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Manuela Saenz Orinoco

Manuela Saenz

Il femminismo “latino”: una chiave di volta globale

Convegno:
Il femminismo “latino”: una chiave di volta globale
La Rivoluzione delle donne in America Latina: l’ALBA e l’esempio cubano.Città di Malnate (Varese), domenica 8 ottobre, h. 17:00,
presso la Sala Consiliare De Mohr.
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L’evento progettato dall’Ass. Sharazade cultura e spettacolo senza frontiere, patrocinato dal Comune di Malnate, dalla Provincia di Varese, dall’Ambasciata di Cuba a Roma e dal Consolato dell’Ecuador di Milano, si svolge in collaborazione con l’Ass. Un’ Altra Storia, la Villetta per Cuba, la Città delle Donne e la partecipazione dell’attrice Francesca Brusa Pasqué.

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Quando la nave Granma sbarcò sulle spiagge di Cuba con a bordo 82 ribelli tra cui Fidel Castro, Ernesto “Che” Guevara ed il partigiano italiano Gino Doné Paro,
e la guerra aperta contro il dittatore Batista cominciò, non vi furono donne nella spedizione. Ma subito dopo, donne come Vilma Espín, Celia Sanchez, Haydée Santamaria, Aleida March e altre innumerabili donne cominciarono a seguire le operazioni militari che condussero alla vittoria della Rivoluzione Cubana. All’interno della rivoluzione, le donne cubane diedero un contributo notevole all’edificazione di una società nuova. Le donne cubane in questo momento hanno pieno accesso all’istruzione, a tutte le opportunità professionali, a tutte le cariche governative, politiche e istituzionali. Le donne cubane sono protette da un sistema di cura e assistenza completa: beneficiano di un’ottima sanità, gli anticoncezionali sono gratuiti, l’aborto è libero e, in caso di gravidanza, la donna comunque può usufruire di lunghi permessi regolarmente retribuiti. A Cuba gli asili-nido e le scuole per l’infanzia sono gratuiti ed esistono diverse forme di assistenza per l’infanzia e la maternità. Il sistema cubano garantisce alla madre il vantaggio di essere madre ma, nello stesso tempo, di essere lavoratrice o donna in carriera senza alcun problema. Sfortunatamente, escludendo paesi come il Venezuela, l’Ecuador, il Nicaragua o la Bolivia, che hanno seguito un faticoso e contrastato percorso di lotta sociale e politica (l’adesione all’ALBA, ovvero l’ Alternativa Bolivariana per le Americhe) che ha riscattato la donna, come tutti i lavoratori e i diseredati, il resto dell’America Latina ancora naviga in cattive acque. L’esempio delle zapatiste messicane o delle colombiane aderenti alle FARC, sono modelli di donne combattenti che hanno condotto scelte estreme e radicali ma che, tuttora, vivono situazioni estremamente problematiche, private dei più elementari diritti sociali e buona parte dei diritti civili. Esempi di donne che, evadendo da ambienti e situazioni a loro chiaramente ostili, si sono ribellate tentando di creare una società alternativa, in opposizione a quella dominante. In Messico, le donne continuano a essere sfruttate sessualmente attraverso tratta e rapimenti, sono assassinate ai confini tra USA e Messico o sono incarcerate se decidono di abortire. Nel resto della Colombia, le donne continuano a essere rapite, condannate alla povertà, al terrore statale o a divenire oggetti sessuali alla violenta mercé di gruppi paramilitari.
I grandi conseguimenti che hanno migliorato la vita di molte donne hanno mostrato degli esempi da seguire, ma ogni messicana, ogni colombiana e tutte le donne latinoamericane meritano una vita di dignità. Ciò sarà possibile solo quando il femminismo comunitarista e indigenista diverrà parte essenziale dell’agenda nazionale degli stati latinoamericani. Le femministe latinoamericane stanno lottando per una vera uguaglianza, per un’autentica rappresentanza politica, per cibo e istruzione gratuiti, contro il dogma neoliberista che desidera asservire la donna a un immaginario mercantile che la rende puro oggetto di consumo alla mercé delle oligarchie locali.

Obiettivi:
Il convegno è proposto con l’obiettivo di avviare un dibattito, un confronto costruttivo tra le donne italiane, le donne immigrate di origine nord-africana o mediorientale e la comunità d’immigrate “latino-americane” presenti sul territorio lombardo, e proporre un’agenda di proposte e valori condivisi.
L’Ass. Sharazade – Cultura e Spettacolo senza frontiere è, infatti, un’associazione no-profit, culturale, attiva nella difesa dei diritti umani che svolge attività di promozione e utilità sociale a favore degli associati e di terzi, con un’importante impronta culturale per il ravvicinamento mutuale tra il Sud ed il Nord del Mediterraneo e in un modo specifico tra il mondo arabo-musulmano, africano e l’Italia, promuovere la conoscenza delle culture degli immigrati in Italia e per la creazione di una cultura e politica della solidarietà e di educazione alle diversità. Sharazade ha una missione ambiziosa, difficile, ma profondamente giusta: contribuire a creare una società aperta verso le diversità in un mondo sempre più multietnico, multiculturale, nel rispetto e nella valorizzazione delle specificità etniche, culturali, religiose e di genere. Sharazade inoltre intende combattere il razzismo e la xenofobia attraverso l’interazione tra gruppi sociali diversi, perseguendo la reciproca conoscenza, il rispetto e le opportunità per tutti in una società fondata sulla pacifica convivenza, quale stimolo a un mondo più giusto e più rispettoso anche degli equilibri naturali. Desidera proporre una nuova visione del processo d’integrazione tra gli immigrati e la società italiana, in particolare rispetto agli attori organizzativi in esso coinvolti, chiamando gli stessi immigrati o figli d’immigrati a partecipare attivamente alla costruzione di tale processo.

“Che” Guevara a 50 anni della sua morte: più attuale che mai!

Articolo tratto da ilSudEst e Agoravox Italia

 di MADDALENA CELANO

La lotta armata rivoluzionaria ha occupato il centro della scena politica mondiale per quasi tre decenni.

Dallo scoppio della seconda guerra mondiale ai nostri giorni, abbiamo visto come vari popoli hanno ricorso alla guerra di guerriglia o altre forme di lotta armata di tipo popolare. Gli episodi più eccezionali, in termini di percorsi da seguire, sono stati guidati da concetti marxisti. Infatti, per più di un secolo, il ruolo di una tale teoria per il cambiamento rivoluzionario è stata un arduo dibattito. È evidente che il problema è complesso, soprattutto, tenendo conto i particolari tratti del tempo, del luogo e delle circostanze che determinano le discrepanze, o meno, tra un movimento armato o un altro, discrepanze che provengono anche da concrete situazioni rivoluzionarie difficili da affrontare a livello teorico e come approccio metodologico. Ora, nel periodo storico caratterizzato dalla ricerca di una trasformazione, di un passaggio da una società capitalista a un socialista, scopriamo  che le forme di lotta rivoluzionaria sono state create grazie alle idee e ai metodi di organizzazione dal movimento comunista internazionale. L’ultima proiezione di quel marxismo – l’ultimo in senso cronologico –  è la “Nuova Sinistra”. Tra gli ideologi di questa corrente,quattro sono generalmente riconosciuti come principali: Jean-Paul Sartre, Frantz Fanon, Herbert Marcuse e Ronald D. Laing. A loro si aggiunge  il Che Guevara, metà-ideologo e metà-uomo d’azione, che è riuscito a intravedere un percorso di transizione dalla teoria all’azione e dell’ “amore per l’umanità” alla violenza implacabile, elementi che, uniti, portano all’umanesimo rivoluzionario e che è solo il nucleo centrale del pensiero “Che”. Il pensiero di Guevara e la sua teoria del “foquismo”, oltre al suo lavoro politico, ha ispirato almeno due generazioni di giovani che hanno pensato che è necessario cambiare questo mondo in cui sopravvive semplicemente chi è più furbo e più scaltro, quest’ultima è l’unica vera possibilità offerta a noi, quella della sopravvivenza. La mia idea, quando affronto questo esposizione, non è quella di evidenziare una figura alla “moda”, intendo, al contrario, contrastare, per quanto mi riguarda, la recente tendenza al consumo che identifica il “Che” come prodotto glamour, cerco di rendere giustizia a uno dei personaggi che hanno maggiormente influenzato il pensiero contemporaneo.

Biografica Breve

Ernesto Guevara de la Serna, nato a Rosario, in Argentina, il 14 giugno 1928, in seno a una famiglia di classe media. Nel 1953 ha completato gli studi di medicina presso l’Università di Buenos Aires. Durante i suoi viaggi in diversi paesi dell’America Latina, si convinse che la rivoluzione violenta fosse l’unico modo per sradicare la miseria ed il degrado del Continente “latino” e per raggiungere l’unione politica delle nazioni sorelle del continente. Nel 1953 si recò in Guatemala dove il presidente Jacobo Arbenz intraprese un ampio programma di riforme sociali, ma il colpo di stato dell’anno successivo costrinse Guevara a trasferirsi in Messico. In Messico ha incontrato i fratelli Fidel e Raúl Castro che, insieme ad altri esuli cubani, stavano preparando un assalto rivoluzionario contro il governo di Fulgencio Batista.

Nel novembre del 1956, il gruppo rivoluzionario guidato da Fidel Castro sbarcò nella provincia cubana d’ Oriente. Durante il primo scontro con le truppe di Batista quasi tutti gli insorti furono uccisi, in pochi riuscirono a sopravvivere. Castro, Che (soprannome dato a Guevara a causa dalla sua origine Argentina) e gli altri sopravvissuti si sono rifugiati nella Sierra Maestra, dove comincia la rivoluzione che culminò nel gennaio del 1959 con l’ingresso trionfale all’Avana.

Guevara occupò posizioni di grande rilevanza nel governo di Fidel Castro: divenne direttore del Dipartimento dell’ Industria all’Istituto Nazionale di Riforma Agraria, Presidente della Banca Nazionale e Ministro dell’Industria. Rappresentò Cuba in conferenze e forum internazionali ed è stato notato anche per i suoi attacchi costanti all’imperialismo degli Stati Uniti. Considerato per il suo lavoro teorico come marxista eterodosso, Che Guevara ha incarnato gli ideali della gioventù sinistra negli anni ’60. Tra il 1965 e il 1966 è scomparso dalla vita pubblica e si fermò per qualche tempo nel Congo, dove ha collaborato all’organizzazione di un gruppo rivoluzionario. Nell’autunno del 1966, Che Guevara cominciò ad organizzare la guerriglia rivoluzionaria nella regione boliviana di Santa Cruz. L’8 ottobre dell’anno successivo il suo gruppo fu annientato dall’esercito boliviano consigliato dalla CIA. Ernesto Guevara è stato ferito e imprigionato; pochi giorni dopo venne assassinato. Così morì l’uomo che voleva creare l’“uomo-nuovo” con il suo esempio, con la sua vita, con le sue opere; un uomo che ha difeso le sue idee con le armi e con le sue teorie.

L’essenza della Filosofia del “Che”

Sarebbe assurdo trascurare le proposte teoriche presentate da Ernesto “Che” Guevara

senza prima essere guidati da criteri fondamentalmente marxisti (senza trascurare il leninismo), che hanno influenzato radicalmente la formazione del suo pensiero.

Quindi, Che Guevara è considerato, sia dai suoi studiosi così come da se stesso, un “marxista” ei suoi scritti confermano questo.

Ma oltre a questa caratteristica c’è un dettaglio fondamentale che è quello che dà una particolare sfumatura al pensiero di Ernesto Guevara: il fatto che la scoperta del marxismo non era per il Che una semplice e mera operazione intellettuale e bibliografica, ma il risultato di un’esperienza vissuta personalmente, come è stata la scoperta della miseria e dell’oppressione a cui sono sottomessi i popoli latinoamericani e con cui è entrato in contatto durante i suoi viaggi in tutto il continente. Da questa caratteristica, a sua volta, una delle qualità essenziali della sua versione marxista: è il carattere anti-dogmatico. Cioè, ha concepito questo contributo teorico come qualcosa che potrebbe e dovrebbe essere sviluppato in termini di trasformazione della realtà in sé.

Guevara si lamenta in diverse occasioni dell’”ortodossia” che ha trattenuto lo sviluppo della filosofia marxista; riferendosi alle premesse sistematicamente imposte dalla burocrazia; che si basavano su formulazioni e implementazioni di interpretazioni e contraffazioni ogni volta (in realtà) più eterodosse, sia del marxismo originale che del marxismo-leninismo; tutte sono scadute in un sistema di verità eterne, immobili e immutabili di assoluto dogmatismo. Esiste qualcosa di più ostile al marxismo? Una volta esposte approssimativamente le linee base del pensiero politico di “Che” Guevara, è necessario metterlo in relazione con altri elementi teorici che offrono come risultato la proposta del “Che” per quanto riguarda il suo “uomo nuovo” e quello per lui era il significato ultimo di ogni azione teorica e pratica di leader rivoluzionario. In questo senso possiamo osservare come interpreta in modo molto peculiare la filosofia marxista; traendone dall’interno il tocco umanistico che parte dell’inspirazione iniziale di questa teoria e per la cui difesa si basa su un passaggio di un discorso pronunciato da Fidel Castro nel 1961 in cui ha detto: “Chi ha detto che il marxismo è non avere anima, non avere sentimenti? Se fu proprio l’amore per l’uomo che generò il marxismo; fu l’amore per l’uomo, per l’umanità, fu il desiderio di combattere l’infelicità del proletariato, il desiderio di combattere la miseria, l’ingiustizia, il calvario e il continuo sfruttamento subìto dal proletariato, che fa sorgere dalla mente di Karl Marx il marxismo, esattamente quando il marxismo poteva sorgere, quando poteva sorgere una possibilità reale e, più che una possibilità reale, la necessità storica della rivoluzione sociale di cui fu interprete Karl Marx. Ma che cosa lo rese interprete della realtà, se non la ricchezza di sentimenti umani di uomini come lui, come Engels, come Lenin?”

Quell’umanesimo che osserviamo dal paragrafo precedente, può essere ricondotto alla genesi, allo sviluppo obiettivo del pensiero e dell’azione di Ernesto Guevara, aggiungendo un elemento puramente economico, ma senza trascurarlo, poiché ha condotto studi e proposte in questo settore; tuttavia, trascende il piano socio-economico e cerca in esso l’uomo che è considerato l’asse centrale e un fattore essenziale della rivoluzione. Per questo motivo l’umanesimo di Che Guevara è soprattutto un umanesimo rivoluzionario, giacché non si conforma al semplice fatto di interpretare la natura ma cerca di trasformarla.

Naturalmente, insieme a questo scenario troviamo un altro concetto legato al  materialismo storico. A proposito di questo tema, la visione di Guevara si scontra con una visione meccanicistica, non accetta la storia come meccanicamente determinata dall’accumulo di forze economiche ma piuttosto come un processo in cui le relazioni di produzione che sono un fatto oggettivo che interagiscono attraverso gli uomini che si muovono nel background storico. Si può quindi dire, generalmente, che  “Che” Guevara mostra una consapevolezza acuta della necessità di uno sviluppo del marxismo-leninismo, soprattutto per quanto riguarda i nuovi problemi sollevate dalle società in via di sviluppo, per le quali gli scritti di Guevara costituiscono più di un’introduzione, necessaria ma ancora insufficiente.

Tuttavia, queste contraddizioni interne esistenti in una società sono quelle che creano senza dubbio le condizioni oggettive necessarie per una situazione rivoluzionaria. Ma Guevara osserva che queste caratteristiche non sono le uniche, né sono sufficiente a svolgere una rivoluzione che richiede azioni consapevoli da parte dell’avanguardia (intesa come gruppo guerrigliero) e, di conseguenza, delle masse popolari. Senza di esse la rivoluzione non può essere realizzata. Tutto questo è chiarito dalla famosa frase marxista che “non è la coscienza degli uomini che ne determina l’esistenza ma, al contrario, è l’ esistenza sociale che determina la coscienza”.

