cinquecento milioni di latinoamericani, la presenza giovane più rilevante nel corpo dell’umanità. In realtà il processo civilizzatore provocato in questi cinque secoli ha avuto come effetto essenziale la nostra nascita. Questo è il risultato reale, palpabile, del movimento iniziato con l’espansione europea, che, per far posto a noi, ha estinto e cancellato migliaia di “popoli” con le loro lingue e culture originali, e ha sterminato per lo meno tre grandi civiltà. I latino-americani sono i figli della moltiplicazione prodigiosa di pochi europei e di ancor meno africani, su milioni di ventri di donne indigene, sequestrate e poi stuprate. Figli infedeli che, benché rifiutati dai padri quali meticci impuri, mai si sono identificati con i loro progenitori; al contrario, sono diventati i loro i più efficaci e odiosi oppressori e castigatori. Se ci indignammo per il dramma della Conquista, lo dobbiamo fare anche con il dramma, non certo minore, della dominazione che ne è seguita, che si è prolungata per secoli e secoli e continua a tutt’oggi. È su questo dominio che sorge e cresce la solidarietà latinoamericana, e ne trae la sua vita, il suo sostentamento e la sua prosperità a scapito dei popoli indigeni. Nati da meticci figli di nessuno, culturalmente impoveriti, e in un continuo etnocidio guidato dal più sporco eurocentrismo. Modellati da mani e voleri estranei, rimodellati da noi stessi, con la coscienza spuria e alienata dei colonizzati, fatti per non essere, né sembrare, né riconoscerci quelli che realmente sono. Sta in questo la ricerca senza fine della loro stessa identità, come gente ambigua che, non essendo indigena, né africana, né europea, non accetta ancora di riconoscersi come quel Popolo Nuovo che in realtà è. Popolo, se non meglio, per lo meno più umano della maggior parte dei popoli, visto che è stato fatto dalle più diverse “umanità”. Popolo che ha sofferto per secoli la miseria e l’oppressione più brutale e continuata, ma molto contaminato da elementi europei, ancor molto segnato dal marchio della schiavitù e del colonialismo, molto mal servito, ancora, da un’alienata e infedele intellettualità ma popolo che si apre già al futuro e si mette in marcia per creare la sua civiltà, mosso da un’insaziabile fame di abbondanza e di allegria.[6] Ma un’ecatombe ancor più grande della conquista fu quella che seguì, nei secoli seguenti, e che produsse due nuove categorie del genere umano. Ambedue impressionanti sia per il volume di popolazione, sia per la spaventosa omogeneità delle loro culture. Una di queste, la neo-britannica, non offrì niente di nuovo al mondo: era essenzialmente il trapianto e l’espressione delle forme di vita e dei paesaggi dei loro paesi di origine nell’immensità del Nuovo Mondo. La neo-latina, invece, fu tutta una novità, perché ebbe origine da una mescolanza razziale e culturale con i nuovi popoli americani originali, cui si aggiunse un’immensa massa nera. Sono diventati, così, Popoli Nuovi: nati dalla “disindianizzazione”, dalla “diseuropeizzazione”, dalla desafricanizzazione delle matrici latino-americane. Tutto questo in un processo guidato dall’assimilazione al posto di “‘hapartheid”. Qui il “mestizaje” non è mai stato considerato un peccato o un crimine. Al contrario, il punto debole sta esattamente nel fatto che tutti si aspettano che i neri, gli indios, e i bianchi non se isolino, ma si fondano insieme per formare una società morena, una civiltà meticcia. Confrontati con i “popoli trapiantati” (che sono puri europei di là dal mare) o con i “popoli testimoni” (che portano con sé due eredità culturali distinte), i Popoli Nuovi sono una specie di “tabula rasa”, privata delle proprie origini. Non legati a passati senza gloria e grandezza, essi hanno solo futuro. La loro grandezza non sta nel passato, ma nell’avvenire. La loro unica grande impresa è di essersi costruiti, in mezzo a tante vicissitudini, come grandi popoli linguisticamente, culturalmente ed etnicamente omogenei. Poiché riuniscono in sé la genialità e le tare di tutte le caste e razze di uomini, sono chiamati a formare una nuova condizione umana, forse più solidale. Quegli orrori di cinquecento anni fa furono le doglie del parto da cui siamo nati. Quello che è importante ricordare non è soltanto il sangue che fu sparso, ma soprattutto la creatura che da lì è nata e ha preso vita.


[1] Casaldàliga F., Le Grandi cause della Patria Grande, Agenda Latinoamericana 1993, La Piccola Editrice Celleno, Viterbo, 1992 , su internet: http://latinoamericana.org/digital/1993AgendaLatinoamericanaItalia.pdf

[2] Ibidem

[3] Ibidem

[4] Ibidem

[5] Ibidem

[6] Ibidem


[1] Kohan Nestor, 9 de julio y la independencia argentina: San Martín y el proyecto inconcluso de la Patria Grande, Fragmento del libro sobre «Simón Bolívar y nuestra independencia», Cátedra Che Guevara, Colectivo AMAUTA, Ediciones La Llamarada, Amauta Insurgente y Yulca, Buenos Aires, 2015. Su internet: http://amauta.lahaine.org/?p=2071&print=1, consultato il 15/05/2017.


[1] Messina Fajardo Luisa, Policarpa Salavarrieta, Dipartimento di Scienze Politiche dell’ Università di Roma3, Lingua e Cultura dei Paesi di Lingua Spagnola, Roma, 2014, su internet: https://scienzepolitiche.uniroma3.it/lmessinafajardo/wp-content/uploads/sites/42/2014/05/Policarpa-Salavarrieta.pdf, consultato il 13/05/2017.

[2] Ibidem

[3] Ibidem

[4] Mora Méndez Cecilia, Manuela Sáenz: l’insurrezione, la nazione e la patria, Taccuini americani, no. 127 (2009), Università Centrale del Messico, pp. 81-98, su internet: http://www.cialc.unam.mx/cuadamer/textos/ca127-81.pdf, consultato il 13/05/2017.

Il movimento organico del femminismo comunitario in America Latina

Gli indigeni e le donne dell’America Meridionale hanno reagito all’egemonia dei paradigmi eurocentrici recuperando la trasmissione della conoscenza a livello comunitario, riconquistando il piacere di una ricerca di saperi autoctoni e ancestrali in cui la donna è percepita come prima autorità nell’organizzazione comunitaria.

Il comunitarismo del “Buen Vivir ” oggi è la proposta politica dei governi degli Stati Plurinazionali della Bolivia e dell’Ecuador. “Il Sumak Kawsay”, tradotto approssimativamente in lingua castigliana come “Buen Vivir ” (Buon Vivere) rappresenta quel vecchio paradigma dei Popoli Originari:

(…) chiama alla riflessione planetaria sulla

necessità di cambiare rotta verso un nuovo paradigma che possa offrire alternative alle crisi contemporanee, riguardanti sia il modello di sviluppo in atto che l’insieme delle pratiche educative con cui si sono confrontati dall’epoca coloniale ad oggi.

 Il “Buen Vivir” ha dei significati profondi per ogni popolo e la sua essenza è implicita in ognuna delle parole che lo compongono secondo la loro matrice linguistica. Per esempio: “Lekil Kuxlejal”, per i popoli Tsotsil e Tseltal nello Stato del Chiapas (Messico); “Sumak Kawsay” per il Popolo Quechua, “Suma Qamaña” per il popolo Aymara “Teko Kavi” per il popolo Guaranì nello Stato Plurinazionale della Bolivia e il “Kajkrasa Ruyina” per il popolo U’wa che in Colombia difende la “Ruiria” (petrolio) come sangue della Madre Terra.