Cuba: la donne cubane contro la tratta di esseri umani

Articolo tratto da Agoravox ed ilSudEst

Federazione delle Donne Cubane contro la tratta di esseri umani: l’evoluzione della Donna nella Politica Cubana e la prevenzione del crimine.

I problemi che le donne riportano negli ultimi anni, il ruolo principale che meritano come oggetto di studio indipendente, vanno separandosi dal tema della famiglia cui l’ideologia sessista, sottile o manifesta, le colloca per tenere le donne relegate nella sfera del privato. D’altra parte, nonostante l’importanza della famiglia nella società, legare le donne alla famiglia, significa privare l’uomo del suo diritto e dovere di partecipare al sostentamento della casa e al lavoro di cura verso bambini, anziani e malati, allo stesso livello delle donne. L’educazione dei bambini non è una funzione collegata necessariamente a un sesso o all’altro, al contrario, nelle civiltà antiche o classiche divenne una funzione prettamente maschile attraverso l’ utilizzo di pedagoghi professionisti. L’educazione dell’infanzia è un lavoro, nella civiltà moderna, “femminilizzato” solo perché le donne sono state limitate o discriminate nella loro partecipazione alla sfera pubblica. Dopo la I e II Guerra Mondiale, per la mancanza di manodopera, fu necessaria l’incorporazione delle donne in tutte le attività tradizionalmente maschili e le donne dimostrarono di essere capaci, come e quanto gli uomini, in veri ambiti produttivi e sociali. I problemi delle donne vanno oltre la famiglia, il rapporto e l’educazione dei bambini: per raggiungere la loro partecipazione alla produzione, allo sviluppo scientifico, all’arte, alla letteratura e alla cultura in generale e alla vita politica della società, alla loro specificità come oggetto di studio, si richiede un particolare approccio metodologico; l’introduzione di una variabile femminile nella ricerca scientifica delle diverse specialità. Molti studi scientifici non incorporano il sesso come variabile importante per mostrare i loro risultati, evitando di evidenziare una possibile esistenza di differenze tra donne e uomini.

 L’evoluzione del tema “Donna” a Cuba

La preoccupazione per le donne come individui – per vari motivi – è individuabile in alcune pubblicazioni conservate nella Biblioteca Nazionale “José Martí” e nel Centro Universitario dell’ Havana, “Rubén Martínez Villena”. Il lavoro più antico, risalente al 1860, è una raccolta indicata dal nome “La Mujer (cualidades del carácter de la mujer)”, l’autrice è la poetessa Gertrudis Gómez de Avellaneda, che si trovò di fronte alle idee misogine dei suoi tempi e non sapeva come visibilizzare il suo talento e il suo lavoro. Le opere del secolo passato, conservate nelle due istituzioni sopra menzionate sono state archiviate come tematiche storiche (Perala, Antonio, 1895) o giuridiche (Estéz e Romero, Luis, 1874); (Galarraga e Maza, Jose Antonio, 1866). In quest’ultima area tematica, vi sono tesi di dottorato legate ai diritti delle donne in generale e rispettivamente sulla legislazione commerciale del tempo. Non è un caso che l’autore del primo libro sul diritto commerciale, Luis Estévez Romero, era il compagno di vita di Marta Abreu, eccellente cubana, precursora dell’assistenza sociale a Cuba che ha creato le istituzioni che hanno servito a esigenze collettive e cha ha contribuito monetariamente alla guerra per l’indipendenza dalla Spagna. Nei primi venti anni del ‘900, con la nascita dei primi movimenti suffragisti e con il primo Congresso femminile del 1923 e la nascita a Cuba dell’Associazione Femminista Nazionale, si verificherà un aumento della produzione di opere sulla donna, corrispondente ad un boom di movimenti femminili, non aliene dai movimenti politici che caratterizzano la fase dopo la Rivoluzione di Ottobre, a cui Cuba non rimase indifferente. In questo decennio, dal 1931 al 1940, vede la luce un’importante produzione su “El derecho al sufragio de la mujer” (Lámar, Hortensia, 1926; Andreu e Bassolo, Porfirio, 1928; Betancourt Agüero, Laura, 1927; Zayas e Alfonso, Alfredo, 1930; Suárez Chamizo, Víctor, 1932; Ponte e Domínguez, Francisco J. 1928, 1930) in corrispondenza logica con un movimento nazionale per garantire la partecipazione femminile alla vita politica del paese e si chiude con la garanzia del diritto di voto approvato nella Costituzione del 1940.

Nel gennaio del 1959 con il trionfo della Rivoluzione cubana, la donna ottiene la totale uguaglianza giuridica e politica.

La creazione della Federazione delle donne cubane (FMC) nel 1960, organizzazione che rappresenta gli interessi di tutte le donne, indipendentemente dalla razza, dall’origine sociale e dal loro posto nella società, ha contribuito in modo indicativo al crescente interesse per le questioni femminili e la produzione d’informazioni a questo proposito.

La presenza di discorsi storici e sociali sulle donne, nelle riunioni di organizzazioni femminili, come, ad esempio, quelli pronunciati da Vílma Espín, presidentessa della FMC, rappresentano, in questa fase, le prime opere scientifiche sull’argomento “donne” (García Espinosa, Juan Manuel, 1961 e Gonzalez, America e Greater, George, 1969).

Donne a Cuba: la rivoluzione emancipatrice.

Il trionfo della rivoluzione cubana ha generato il più importante cambiamento politico, economico e sociale della storia dell’America latina.

Dal 1959 le nuove autorità guidate da Fidel Castro hanno collocato i diseredati, in particolare le donne e le persone di colore, le principali vittime delle discriminazioni inerenti a una società patriarcale e segregazionista, al centro del progetto di riforma. La rivoluzione “per gli umili” aveva come obiettivo quello di porre le basi di una nuova epoca egualitaria, liberata dall’angoscia delle ingiustizie legate alla storia e alle strutture sociali del paese. La donna cubana era la priorità immediata del governo rivoluzionario con la creazione nel 1960 della Federazione delle donne cubane (FMC), la cui presidentesse era Vilma Espín Dubois, militante pienamente impegnata contro la dittatura del generale Fulgencio Batista e moglie di Raúl Castro.

La donna prima del trionfo della Rivoluzione

Sotto il regime militare di Fulgencio Batista, dal 1952 al 1958, le donne cubane, sottoposte al tumulto di una società patriarcale, rappresentavano solo il 17% della popolazione attiva e ricevevano uno stipendio significativamente inferiore a quella degli uomini per un’occupazione simile. La donna limitata al ruolo di casalinga incaricata ai doveri domestici, sottomessa all’onnipotenza del marito, rappresentava la prima vittima dell’analfabetismo che affliggeva una gran parte della popolazione, le prospettive erano piuttosto tristi per le donne cubane. Quindi, dai 5,8 milioni di abitanti, con un tasso d’iscrizione scolastico pari a soli il 55% per i bambini di età compresa tra i 6 ei 14 anni, più di un milione di bambine non avevano accesso alla scuola. L’analfabetismo colpì il 22% della popolazione, più di 800.000 persone, principalmente donne.

Nonostante l’ottenimento del diritto di voto delle donne nel 1934, sotto il governo di Ramón Grau San Martí emanato dalla Rivoluzione popolare del 1933, il ruolo delle donne nella vita politica era molto limitato. Così, dal 1934 al 1958, solo 26 donne ottennero posizioni legislative, 23 deputate e 3 senatrici. Al contrario, le donne cubane svolsero un ruolo fondamentale nella lotta insurrezionale contro la dittatura Batista, in particolare attraverso organizzazioni come Unidad Femenina RevolucionariaColumna AgrariaBrigadas Femeninas Revolucionarias, Grupos de Mujeres HumanistasHermandad de Madres . Le donne cubane hanno partecipato alla guerra come parte del “Movimento 26 luglio” di Fidel Castro e nel settembre 1958 si creò il Plotone militare femminile “Mariana Grajales” nella Sierra Maestra. Numerose figure femminili come Celia Sánchez, Melba Hernández, Haydée Santamaría o Vilma Espín, tra le altre, sono emerse dal movimento rivoluzionario contro il regime militare.

 Primi provvedimenti del governo rivoluzionario contro il traffico di esseri umani

Dal trionfo della Rivoluzione nel 1959, le cui fondamenta ideologiche sono nel pensiero dell’Eroe Nazionale José Martí, lo Stato cubano ha fatto dell’emancipazione delle donne una delle sue priorità. Il 1° gennaio 1959, a Santiago de Cuba, poche ore dopo il volo di Batista, Fidel Castro ha illustrato la situazione delle donne e ha ricordato la missione del processo rivoluzionario è quella di porre fine alla subordinazione sociale dei più oppressi:

Es un sector de nuestro país que necesita también ser redimido, porque es víctima de la discriminación en el trabajo y en otros aspectos de la vida […]. Cuando se juzgue a nuestra revolución en los años futuros, una de las cuestiones por las cuales nos juzgarán será la forma en que hayamos resuelto, en nuestra sociedad y en nuestra patria, los problemas de la mujer, aunque se trate de uno de los problemas de la revolución que requieren más tenacidad, más firmeza, más constancia y esfuerzo[1]

La donna cubana fu la principale beneficiaria dei risultati sociali ottenuti. Così, nel 1960, Vilma Espín fondò la Federazione delle donne cubane (FMC) per difendere gli stessi diritti per tutti e porre fine alla discriminazione. Le donne dovrebbero finalmente occupato il loro spazio sociale e contribuito pienamente alla costruzione della nuova patria per tutti. Fidel Castro ha sottolineato l’importanza della manifestazione:

Le donne cubane, doppiamente umiliate e relegate dalla società semi coloniale, hanno bisogno di questa organizzazione propria, rappresentando i loro interessi specifici e lavorando verso la loro più ampia partecipazione alla vita economica, politica e sociale della Rivoluzione.[2]

Al momento, il FMC ha più di 4 milioni di membri. Dopo il trionfo della Rivoluzione, ha dedicato la sua vita alla lotta delle donne cubane per l’uguaglianza fino alla sua morte avvenuta nel 2007. Ha presieduto la Commissione nazionale per la prevenzione e la cura sociale, la Commissione per i bambini, la gioventù e l’uguaglianza delle donne nel Parlamento cubano.

Uno dei primi compiti principali del FMC fu di combattere la prostituzione, una necessità vitale per quasi 100.000 donne nella Cuba pre-rivoluzionaria che vivevano nella povertà e nel disagio sociale. Con la scomparsa delle condizioni economiche e sociali responsabili dello sfruttamento sessuale delle donne, la riabilitazione sociale è stata ulteriormente agevolata dall’esistenza di una struttura femminile federata.

Seguendo la massima di José Martí, “essere colti per essere liberi”, Cuba lanciò nel 1961 una grande campagna di alfabetizzazione che permise a tutti i settori della società, in particolare le donne – e soprattutto le donne di colore di usufruire questo progresso sociale che ha aperto la strada all’eguaglianza. In quell’anno sono state create più di 10.000 scuole primarie. I risultati sono stati immediati: circa 700.000 persone furono alfabetizzate, tra cui il 55% furono donne. Nel 1961, l’UNESCO ha dichiarato Cuba “il primo territorio libero dall’analfabetismo”, un evento unico in America Latina e nei Caraibi in quel momento. Nel 1961 Cuba creò circoli infantili destinati a permettere alle madri cubane l’accesso alla formazione, al lavoro e alla partecipazione alla vita economica del Paese. In seguito Cuba sviluppò un arsenale costituzionale e legislativo destinato a promuovere i diritti delle donne e l’uguaglianza per tutti. Gli articoli 41 e 42 della Costituzione stabiliscono l’uguaglianza dei diritti tra donne e uomini e penalizzano qualsiasi “discriminazione basata sulla razza, il colore, il sesso, l’origine nazionale e le credenze religiose.[3] La legge n. 62 del codice penale (articolo 295) criminalizza, come punizione punibile da due anni di reclusione, qualsiasi violazione del diritto all’uguaglianza.[4] Le donne hanno quindi accesso a tutti gli uffici pubblici e a tutte le gerarchie delle forze armate[5].

Sul fronte internazionale, anche Cuba ha svolto un ruolo di primo piano nella promozione dei diritti delle donne. L’isola dei Caraibi era il primo paese dell’America latina per la legalizzare l’aborto nel 1965. Solo due altre nazioni del continente, la Guyana nel 1995 e l’Uruguay nel 2012, hanno seguito l’esempio di Cuba, concedendo alle donne il diritto inalienabile di disporre del loro corpo. Allo stesso modo, Cuba è stato il primo paese al mondo a firmare la Convenzione sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne e la seconda a ratificarla.

La Federazione delle donne cubane (FMC), un raggruppamento di oltre quattro milioni di donne, ha presentato il suo piano d’azione il 20 luglio 2017, nella capitale cubana, per rispondere alla prevenzione e confronto della tratta di esseri umani e protezione delle vittime entro il 2020. In questo periodo a Cuba, con la massiccia introduzione di un regime economico basato sul turismo di massa, si riportano notevoli problematiche legate a un’economia sommersa basata sulla prostituzione.

Una relazione riservata della Royal Canadian Mounted Police (RPMC) nel 2011 ha rilevato che Cuba è stata una delle destinazioni principali del continente per i reati canadesi connessi al mercato del sesso, insieme alla Repubblica Dominicana, Haiti, il Brasile e il Messico. Più di un milione di turisti canadesi hanno visitato l’isola l’anno scorso per turismo sessuale. La versione del 2003 ha rilevato che alcuni dirigenti delle società cubane come grandi ristoratori e albergatori “socchiudono gli occhi verso questo sfruttamento (dei minori) perché questa attività li aiuta a guadagnare con il cambio”. Un ufficio di diplomatici statunitensi all’Avana nel 2009 ha dichiarato che “alcuni bambini cubani sono stati spinti alla prostituzione da parte delle loro famiglie, scambiando sesso per soldi, cibo o regali”, ma non ha dato cifre. I piloti, i tassisti ei dipendenti delle località turistiche possono facilmente organizzare appuntamenti discreti con i minori, secondo il rapporto dell’OMPC.

Nel mondo della prostituzione dell’Avana c’è una varietà di trucchi da far invidia s Houdini. Le Jineteras cominciano a germogliare come fiori di campo a Cuba alla metà degli anni ’80.

Negli anni ’80, sebbene lo stato sociale di Fidel Castro garantisse mezzo chilo di carne bovina per persona e non vi fosse mancanza di latte, con l’arrivo dei turisti occidentali che portarono l’apertura di ristoranti gourmet e negozi per dollari con merci del “nemico imperialista”, si creò parallelamente anche un mercato di “carne-umana”.

È un innegabile merito del governo rivoluzionario l’inserimento sociale di 100 . 000 donne di “vita” che prima del 1959 erano impegnate nella prostituzione.

Molte di esse impararono a fare le sarte, diventarono tassiste o lavoratrici agricole. Tuttavia il rinnovato bisogno economico, il machismo tropicale e l’ apertura all’ economia turistica hanno spinto altre donne a prostituirsi sottilmente. Le jineteras non sono professioniste come le prostitute del quartiere a luci rosse di Amsterdam o di Miami Beach, le attuali jineteras cubane, oltre una buona cena e qualche soldo, cercano di sedurre lo sconosciuto.

L’obiettivo è di avviare un corteggiamento, anche a distanza, per ricevere trasferimenti bancari e la promessa di essere portate fuori dal paese.

Mentre i travestiti stanno guadagnando spazio nella Piazza Rossa di La Víbora, nel parco della Fraternità o nella Calzada de Güines. Si prostituiscono per 40 pesos (circa due dollari). In bar privati o discoteche di calibro. D’altra parte, l’approccio che il governo cubano ha verso il jineterismo, inteso in questo caso come prostituzione, ha attraversato diverse fasi, terminata con una recrudescenza della sua penalizzazione dalla fine degli anni novanta, derivante principalmente dalle pressioni internazionali. La prostituzione a Cuba non è un crimine, solo il pimping (il prossentismo) è considerato un crimine, ma c’è un problema legale applicabile alle jineteras: lo stato di pericolosità, giacché le jineteras si separano dalla comunità di appartenenza per frequentare locali e compagnie straniere, oppure gestite prevalentemente da capitale straniero. Svolgere un simile stile di vita, in un paese “embargato” e sotto blocco economico, che per giunta ha subito forme di terrorismo e numerosi attentati violenti e dinamitardi proprio nelle aree più turistiche e frequentate da stranieri, è molto pericoloso sotto il profilo della pubblica sicurezza. Per le jineteras che scelgono abitualmente di vivere in alberghi o comunque di abbandonare la comunità di provenienza, la polizia invia una lettera di avvertenza, che significa andare in un centro di rieducazione per un periodo da uno a quattro anni. Nell’isola, il jineterismo appare come un fenomeno femminizzato e individuale, derivante da comportamenti patologici, dall’introduzione della logica capitalista, in quanto non deriva da necessità primarie (il governo cubano continua a garantire istruzione, sanità, alloggio e cibo di base gratuitamente, per ogni cittadino e cittadina) ma da famiglie disfunzionali prive di valori, sottolineando l’ esistenza di un nuovo sotto-sistema economico, qualcosa che lo differenzia dalla prostituzione pre-rivoluzionaria. Le donne e i loro corpi incarnano questa perdita di valori (individuale per i sostenitori della rivoluzione, collettivo per i detrattori della rivoluzione). Nel settembre 2011, il Governo cubano si è confrontato con il modello Svedese per individuare un efficace modello di riferimento per contrastare la tratta.

In occasione di un programma di presentazione e di scambi di buone pratiche tra Svezia e Cuba, organizzato dal professor Sven Britton (Karolinska Institute) e dalla sig.ra Kristina Hillgren, è stato invitato uno psicologo, un collaboratore di Dianova in Svezia , Cipriana de Arteaga, per presentare le caratteristiche dell’esperienza svedese nel campo della prostituzione. Cipriana de Arteaga ha tenuto una conferenza su “Prostituzione, lavoro sociale e legislazione svedese” e ha partecipato a una tavola rotonda intitolata Donne dipendenti dall’alcool e dalle droghe – cosa possiamo imparare l’uno dall’altro? al IV Congresso Internazionale di Psicologia a Santiago de Cuba. Ha inoltre presentato il “modello svedese” durante una visita al Centro Nazionale per l’Educazione Sessuale (CENEXEX) all’Havana.

La prostituzione e il traffico di persone ai fini dello sfruttamento sessuale sono aumentati notevolmente negli ultimi decenni. Secondo una relazione dell’Ufficio delle Nazioni Unite sulle droghe e il crimine (UNODC), le vittime di questo sfruttamento sono milioni, mentre il loro fatturato annuo è superiore a sette miliardi di dollari. L’industria della prostituzione continua a crescere in un mondo globalizzato, dove il mercato libero non si riferisce solo ai beni, ma anche agli esseri umani.

Approcci molto diversi

Di fronte a un “commercio” prospero come le armi o le droghe, le leggi e le politiche dei diversi paesi offrono risposte molto diverse, secondo due considerazioni: che la prostituzione debba essere abolita dalla vita sociale o che debba essere tollerata dalla società. Per entrare in un piccolo dettaglio, la risposta legale alla prostituzione varia in base a tre tipi di sistemi giuridici: l’approccio proibizionista, abolizionista o liberale.

L’approccio proibizionista – questo tipo di sistema è diffuso nella maggior parte degli Stati Uniti, in Cina o negli stati islamici basati sull’applicazione della Sharia. Questi paesi criminalizzano sia le persone prostitute che loro clienti, considerati immorali, e tutte le forme di prostituzione sono proibite.

L’approccio abolizionista – nei paesi a favore di questo sistema (ad esempio Italia, Regno Unito, Canada), lo scambio di servizi sessuali per denaro non è illegale in sé, mentre sono illegali tutte le altre attività correlate quali lo sfruttamento sessuale e i bordelli. La persona prostituta è vista come una vittima che, come tale, deve trarre beneficio da varie misure volte alla loro reintegrazione. D’altra parte, non esiste una regolamentazione per controllare il fenomeno attraverso controlli amministrativi o di vigilanza.

Il risultato del regime abolizionista è una tolleranza relativa alla prostituzione: né la persona prostituta, né il suo cliente sono considerati al di fuori della legge, mentre la repressione si concentra sulla lotta contro il prossenetismo e la tratta di esseri umani.

Secondo entrambi gli approcci, mantenere la prostituzione illegale è il miglior mezzo di prevenzione. I paesi che favoriscono l’ approccio abolizionista ritengono che sia preferibile alla legalizzazione o alla regolamentazione della prostituzione che di fatto incoraggia solamente la criminalità organizzata, come l’abuso di ogni tipo: molte donne che lavorano nei bordelli legali restano comunque sotto il controllo dei loro “pimps” che non sono più considerati “criminali” ma “onesti-impresari” (il prossenetismo è legale nei paesi regolamentaristi). Molte le prostitute, nel regime “regolamentarista”, rifiutano comunque di entrare nel sistema giuridico per vari motivi: restare anonime, non pagare le tasse, o perché sono dipendenti (impiegate part-time dallo stato o in altri uffici) e quindi rifiutati dai bordelli legali …

L’approccio liberale – i paesi che favoriscono questo tipo di approccio vedono la prostituzione come un fenomeno impossibile da sradicare: deve pertanto essere organizzato e regolato al fine di ridurre le conseguenze negative, compresa la criminalità organizzata. In questo quadro giuridico, la prostituzione è legalizzata e accettata – le persone prostitute possono essere impiegate in bordelli, possono essere organizzati in sindacati, essere protette dalle leggi del lavoro e devono pagare le tasse e effettuare esami medici regolari. La prostituzione è regolamentata nei seguenti paesi liberali: Germania, Paesi Bassi, Grecia, Svizzera, ecc. Esiste anche un trend neoliberale basato sul principio della libertà individuale e il diritto all’autodeterminazione. Secondo i suoi seguaci, ognuno è libero di fare del proprio corpo quello che vuole e la prostituzione sarebbe un’attività lavorativa normale, esattamente come tutte le altre. “I lavoratori sessuali” hanno gli stessi diritti e gli obblighi di tutti gli altri – facendo la distinzione tra la prostituzione liberamente scelta e la pratica forzata. In realtà, la regolamentazione non ha assolutamente sconfitto la criminalità, ha semplicemente depenalizzato un crimine: il prossenetismo. I “pimps”, difatti, nei sistemi “regolamentaristi” non sono considerati criminali ma onesti imprenditori: i bordelli legali gestiti dai prosseneti (affittuari, autisti, protettori, etc.) pullulano di ragazze povere dell’ Est Europa, dell’ Africa e dell’ America Latina che, spesso, continuano a denunciare abusi e maltrattamenti. Inoltre, sempre più numerose sono le prostitute, nei paesi regolamentaristi, che continuano a lavorare per strada o a nero: spesso si tratta d’immigrate clandestine, donne straniere con problemi burocratici o amministrativi o, più semplicemente, impiegate che si prostituiscono una tantum, perciò preferisco restare anonime e non pagare le tasse.

Il “modello svedese”

Dopo anni di studio e di analisi, il governo svedese, dal 1999, ha deciso di adottare una politica di tolleranza zero per quanto riguarda la prostituzione e la tratta. Il modello svedese, si prefigge principalmente di attaccare la domanda, ossia i clienti di persone prostitute, ritenute la principale causa del fenomeno. Al contrario, le persone prostitute non solo non sono perseguitate ma possono beneficiare di vari tipi di aiuti, sia economici che sociali per uscire fuori dal mercato della prostituzione.

Per attuare la nuova legge, il governo svedese ha dovuto affrontare un grande impegno educativo per dissipare il mito della “professione più antica del mondo”. Nel 2002 e nel 2003, il governo ha condotto una grande campagna contro la prostituzione e il traffico di esseri umani in collaborazione con altri paesi dell’Europa settentrionale, rivolti a autorità, ai media, alle ONG e all’opinione pubblica.

Secondo i sostenitori, giacché la legge è entrata in vigore, il numero delle donne coinvolte nella prostituzione di strada è diminuito la metà, mentre il reclutamento di nuove prostitute sarebbe stato fermato. Inoltre, secondo la polizia svedese, il traffico di esseri umani sarebbe calato notevolmente, le reti criminali infatti considerano troppo complicato e poco conveniente “investire” in Svezia.

L’ Associazione Dianova in Svezia lavora con persone che sono dipendenti da alcool o da farmaci. In quanto tale, l’associazione si occupa spesso delle donne coinvolte nella prostituzione e lavora con i servizi sociali svedesi che aiutano coloro che sono vittime di prostituzione. Dianova in Svezia sostiene il “modello svedese” e lo ritiene utile per criminalizzare gli acquirenti di servizi sessuali e per ridurre la domanda.

Al contrario, ritiene che sia illogico criminalizzare le persone prostitute, giacché rappresentano le uniche vittime del fenomeno e sostiene tutte le iniziative per aiutare il loro reinserimento, nonché ritiene utile fornire assistenza terapeutica agli acquirenti dei servizi sessuali.

Riunione Generale della Federazione delle Donne Cubane per contrastare la tratta

Per individuare ulteriori soluzioni a questo scottante problema, Teresa Amarelle Boué, segretaria generale del FMC, ha convocato, il 20 luglio 2017, una riunione generale e nazionale di Associazioni femminili e attiviste per individuare una soluzione efficace al problema della tratta. Ha affermato che la più grande forza dell’organizzazione è nelle comunità in cui operano gli attivisti, insieme a specialisti e altre organizzazioni, nella prevenzione di questo e di altri fenomeni associati, quali prostituzione e prossenetismo.

Ha rilevato: “le azioni dell’organizzazione ribadisce la volontà politica del governo cubano di assumere un atteggiamento di zero tolleranza contro il traffico di persone”. La giornalista Isabel Moya, editore dell’Editoriale, considera il traffico di esseri umani come espressione della violenza di genere e ha affermato che, al di là delle misure specifiche, il piano dell’ FMC cerca di affrontare le cause profonde della diseguaglianze che generano disparità di genere.

“La persona sfruttata è il centro del nostro lavoro”, ha detto Moya e ha spiegato che a Cuba i casi di traffico sono legati allo sfruttamento sessuale, in modo che il FMC e le sue azioni prestino particolare attenzione alle donne a rischio prostituzione.

L’obiettivo generale del piano è di articolare una strategia di prevenzione e di attenzione alla tratta delle persone svolta dal FMC con il piano nazionale di azione per la prevenzione e il confronto, contro la tratta di esseri umani e la protezione delle vittime.

Le sue azioni includono protocolli di socializzazione per l’individuazione di potenziali vittime, promuovendo e sostenendo la ricerca incentrata sul genere, sull’incidenza a Cuba della tratta di esseri umani, l’ulteriore formazione delle operatrici di case di orientamento femminile e familiare di questa organizzazione femminile distribuita in tutto il paese. Il direttore della rivista Mujeres ha anche parlato della necessità di articolare delle azioni con altri enti che si occupino di politiche antitratta e ha spiegato che una delle proposte è quella di coordinare, con i tribunali, la nomina di un’ operatrice sociale che accompagni ogni donna dichiarata vittima di tratta, oltre a trattare la problematica nelle scuole e migliorare l’accompagnamento delle famiglie e delle vittime.

I partecipanti all’incontro hanno celebrato e arricchito l’iniziativa del FMC con discussioni e proposte. Yamila Gonzales Ferrer, coordinatrice del Programma di Sesso e Leggedell’Unione dei giuristi di Cuba, ha insistito sulla necessità di integrare questo e di altri piani e di conseguire un necessario percorso critico in modo da spingere le vittime della tratta e di altre forme di violenza a sporgere denuncia.

“L’esperta ha ribadito la necessità di continuare a lavorare sulla formazione con gli avvocati, nonché di aumentare la cultura giuridica della popolazione”.

Per Marisol Alfonso, ufficiale del programma nazionale del Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione a Cuba, si tratta di un piano d’azione che dimostri non solo la volontà politica, ma anche la volontà di agire. Ha anche sostenuto lo sviluppo d’indicatori di monitoraggio per misurare i progressi e le sfide lungo la strada.

Il filmmaker Lizette Vila, nel frattempo, era a favore di continuare ad aprire lo spazio per i registi con una proposta diversa sulla radio e la televisione, come aree del bene pubblico, in contrasto con la rappresentazione sessista e discriminatoria che abbraccia molti dei prodotti comunicativi attuali.

Il traffico di persone è un fenomeno relativamente nuovo per Cuba, ha dichiarato Idael Fumero della Direzione Generale della Polizia Rivoluzionaria e ha sottolineato la necessità di sollevare la percezione del rischio e del rifiuto sociale di questo fenomeno, che adotta forme molto sottili, non sempre legate alla prostituzione.

Lo scorso aprile, la Rappresentante Speciale delle Nazioni Unite sulla tratta di esseri umani, Maria Grazia Giammarinaro, ha visitato l’isola e ha riconosciuto la volontà politica di Cuba di combattere la tratta, anche se ha formulato suggerimenti, come migliorare il quadro giuridico in modo da poter essere definiti e distinti meglio i diversi fenomeni criminali come il pimping e il traffico.

Il relatore ha altresì notato la necessità di protocolli e indicatori per aiutare a definire più chiaramente ciò che potrebbe essere descritto come una situazione di tratta, ad esempio e con un protocollo di protezione e assistenza alle vittime, con un pacchetto di misure che possono essere applicate frequentemente quando s’identificano situazioni di tratta.

 

 


[1] F. Castro Ruz, Discurso pronunciado por el Comandante Fidel Castro Ruz, en el Parque Céspedes de Santiago de Cuba, República de Cuba, 1. de enero de 1959, su internet: http://www.cuba.cu/gobierno/discursos/1959/esp/f010159e.html

[2] A. Caner Román, Mujeres cubanas y el largo camino hacia la libertad, Biblioteca Nacional José Martí, agosto de 2004, la traduzione è mia, su internet: http://librinsula.bnjm.cu/1-205/2004/agosto/31/documentos/documento104.htm

[3] Costituzione della Repubblica di Cuba, 1976, articoli 41 e 42.

[4] Codice Penale Cubano.

[5] Dalia Isabel Giro López, Donne che fanno la rivoluzione, Difesa di Cuba, 20 agosto 2013. http://www.cubadefensa.cu/?q=node/2158 (sito consultato il 18 aprile 2015).

IN MESSICO (Ciudad Juàrez) OGNI GIORNO UNA RAGAZZA VIENE VIOLENTATA, SEVIZIATA, MUTILATA E UCCISA.