É necessario navigare nelle profonde acque della saggezza degli amawtas, per riuscire a capire gli universi di senso che il “Sumak Kawsay” comprende:

 Sumak: pienitudine, sublime, bello, superiore.

 Kawsay: Vita. Essere stando.

Con questa premessa, l’uso dell’espressione: “Buen Vivir”, dall’inizio alla fine di questo elaborato fa riferimento a: “rapporti armonici con l’insieme, con il tutto, con l’universo, con tutti gli esseri viventi e le entità spirituali che lo compongono. Il tutto essenza e spirito di quello che la scienza chiama “medio ambiente” o “rapporto uomo natura”. Sembrerebbe quasi che le due cose non fossero parte di un’unica essenza. Noi esseri umani, siamo già Natura.

 Questa la cornice teoretica che guida il mio camminare, alla ricerca dei registri di memoria e gli spazi pedagogici dove si è portato avanti, durante 520 anni d’impegno e resistenza, un processo di trasmissione orale della saggezza di quello che in questo elaborato ho chiamato

“Filosofie della Terra per una Pedagogia del Buen Vivir”.[1]

Il Principio del Sumak Kawsay

Il principio del Sumak Kawsay (che in lingua quichua significa “vita in armonia”) guida l’interrelazione all’interno della società quichua e i suoi rapporti con la natura. Significa vivere in armonia nelle relazioni sociali, vale a dire tra tutti i membri della ayllu (comunità), vivere in armonia con la natura, con gli dei e gli spiriti guardiani della vita esistenti sulla terra, è intesa anche come pace interiore e vita armoniosa, uno stadio di equilibrio con la natura. Si tratta dell’asse filosofico del pensiero e dell’azione individuale e collettiva dei popoli indigeni che comporta un rapporto indissolubile e interdipendente tra i vari membri dell’universo, la natura e l’umanità, impostato su una base etica e morale per la tutela dell’ambiente, uno sviluppo sociale in cui l’armonia è necessaria come il rispetto e l’equilibrio, si riferisce alla preparazione di un nuovo rapporto tra la Madre Terra e gli esseri umani e le relazioni politiche, sociali ed economiche impostate con rispetto e correttezza, rafforzare i sistemi organizzativi volti a alla produzione comunitaria attraverso un modello di economia nativa per migliorare la qualità della vita per una buona vita. La sua applicazione è il fondamento morale della vita quotidiana, tra cui soprattutto la pace, in ogni persona, come all’interno della comunità e tra gli uomini e le donne in coppie. Sumak Kawsay (vivere in armonia, Buen Vivir) nel mondo indigeno significa avere una terra e di un territorio sano e fertile; coltivare gli alimenti necessari e diversi; preservare, curare e ripulire i fiumi, le foreste, l’aria, le montagne; preservare il territorio gestito collettivamente e offrire ai giovani un’educazione basata sui valori autoctoni e una costante comunicazione; ciò implica un preciso codice etico e il riconoscimento e il rispetto dei diritti degli altri; significa decidere collettivamente le priorità di ogni villaggio o di ogni comunità. Il Sumak Kawsay, è il concetto chiave e una pratica di vita del sistema comunitario. Si tratta di un’esperienza filosofica che costituisce la pietra angolare del processo di costruzione sociale del sistema comunitario Abya Yala.[2] Fa parte della ricerca di sé, basata sulla spiritualità naturalistica del popolo è l’incontro con se stessi. È indispensabile, infatti, essere se stessi, senza pregiudizi o paura: il Sumak Kawsay è l’essere interiore, sentirsi bene con se stessi e gli altri.

COMUNICATO INTERNAZIONALE

IL MOVIMENTO ORGANICO DEL FEMMINISMO COMUNITARIO DI ABYA YALA[3]

Comunicato del tessuti[4] organici:

Bolivia, Cile, Messico e Migrante,

Nel femminismo comunitario non c’è alcuna rottura. Affermiamo il nostro percorso, i nostri principi etico-politici e le nostre lotte:

Il Femminismo comunitario è una sola organizzazione e un movimento organico che nasce in Bolivia, in un processo di cambiamento e che prende questo nome dal 2006 in mezzo alle discussioni dell’Assemblea Costituente. Sempre è e sarà una convocazione aperta, a coloro che s’identificano politicamente e sono d’accordo con le nostre proposte, per farne parte e creare tessuto organico, perciò a coloro che ci hanno accompagnato per un tratto del camino e hanno deciso di separarsi dagli accordi che abbiamo stabilito, chiediamo di non sfruttare il nostro percorso, la nostra lotta e il nostro nome.

Noi Femministe Comunitarie tessiamo e coltiviamo la comunità come spazio del corpo comunitario, in modo da praticare dialogo e un supporto per l’ auto-riflessione, l’ autocritica, la rieducazione e la responsabilità dei propri atti, questo è ciò che è stato fatto con il tessuto de la Paz in Bolivia dal 17 marzo 2016, il processo di un anno, che culminò con l’Assemblea delle assemblee nel dicembre 2016 a Coroico La Paz Bolivia.

Dal nostro movimento organico non si espelle, non si accusa, e nessuno è punito. Ognuno è libero di andarsene quando desidera, tuttavia; chiediamo una resa necessaria di conti etici, politici ed economici. Il processo di responsabilità e di controllo interno al tessuto de La Paz in Bolivia è iniziata nel gennaio 2017 e Adriana Guzman e Jimena Tejerina finora non rendono questi conti, richiesti.

La ragion d’essere del Femminismo comunitario di Abya Yala è quello di consolidare uno strumento utile per la lotta dei nostri popoli per il “Buen Vivir” pertanto, dalla conformazione organica del nostro movimento nel mese di novembre 2014 a Lima in Perù, abbiamo chiamato e convocato di nuovo donne, uomini e persone inter-sessuali e di tutte le organizzazioni e movimenti rivoluzionari dei nostri popoli, per costruire il Movimento Comunitario per il Buen Vivir nel e del Pianeta terra (Natura e umanità). Per questo denunciamo e segnaliamo con indignazione le pratiche di diffamazione, manipolazione dell’informazione e autovittimazione, destinate a confondere e nascondere le proprie azioni, attraverso la squalificazione, il molestare e il criminalizzare compagne e compagni, che sono coerenti con i processi e le pratiche politiche dei nostri popoli in lotta per la vita. La menzogna è una vecchia pratica sessista e patriarcale finalizzata a Bolivia, Cile, Messico e Migrante creare sfiducia politica, pretendendo di distruggere i nostri movimenti e le organizzazioni sociali, per questa ragione denunciamo e allertiamo. Confidiamo più che mai nelle lotte e nella memoria dei nostri popoli.

Hasta la comunidad de la comunidades, siempre!

Movimento Organico del Femminismo Comunitario Abya Yala

Marzo 2017

Contatti:

Tejido Migrante: caracoladeabajo@gmail.com

Tejido Chile: luvitoce@gmail.com

Tejido México: ericucha_1979@yahoo.com.mx.

TejidoBolivia: julietaparedes@gmail.com. mary4246@hotmail.com.