LEGGI QUEL CHE E’ SCRITTO IN ROSSO SE VUOI CAPIRE QUEL CHE E’ SCRITTO IN NERO
                  (Proverbio del XV secolo)images

Ciudad Juàrez, città bagnata da Rio Bravo, che fa da confine naturale agli USA, è il primo passo per i gringos del cortile di casa, illuminata da luci al neon che lampeggiano per le strade del centro: si arricchisce con i soldi facili del narcotraffico e delle maquilladoras. Le maquilladoras,  fabbriche di assemblaggio di proprietà straniera, godono di molti privilegi fiscali oltre ad effettuare, sulle proprie operaie, ogni genere di pressioni psicologiche e fisiche. Ogni operaia, settimanalmente, deve sottoporsi ad un test di gravidanza, deve lavorare per più di otto ore al giorno, viene automaticamente licenziata se resta incinta o se si scopre che ha bambini (anche se è illegale secondo la legge messicana)  e non può avere legami né con sindacati, né con altre organizzazioni per/di lavoratrici e lavoratori. Le operaie, tra l’ altro, non dispongono di molti mezzi pubblici: si recano al lavoro la mattina presto, al buio, facendo molti chilometri a piedi in strade ampie e scarsamente illuminate (idem al ritorno).  In questi ultimi anni, nei pressi di Ciudad Juàrez, in Messico, ogni settimana una giovane donna (generalmente  operaia) scompare nel nulla.
Alcune delle ragazze scomparse, sono state ritrovate nel deserto morte, con evidenti segni di torture, sevizie, mutilazioni e violenza sessuale.
La stragrande maggioranza di queste ragazze (quasi la metà) non superano i 18 anni di età ed, in alcuni casi, si  tratta di  bambine.
È importante sottolineare che nessuna delle ragazze assassinate e violentate aveva vestiti o atteggiamenti provocatori: tutte dal look minimalista e povero, indossavano jeans, maglietta e scarpe da ginnastica, tutte erano lavoratrici mal-pagate e mal-tutelate.
Per il numero delle vittime (i casi di desaparecidas sono più di un migliaio ma poche di esse sono state ritrovate) e per il grado d’ impunità, il caso di Ciudad Juàrez, è unico nella storia del crimine mondiale. Le vittime, tutte scure e di modeste condizioni economiche, rappresentano l’ epigono di una cultura contrassegnata dal sessismo, dal razzismo e dal disprezzo verso le classi popolari. Il fatto che né Amnesty International, tantomeno le delegazioni dell’ ONU per i diritti umani, non siano riuscite a individuare con certezza il numero di ragazze e bambine desaparecidas con il numero dei cadaveri ritrovati, rivela le omissioni ed i difetti che costellano le indagini relative a questi crimini. Rivela sopratutto il disprezzo per le vittime ed un atteggiamento improntato all’ omertà ed alla complicità.   I primi casi di quest’ orgia-misogina si sono verificati tra il 1993 e il 1995.
I cadaveri delle prima trenta donne assassinate a Ciudad Juàrez, Chihuahua, conducevano a una complessa trame di violenze sessuali, bettole, locali notturni, bande criminali e reciproche accuse tra i diversi protagonisti della vita pubblica. Tutto lasciava intravedere una nuova società messicana allo sbando, non  in grado di fare i conti con i propri limiti culturali.
La sovrappopolazione aumentava, aumentava la povertà urbana,  la violenza contro le donne all’ interno delle mura familiari, i rigidi ruoli di genere imposti da una cultura retriva che contrastavano, invece, con la progressiva ploretarizzazione delle stesse donne.
Nel 1995 si registrarono a Ciudad Juàrez 1307 reati sessuali, di cui il 14,5%, poco meno di 200, erano stupri su donne. Ma già nel primo trimeste del 1996 la violenza contro le donne comincia ad impennare:  il numero dei delitti aumentò del 35% rispetto all’ anno precedente.
Nell’ estate del 1995 il clima s’ era fatto teso: a Lonte Bravo, zona semideserta a sud di Ciudad Juàrez, nei pressi dell’ aereoporto locale, furono rinvenuti i corpi di tre giovani donne. Nelle settimane successive reati, torture, sevizie ed omicidi contro le donne aumentarono.
Le ragazze ritrovate morte, sono sempre nude o seminude, in posizione prona, indossavano tutte jeans e maglietta. Tutte di corporatura snella, con carnagione scura e capelli lunghi.
La maggior parte delle aggressioni a sfondo sessuale si verifica nelle fabbriche, nell’ industria maquiladora, o nei pressi.
La rigida e moralistica cultura cattolica della zona, enfatizza molto il ruolo della donna come casalinga e madre.
Le giovani donne lavoratrici ed indipendenti, vengono viste e percepite come potenziali “tentazioni”, donne libere che sprecano il loro denaro in discoteche, bei vestiti e trucchi.
Ciò viene vissuto come “eversivo” e “peccaminoso” dai maschi del posto, un attacco contro l’ ordine sociale rigorosamente patriarcale.
L’ intellettuale Alfredo Limas Hernàndez sostiene che l’ industria maquiladora sta “maquilando” l’ intera città.
Essa ne avrebbe ridisegnato la struttura, coinvolgendo tutti i gruppi cittadini in quel settore e generando dinamiche di segregazione socioculturale. All’ origine dell’ impoverimento urbano ci sarebbero i cicli di valore e di capitalizzazione dei trust mondiali. Ciò riduce lo spazio pubblico, le responsabilità del capitale e la gestione dello sviluppo da parte del governo locale.
Il tutto a spese dei corpi dei cittadini, in particolare delle cittadine, delle donne: viste come manovalanza di basso costo, da sfruttare il più possibile come operaie sotto-pagate,  come oggetti sessuali e, naturalmente, sempre e anche come madri e “domestiche”.
Un ambiente carente di politiche di sviluppo, con un sistema di rapporti di potere che evita di affrontare concretamente le forme di disuguaglianza strutturale nella società  è ovvio che si accanisce contro quello che è il “diverso” per antonomasia: la giovane donna, povera, non-bianca (india, nera o misto-sangue), “libera” o affrancata dalle ancestrali forme di dipendenza dal “maschio” percepito come capo-clan.
Insomma: si avverte la necessità di vittimizzare le giovani donne, diventate ormai un deposito di esseri umani destinati ad ogni genere di sfruttamento.
Salario e lavoro non sono gli unici punti deboli in Messico.
Ci sono anche il futuro e le aspettative culturali dei giovani. In queste circostanze, le donne e il loro ruolo sociale appaiono fortemente sottovalutate. In particolare nella città di frontiera.
Ana Bergareche, una sociologa della London School of Economics, sostiene che l’ orgia sacrificale di stampo misogino che opprime la città messicana ha le sue più profonde origini nel patriarcato di stampo cattolico. La sociologa sostiene che la donna viene vista per propria natura peccatrice e tentatrice. Per tal ragione deve essere punita, punita con la morte se non rispetta i canoni di donna-vergine, o donna-madre dedita alla cura del focolare domestico (invece di lavorare ed andare in discoteca, magari per sedurre “innocenti” maschietti).
E spiega come tale convinzione si fondi su un pensiero che invita all’ abuso e all’ emarginazione di etnia e classe,  mortificando ulteriormente l’ autostima delle donne: esse si considerano parte di una classe sociale che sa, o piuttosto suppone, di non poter andare molto lontano nella vita e nella società: perciò si piega ad ogni forma di abuso e sfruttamento.
Attualmente, la follia omicida ha superato le 600 donne e non accenna minimamente a diminuire.
Quel che più inquieta, è che si tratta di un delitto seriale perfetto. La complicità della polizia è stata assicurata, il governo non interferisce con le multinazionali per cui le vittime nella maggior parte dei casi lavorano.  Le degradanti condizioni sociali di Ciudad Juàrez sono l’ humus più adatto a creare vulnerabilità, condizioni favorevoli all’ azione degli assassini, soprattutto negli omicidi caratterizzati da violenza carnale, dove è evidente la presenza di diversi serial killer, sia nei metodi usati che nelle forme di occultamento. Per di più, l’ impegno delle autorità politiche e giudiziarie nell’ arginare la mattanza è stato molto debole.
Tutte le persone che tentarono (e tutt’ ora tentano) di fare luce si questi macabri eventi, vivono sotto il terrore e la minaccia della morte. Nel 1998, poco più del 10% di tutti i delitti si era verificato nella capitale messicana, mentre solo il 7% riguardava lo stato di Chihuahua. Ma ci fu un colpo di scena: quello stesso anno, l’ Istituto Messicano di Studi sulla Criminalità Organizzata pubblicava un rapporto, “Tutto quello che bisogna sapere sul crimine organizzato in Messico” in cui si afferma chiaramente che la mafia messicana è interna allo Stato stesso, che ha protezioni e complici in Parlamento, in magistratura, nella grande industria ed in polizia. Tra l’ altro, in questo rapporto si afferma chiaramente ed inequivocabilmente che lo Stato messicano (essendo inquinato e contaminato dalla criminalità) non è per niente in grado di proteggere le proprie vittime da soprusi e angherie. La diagnosi suonò a tutti esagerata ed eccessivamente pessimista. Purtroppo, ebbe prontamente le sue conferme: il tasso di crimini ed impunità incrementò notevolmente durante i mesi successivi. E non solo: questi studi criminologici sono supportati da solide fondamenta “storiche”. Per dovere di cronaca, cito un  caso del marzo 1989: a Matamoros, Tamaulipas, scompare un giovane statunitense di nome Mark Kilroy, originario del Texas. Venne trovato morto il mese successivo, in un ranch di Matamoros, assieme ad altri tredici cadaveri mutilati. Il ranch apparteneva ad un feroce trafficante di stupefacenti che si autodichiarò “satanista”: nel ranch furono rinvenuti strani feticci e scritte sui muri con sangue animale. In realtà, ricerche molto più approfondite, condussero alla scoperta ed allo smantellamento di una vasta rete di interessi e clientelismi, iscritta nel sottobosco del mondo dello spettacolo e della politica locale. Nella casa di uno dei criminali imputati sono state trovate foto che ritraevano il santero-satanista in compagnia di Fausto Valverde Salinas (ex-dirigente della squadra anti-droga presso la polizia giudiziaria federale), Carlos Armendàriz e Guillermo Gonzàlez Calderoni (anch’ essi ex-dirigenti delle polizia federale). Bisognerebbe, tra l’ altro, ricordare che gli antecedenti culturali della “santeria” per scopi malefici (o satanismo ?!)  risale ai tempi della Colonia e all’ Ottocento, nella stregoneria e nella santeria nella frangia di frontiera che va da Las Crucis, Nuovo Messico, El Paso, Texas, Chihuahua fino a Brownsville.

L’ attenzione di queste pratiche è per la realizzazione terrena. Sono pratiche improntate a creare compattezza e fedeltà tra i gruppi di potere o influenti sul territorio. L’ uso di droghe, il sesso, la violenza di gruppo sono “strumenti” o “chiavi” per assicurarsi omertà, protezioni e complicità. I culti riflettono il fenomeno del sincretismo contemporaneo con l’ antica agiografia cattolica, il vudù e altre credenze moderne. Altro filone trascurato dagli esperti nelle indagini sugli omicidi di Ciudad Juàrez è stato quello dell’ industria della pornografia violenta (sesso accompagnato da torture ed omicidi), i cosiddetti snuff movies. La pornografia con l’ uso di minori è, purtroppo, un’ altro fenomeno molto radicato nella città di frontiera. Lo studio più serio ed attendibile sull’ esistenza di questo genere di film è stato condotto da Yoran Svoray nel suo testo “Gods of Death” del 1997.

Yoran si è infiltrato nelle proiezioni di questo genere di film e notò che, ogni uomo presente, pagava 1500 dollari per guardare queste proiezioni. Va da sé pensare che sicuramente è un tipo di industria che permette un facile arricchimento.  Yoran notò anche che, appunto, gli spettatori non erano affatto membri del popolino: ma tutti industriali, imprenditori e professionisti. Purtroppo tutti gli uomini finora “scoperti” (molti sono liberi e protetti dalla stessa polizia) nel commettere simili crimini hanno avuto la prescrizione. Lo stesso presidente Felipe Calderon, che promise impegno e solidarietà ai familiari delle donne assassinate, attualmente non fa altro che rimandare le udienze con i parenti delle stesse vittime. La stessa Chiesa Cattolica ha avuto un atteggiamento che oserei definire non propriamente “evangelico” o/e “umanistico”: l’ attuale Vescovo della città ha dichiarato che le donne sono state assassinate perché lontane dalla Chiesa e poco “esemplari” nei comportamenti. Affermazione che lascia alquanto perplessi, oltre ad essere ampiamente mistificante. Così facendo, le povere operaie (le ragazzine e bambine immigrate, di umili origini) continuano ad essere stuprate, umiliate ed uccise anche nelle loro tombe. Sarebbe questo, allora, il brutale destino della merce-umana nel mercato mondiale.

Per informazione e solidarietà visitare il sito: www.mujeresdejuarez.org

                                                               Maddalena Celano  2008

 

Leidy León Veloz: Cuba sceglie di affrontare le nuove schiavitù.

 Articolo pubblicato su www.ilsudest.it il Sep 15th 20017

 In una torrida estate caraibica, nel mese di luglio 2017, nei pressi dell’Università di Pinar del Río, ho conosciuto la docente e attivista femminista cubana, Leidy León Veloz, che gentilmente mi ha concesso una lunga intervista sulla condizione femminile cubana e sul dramma della prostituzione a Cuba e nel resto dell’America Latina.

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Leidy León Veloz, attivista femminista e psicologa.

León Veloz ha studiato psicologia presso  all’ Universidad de la Habana (Cuba) e l’ IPVCE Federico Engels e ha frequentato la Vocacional de Ciencias Exactas F. Engels. Ha inoltre conseguito un Master in Psicologia Clinica. In questo momento è docente all’Università di Pinar del Río e coordinatrice del progetto Supervisión Psicológica SCP, nonché membro del gruppo Provinciale della Società Cubana di Psicologia in coordinamento con il Comitato Organizzatore della VII Convenzione Intercontinentale di Psicologia HOMINIS 2016.

 

  1. In Italia è pressoché sconosciuto il ruolo eroico e decisivo che assunsero le donne nella storia di Cuba, soprattutto durante la Rivoluzione. Una sub-cultura e un ampio lavoro di disinformazione, continua a dipingere Cuba come un paese retrivo, machista e misogino. C’è un fondo di verità in quest’affermazione?

 Molte donne hanno svolto un ruolo fondamentale nella Rivoluzione Cubana e dopo la vittoria dell’esercito ribelle nel 1959 e con l’arrivo al potere di Fidel Castro, il ruolo e la condizioni delle donne a Cuba migliorò notevolmente. La partecipazione femminile al processo rivoluzionario cominciò fin dalla rivoluzione nel 1953. Nel famoso assalto alla Caserma  Moncada, nel 1953, guidato da un giovane Castro, alcune donne parteciparono attivamente come Vilma Espín, Maria Antonia Figueroa, Acela de los Santos, più tardi Ministra dell’Istruzione e Gloria Cuadras. Tra i combattenti cubani troveremo anche Melba Hernandez e Haydee Santamaria. Queste due combattenti sono state coloro che hanno permesso che i prigionieri catturati, dopo il fallimento dell’ assalto, venissero rilasciati.
Hernández e Santamaría, dopo il trionfo della successiva rivoluzione del 1959, entrarono a far parte del gruppo fondatore del Partito Comunista di Cuba e lavorarono per lo Stato, prima come deputate dell’Assemblea Nazionale e in seguito nel Ministero dell’Istruzione.
Nel 1956, la lotta in Sierra Maestra, una delle tappe più conosciute della Rivoluzione Cubana, presentava anche guerrigliere donne, membri del Movimento 26 de Julio. Haydée ha partecipato alla lotta sui monti, così come Celia Sánchez, che è diventata segretaria del Consiglio dei Ministri di Cuba nel 1962 e in seguito Ministra della Presidenza. Insieme a loro, molte altre donne hanno partecipato a diversi compiti sulla Sierra Maestra. Le donne cubane formeranno la loro squadra di guerriglia nel 1958, nonostante il disaccordo di molti ufficiali di guerriglia. Fidel Castro insistette per la creazione di un plotone femminile e la formazione delle donne.  Si creò perciò il plotone Mariana Grajales, che divenne anche la guardia personale di Fidel Castro.
Dopo la vittoria della Rivoluzione cubana nel 1959, le organizzazioni femminili del paese fondarono nel 1960 la Federazione delle Donne Cubane, un’organizzazione finalizzata a porre fine alla discriminazione contro le donne e alla ricerca della partecipazione delle donne in tutti gli aspetti  della società. Fidel Castro ha riconosciuto il ruolo di quest’organizzazione nel Primo Congresso del Partito Comunista Cuba nel 1975, sostenendo che “le donne cubane, doppiamente umiliate e relegate dalla società semi-coloniale, avevano bisogno di una propria organizzazione che rappresentasse i loro interessi specifici e lavorasse per ottenere la sua più ampia partecipazione alla vita economica, politica e sociale della rivoluzione”. La rivoluzione cubana ha migliorato notevolmente la condizioni delle donne nel paese e l’emancipazione femminile fu parte del suo successo. A Cuba anche prima della Rivoluzione, soprattutto nel primo Novecento, c’erano diverse donne rivoluzionarie del paese che lottavano per il suffragio e contro numerose discriminazioni, creando numerose organizzazioni femminili. Purtroppo si trattava di movimenti residuali, composti prevalentemente da donne ricche, colte o borghesi. Il femminismo non fu mai un movimento di massa. Questa torcia fu in seguito ripresa dalla Rivoluzione, che continuò ad attuare misure per favorire le donne cubane in tutte le aree della loro vita.  La Federazione Nazionale delle Donne Cubane è un’entità rivoluzionaria che ha fatto il meglio per le donne cubane sin dalla sua prima formazione, il lontano 23 agosto 1960. La Federazione riporta circa 3.600.000 affiliate nei suoi ranghi. La Federazione, ogni cinque anni, tiene un congresso – proprio come le sue “mamme”, le prime suffragette, il più alto organo di governo in cui sono discussi i risultati del lavoro, sono adottate nuove strategie e programmi, ed è eletto il suo Comitato Nazionale e la sua segreteria. Senza la capacità organizzativa e il lavoro delle suffragette e delle femministe cubane del primo Novecento, senza il seme seminato, non c’è dubbio che l’opera che la Rivoluzione avrebbe fatto per la donna cubana in seguito sarebbe stata molto più ardua. Per questo motivo crediamo fermamente che dobbiamo riconoscere lo sforzo e rendere omaggio alle fondatrici e alle combattenti di Cuba, prima del 1959, perché anche loro furono rivoluzionarie in pieno ordine.Uno dei primi compiti del FMC fu di combattere la prostituzione, una necessità vitale per quasi 100.000 donne nella Cuba pre-rivoluzionaria, costrette da degrado, analfabetismo e inedia alla prostituzione coatta con i turisti. Seguendo la massima di José Martí, “essere colti per essere liberi”, Cuba lanciò nel 1961 una grande campagna di alfabetizzazione che permise a tutti i settori della società, in particolare le donne – e soprattutto le donne di colore di integrarsi attivamente nella nuova società. In quell’anno sono state create più di 10.000 nuove scuole primarie, più che durante i sessant’anni della repubblica neocoloniale.

  1. Dopo decenni di conquiste sociali e politiche femminili, la prostituzione a Cuba era quasi scomparsa, ma con l’avvento del Periodo Especial (il crollo del blocco sovietico da cui dipendeva l’ economia cubana) ed il conseguente isolamento economico e politico di Cuba, il problema prostitutorio è ricomparso, anche se con forme inedite. Il Governo ha reagito condannando duramente il pimping (il prossenetismo) e la tratta. La vendita di servizi sessuali minaccia di diventare un fenomeno radicato a Cuba e sollecita il dibattito pubblico su di esso. Come il Governo Cubano pensa di risolvere il problema?

La prostituzione, a causa di un sempre più emergente turismo di massa a Cuba, è diventata un problema e non solo per il sesso femminile. Anche gli uomini sono maggiormente coinvolti nel commercio del sesso. La situazione non è più come una volta, quando gli uomini erano solo prosseneti. I sex worker di sesso maschile, qui sono chiamati “pingueros”. La prostituzione è una violazione dei diritti umani che riflette un orizzonte di reificazione delle singole individualità (uomini e donne) ma dimostra anche che non è stato ancora possibile smantellare l’intero sistema patriarcale che rende la donna una merce. L’afflusso del turismo (internazionale) è qualcosa d’impatto molto forte a Cuba che influenza molto le tendenze e i comportamenti giovanili. La soluzione più efficace non è “condannare moralmente” chi esercita tale attività, ma è quella di attaccare l’intero sistema economico che gira intorno al prossenetismo, un sistema economico che si basa sullo sfruttamento e la violenza contro donne, trans e omosessuali. Questo gennaio 2017, il Centro Nazionale per l’Educazione Sessuale (Cenesex), ha fatto alcune proposte orientate alla penalizzazione del cliente e ampliare il dibattito accademico e popolare in relazione alle cause, agli impatti e all’analisi dei valori morali e sociali che sono messi in gioco quando si tratta di prostituzione. Oggi appaiono nuove forme di prostituzione e le strategie di prevenzione devono essere aggiornate alla mutevole realtà del paese. Il decollo del turismo di massa, l’economia cubana orientata allo sviluppo è una minaccia ma anche un’opportunità e non è l’unico fattore che genera il commercio sessuale.

Vi sono molteplici cause da affrontare come società come l’informazione, l’istruzione e il rafforzamento delle famiglie. Io personalmente sarei favorevole ad applicare a Cuba il Modello Nordico giacché diventare merce sessuale invalida e contraddice i vari diritti sociali e popolari conquistati e diventa causa di svantaggi sociali. Secondo una ricerca condotta da Rubén Herrera, del Ministero dell’Interno Cubano, su un campione di 82 donne cubane che hanno praticato la prostituzione con gli stranieri nella capitale cubana, si è dedotto che si trattava prevalentemente di giovani meticce, seguite da nere e bianche, con famiglie disfunzionali e permissive alle spalle, che vivevano in condizioni di sovraffollamento e incapaci di soddisfare le esigenze fondamentali di cibo, abbigliamento e calzature. Inoltre, si evince un’erosione di valori. Una su tre donne ha iniziato l’attività prostitutoria prima del conseguimento della maggiore età. Nessuna formalmente è stata costretta dalla violenza: ma quali scelte libere può compiere una minorenne, soprattutto in condizione di povertà? Tutto questo è il risultato di una qualche forma di mancanza materiale ma anche di informazioni e valori, nonché l’ assunzione di comportamenti a rischio come rapporti precoci, non protetti, sesso di gruppo e rapporti di interesse economico.

  1. Cosa ne pensa della nuova ondata glamour del femminismo liberal-pop sexy-positive, secondo cui tutto ciò che è legato alla sessualità, anche la prostituzione, il commercio di sex-toy e quant’altro, avrebbe una valenza emancipatrice e liberatrice?

Questo modello è approvato e promosso da molte aziende e società che ritengono fruttuoso lucrare sui gadget-sexy o sui corpi femminili venduti come merce nell’industria dei divertimenti o del turismo. Abbiamo trascorso molti anni a lavorare sulle nostre pratiche di attivismo, per rendere visibile l’istituzione devastante della prostituzione per una società che vogliamo egualitaria, dove non esista alcuna discriminazione né di classe, né di genere.

  1. Ritiene, quindi, che l’abolizionismo sia la strada migliore per superare il sistema prostituente?

Riteniamo giusto che le bandiere abolizioniste del movimento nato in Inghilterra nella seconda metà del XIX secolo, nel cuore del movimento femminista, siano risollevate. Fu la femminista inglese Josephine Gray Butler, uno dei suoi leader e pionieri. Nel 1869, in Inghilterra, fu approvata la «legge sulle malattie contagiose», che regolava la prostituzione e riteneva le donne responsabili della diffusione delle malattie trasmesse sessualmente. Tutte le forme di regolamentazione hanno una base sanitaria, legate al controllo delle malattie trasmesse sessualmente e si ritiene che solo le donne siano responsabili di ciò.
Questa legge prevedeva esami medici obbligatori, la schedatura delle donne in registri speciali e controlli della polizia, nonché luoghi specifici per l’esercizio dell’attività. Il movimento abolizionista mirava a porre fine a questi maltrattamenti e al controllo poliziesco delle donne e per questo la legge dovette essere abrogata. Come si può vedere, questo non è un nuovo problema per il femminismo abolizionista. Oggi, nel XXI secolo, dobbiamo insistere ancora una volta sull’imposizione della violenza che tenta di imporre regolamentazione / legalismo – tutte le strategie del sistema di dominazione capitalista etero-patriarcale per regolare e controllare le persone considerate di minor valore sociale, culturale e economico e simbolico a favore del soggetto maschio che è quello che impone la sua legge.
Un’altra cosa che credo sia importante dirvi è che è essenziale ascoltare le voci delle sopravvissute della prostituzione che oggi sono abolizioniste. È necessario ascoltare le voci di migliaia e migliaia di donne che non hanno denaro (perché nessuno le finanzia) che sono ancora prostituite, ma vivono tentando di uscire da questa violenza, cercando un lavoro normale che consenta loro di coprire i bisogni fondamentali della loro famiglia; hanno molto da dire per demistificare il “mito” della puttana libera e felice che provano a venderci come progetto di vita che si vuole regolare.

  1. Credi che sia conciliabile femminismo e prostituzione?

Oppure tentare di conciliare i due elementi è mistificatorio?

La prostituzione è un’istituzione patriarcale che colpisce direttamente l’uguaglianza di genere, giacché consacra una sessualità dominante: il soddisfacimento egoistico e narcisistrico maschile cui le persone prostitute, soprattutto donne e ragazze, bambini, transessuali e transgender devono sottomettersi.
Dobbiamo anche tenere conto che la maggior parte delle persone prostituite sono state precedentemente vulnerabili alla povertà, agli abusi, alla violenza, alla discriminazione e alla disuguaglianza di classe e sono state arruolate nella prostituzioni da adolescenti, con un’età media di 12-13 anni, secondo quanto afferma Marcela Rodríguez, nella sua ricerca (Tramas de la prostitución y la travaje en la exploita sexual, su internet: http://www.ciepp.org.ar/ ). La prostituzione non è una scelta di una o più donne che a un certo punto della loro vita, per qualunque motivo, decidono di essere prostituite. Al contrario, è un atto o insieme di atti con cui una persona prostituta – di solito da un cliente maschio – acquista o affitta a un prezzo in denaro o in natura il corpo di una persona trattata come oggetto, in genere una donna, per usarla sessualmente, per imporre la sua sessualità a causa della sua maggiore potenza economica e sociale. L’esercizio della sessualità è trasformato in relazioni di dominio e / o potere sul corpo e sulla sessualità di un’altra persona.  La prostituzione è un’istituzione patriarcale, un problema sociale basato sull’oppressione delle donne, che si svolge in un sistema di relazioni di genere. I contesti in cui si verificano queste relazioni sono di disuguaglianza sociale, sessuale, politica, economica e culturale tra uomini e donne. Per questo motivo parliamo di un sistema di prostituzione come sistema di relazioni sociali organizzate in un certo modo, con regole che lo regolano, con strutture e culture che lo sostengono, con istituzioni e attori: spettatori, trafficanti, agenti di polizia e altri funzionari partecipanti dell’impresa dello sfruttamento e / o di fornire protezione agli stessi. Il sistema di prostituzione crea violenze e s’impone violentemente a tutte le donne fisicamente o simbolicamente e genera complicità per mantenersi in vita.
Oggi, il problema sanitario con cui i regolamentaristi intendono controllare le donne è l’HIV-AIDS. Essi hanno inoltre esercitato pressioni sui gruppi di donne in prostituzione per accettare di essere chiamate “sex worker” e alcuni, che stanno promuovendo questo progetto, ricevono finanziamenti forti da organizzazioni internazionali legate alla promozione dell’ “industria del sesso”.
Questo tipo di sistema favorisce il traffico a fini di prostituzione e di violenza contro le donne. Ciò accadde in Argentina, quando questo sistema regolamentarista era in vigore (1875-1936). Il sistema-prostitutorio era conosciuto come “la strada per Buenos Aires” o “il commercio bianco” (così chiamato all’epoca), ed era uno scandalo.
Questa nuova forma di regolamentazione proposta da questo progetto è concretizzata in alcuni Paesi, come i Paesi Bassi e la Germania, che hanno regolamentato la prostituzione come lavoro, e dove i pimps, i banditi e i trafficanti diventano “imprenditori” e non criminali; le donne sono “lavoratrici-sessuali” (per lo più migranti e povere);  molte continuano ad essere trafficate ma le politiche pubbliche sono orientate nell’ includere sempre più donne in questo “lavoro”, perché nelle società capitalistiche vi sono grandi masse di diseredate che non hanno più posto nel mercato del lavoro e le donne e le persone trans, per prime, riportano numerosi problemi persino ad entrare nel mondo del lavoro.
Oggi più che mai è fondamentale sostenere il sistema abolizionista per porre fine all’ingiustizia che le donne siano reificate e mercanteggiate per soddisfare una supposta sessualità che cerca di affermare il suo potere su corpi percepiti come marginali o ininfluenti. In questo senso, non vi è alcuna compatibilità tra movimento femminista e sistema prostitutorio.

 

Maddalena Celano

www.ilsudest.it 

José Martí: fautore della liberazione femminile

Tratto da ilSudEst

MARTI Unknown

di MADDALENA CELANO

José Martí fu un uomo dalle idee effettivamente avanzate per il suo tempo.