[1] Parra Y., Oltre Oceano: Altri Orizzonti Del Possibile Epistemologie di Abya Yala e Progettualità Esistenziale,

Alma Mater Studiorum Università di Bologna, Dottorato Di Ricerca In Pedagogia, Ciclo XXV, 2003, p. 15-16.

Su internet: https://www.academia.edu/31532472/P…

 

[2] Abya Yala è il nome con cui era conosciuto prima della conquista spagnola il continente che ora si chiama America, che letteralmente significa terra o terreno pieno di linfa vitale. Questo nome è stato dato dal popolo indigeno kuna alle attuali regioni di Panama e Colombia, prima dell’arrivo di Cristoforo Colombo. Il nome è ora ampiamente accettato dagli amerindi come il nome ufficiale del continente ancestrale in opposizione al nome “America”.

Per informazioni consultare il Ministerio del Poder Popular para los pueblos indígenas,MINPPPI 2017,

su internet, http://www.minpi.gob.ve/index.php/m… , consultato il 21/04/2017.

[3] Ibidem

 

[4] Con Tejidos orgánicos si fa riferimento ad un intreccio di rapporti tra le persone che conformano una struttura comunitaria, nei diversi territori, in rapporto ai Diritti, alla Madre Terra, all’Ambiente, e non solo, per il Buen Vivir dei Popoli.

 

Repressione Mediatica In Turchia

Intervista all’ Attivista Curdo: Kazim Toptas

Articolo tratto


kurdi

Sei da diversi anni attivo su più fronti, come coordinatore di MED Centro Culturale di Torino e del Centro Ararat di Roma. Nato nel 1980, da circa 16 anni vivi in Europa, principalmente tra Svizzera ed Italia (Roma e Torino). Laureato in Storia dell’Arte, attualmente sostieni il partito curdo HDP. Potresti parlarci della tua prospettiva sulla lotta di libertà kurda?

Kazim: le lotte kurde per la libertà non sono partite dal Rojava. I cittadini kurdi lottano da centinaia di anni contro l’Impero Ottomano e lo Stato Turco. La nostra prospettiva si riferisce alle lotte di libertà delle persone. L’idea che le persone possano creare federazioni senza nazioni, stati e imperi. Lo Stato turco dice che il problema è la questione curda, ma per noi non è un problema essere curdi, semai il problema è delle politiche turche di assimilazione. È ovvio che fin dai primi anni della Repubblica Turca l’assimilazione del popolo curdo non si sia fermata. Possiamo notare ciò dall’ultimo massacro di Roboski [la morte di 34 commercianti transfrontalieri kurdi da parte dei turchi il 28 dicembre 2011] da parte dello stato Turco durante il «processo di pace». Possiamo vedere questo nella negazione dell’identità curda o nei ripetuti massacri. Rendere le persone assimilate, fare in modo che diventino turche è un modo per far propaganda al nazionalismo.

Eppure il Governo Turco afferma d’avervi concesso una relativa liberà linguistica e informativa.

Kazim: L’AKP [il Partito di Giustizia e Sviluppo che governa] afferma di aver aperto dei canali televisivi curdi, ha permesso la lingua curda e dice che siamo tutti fratelli e sorelle, ma d’altra parte abbiamo avuto il massacro di Roboski che si è verificato durante il loro governo. Nel 2006 Erdogan affermò che donne e i bambini curdi dovranno essere puniti se vanno contro le politiche integrazioniste turche. Oltre 30 bambini sono stati uccisi dalla polizia e dall’esercito, decine di donne curde sono state stuprate.
Le parole cambiano ma l’agenda politica continua, proprio sotto il nuovo governo. Ci chiamano turchi. Veniamo da molte origini etniche e la curda è una di esse. Il nostro coinvolgimento nell’obiezione di coscienza è parte di questa prospettiva. Vogliamo parlare con le persone per impedire che la gente si arruoli nell’esercito per uccidere nostri fratelli e sorelle.

Puoi parlare del lavoro di Ararat e MED in solidarietà con il Rojava?

Kazim: Dal luglio 2012, all’inizio della rivoluzione del Rojava, le persone cominciarono a dire che si trattò di un movimento senza Stato. Siamo stati solidali dal primo giorno della rivoluzione. Tre cantoni hanno dichiarato la loro rivoluzione in modo apolide. Cerchiamo di osservare e ottenere ulteriori informazioni. Questa non è una rivoluzione anarchica, ma è una rivoluzione sociale e civile. Rojava è un terzo fronte per la Siria contro il Daesh e altri gruppi islamisti. Ma questi non sono gli unici gruppi che la rivoluzione sta affrontando. La repubblica turca sta sostenendo il Daesh dalle sue frontiere. L’agenzia nazionale d’intelligence della repubblica turca sembra offrire armi a ISIS e ad altri gruppi islamici. I popoli curdi hanno portato avanti la loro rivoluzione in queste circostanze terribilmente complesse.
Dopo l’attacco dell’ISIS a Kobane [nel 2014] siamo andati a Suruç. Abbiamo aspettato al confine mentre le forze turche stavano attaccando le persone che lo attraversavano. Le persone che volevano attraversare il confine da o per Kobane, furono uccise. Siamo andati a Suruç per fornire protezione.
Nel mese di ottobre, le persone si sono radunate vicino a Suruç e hanno rotto il confine. I serbatoi turchi hanno sparato gas di là dal confine.
Dal 6 al 8 ottobre si sono svolte dimostrazioni di solidarietà per Kobane in tutta la Turchia. Kader Ortakya, un sostenitore socialista turco di Kobane, è stato ucciso mentre cercava di attraversare il confine.
Abbiamo aiutato le genti. Alcuni individui hanno attraversato il confine da Kobane e non avevano alcun riparo. Abbiamo preparato tende, cibo e vestiti per loro.  Lo YPG e YPJ [People’s Protection Units of Rojava, mentre lo YPJ è una milizia femminile] hanno respinto l’ISIS di giorno in giorno. La collina di Mıştenur era molto importante per Kobane. Dopo che la collina è stata presa da YPG e YPJ alcune persone sono tornate a Kobane. Quando sono tornate, le loro case furono distrutte dall’ISIS. Alcune case furono estirpate e alcune persone sono state uccise dalle mine antiuomo o da bombe.

Potresti parlarci della nuova ondata di repressione mediatica contro il popolo curdo in Turchia?

Secondo le informazioni reperite dall’Agenzia ARA News, L’Unione Media Libera (Yekîtiya Ragihandina Azad o YRA), con sede a Qamishli, ha condannato, lo scorso martedì, i tentativi della Turchia di esercitare pressioni sulla società francese Eutelsat per bloccare tre stazioni televisive kurde.

Sotto le pressioni del governo turco, Eutelsat tenta di chiudere i canali curdi, tra cui Ronahi, ha affermato Abdulkarim Omer, capo delle relazioni estere per Cezire Canton nella regione kurda della Siria, nel Rojava.

Il Consiglio Supremo della Radio e Televisione della Turchia (RTÜK) ha chiesto la scorsa settimana a Eutelsat, uno dei principali operatori satellitari del mondo, di arrestare Ronahi, Sterk e la News Channel, con sede in Europa. In risposta, Eutelsat ha inviato un ‘avviso urgente’ a Uplink che ospita i tre canali che offre servizi via satellite attraverso Hotbird ai tre canali.

 

È possibile che l’operatore satellitare interrompa questi canali curdi?

Kazim: Ekrem Berekat, co-capo dell’Unione Media Libera (YRA), ha dichiarato lo scorso martedì che l’RTÜK ha chiesto questo divieto senza alcuno strumento legale.

L’RTÜK è responsabile solo dei media turchi e non ha nulla a che vedere con le trasmissioni di Ronahi, Sterk e il canale News.

La richiesta di Eutelsat di bloccare questi tre canali è una decisione politica che mostra la sottomissione di Eutelsat alle politiche turche del partito di Giustizia e Sviluppo (AKP). Queste pratiche sono arbitrarie, antidemocratiche e contrarie alla libertà di parola.

L’8 ottobre 2016, Eutelsat ha bloccato Med Nuce TV, Newroz TV e il canale MMC in risposta alle richieste del governo turco.

Condanniamo fermamente questa decisione che è contro la voce della verità.

In risposta, tutti gli attivisti curdi hanno lanciato una campagna contro l’Eutelsat, #EutelsatAgainstKurdishPress.

Chiediamo a Eutelsat di fermare il tentativo di bloccare l’informazione e condizionare l’opinione pubblica.

La richiesta del governo turco di chiudere il canale è avvenuta dopo che la Turchia ha esteso i suoi attacchi alla popolazione kurda e ha ucciso 25 combattenti delle unità di protezione del popolo (YPG) nel nord-est della Siria il 25 aprile. La Turchia ha inoltre bombardato le stazioni radio curde questo 25 aprile.

Quali saranno le vostre ultime iniziative?

Kazim: Sosterremo l’iniziativa di News Channel, uno dei canali televisivi curdi di cui Eutelsat cerca di sospendere le trasmissioni su richiesta della Turchia. News Channel porta avanti una condanna legale verso le azioni repressive e ha progettato una reazione politica al fine di scoraggiare l’ atto liberticida. Troverete maggiori informazioni su: www.uikionlus.com.

Maddalena Celano

Del femminismo-punitivo

 


Mentre l’atto sessuale diventa una merce accessibile ovunque, il mondo perde la sua potenza erotica, il desiderio di vita, il fine riproduttivo. Quali sono le conseguenze? Quali sono i danni di questa nuova ideologia del godimento? 

L’ideologia del godimento

AA.VV.

 

Qualche giorno fa notai che, sul gruppo facebook dell’Ass. Maschile Plurale, viene postato un editoriale della giurista  Tamar Pitch blaterante una deriva di “femminismo-punitivo” in Italia (con riferimento alle lotte abolizioniste sulla prostituzione che puntano a sanzionare pecuniariamente i clienti-prostituenti, ma non certo le prostitute), e un fiorire di termini quali: populismo, ignoranza, paternalismo, perbenismo, sessuofobia ed altre amenità. Solo alcuni degli aggettivi che vengono “appioppati” a coloro che all’interno del femminismo non si accodano alla corrente ormai maggioritaria e più aggressiva, quella “sexworkista”.

Una delle mistificazioni dell’editoriale che maggiormente è in evidenza è l’improprio paragone tra il movimento femminista-abolizionista e le campagne a favore della guerra in Afghanistan sorte una quindicina d’anni fa. Il tutto glissando su aspetti fondamentali: si tratta di fenomeni di natura politica e sociale antitetica se non espressamente opposte. Le campagne di guerra in Afghanistan nacquero con un preciso intento imperialistico, camuffato da un’aurea di pseudo-femminismo.

Mentre il movimento abolizionista sulla prostituzione, al contrario, nasce su ispirazione dei movimenti anti-schiavisti, con intenti assolutamente anti-imperialisti e anti-razzisti. L’obiettivo del movimento abolizionista-femminista è precisamente quello di fermare la domanda della tratta (proprio colpendo pecuniariamente la domanda: i clienti). La tratta delle donne è originata da forme colonialiste di occupazione dei mercati stranieri, cagionata anche dall’espropriazione di risorse economiche dei paesi di sviluppo. Il movimento ha origini espressamente socialiste e anti-imperialiste: non a caso i primi paesi a sperimentare varie forme di abolizionismo sulla prostituzione (non tutte prevedono la sanzione pecuniaria, altre semplicemente forme di “recupero” o lavoro-sociale indirizzato al cliente o richiedente) sono stati paesi comunisti, socialisti o social-democratici: l’URSS, Cuba, la Svezia, la Norvegia, la Finlandia, l’Islanda e la Francia. Non a caso, la prostituzione, nei paesi in via di sviluppo, è considerata a tutti gli effetti, una forma d’imperialismo sessualizzato basato su un’ eccessiva “razzializzazione-erotica” della figura femminile.[1]

Anche in Italia il movimento abolizionista sulla prostituzione fu fortemente caldeggiato e sostenuto dalle donne socialiste o dalle donne appartenenti al Movimento Operaio:

La regolamentazione della prostituzione, fin dai primi momenti della sua istituzione, suscitò numerose reazioni di dissenso e un notevole contributo all’opposizione era rappresentato da molte donne socialmente impegnate per l’affermazione dell’emancipazione femminile.  Gli aspetti maggiormente attaccati della regolamentazione erano inerenti alla dignità della donna, totalmente demolita nel momento in cui questa veniva registrata come prostituta nelle liste di polizia; si accusava lo Stato di avallare la prostituzione con la giustificazione, vana, della sua necessità come “male minore” mentre in realtà era un ulteriore modo per sottoporre un gruppo di donne ad una forma di schiavitù; inoltre anche la causa di tutela della salute pubblica era sconfessata da scarsi risultati, aggiungendo, oltretutto, che i controlli sanitari riguardavano solo le donne prostitute mentre si esoneravano i clienti. L’ultimo, ma non meno importante, punto preso in considerazione dai sostenitori dell’abolizionismo riguardava il traffico di donne avviate con l’inganno alla prostituzione, denominato “tratta delle bianche”. Tra le italiane più attive nella lotta alla prostituzione regolamentata, vi fu, senza dubbio, Anna Maria Mozzoni; vivamente impegnata nel movimento di emancipazione femminile, seguì la causa abolizionista in modo fermo e deciso, sostenendo che una delle cause principali della prostituzione fosse l’inopportuna condizione lavorativa e sociale che voleva la donna in una posizione arretrata rispetto all’uomo e per questo più soggetta alla necessità economica; poiché era questa che spingeva molte donne a prostituirsi, la Mozzoni riteneva che un miglioramento delle condizioni lavorative ed economiche avrebbero influenzato positivamente la prostituzione facendola diminuire. Il suo attacco più violento era all’inefficacia di un regolamento che il senso comune aveva reso accettabile, quasi ignorando la reale situazione che vi si nascondeva dietro; indicava l’impotenza del suddetto regolamento dal punto di vista sanitario: la sifilide era in diminuzione, ma si potrebbe meglio dire contenuta, dove la sorveglianza era applicata, risultando in aumento altrove. Il regolamento si presentava come una “misura parziale” che nella società si traduceva in “un sistema di arbitrî vessatori e d’uggiose violenze dirette ad un obiettivo igienico che sfugge continuamente”. La debolezza del regolamento rilevava anche per l’accoglienza che la società gli aveva riservato, come la stessa Mozzoni scriveva a Josephine Butler, la classe maschile aveva ben accolto il sistema, trattandosi di un controllo sulle donne e per ciò in sintonia con la mentalità generale che vedeva la donna subordinata all’uomo; per quanto riguarda la parte femminile, sebbene non si possa parlare di approvazione, vi era una sorta di tacito consenso per cui molte donne erano più dedite all’interesse materiale della famiglia e scusavano le debolezze morali dei propri mariti e dei figli, altre, invece, preferivano non curarsi di certe questioni sociali perché non si adattava loro. Al contrario di queste ultime, Anna Maria Mozzoni non poteva trascurare di interessarsi alla prostituzione regolamentata; come lei altre si schierarono apertamente contro il sistema, tra i nomi più rilevanti Sara Nathan, Giorgina Crawford Saffi, Alaide Gualberta Beccari e Jessie White Mario, ma alle donne italiane si unirono anche esponenti dei movimenti femminili d’Inghilterra e Irlanda. L’attività abolizionista s’inseriva nel più ampio impegno di affermazione sociale della donna contribuendo alla sua diffusione consapevole tra gli animi femminili. Un tale interessamento si ricava dai lavori di osservazione di Jessie Mario e della stessa Anna Mozzoni, la prima, osservando la condizione di miseria a Napoli ebbe modo di parlare delle donne sacrificate in lavori umili e particolarmente delle prostitute; i toni usati dalla Mario, che non era una femminista fervente come la Mozzoni, evidenziavano l’influenza dell’abolizionismo per una migliore comprensione del movimento di emancipazione. Jessie Mario definì la regolamentazione un delitto messo in atto con “leggi ideate e formulate da soli uomini” al solo fine di “soddisfare ai più brutali istinti dell’uomo”. Contemporaneamente Anna Mozzoni osservava i mutamenti socio economici dovuti all’industrializzazione in Lombardia, funzionalmente a quanto da lei sostenuto, la lotta alla prostituzione doveva avvenire in modo cosciente, iniziando dal riconoscimento delle sue cause.[2]