Ha sempre sostenuto le libertà dell’uomo e il suo diritto di vivere in un paese libero e sovrano. Ma che dire della donna? Martí, riferendosi all’uomo, l’ha sempre fatto in termini neutri di umanità. In un periodo storico in cui alle donne era esclusivamente riservato il lavoro domestico e poche erano coloro protestavano in piazza per i loro diritti come cittadine, Martí giunse a conclusioni piuttosto audaci sulla questione femminile. Quando parliamo di Martí e della donna, la prima cosa che viene in mente è che Martí fu un uomo piuttosto sentimentale, passionale e romantico. Credeva nell’amore, era un gentiluomo, un artista e un poeta, molte donne furono conquistate da lui e tuttora continuano a essere soggiogate dalla sensibilità femminile rivelata attraverso i suoi bei scritti. Potremmo ricordare Martí come un buon figlio mentre conforta sua madre Leonor Perez, attraverso lettere piene di tenerezza e di amore durante la sua prigionia. Oppure possiamo ricordarlo pieno di ammirazione e rispetto per Mariana Grajales, la madre di Maceo.[1] Tutte queste sono visioni corrette, anche se oggi alcune femministe potrebbero pensare che vi sia una certa aria di machismo nei scritti di Martí. Che in essi la donna è vista come una preda da conquistare, come una debole bisognosa di essere confortata o come madre di una casta di guerrieri o, meglio, come donna che è stata in grado di “crescere”  un uomo combattente e di combattere al suo fianco per l’indipendenza della patria. Seguendo questa linea osserviamo che l’Apostolo, riferendosi a Mariana Grajales, scrisse:

No hay corazón de Cuba que deje de sentir todo lo que debe a esa viejita queridaa esa viejita que le acariciaba a usted las manos con tanta ternuraLa mente se le iba ya del mucho vivirpero de vez en cuando se iluminaba aquel rostro enérgicocomo si diera en él un rayo de sol () Su marido y dos hijos murieron peleando por Cubay todos sabemos que de los pechos de ella bebieron Antonio y José Maceo las cualidades que los colocaron a la vanguardia de los defensores de nuestras libertades[2]

In questo frammento Martí mostra una Mariana Grajales assumendo un atteggiamento forte e virile, sopportando il dolore del marito e del figlio morti assassinati. Per l’Apostolo, l’atteggiamento “femminile” di lutto per i morti e i feriti non dovrebbe aver luogo in tempi di guerra giacché è più importante sapere come superare il dolore e continuare a combattere. Sembrerebbe che per Martí il ​​merito della donna sia di comportarsi il più possibile come un uomo. Un altro esempio di una donna che assimila all’uomo è de Gertrudis Gomez de Avellaneda:

No hay mujer en Gertrudis Gómez de Avellaneda; todo anunciaba en ella un ánimo potente y varonil; era su cuerpo alto y robusto como su poesía ruda y enérgica; no tuvieron las ternuras miradas para sus ojos, llenos siempre de extraño fulgor y de dominio; era algo así como una nube amenazante. La Avellaneda no sintió el dolor humano; era más alta y potente que él, su pesar era una roca[3]

Finora possiamo dire che Martí è un uomo con idee machiste e che per lui la donna è solo virtuosa quando riesce a imitare l’uomo. Ma Martí non era sessista; era un pensatore che ha affrontato le questioni legate alla sua mascolinità del suo tempo (fine del XIX secolo). È un momento storico in cui vi sono una serie di stereotipi attorno alle donne e al loro ruolo nella società. Questo problema sopravvive ancora oggi. Sebbene il diciannovesimo secolo rappresenti il momento della nascita d’idee rivoluzionarie di libertà, uguaglianza e fraternità, questo non si verificò per le donne e ciò ha portato a riaffermare sempre più il loro ruolo subordinato all’uomo. La Rivoluzione Francese garantiva la partecipazione democratica alle elezioni a tutti i cittadini, ad eccezione dei disabili mentali, dei prigionieri, dei minori e delle donne. Alcune donne che hanno osato reclamare i loro diritti politici sono state condannate a morte.  Jose Martí concordò sull’idea che il posto migliore per la donna sia la casa; ma non a causa della sua minore capacità intellettuale, ma a causa della sua delicatezza fisica e dell’eccessiva importanza  che la donne offre ai dettagli in tutto ciò che fa:

No es que falte a la mujer capacidad alguna de las que posee el hombre, sino que su naturaleza fina y sensible le señala quehaceres más difíciles y superiores[4]

Martí non credeva alla superiorità intellettuale dell’uomo rispetto alla donna, aspetto che mostra in lui un pensiero piuttosto avanzato in un’epoca in cui le scienze mediche e sociali avallavano la tesi d’inferiorità intellettuale femminile. Tuttavia Martí è condizionato dal periodo storico in cui vive e l’idea che la donna debba dedicarsi ai compiti domestici era molto radicata nella società della fine del secolo XIX.  Martí è consapevole del fatto che negli Stati Uniti vi erano donne che lavoravano come banchiere, donne d’affari e anche lavoratrici ferroviarie, ma riteneva che il lavoro domestico fosse la cosa più importante per le donne. Tuttavia, nel 1889, quando Martí scrive per la rivista Le edad de oro, rivista indirizzata all’infanzia si riferirà direttamente alle bambine, in un periodo storico in cui quando si parla d’infanzia viene usato solitamente il termine “bambini” (cosa che avviene ancora oggi), per includerli tutti senza distinzione del sesso. Ne Le edad de oro Martí spiega ai bambini le grandi vicende della storia e dell’ arte senza cadere nel paternalismo e nel sentimentalismo gratuito.

Ti scrivo oggi anche se la lettera ti arriverà parecchio tempo dopo la tua festa;
però voglio che tu sappia che mi ricordo di te e spero che tu stia passando molto felicemente il tuo compleanno. Ormai sei quasi una donna e non ti si può scrivere come
ad un bambino raccontandogli sciocchezze o piccole bugie. Devi sapere che sono ancora lontano e che starò molto tempo separato da te, a fare quel che potrò contro i nostri nemici.
Non è che sia una gran cosa però qualcosa faccio, e credo che potrai
essere sempre orgogliosa di tuo padre così come io lo sono di te.
Ricordati che ci vorranno ancora molti anni di lotta e anche tu, quando sarai una donna, dovrai fare la tua parte in questa lotta.

Nel frattempo bisogna prepararsi, bisogna essere una vera rivoluzionaria, il che alla tua età vuol dire imparare molto, il più possibile, ed essere sempre pronta ad appoggiare le cause giuste. Inoltre obbedisci a tua madre e non credere di aver capito tutto prima del tempo.
Verrà il momento per questo. Devi lottare per essere fra i migliori a scuola.
Migliore in ogni senso, e lo sai cosa vuol dire: studio e atteggiamento rivoluzionario e
cioè buona condotta, serietà, amore alla rivoluzione, cameratismo, ecc.
Io non ero così quando avevo la tua età, ma vivevo in una società diversa dove l’uomo era nemico all’uomo. Ora tu hai il privilegio di vivere in un’altra epoca, un’epoca di cui bisogna esser degni.[5]

Sono parole scritte nel 1966 alla figlia Hildita da un altro grande rivoluzionario, Ernesto “Che” Guevara, ma definiscono bene l’atteggiamento di Martí verso i bambini, soprattutto verso le bambine. Il rivoluzionario Guevara, del resto, fu un grande studioso e ammiratore dell’opera martiana, uno dei migliori, ne mimò infatti sia lo stile che il linguaggio. Martí probabilmente fu uno dei pochi autori del suo tempo a infrangere determinati schemi linguistici sessisti. Ne Le edad de oro Martí scrive:

Las niñas deben saber lo mismo que los niños, para poder hablar con ellos como amigos cuando vayan creciendo; como que es una pena que el hombre tenga que salir de su casa a buscar con quien hablar, porque las mujeres de la casa no sepan contarle más que de diversiones y de modas[6]

Si può osservare che Martí crede nell’eguaglianza intellettuale tra l’uomo e la donna, ma è ancora in funzione maschile: si prevede uno sviluppo personale per le donne ma solo per soddisfare il proprio partner. Anche questo è un passo avanti per il suo tempo, giacché non solo considera le donne in grado di eguagliare intellettualmente l’uomo ma che possano anche superarlo. In questa stessa pubblicazione, infatti, Martí convoca un concorso e prevede una vittoria sicura per le ragazze. Martí concepisce la coppia “uomo-donna” in un completo equilibrio spirituale e intellettuale, dove esiste eguaglianza spirituale e intellettuale tra i due sessi:

Que no sean la compasión, el deber y el hábito lo que a su esposa lo tenga unido; sino una inefable compenetración de espíritu, que no quiere decir servil acatamiento de un cónyuge a las opiniones del otro: antes está el sabroso apretamiento de las almas en que sean semejantes sus opiniones, capacidades y alimentos, aun cuando sus pareceres sean distintos[7]

Vediamo quindi che Martí riconosce la necessità che le donne ricevano la stessa educazione e istruzione, esattamente come gli uomini, affinché (nelle donne) tutte le illusioni e tutte le esperienze si adattino. A questo punto possiamo chiederci quanto segue: può Martí concepire l’idea di una donna colta, ma non in termini di vita coniugale? Il tuo intelletto è considerato inutile al di fuori del matrimonio? Ricordo che dobbiamo partire dal criterio che Martí era un uomo del suo tempo. La sua educazione, la sua istruzione fu permeata dai canoni del momento storico da lui vissuto. La situazione ispanico-americana delle donne, alla fine del diciannovesimo secolo, era quella di compagna sottomessa e devota, dedicata alla casa. D’altra parte, negli Stati Uniti la visione delle donne era meno retrogradata. Come accennato in precedenza, la donna nord-americana usciva di casa e condivideva in una serie di posti di lavoro riservati agli uomini. Martí arriva negli Stati Uniti nel 1880 e testimonia questa esplosione femminile. Questa esperienza lo nutre e lo aiuta gradualmente a sbarazzarsi di alcuni concetti retrivi sulle donne. Ha iniziato a scrivere cronache in cui ha elogiato l’opera di scrittrici, avvocate e educatrici donne. Continua ad attribuire grande importanza alla donna come moglie, ma in determinati momenti la intravede come una professionista fuori dello spazio domestico. Giungendo negli Stati Uniti, Martí incontra il movimento femminista delle suffragette che è in pieno svolgimento. Questo era qualcosa di sconosciuto in America Latina e perciò rappresenta per lui una novità. Nel maggio del 1887, Martí racconta il primo suffragio universale a Kansas City, dove le donne ebbero finalmente il diritto di voto. Non dà un buon parere sulle elezioni e ne intravede una manovra politica del Partito Repubblicano per ottenere più voti. A proposito di Helen Gongar, una delle candidate più importanti di queste elezioni, Martí dice:

Por qué ha de espantar a esta mujer la política? La política, tal como se la practica ahora, ¿qué es más que mujer? Todo se hace en ella a hurtadillas, con insinuaciones, con rivalidades, con chismes…[8]

È chiaramente un attacco alla sua candidatura. Martí può sembrare contro le donne che votano e vengono candidate ma non è così, in realtà se la prende contro la manipolazione sporca dei voti e la corruzione di cui pensa sia complice anche quella donna. In generale, ha una buona opinione sulla partecipazione delle donne alla politica e rileva le buone abilità di molte candidate a ottenere posizioni pubbliche. Alcuni mesi dopo le elezioni di Kansas, Martí avrebbe scritto un’altra cronaca in cui parla della visita di un centinaio di signore al Corregidor de Brooklyn, che è contrario alla partecipazione delle donne alle riunioni scolastiche. Il testo fa notare la discussione intorno alla questione tra le signore e detto Corregidor, in cui le donne dicono di saperne di più sull’istruzione a causa della loro natura di madri. Martí trova una grande logica nelle argomentazioni delle donne e sottolinea come il Corregidor fosse rimasto senza parole da opporre alle donne.[9]Questo punto è molto interessante. Martí realizza e suggerisce che l’esperienza domestica consente alle donne di eseguire meglio degli uomini alcuni compiti pubblici. Questo è indubbiamente un passo avanti nel pensiero di Martí, giacché non vede positivo il fatto che le donne lascino la casa per il lavoro, ma ammette la superiorità di queste nell’ assumere alcuni compiti pubblici. L’8 agosto 1887, Marti scrive un’altra cronaca per altre elezioni a Kansas. Di questa riporta una migliore impressione rispetto a quella precedente. Fornisce criteri molto positivi sulla performance politica femminile e soprattutto della signora Salters che è nominata sindaco della città di Argonia a Kansas. Egli sottolinea la sua oratoria, la sua intelligenza e la sua leadership. Dice inoltre che è madre di quattro figli e sa come conciliare carriera e lavoro domestico.[10] Due anni dopo, in una cronaca sulle elezioni questa volta in Dakota, Martí dice:

Lo real en el voto fue la pelea por la ciudad capital, y el empeño de la mujer en que se levante el Estado sobre el hogar, y no sobre la taberna[11]

Per tradizione, la famiglia è sempre stata considerata come lo spazio specifico delle donne e la taverna, lo spazio degli uomini. Qui Martí supporta le donne che scelgono il divieto di bere liquore e le campagne proibizioniste. Lui avverte che l’alcolismo distrugge le famiglie e che le donne sono quelle che soffrono di più, perciò esorta loro a combattere contro questo male. Ancora una volta è sempre l’esperienza domestica a rendere le donne più adatte a proporre soluzioni concrete che influenzino beneficamente la società. Questi ultimi criteri sono senza dubbio molto diversi da quelli proposti dal giugno 1883. Le donne non sono più esclusivamente compagnia fedele, consolatrici dell’uomo, né esseri sottomessi istruite solo in modo che il marito non si annoi, ma non lasceranno mai la casa per la loro autonomia economica e realizzazione professionale. La donna è vista da Martí anche come parte fondamentale della società, non solo per il suo ruolo di madre e moglie ma anche come professionista. Molto probabilmente, questa evoluzione nel pensiero di Martí è stata inconsapevole, senza rendersene conto, perché in nessuno dei suoi scritti ammette o giustifica questi cambiamenti nel suo modo di pensare. Il 1° aprile 1895 Martí scrive una lettera in cui questa evoluzione può essere osservata attendibilmente. La sua opinione sul perché le donne debbano essere istruite fa un giro di centocinquanta gradi. Si evince in una lettera dedicata a Maria Mantilla in cui dà consigli alla sua figlia spirituale:

Y mi hijita ¿qué hace, allá en el Norte, tan lejos? Piensa en la verdad del mundo, en saber, en querer, —en saber, para poder querer, (…) ¿Se prepara a la vida, al trabajo virtuoso e independiente de la vida, para ser igual o superior a los que vengan luego, cuando sea mujer, a hablarle de amores— a llevársela a lo desconocido, o a la desgracia (…) ¿Piensa en el trabajo, libre y virtuoso (…) para no tener que vender la libertad de su corazón y su hermosura por la mesa o por el vestido? Eso es lo que las mujeres esclavas, —esclavas por su ignorancia y su incapacidad de valerse—, llaman en el mundo ‘amor.[12]

Per Martí, l’educazione e la preparazione delle donne non dovrà più essere funzionale all’uomo, ma dovrà diventare strumento di riscatto ed emancipazione dalla dipendenza maschile. Tra il 1887 e il 1895, José Martí mostra una rapida evoluzione nella sua percezione della donna nella sfera pubblica. Passa da un concetto piuttosto negativo a uno piuttosto positivo, ispirato dalla stessa capacità dimostrata dalle donne nell’esercizio delle posizioni politiche. Inoltre, in un certo senso, anticipa una nozione moderna della teoria del genere: non esiste alcuna netta divisione tra gli spazi di pubblici e quelli privati, poiché questi ultimi sono anche pubblici (o meglio, assumono un valore politico) e, pertanto, non sono mai del tutto estranei alle donne.
L’argomento “donna”, o piuttosto il concetto di donna nel pensiero di José Martí, ha già ricevuto numerosi approcci, da studiosi, in fasi diverse. Le opere più antiche che oggi conosciamo corrispondono a studiosi cubani come Armando Guerra, 1933 e Roberto López Goldarás, 1937. Entrambi hanno scritto un testo intitolato Martí y la mujer. La messa a fuoco dei due, fondamentalmente, ruota intorno alla galanteria e al romanticismo di Martí, perennemente innamorato delle donne. Lopez Goldarás talvolta fa notare la rivalutazione di Martí della donna artista, in particolare delle scrittrici, e della donna eroica che combatte per la libertà del popolo.[13] Entrambe le opere, tuttavia, hanno il merito di essere tra le prime a intuire che nel pensiero di Martí vi era una vasta, intrigante e complessa vena visionaria sul tema dei diritti-femminili. Nel 1977 è stata pubblicata un’indagine sul cubano Luis Toledo Sande, intitolato José Martí hacia la emancipación de la mujer. La ricerca affronta il punto della partecipazione femminile alla vita politica e pubblica, secondo il pensiero di Martí. Questa è un’indagine approfondita, perché abbastanza consapevole del lavoro martiano rispetto al suddetto argomento.[14]


[1] J. Martí, Cuadernos Martianos, Editorial Pueblo y Educación, La Habana, 1997, pp. 32-33

[2] M. Salas Servando, Mariana Grajales, vista por Martí, Centro de Estudios Martianos (CEM), Ministerio de Cultura, de la República de Cuba, La Habana, 2015, pp. 1-2, su internet: http://www.josemarti.cu/wp-content/uploads/2015/07/mariana-grajales-vista-por-marti.pdf

[3] N. Fabre, Gertrudis Gómez de Avellaneda bajo la mirada escrutadora de José Martí, Asociacion Caliope, La Habana (Cuba), su internet http://www.asociacioncaliope.org/Avellaneda.htm

[4] J. Martí, Obras Completas, Editorial Ciencias Sociales, La Habana (Cuba) 1991, pág.135

[5] Che Guevara, Antologia storica e filosofica a cura di D. Fusaro, IASSP – Istituto Alti Studi Strategici e Politici, Milano, su internet: http://www.filosofico.net/che7.htm

[6]Ivi, p. 303

[7] Ivi, p.444

[8] Ivi, p. 185

[9] Ivi, pp. 116-117

[10] Ivi, p. 257

[11] Ivi, p. 348

[12] J. Martí, Cuadernos Martianos, Editorial Pueblo y Educación, La Habana, 1997, p. 101

[13] O. M. Rodríguez Jiménez, Evolución del concepto de la mujer en José Martí 1887-1895, Rev. Scienze Sociali dell’Università di Costa Rica, 2007, pp. 103-111

Su internet: http://www.josemarti.info/articulos/concepto_mujer.html

[14] Ibidem.