Perciò questo capovolgimento tra “causa” e “effetto” inerente l’abolizionismo la trovo una mistificazione storica e sociologica terribilmente pericolosa. È stato usato spesso e impropriamente, nell’editoriale della Pitch, anche l’aggettivo “populista”, uno degli elementi che mi hanno colpito maggiormente e negativamente. Occupandomi da anni di America Latina e paesi non allineati, ho notato una forma di “appropriazione culturale” indebita da parte di una pseudo-sinistra-salottiera e pseudo-radicale nell’utilizzo e abuso di terminologie provenienti da altre culture e contesti, nonché una fioritura di mistificazioni inerenti le lotte anti-imperialiste svolte dalla vera “Sinistra-Rivoluzionaria” dei paesi in via di sviluppo.

Ma che cos’è un’appropriazione culturale[3]?

Semplicemente è appropriarsi di qualsiasi cosa sia di un’altra cultura – in particolar modo da una cultura stimata più “bassa” sulla scala sociale – e: usarla in modo superficiale e insensibile; usarla in un modo che degrada, nega, irride la cultura stessa da cui proviene; usarla in un modo che diffonde/mantiene pregiudizi o stereotipi sulla cultura stessa da cui proviene; trattare le persone che hanno inventato quella cosa come esseri inferiori.[4]

Infatti, il termine populismo nasce in Russia (con un’accezione del tutto positiva, rivoluzionaria ed innovativa) tra la fine degli anni 1850 e la fine degli anni 1880. L’ Enciclopedia Treccani dice: la prima organizzazione populista, la Zemlja i volja, venne costituita nel 1861 nel clima di delusione provocato dalle modalità con cui era stata abolita la servitù della gleba. La situazione fu interpretata dai populisti come potenzialmente rivoluzionaria e alcuni di essi parteciparono anche ai contemporanei preparativi per l’insurrezione polacca (1863). Alla dura repressione militare di quest’ultima corrispose un irrigidimento poliziesco anche all’interno della Russia, che portò allo scioglimento della Zemlja i volja. In seguito si diffuse negli ambienti populisti una visione dell’azione rivoluzionaria, sostenuta soprattutto dai nichilisti, che anteponeva il ruolo dell’individuo, come soggetto rivoluzionario, a quello della massa.[5] In seguito il populismo si sviluppa in America Latina, sempre in un’ accezione fortemente innovativa e rivoluzionaria, a partire dal secondo decennio del 20° secolo. Ed ebbe il suo massimo sviluppo tra gli anni 1930 e gli anni 1950. Nonostante le differenze riscontrabili nei singoli Stati (dal peronismo argentino all’Estado novo di G. Vargas in Brasile, all’attività dell’APRA in Perù ecc.), il fenomeno fu caratterizzato da alcuni elementi comuni, quali l’esistenza di una situazione socio-economica in rapido mutamento per il passaggio da economie prevalentemente agricole a economie industriali e da sistemi politici a partecipazione molto limitata a sistemi a partecipazione più estesa; la presenza di masse urbane di recente trasferitesi dalle campagne e non integrate; l’emergere di un leader carismatico, che si presenta come portavoce delle esigenze del popolo; la mobilitazione delle masse da parte del leader attraverso l’esaltazione dei valori nazionali e l’instaurazione con esse di un rapporto diretto, non mediato dalle istituzioni tradizionali.[6]

Perciò trovo sostanzialmente “colonialista” e “razzista” l’ atteggiamento di affibbiare l’ aggettivo “populista”, con una connotazione negativa e reazionaria, a chiunque non mostri un atteggiamento intellettualmente conformista ed allineato ai dogmi mercantilistici e liberisti dominanti. Parafrasando un vecchio editoriale di Matteo Volpe su l’Intellettuale Dissidente mi verrebbe da dire:

Non è una prerogativa dei soli conservatori (sia “di destra” che “di sinistra”) ma ormai anche diverse femministe si sono aggiunte al coro dei liberisti etici che chiedono la liberalizzazione della prostituzione. Esse sono sicuramente animate dalle migliori intenzioni; cercando di rendere l’attività delle prostitute un “mestiere” come un altro cercano di rimuovere lo stigma sociale su di esse. Ma non si rendono conto che così facendo impediscono una loro reale emancipazione. Conducono una battaglia separatista, che si preoccupa del riconoscimento della prostituzione come categoria equiparata a tutte le altre, invece di aggredire lo sfruttamento che ne è alla base.

(di Matteo Volpe – 30 dicembre 2015).

Continuando a citare il brillante editoriale di Matteo Volpe che demistifica il dogma del “liberismo etico” cui è asservita tutta l’intellighenzia (o pseudo-tale) della sinistra (o pseudo-tale) italiana:

(…) ultimamente sono aumentate le voci di coloro che, non solo in Italia, chiedono un modello di tipo regolamentarista. Costoro sostengono sia sbagliato considerare la prostituzione un fenomeno estirpabile e da estirpare e sostengono il diritto delle “lavoratrici sessuali” di scegliere questa attività per il loro sostentamento. L’idea che li ispira è profondamente liberale, in quanto non si preoccupa del fenomeno sociale nel suo complesso, ma delle scelte di singoli individui, considerati come agenti razionali che decidono in piena libertà.  I regolamentaristi sottovalutano le pressioni che possono esistere in una società, soprattutto quelle di tipo economico, e sopravvalutano l’importanza dell’espressione del consenso individuale.