Cuba, socialismo e movimenti di rivendicazione femminile in America Latina

Intervista di Luca Bagatin alla studiosa Maddalena Celano a proposito di Cuba, del socialismo e dei movimenti di rivendicazione femminile in America Latina

tratto dal blog Amore e Libertà

Maddalena Celano, fotografa, laureata in filosofia all’Università degli Studi Roma Tre e dottoranda di ricerca presso l’Università Tor Vergata di Roma, è una studiosa di bolivarismo latinoamericano e della condizione femminile a Cuba e già un anno fa circa la intervistai proprio su questo.
Oggi, appena tornata dall’Isola Caraibica per un viaggio di studi, mi appresto ad intervistarla nuovamente al fine di raccontarci gli sviluppi di Cuba e dei suoi studi in merito.
Luca Bagatin: E’ la seconda volta che sei stata a Cuba. La prima volta fu nel 2011. Come è cambiata l’Isola da allora ?
Maddalena Celano: Innanzi tutto ho notato che la presenza dei turisti “di lusso” è triplicata.
Il fatto che il turismo sia il principale promotore dell’attrattiva di capitale straniero nell’Isola corrisponde senza dubbio a proiezioni favorevoli in tale settore, i cui contributi all’economia cubana ammontano a oltre tremila milioni di dollari nel 2016.
Certamente tale tipo di economia ha generato una nuova borghesia. Dei nuovi ricchi autoctoni che hanno facile accesso a monete forti quali dollaro, euro e sterlina. Oggi è sempre più frequente scorgere numerosi cubani in ristoranti, discoteche e locali lussuosi che, sino a pochi anni fa, erano riservati solo ai turisti. Con mia immensa sorpresa ho addirittura constatato che in alcuni locali, anche piuttosto costosi soprattutto per il reddito medio dei cubani, il numero degli autoctoni può persino superare il numero dei turisti ! Cosa inconsueta e sorprendente in un Paese che si continua a percepire come “povero” o “bisognoso”. La borghesia autoctona ha delle caratteristiche piuttosto insolite e peculiari. E’ stranamente più ermetica e introversa del resto della popolazione. E’ una borghesia piuttosto sciovinista, che preferisce dialogare con il proprio simile autoctono piuttosto che con lo straniero. Caratteristica piuttosto anomala in un popolo colto, curioso e intellettualmente molto vivace e creativo come quello cubano.
Luca Bagatin: Che cosa ti ha colpito di più di Cuba ?
Maddalena Celano: Mi ha colpito molto il fenomeno della santeria, ovvero quel particolare culto religioso facilmente individuabile dall’abbigliamento originale ed inequivocabile dei loro cosiddetti “ministri di culto”, ovvero signori o signore vestiti di bianco con perline colorate al collo.
La santera afro-cubana è una religione portata a Cuba dagli schiavi di Yorubaland, località della Nigeria nel corso del XIX secolo.
Luca Bagatin: Che cosa caratterizza la santeria ?
Maddalena Celano La religione afro-cubana è caratterizzata dalla venerazione delle divinità Oricha, da stati di trance ed elaborate tecniche di divinazione. Attualmente la santeria è sempre più diffusa anche tra i bianchi e non è per niente difficile incontrare, per strada, anche santere o santeri bianchi. Perciò il culto, in origine afro-cubano, attualmente è sempre più un fenomeno nazionale e trasversale.
Luca Bagatin: Parliamo ora di Cuba e socialismo. Il socialismo, a Cuba, ha trionfato oppure è stato un vero fallimento come dicono alcuni? Come è cambiato il socialismo cubano dai tempi della Rivoluzione castrista ad oggi ?
Maddalena Celano: L’aggiornamento del modello economico cubano – dal 2011 ad oggi – solleva critiche e controversie. Per alcuni Cuba avrebbe abbandonato la strada del socialismo. In realtà, Cuba, lungi dal rinunciare al suo modello di società, conserva le sue conquiste e perfeziona il proprio progetto originario. Alcuni ritengono che questo sia un ritorno al capitalismo, a causa dell’introduzione di alcuni elementi di mercato nell’economia nazionale. L’obiettivo di Cuba è ad ogni modo quello di perfezionare il sistema al fine di preservare i risultati sociali ottenuti sino ad oggi. Per poter fare ciò Cuba deve affrontare due grandi sfide: le risorse naturali molto limitate e le sanzioni imposte dagli Stati Uniti dal 1960, le quali costituiscono il principale ostacolo allo sviluppo nazionale. A ciò si aggiunge il fenomeno dell’eccessiva burocratizzazione statale e quello della corruzione. Il nuovo modello economico introduce meccanismi di mercato, ma continua a basarsi sulla “pianificazione socialista” a tutti i livelli e l’impresa statale socialista rimane la forma principale dell’economia nazionale. Tuttavia il Paese è aperto agli investimenti stranieri attraverso joint venture, in cui lo Stato cubano conserva sempre la maggioranza di almeno il 51%. Tale modello di gestione economica promuove anche le cooperative, le piccole aziende agricole, i fruttivendoli ed i lavoratori autonomi in tutti i settori produttivi, al fine di ridurre il ruolo dello Stato in settori economici non strategici. Le cooperative statali strutturalmente carenti e non redditizie saranno liquidate o possono essere trasformate o adottare una forma giuridica non statale. Allo stesso modo, lo Stato non sovvenzionerà le perdite. D’altra parte le società beneficiarie possono investire i profitti per svilupparsi, aumentare i salari dei lavoratori nei limiti stabiliti dalla legislazione o assumere nuovi lavoratori. Hanno così piena libertà in termini di gestione delle risorse umane. L’aumento delle cooperative dimostra la volontà cubana di approfondire lo sviluppo socialista dell’economia in tutti i settori, con proprietà collettive. Le cooperative hanno un’autonomia completa a tutti i livelli. Tuttavia, per evitare qualsiasi concentrazione di ricchezza, non possono essere vendute o consegnate a entità diverse dallo Stato.
A livello agricolo, la priorità nazionale è la produzione alimentare per ridurre la dipendenza dall’esterno in un Paese che importa più dell’ 80% del suo consumo. La terra è data in usufrutto ai contadini che divengono produttori indipendenti, remunerati per il proprio lavoro, ma rimangono proprietà statali.
La nuova politica monetaria consente la concessione di crediti alle imprese ed ai cittadini per favorire la produzione di beni e servizi per la popolazione. Una delle grandi sfide della società è l’unificazione monetaria. Infatti, la dualità monetaria a Cuba è causa di diseguaglianze sociali molto gravi.
La politica salariale continua ad essere basata sul principio socialista “a ciascuno secondo i suoi meriti”, al fine di soddisfare “i bisogni fondamentali dei lavoratori e delle loro famiglie”. I salari cresceranno gradualmente, secondo i risultati della produzione. Per evitare lo sviluppo delle diseguaglianze, la legislazione prevede un salario minimo ed un salario massimo.
Grazie alla tassa progressiva, le categorie più favorite contribuiscono maggiormente allo sforzo nazionale, secondo il principio della solidarietà socialista fra tutti i cittadini. La coesione sociale rimane l’obiettivo prioritario e, pertanto, per evitare qualsiasi disparità, la concentrazione di beni è vietata per persone giuridiche o fisiche, essendo una prerogativa esclusiva dello Stato. D’altra parte la politica dei prezzi rimane centralizzata, in particolare per i prodotti basilari o strategici dal punto di vista economico e sociale.
La politica culturale cubana si basa infine sulla difesa dell’identità, sulla conservazione del patrimonio culturale, sulla creazione artistica e letteraria e sulla capacità di apprezzare l’arte attraverso la formazione culturale necessaria.
Luca Bagatin: Cuba e democrazia. Può Cuba, a tuo parere, dirsi una democrazia? Se sì, perché?
Maddalena Celano: Iniziamo con il dire che a Cuba, annualmente, si eleggono i propri delegati in ogni municipio, in ogni città, in ogni regione e ciò significa che è contemplato il diritto dei cittadini ad essere eletti democraticamente come deputati o senatori, oltre che è sancito il loro diritto di formulare e presentare proposte legislative. Qualsiasi semplice cittadino può candidarsi, eccetto gli iscritti al Partito Comunista Cubano, giacché, essendo l’unico partito consentito, non ha alcun potere elettivo.
La politica a Cuba è consentita a chiunque: semplici cittadini, membri di comitati, associazioni, organizzazioni, ecc… Eccetto agli iscritti al Partito Comunista, in quanto il Partito ha ruolo esecutivo ma non elettivo. Ciò significa che i cittadini, a Cuba, hanno il diritto di organizzarsi secondo le proprie idee su varie questioni, per incontrarsi, per creare nuove organizzazioni, per discutere con posizioni opposte. A Cuba è impossibile scadere nei carnevali elettorali che tutti noi conosciamo, per non parlare delle campagne pubblicitarie tipiche delle elezioni nel nostro sistema democratico-capitalista-partitocratico con costoso spreco di danari. A Cuba i candidati sono tutti indipendenti da qualsiasi partito ed hanno il diritto alla libera espressione, che implica un dibattito pubblico, anche su posizioni divergenti, utilizzando tutti gli strumenti nazionali. Ovvero locali pubblici, TV o stampa nazionale. Il tutto accessibile gratuitamente a chiunque ne faccia richiesta. In

questo senso Cuba è un Paese sostanzialmente democratico poiché la libertà d’espressione di un alto funzionario è del tutto identica alla libertà d’espressione di un contadino o di un carpentiere di periferia.

Luca Bagatin: Cuba e Venezuela. Che cosa lega questi due Paesi?
Maddalena Celano: Lo spirito di fraternità e di solidarietà, oltre che un destino comune.
L’ALBA, ovvero l’Alleanza Bolivariana per le Americhe, è stata fondata non a caso a Cuba e fa capo al suo più fedele alleato, ovvero il Venezuela.
Si tratta di un progetto di collaborazione e di complementarietà politica, sociale ed economica fra alcuni Paesi dell’America e dei Caraibi (oltre a Cuba e Venezuela ne fanno parte Bolivia, Ecuador, Nicaragua, Antigua e Barbuda, Dominica, Saint Vincent e Grenadine). Una collaborazione inizialmente promossa quale contraltare dello Spazio Commerciale Libero degli Stati Uniti (FTAA).
L’ALBA si basa sulla creazione di meccanismi che sfruttano i vantaggi cooperativi fra le diverse nazioni partner, al fine di compensare le asimmetrie tra tali Paesi e ciò avviene attraverso la cooperazione di fondi compensatori volti a correggere le disabilità intrinseche dei Paesi membri e all’attuazione del TCP (Trattato di Peoples ‘Trade).
Luca Bagatin: Cuba ed Ecuador. Tu hai di recente visitato anche la Capitale dell’Ecuador, Quito. Che impressione hai avuto dell’Ecuador? L’Ecuador della Rivoluzione Ciudadana quanto può essere simile a Cuba, oggi?
Maddalena Celano: Cuba ed Ecuador sono Paesi politicamente molto vicini. La Rivoluzione Ciudadana presenta una matrice socialista e nazionale molto forte, tanto quanto quella Cubana, ma i due Paesi presentano storie estremamente diverse, una diversa composizione ambientale e sociale. L’Ecuador è un Paese andino, fresco e piovoso, con una forte componente indigena india, nonché è estremamente religioso e la Chiesa cattolica è piuttosto influente politicamente.
Cuba, invece, è un Paese più legato al mare ed alla sua economia, con un’influenza indigena più ridotta, ma con una maggiore influenza nera o “afro-cubana”. Presenza visibile nella musica, nelle danze, nei culti, nei costumi e nelle tradizioni. A Cuba i culti religiosi attualmente sono piuttosto liberi, ma poco influenti politicamente.
Luca Bagatin: Come proseguiranno e cosa puoi dirci dei tuoi studi in merito a Cuba ed all’America Latina?
Maddalena Celano: Sono una studiosa del movimento femminista in America Latina, che è senza dubbio una delle espressioni più critiche e alternative del pensiero politico, sociale ed economico mondiale. Il movimento sociale femminista latinoamericano si è rafforzato negli ultimi decenni, dopo aver conseguito cambiamenti sostanziali sia nelle politiche pubbliche che nella consapevolezza delle donne di essere soggetti di diritto e protagoniste nella costruzione di nuovi paradigmi di trasformazione della realtà. Il movimento femminista latino prende forma nell’ambito di complessi scenari politici, in particolare nei contesti di transizione da regimi militari autoritari a processi di democratizzazione, dai conflitti armati sino ai processi di negoziazione e di pace. La genesi del movimento femminista in America Latina è quindi strettamente legata alle transizioni latinoamericane ed all’impegno per la creazione di istituzioni democratiche e la costruzione di agende di pace. 
La persistente violenza contro le donne, fisica, sessuale o psicologica, fa di tale tema uno dei temi centrali della lotta del movimento femminile in America Latina. Secondo la relazione mondiale sulla violenza e lasalute dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’America Latina è la seconda realtà con i più alti tassi di decessi femminili dovuti alla violenza, sia a livello rurale che urbano. Prodotto correlato ad un contesto generale di disuguaglianza, discriminazione e impunità. Il femminicidio, la forma estrema della violenza contro le donne, è un fenomeno particolarmente diffuso in Messico e in America Centrale. A tale riguardo, dal movimento femminile, sono stati presentati alcuni documenti interessanti come il Feminicide in America Latina, presentato nel 2006 alla Commissione interamericana sui diritti umani (IACHR).
Il movimento femminile latinoamericano svolge un ruolo particolare nel promuovere le azioni della Marcia Mondiale delle Donne (WMW). Probabilmente il movimento con il più grande consenso internazionale, il quale porta avanti una critica sirrata al capitalismo ed alle conseguenze negative che esso porta nella vita delle donne.
L’economia femminista è il quadro teorico e uno degli assi centrali della WMW, così come l’autonomia economica delle donne. Contributi interessanti in tale campo sono ad esempio gli articoli di numerose femministe latinoamericane, come Nalu Faria e Magdalena León.
Gli accordi di libero scambio firmati nella regione, NAFTA (USA-Canada-Messico) e CAFTA (USA-CA), hanno peraltro avuto effetti negativi sulla qualità della vita delle donne. Le donne hanno costituito importanti articolazioni come “Mesoamericanas in Resistance for a Deducted Life”, integrate da organizzazioni del Messico fino Panama, che sono collocate contro le politiche neoliberali e hanno richiesto – insieme ad altri movimenti sociali – la non ratifica di questo tipo di trattati.
Luca Bagatin: Quali prospettive, a tuo parere, per l’America Latina?
Maddalena Celano: Il movimento femminista latinoamericano è, a mio parere, il vero motore del cambiamento globale. L’unica alternativa e speranza, in quanto ha mostrato notevole capacità di approfondire e rivedere tattiche politiche e prassi sociali. Uno degli esempi è l’Incontro femminile dell’America Latina e dei Caraibi, che si svolge ogni due anni, dal 1981 (Bogotà). Circa 1500 donne provenienti da tutto il Continente propongono nuove analisi e nuovi progetti di trasformazione politica e sociale. Già nel 1987, nell’ambito della Quarta Riunione Internazionale Femminista, è stato discusso un documento sui “miti del movimento femminista”, che ha permesso di ripensare alcune delle proposte politiche.
I movimenti femministi latinoamericani creano, attraverso un complesso lavoro intellettuale e di autocritica, nuove elaborazioni teoriche e numerosi esperimenti socio-politici, comunitari, indigenisti ed ecologisti. Esperimenti molto visibili in aree indigene – soprattutto in Amazzonia – ed in Paesi come l’Ecuador, il Nicaragua, il Venezuela e in Colombia, ove numerose comunità autoctone sono guidate ed amministrate proprio da donne.
Luca Bagatin
www.amoreeliberta.blogspot.it 
 Le foto pubblicate sono state realizzate da Maddalena Celano nel mese di luglio 2017