Per sostenere la loro tesi argomentano che molte prostitute si ritengono soddisfatte della loro attività e di averla scelta liberamente. Ma ciò deriva da un fraintendimento essenziale del concetto di libertà, figlio di quella stessa cultura liberale. I regolamentarista, infatti, muovono da un liberalismo estremo che chiameremo “liberismo etico”, prendendo in prestito il sostantivo dal linguaggio dell’economia. In questo campo, infatti, il liberismo è quella dottrina che propugna la limitazione dell’intervento dello Stato e delle leggi e la libertà assoluta del mercato. Qualsiasi intervento pubblico che intralci gli agenti privati – eccetto ciò che è indispensabile per l’esistenza della burocrazia statale, come le forze di polizia o l’amministrazione della giustizia – può, secondo i liberisti, danneggiare il benessere della società, considerata come la somma algebrica degli individui e delle loro contrattazioni private. L’unico intervento dello Stato deve essere diretto a tutelare quest’ autonomia del settore privato. I liberisti, in sostanza, credono che la sommatoria di azioni individuali, purché avvengano in piena autonomia dal governo o da apparato corporativo o comunitario, conducano al massimo benessere collettivo possibile.

I regolamentaristi estendono un’analoga concezione al di fuori dell’economia. Come i liberisti rifiutano di dare un giudizio complessivo sul fenomeno sociale, ma vogliono garantire esclusivamente diritti individuali. Rifiutano di ammettere un intervento dello Stato nel limitare un tale fenomeno, perché potrebbe secondo loro danneggiare la libertà dei singoli. A meno che non sia un intervento volto a permettere l’esercizio di queste (presunte) libertà. Le case di tolleranza, o la loro moderna versione, i quartieri a luci rosse, sono la trasposizione di ciò che rappresentano le “autorità di garanzia” in campo economico che devono vigilare sul “libero mercato”. Come i liberisti, i regolamentaristi affermano che il problema non sia il fenomeno in sé, ma la rimozione di tutti gli ostacoli che ne permetterebbero e ne stimolerebbero l’esercizio più efficiente. Inoltre, considerano il fenomeno della prostituzione come la semplice risultante della “libera iniziativa” individuale e delle diverse contrattazioni tra venditore e acquirente. Infine, entrambi credono impossibile estirpare certi “effetti indesiderati”. La prostituzione non potrà mai essere abolita, così come la povertà o la disoccupazione, e qualsiasi tentativo in questo senso causerebbe più danni che benefici e finirebbe per rivelarsi autoritario e dispotico.

Si possono così tracciare i caratteri del liberismo etico: esso considera il fenomeno la semplice risultante delle scelte dei singoli e pensa che lo stato non possa interferire in queste scelte per nessun motivo. Il liberismo etico è radicalmente antiproibizionista, non ammette in nessun caso che la legge possa interferire nelle decisioni individuali per arrestare un fenomeno. Lo stesso giudizio che viene dato sul fenomeno è discusso. La prostituzione (in questo caso, ma potrebbe essere applicata la stessa argomentazione ad altri campi) sarebbe un male solo nel caso in cui fosse non voluta. Qualora ci sia un consenso dell’individuo, essa va accettata, perché le scelte individuali non possono essere discusse.

Per sintetizzare si può dire che il liberismo etico abbia due tratti salienti: la prevalenza delle azioni individuali e del consenso dell’individuo rispetto alla considerazione del fenomeno complessivo. Proprio in questo mostra la sua fallacia: non considera infatti come le dinamiche generali di una società possano influire negativamente anche su singoli individui, seppure su questi ultimi non fosse stata esercitata nessuna pressione diretta. Prendiamo il caso del tabagismo: potrebbe essere considerato un normale rapporto commerciale tra acquirente e venditore, nel quale ognuno gode di una formale autonomia decisionale. Eppure a livello generale causa milioni di morti all’anno in tutto il mondo, e con essi tutto ciò che ne consegue (costi sanitari, “fumo passivo”, ecc).

Inoltre, il consenso, seppure esplicito, non tiene conto delle influenze dell’ambiente sociale, delle cognizioni e della cultura dell’individuo. Che cosa intende dire colei che afferma di essersi prostituita “liberamente”? È  lecito pensare, che si riferisca un’autonomia formale, cioè dell’assenza di una coercizione diretta da parte di altri individui, non certo a una autonomia sostanziale, cioè all’inesistenza di pressioni sociali di altro tipo. Ci si prostituisce “liberamente” per pagarsi l’università (che altrimenti non si potrebbe frequentare) oppure perché si è allettati dai guadagni migliori rispetto ad impieghi malpagati. Ma ciò che vale per la prostituzione può essere esteso, e si può arrivare a giustificare la vendita “libera” di alcune donne del proprio utero. In tutti questi casi è la struttura stessa della società, ovvero l’esclusione di alcune classi sociali, ad esercitare pressione sull’individuo, una pressione che il liberista etico è incapace di vedere perché non tiene conto del fenomeno ma si ferma al consenso dell’individuo.

Non è una prerogativa dei soli conservatori (sia “di destra” che “di sinistra”), ma ormai anche diverse femministe si sono aggiunte al coro dei liberisti etici che chiedono la liberalizzazione della prostituzione. Esse sono sicuramente animate dalle migliori intenzioni; cercando di rendere l’attività delle prostitute un “mestiere” come un altro cercano di rimuovere lo stigma sociale su di esse. Ma non si rendono conto che così facendo impediscono una loro reale emancipazione. Conducono una battaglia separatista, che si preoccupa del riconoscimento della prostituzione come categoria equiparata a tutte le altre, invece di aggredire lo sfruttamento che ne è alla base.

Si può considerare la vendita del sesso di una donna, la mercificazione di ciò che ha di più intimo,  la cessione del proprio corpo (e della propria “anima” se si pensa alle possibili conseguenze psicologiche) in cambio di sicurezze economiche, un atto libero? E infatti, a dimostrazione della natura liberista del regolamentarismo, non si pensa minimamente che, invece di elevare di rango sociale la prostituta, bisognerebbe estirpare le cause socio-economiche che la rendono tale.

Non a caso gran parte dei paesi di tradizione socialista sono proibizionisti. Certo, il proibizionismo non ha senso in una società fortemente capitalista e liberale, perché criminalizza la prostituta che è una vittima. In un paese come gli Stati Uniti, ad esempio, esso è dettato da un moralismo puritano piuttosto che dal proponimento di rimuovere le cause stesse del fenomeno. Ma il regolamentarismo rappresenta un anti-moralismo simmetrico, che si preoccupa più di modificare i giudizi sociali, piuttosto che incidere nelle dinamiche profonde; di cambiare la sovrastruttura lasciando inalterata la struttura. Non si può pensare di affrontare la questione della prostituzione in maniera autonoma, senza comprendere che essa passa per il modello sociale e politico che una società ha deciso di adottare.

Tuttavia, è innegabile l’esigenza di una legislazione a breve termine, purché non escluda fini più universali. Per questo, in Italia e in altri paesi, è stato elaborato il modello abolizionista, che è una sorta di compromesso tra il liberismo etico dei regolamentaristi e l’“organicismo” dei proibizionisti. I primi, però, fanno notare che esso ha fallito. Nato tra grandi speranze, l’abolizionismo doveva giungere ad eliminare la prostituzione, ma si è rivelato ben lontano dal riuscirci, esponendo per di più le prostitute a condizioni di insicurezza.

Senz’altro, questa obiezione, è corretta. Senz’altro l’abolizionismo ha fallito. Ma non per le ragioni che adducono gli anti-abolizionisti. Ha fallito, invece, perché anch’esso assimila implicitamente e inconsapevolmente la logica del liberismo etico. Quest’ultimo porta a proteggere i diritti dell’“agente razionale” che stipula un contratto, ponendo sullo stesso piano il fruitore della prestazione e chi la vende, similmente a quanto si fa in campo economico sostituendo i diritti del consumatore a quelli del lavoratore.

In questo modo, pur animato dai migliori intenti, l’abolizionismo finisce per essere peggiore del male che vorrebbe curare. Permette che si svolga il gioco della contrattazione (e dello sfruttamento nascosto) tra cliente e prostituta senza neanche le garanzie basiche del regolamentarismo. Solo il modello svedese, o neo-proibizionista, permette di superare i limiti di entrambi gli antagonisti. Esso fa giustizia dell’individualismo e del liberismo etico intervenendo proprio sul tabù dei liberisti, la contrattazione privata. Non rinuncia a punire lo sfruttamento ma rinuncia alla parificazione tra cliente e offerente dell’abolizionismo e alla criminalizzazione della prostituta del protezionismo classico. Proibendo il “consumo”, senza perseguitare la prostituta, la Svezia è riuscita a ottenere una drastica riduzione di questa piaga. Considera il fenomeno generale, ma propone un intervento perfettamente adeguato alla società scandinava.

Quello che ci insegnano i risultati degli eccessi moralistici del puritanesimo, della mercificazione del nichilismo morale dei liberisti etici, del fallimento dell’esperimento abolizionista, quello che ci insegna, infine, il nuovo e promettente modello svedese, è che non si può considerare una questione senza avere chiara l’idea di società che si intende realizzare e una vera filosofia politica. Il problema della prostituzione, come qualunque altro, non può essere scisso dall’organizzazione della società e dalla sua comprensione strutturale. L’attivismo naive di molte femministe, che pretende di combattere gli stereotipi anglicizzando il vocabolario (non si può dire “prostituzione” ma solo “sex working”, come se le catene ornate di fiori non fossero pur sempre catene) rende un grande servigio al liberismo (etico ed economico). Rimane fermo all’empirico individuale, senza afferrare la globalità.

Solo quando queste (come chiunque) re-impareranno (come un tempo sapevano ben fare) a inquadrare le loro perorazioni nella critica alla società capitalistica e la lotta particolare nel contesto della lotta universale delle classi oppresse, riusciranno finalmente a proporre un cammino di reale emancipazione[7].

MERDA CICCONE

ISKRA ILIC ULIANOV

SINISTRI-SINISTRATI

E QUESTI PERSONAGGI SI DICONO DI SINISTRA?!

Lino Milita

Questo sunto di pensieri di TAMAR PITCH qui allegati nelle due immagini e gettati qui e là come semi in una stia di un pollaio, evidenza una colossale mancanza di conoscenza storica e materiale degli eventi politici e delle nozioni minime di diritto, afferenti a ciò che intendiamo per “populismo”, pena, sanzione, crimine, vittima. Vi sono inoltre, negli argomenti esposti indizi di accostamenti a dir poco “impropri”. In più si usa una analogia nel passato (proibizionismo) e una vicenda in corso riferita ai paesi del nord Europa. Vi è una indebita identificazione tra “proibizionismo” e politiche “sicuritarie”.
Andiamo per ordine:
-“populismo penale”. In questo scritto si pone che il populismo penale come quel processo di comunicazione avente lo scopo di ottener consenso nel perseguimento di pratiche e norme, che espandano e consolidino la sanzione per una classe di eventi, non ritenuti (ancora) sanzionabili o abbastanza sanzionabili. Storicamente parlando il “populismo” non è sempre sinonimo di espressione della paura non incanalata verso politiche razionali. A livello antropologico e politico, consiste anche nel porre dignità a chi, e a coloro, e a linguaggi, istanze e rivendicazioni non accettate, rese mute, o incatenate dai linguaggi e dalla visione concreta e reale dominante in quel particolare luogo e periodo storico. L’accostamento con il termine “penale” è improprio. Più che altro si potrebbe scrivere che la intenzione di risolvere il conflitto soltanto con una estensione, e appesantimento della pena non è sufficiente. E quindi il populismo non è rivolto a chi chiede di essere protetto o che quel comportamento, ritenuto sanzionabile, non sia riconosciuto. La vittima e le classi sociali, le minoranze, che sono e si sentono in posizione di indigenza e di minaccia, e di pericolo, richiedono pratiche che rimuovano le cause, inibiscano le sorgenti (economiche, culturali), sanzionino (pongano un arresto e limitazione) alle azioni provocanti danno, disagio e minorità. Il populismo invece dovrebbe essere avocato (e lo è anche se molti in modo sofistico invertono la relazione) a chi si fa l’onere di risolvere e affrontare la richiesta di aiuto, di disagio e la rivendicazione di mutamento dell’assetto sociale e del comportamento individuale, fornendo azioni limitate volte solo a fornire l’illusione della soluzione.

Il populismo è da parte di chi agisce per risolvere, non da parte della vittima, e in modo subdolo si dice che l’opinione pubblica ( e sotto sotto la si vuole fa apparire irrazionale, irrilevante, pericolosa, da tenere in catene e sotto controllo) è la causa del “populismo”.

In più, l’accostamento tra populismo e pena (all’interno delle pratiche giudiziarie) è improprio: la pena è una conseguenza di una pratica formale di rilevazione, accertamento e decretazione di fattispecie di azioni inscrivibili in casi definiti come “reati” secondo codici scritti. Si accosta una procedura giuridica in ambito del Codice penale, formalmente utilizzata dal sistema giudiziario, ben descritto, astratto e avulso da opinioni ritenute labili per mancanza di conoscenza, labilità emotiva, paura irrazionale, insicurezza nevrotica.

Questi due ( “populismo” e “penale” ) termini rappresentano una riduzione di azioni politiche generali all’interno di modelli descrittivi psicologici individuali, che descrittivi poi non sono perché partono da un assunto sotterraneo dove l’irrazionalità in modo incontrovertibile pone una pena nuova, o estende gli ambiti di applicazione a quelle esistenti. E quindi nel discorso metaforico, fintamente ben argomentato) si fa passare sotto sotto, senza dirlo in modo esplicito, che l’assenza di pena, la riduzione dell’ambito della norma esistente sia un procedimento evoluto e razionale che non inasprisce, anzi riduce il fenomeno che determina la criminalità. Si pone ancora sotto questa ipotesi non detta, un sofismo tale che la depenalizzazione sia comunque una procedura che garantisca equità nel procedimento penale, e un fattore di distensione sociale: si pone sullo stesso piano, nello stesso argomento “populismo” come una impostazione giuridica e anche come una descrizione sociologica, facendole passare per lo stesso, ovvero per identità, e invece è solo una identificazione creata da una visione retrograda del “popolo” e un pregiudizio infondato sulla minaccia, pericolo, timore come esclusivi stati angosciosi (e quindi altro sofismo che riduce tutto in un livello psicologico)→ TRE MISTIFICAZIONI una dentro l’altra.

“Femminismo punitivo”. Il “femminismo” delle innumerevoli declinazioni per le quali è inteso come processo di liberazione; sovvertimento dei valori volti all’oppressione; liberazione di sé, s’accosta oggi a questo inedito accostamento. Il femminismo rivendica la piena espressione di essere umani che sono discriminati e oppressi anche e principalmente per le qualifiche di “femmina” e “donna”. Questo minimo comun denominatore è anche un elemento costitutivo di processi sociali e politici aventi lo scopo di perseguire cittadinanza concreta da parte di chi è collocato, e compresso in un ruolo di perenne esigenza di pari e libero agire sociale all’interno delle strutture sociali regolate da leggi aventi il criterio di universalità.

La punizione è una decretazione che pone una conseguenza penale, amministrativa, civile, eventualmente detentiva rivolta a coloro che agiscono in fattispecie inscrivibili nelle tassonomie dei reati. La punizione è anche un dispositivo transitorio teso a limitare coloro che hanno e possano causare danni, lesioni a cose o persone, o che contravvengono alle minime regole di interazione sociale. La punizione è sia una limitazione sia un obbligo. Una limitazione perché pone un divieto; una impossibilità ad agire. Un obbligo perché impone ad attori sociali terzi di attivare procedimenti su coloro che hanno compiuto il reato (la detenzione è un aspetto). Questa caratteristica, da sempre, è necessaria per il mantenimento della struttura sociale per qualsiasi modello la vogliamo rappresentare.

La rivendicazione del femminismo è sia una richiesta di libertà e di rimozione delle catene (leggi, usi, mentalità, valori, assetti economici, stili di vita, saperi) che limitano la piena espressione della persona in quanto donna. Ogni rivendicazione è una affermazione, che si colloca in una dialettica politica, e già l’intenzione di presentarsi implica la negazione degli altri attori che considerano tale processo di loro esclusiva mediazione.

Il femminismo punitivo, sembrerebbe che voglia punirsi da solo. E che vuol dire allora? Che intende perseguire i suoi scopi estendendo ciò che prima non era ritenuto reato (violenza, giogo, plagio, schiavitù) in luoghi di interazione sociali intesi come trasparenti e innocui. Tutto questo non è che il femminismo agisce per punire. Questo è compito degli apparati formali di un sistema sociale. O forse si vuole intendere che il “femminismo” in toto, cioè tutto ciò in cui consiste “il femminismo” corrisponde a una visione autoritaria del vivere sociale, dove ogni conflitto si risolva in uno schema di azione e di reazione detentiva o sanzionatoria?

Anche se per assurdo si ammettesse questa immagine di una dittatura nascente, il risultato sarebbe la presa del potere delle donne, con la determinazione di un sistema sociale, dove a loro volta i maschi sarebbe schiavi. Tutto questo si chiama “SOFISMO DIALETTICO” falsa conversione dell’ipotesi in tesi, dove ognuna si trasforma nell’altra, e che ha la legittimazione nella sintesi momentanea del più forte. E ancora una volta riappare di nascosto il modello della realtà imposto dal Patriarcato, che è proprio quello dove il femminismo trae origine come rivendicazione. Cioè il patriarcato come legittimazione giuridica della legge della giungla.

In più si afferma che il “femminismo punitivo” sia una causa che oltre ad estendere la tipologia dei reati, contribuisce ad aumentarne l’incidenza nel vivere sociale, e questo è un altro SOFISMO DIALETTICO: si trasforma lo schema di rilevazione dei fenomeni inscrivibili nelle fattispecie dei reati, con la enumerazione degli stessi, ponendo in modo posticcio e infondato che per ogni affinamento e valutazione di comportamenti oppressivi e schiavisti nell’alveo della sanzionabilità, questo implica in modo necessario l’aumento in frequenza di reati veri. Trasformazione del modello nella realtà attraverso ipotesi non provate e fatte passare per assiomi. E cioè analisi dogmatica del modello interpretativo che fa da correlato a una visione ipotetica della realtà intesa come evidente di per sé. REIFICAZIONE INDEBITA.

“Politica criminale”: la politica perseguita dal “femminismo punitivo” ha soltanto la pratica di una politica che si occupa del crimine e da esso trae alimento. Si noti che già aver scritto punitivo, si è creato un termine non provato che da predicato al femminismo e che in realtà è il soggetto dell’altra frase e che tale accostamento di questi due coppie di frasi è in realtà una identità che ripete se stessa invertendo i termini ” Pratica di gestione del crimine che è politica sociale tout court” <-> “politica di rivendicazione femminista che è pratica di sanzionabilità” <-> ” Termini con elementi infondati e posti come assieme nella parte del crimine con l’assunto nascosto che il femminismo sia solo tale all’interno di questo processo” <-> “tautologia con visione astratta e limitata del femminismo”. Tutto questo è una colossale petizione di principio infondata.

“<Reato dei “clienti> analogo al <reato di chi beve alcool>”: ANACRONISMO in primo luogo e già questo casserebbe qualsiasi analisi successiva, ma dal punto di vista logico si hanno vistose differenza viste come analoghe. Chi beveva alcool erano maschi e femmine, in più l’oggetto del contendere era una sostanza non una persona. Non una persona vista come oggetto: schiavo. La proporzione nascosta di questa analogia temporale anacronistica fatta passare per logica sottende un assunto per il quale, più crei fattispecie per questo reato, più invogli le persone a perseguirlo. Per l’alcool sicuramente non è mai stato così, bevevano pure prima della istituzione della punibilità. Per la prostituzione immaginiamo che i maschi siano perseguibili, l’eccitazione aumenterebbe a dismisura per tutti, non avremmo più bisogno del Viagra. Dovremo creare dei centri di aspirazione artificiale come per le mucche che danno il latte, e noi poveri uomini con un Priapo sempre in tensione a ogni ciclo scrotale dovremo infilarlo da qualche parte. Tutti satiri che camminano a tre gambe. Non credo che in questo scritto, sia necessario spiegare che la prostituzione prima del sesso, è un meccanismo di plagio e di potere, e anche se si castrasse un uomo, questo avrebbe comunque il desiderio di inferire dolore per suo momentaneo e sperato piacere. IN più se si dice che il desiderio è mentale, ecco allora che si contravviene all’analogia dell’alcool che lì si crea dipendenza fisica.

“Reato universale di maternità di sostituzione”: questo accostamento è di una violenza assoluta e per complessità merita un discorso a parte. Ma già per intuito si può ravvisare come sia la forma più avanzata del pensiero patriarcale: l’assoluta visione nelle tecnologie attuali del diritto e della chimica, della biologia, della medicina, tesa a considerare la donna, come un oggetto completamente a disposizione e anzi a scorporarla dal suo utero, dal suo essere madre, dal processo di gestazione da quello di nascita. In più vi è una scorrettezza totale, da approfondire ancora: Il reato non è verso la maternità, non è mai un reato, come la nascita e la gestazione. Il reato è il sistema di ruoli, persone e reato che trasforma tutto ciò in merce, come la prostituzione. Come rapina, come alienazione: PATRIARCATO NELLA FORMA PIù MODERNA E ASTRATTA.

(ripeto questo ultimo commento è solo esposto e non argomentato, perché il punto focale della mistificazione che oltrepassa i temi del presente scritto).

Occorre ricordare che tali accostamenti sono svolti da persone che si dicono combattere per la liberazione della donna e che si dicono di sinistra.

[1] http://www.agoravox.it/Il-turismo-sessuale-come.html

[2] http://www.altrodiritto.unifi.it/ricerche/devianza/acri/cap4.htm

[3] http://www.360giornaleluiss.it/la-sottile-linea-tra-appropriazione-culturale-e-apprezzamento-culturale/

[4] https://lunanuvola.wordpress.com/2014/03/18/vecchiaccia-wiki-al-vostro-servizio/

[5] http://www.treccani.it/enciclopedia/populismo/

[6] Ibidem

[7] http://www.lintellettualedissidente.it/italia-2/il-liberismo-etico-e-una-truffa/

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