Un’ex ribelle cubana racconta la sua Rivoluzione femminista

IMG_2094.JPGUn’ex combattente cubana racconta il protagonismo femminile durante e dopo la Rivoluzione.

liberamente tratto da Ultima Voce    Agoravox e ilsudest

 

Intervista a Maria Teresa Peña Gonzalez, ex guerrigliera che a 17 anni partecipò attivamente alla Rivoluzione Cubana. Nata nel 1940, è ingegnere chimico, militante del Partito Comunista Cubano, membra della Federazione delle Donne Cubane e della Federazione Democratica Internazionale delle Donne (in sigla, a seconda della lingua, FDID, FDIM, FDIF, IDFF o WIDF). Studiosa, saggista, scrittrice e artista, in questo momento collabora con il Centro de Investigación e Información Históica de Acapulco in Messico. Maria Teresa Peña Gonzalez da anni porta avanti studi sul rapporto tra le religioni e la condizione femminile. In particolare, è autrice di Sexo-Género: una construcciòn socio-religiosa-cultural, “il suo più importante lavoro sul rapporto tra religioni e condizione femminile, e in questo libro evidenzia come le teologie religiose (in particolare, quelle cristiane) abbiano marchiato le donne come specie secondaria e subordinata”. Non solo ex guerrigliera, quindi, ma anche “combattente” per i diritti delle donne. Conosciuta per la prima volta nel luglio 2011, nella sua dimora presso il Vedado (quartiere chic dell’Avana), l’ho incontrata nuovamente in Italia nel giugno 2014, organizzando con lei diversi incontri e iniziative nel Lazio. Quest’estate, tra giugno e luglio 2017, ho trascorso con lei, all’Avana, due settimane intense in cui abbiamo ripercorso i sogni di una vita e le sue battaglie politiche e culturali. Donna carismatica e tuttora gradevole, nonostante l’età, dimostra sempre un forte temperamento ardente, volitivo e fiero. Non è difficile immaginarla, ancora giovanissima, con il fucile in spalla, scontrarsi con la soldataglia del tiranno Batista.

1. In Italia in pochi sanno che la Rivoluzione Cubana, sin dalle sue origini, viene segnata da una forte prospettiva “di genere”. Le donne rapidamente ottennero ruoli decisionali e di leadership. Come si sviluppa la consapevolezza femminista delle donne cubane?

Sin dai primi anni della Rivoluzione Cubana, l’equità di genere diventa una priorità: si avviò una serie di misure tendenti a eliminare le barriere che mantengono la donna in posizioni sociali subordinate, innestando un tentativo di trasformazione integrale degli individui. La creazione nel 1960 di una Federazione di Donne Cubane, in sigla FMC, determinò un importante passo nel processo organizzativo di proposte e azioni positive, arrivando perfino a convertirsi in una delle istituzioni più attive e dinamiche che siano mai esistite nella storia contemporanea di Cuba, in funzione dei sostanziali risultati ottenuti. Tuttavia, la lotta per i diritti della donna nella Rivoluzione non supera, durante le prime due decadi, la dipendenza da abitudini culturali ereditate dalla tradizione colonialista, mentre la massiccia incorporazione lavorativa delle cittadine cubane, è uno dei cambiamenti più indicativi, ma non risponde tanto a una necessità di uguaglianza di diritti ma più a una necessità strategica da parte della dirigenza del paese d’ampliare la propria forza lavoro.

2. Si sta tentando di comprendere quanti e quali siano stati i cambiamenti essenziali nei diritti della donna cubana durante questi cinquanta anni di Rivoluzione, il suo processo d’integrazione sociale, di ricerca, di eguaglianza, la rivendicazione dei suoi spazi. La principale organizzazione femminile e la più ramificata sul territorio nazionale, la FMC, incontrò le sue difficoltà nell’assumere la teoria di genere o, per citare un altro aspetto importante, nel gestire i differenti ambiti organizzativi sorti nella cornice della nuova realtà sociale. Ma conviene conoscere brevemente come si è sviluppata la storia prima del 1959. Quali sono state le tappe fondamentali?

Nelle due ultime decadi del secolo XIX a Cuba, come in altre aree della regione latino-americana, dove i movimenti popolari continuano ad assumere il nuovo compito di modernizzare il paese l’educazione delle donne emerge come un argomento molto diffuso, dal quale si elabora un discorso destinato a combinare la necessità sociale e individuale del lavoro femminile con la moralità borghese. Il compito non sarà facile. Oltre alle profonde ferite e conseguenze della lotta contro la colonizzazione spagnola, bisognerà parlare anche di un patriarcato molto radicato nella mentalità sociale. La storia nazionale di Cuba ricalca uno stereotipo universale di uomo cui sono assegnati valori patriarcali che lo rendono preda di una costruzione di genere secondo cui essere maschio è importante in quanto le donne risultano essere cittadine di seconda classe. In questa realtà, l’inserimento lavorativo della donna resta soggetto a una severa disciplina ricalcata da principi morali e religiosi. Prima di allora una teoria basata sulla famiglia monogamica e patriarcale modellava la donna dentro casa, subordinata ai capricci del marito come una perfetta casalinga. Si pensava che le donne fossero venute a questo mondo con la missione di favorire il culto della maternità e l’amministrazione della casa, ovviamente nella sua parte domestica, giacché di spese e investimenti si occupa il signore della casa. In quell’epoca a Cuba non era abituale vedere una donna introdotta nel mondo del lavoro salariato. Una delle poche funzioni accessibili alle donne era di fabbricare sigari o contenitori per sigari. Verso il 1899, in coincidenza con l’intervento nordamericano sull’isola, sarte, maestre o lavandaie cominciarono a fare le prime apparizioni.

Più tardi compariranno ostetriche, infermiere, dattilografe, stenografe o commesse di commercio. Verso il 1899 sorge una nuova Repubblica per la quale avevano lottato anche le donne, una nuova Repubblica non conforme alla visione androcentrica dei suoi primi mandatari. Le donne chiesero finalmente il suffragio, l’indennità e altri tipi di richieste che portarono un aumento di aspettative sul ruolo femminile, facendo crescere considerevolmente anche una bibliografia scritta su temi relazionati col femminismo, la legislazione e il suffragio.

La costruzione di un’ideologia nazionalista cubana sullo stile nordamericano attraversa l’istruzione pubblica, la forza di lavoro femminile diviene portatrice di una pedagogia sociale nazionalista. Questa situazione stimolò il primo intervento nordamericano nell’Isola (1898) e la sviluppo d’idee moderne sulla donna che include la nascita di corsi universitari per donne cubane presso l’Università di Harvard e contatti col Woman Club di Boston. Questi incontri ebbero influenza sull’ulteriore nascita di organizzazioni femministe in stile nordamericano nel paese. Tutto ciò in una società dove il machismo fu convalidato come forma di cultura, legato all’egemonia maschile costituita dall’infanzia e riaffermata, tra gli altri parametri, nel valore epico del combattente.

Progressivamente, la nuova professionista, l’operaia o l’impiegata, si va aprendo spazio nel mondo che arriva. Ciò annuncia perfino la sua offerta lavorativa in riviste, alcune delle quali sono dirette da donne (Gonzalez Pages, 1998: 275). Prosegue il vecchio discorso patriarcale ma convive già con una nuova sensibilità sociale, frutto dell’influenza liberale nordamericana. L’incorporazione femminile al mondo lavorativo genera parallelamente importanti cambiamenti nella vita quotidiana dell’isola: si creano centri per l’infanzia, associazioni femminili e prime organizzazioni sindacali per lavoratrici. Cominciarono ad apparire forme di socievolezza femminile e donne progressiste che appoggiano idee ed organizzazioni socialiste ma con meno risorse economiche rispetto ai maschi. Il femminismo si andava facendo largo in quel terreno intellettuale, sia da posizioni progressiste che religiose: tante borghesi, meticce, bianche e creole continuano a difendere la loro indipendenza e i diritti economici e sociali conquistati.

Gradualmente aumenta anche il numero di laureate in studi superiori. Esistono alcune statistiche sulla progressiva incorporazione delle donne agli studi universitari nei primi 15 anni del nuovo secolo. Nei primi decenni del ‘900 solo 189 donne cubane si laurearono in differenti settori. Per quanto concerne il magistero, il numero aumentò a 4.244, essendo le donne il 82 percento di totale delle maestre (Gonzalez Pages, 1998: 275). Il matrimonio, inteso come istituzione che subordina la donna come proprietà al suo compagno, comincia a essere criticato da importanti intellettuali cubani, specialmente vincolati alle classi liberali e di razza bianca. Un movimento esteso di dissenso sociale ottiene, nel 1918, che Cuba si converta nel primo paese latinoamericano a ottenere una legge sul divorzio. Un anno prima, nel 1917, si approvò la legge sulla patria potestà e sedici anni dopo, nel 1934, la donna cubana otterrà il diritto a potere scegliere se essere scelta nei processi elettorali, dopo decadi di lotta.

L’ottenimento di due importanti traguardi, la Legge sulla Patria Potestà, nel 1917, e la Legge sul Divorzio (1918), definirono una tappa in auge del femminismo liberale in Cuba che porterà alla creazione del Club Femminile (1918), associazione che raccoglie i primi documenti sul dibattito femminista della decade degli anni ’20. L’attivismo del Club Femminile incoraggiò la creazione di una Federazione Nazionale di Associazioni Femminili a Cuba nel 1921. Le associazioni integranti convocarono il Primo Congresso Nazionale delle Donne Cubane (1923) che ebbe la particolarità di essere il primo in America Latina, con un programma che include dal giardinaggio femminile fino a dibattiti su aspetti tanto polemici come la differenza tra figli legittimi ed illegittimi, la necessità di ottenere un’uguaglianza sociale e sostanziale tra l’uomo e la donna nella legislazione sull’adulterio e l’inevitabile tema del suffragio femminile. Questo tipo di organizzazione è convocata per la seconda volta nell’ aprile del 1925, ma la Chiesa Cattolica prende le redini della situazione facendosi rappresentare da varie organizzazioni fittizie per boicottare i temi proposti e propiziare lo scioglimento del Club Femminile.

Le contraddizioni si acuirono nel periodo del governo di Gerardo Machado, nel 1925 fino al 1933, con l’utilizzo del suffragio femminile come uno dei primi punti populisti della sua campagna. Così rimasero divise le forze tra femministe e suffragiste, con posizioni ben divergenti (Gonzalez Pages, 2008). Mentre si va costruendo un paradigma di donna che difende la sua partecipazione alla vita pubblica, il femminismo come ideologia articolato a Cuba si avvicina molto alla strategia riformista del movimento statunitense più che alle proposte europee alimentate in tecniche di propaganda e disubbidienza civile vicine al socialismo. Ma a Cuba anche le donne nere e meticce giocarono una carta importante nei compiti di consapevolezza e lotta per l’uguaglianza, attività che si rese evidente attraverso riviste informative tanto differenti come Femina, la Feminista, Minerva o la Luz.

Le femministe cubane finalmente cominciarono a “flirtare” con il socialismo: si dedicarono ad aiutare le donne affamate, che stimolarono a parlare in pubblico e ed esprimere le loro idee. Si lamentavano, tuttavia, che la campagna che avevano intrapreso non sarebbe rimbalzata al grande pubblico ma reiterarono la necessità di risolvere un doppio problema, quello della casa e quello del cibo. Purtroppo all’Avana ribassarono di circa di un 25 percento le contribuzioni salariale in alcuni stabilimenti come le seterie e le profumerie che impiegavano un 80 percento di personale femminile.

L’incorporazione della donna cubana alle attività pubbliche nelle prime decadi del secolo XX, ha nella sfera della vita politica uno dei suoi esempi più illustrativi. Dagli anni venti sorgeranno diverse associazioni cittadine e formazioni politiche costituite da donne come il Partito Femminista e il Partito Nazionale Suffragista, la Lega Difensiva della Donna, il Club Femminile di Cuba o il Movimento delle Cattoliche Cubane. In un primo momento le domande dei movimenti sono rapportate fondamentalmente con la modificazione del Codice Civile, l’approvazione della legge del divorzio, la giornata lavorativa di otto ore, la creazione di scuole di Arti e Mestieri, l’ottenimento d’impieghi per la donna o il diritto all’educazione e alla cultura. Il suffragio universale si trasformerà in poco tempo nella sua rivendicazione principale. In realtà, la priorità delle rivendicazioni è molto marcata per le distinte origini sociali. Il suffragio simbolizzò la democrazia in un’epoca in cui i presidenti violavano i principi democratici. Ma a differenza del divorzio o delle leggi sulla proprietà, si approvò il suffragio perché le femministe lo trasformarono in una causa e in un simbolo nazionale.

3. Come in tanti altri posti, sotto la definizione di femminismo, coesistono ideologie moderate, conservatrici, progressiste, socialiste, etc. Quale fu l’orientamento politico maggioritario all’interno del femminismo cubano?

Mentre la leadership del movimento rimarrà nelle mani di donne di razza bianca, nella loro maggioranza appartenente alle classe media o alta, l’evoluzione della società cubana colpiva in maniera differente i rispettivi ruoli di uomini e donne in ogni classe sociale. Le donne povere vivevano in uno stato veramente critico; la loro lotta era per la sussistenza e l’assicurazione di alimenti fondamentali per la loro famiglia. Le operaie organizzarono nuovi scioperi e combatterono la dittatura machadista (del tiranno Machado). Ma non diedero preferenza alle questioni di genere. Le donne di classe media assunsero perciò la leadership a nome di tutte le donne cubane. I cambiamenti interni al pensiero femminista cubano sono notevoli a partire dagli anni trenta e coincisero con un Manifesto del Partito Ortodosso, partito progressista a cui aderì lo stesso Fidel Castro.

Un cambiamento di forze a beneficio della sinistra, dopo il movimento rivoluzionario del 1933 a Cuba, si vede rispecchiato nella celebrazione dell’ aprile del 1939 nel famoso Terzo Congresso Nazionale delle Donne, dove per la prima volta le donne cubane otterranno un’ampia rappresentanza. Il congresso fu una rottura con il femminismo liberale degli anni ’20, perché la maggioranza delle conquiste liberali e formali erano già realtà: il divorzio, la legge sulla patria potestà, il suffragio, legislazioni sulle operaie e sulla maternità. Ciò che restò invariato fu il potere economico molto sbilanciato tra uomini a donne (a vantaggio dei maschi) e fortemente sbilanciato tra neri e bianchi (a vantaggio dei bianchi). Cosa mancava? Che queste leggi si realizzassero e che si integrassero ad altri temi, come quella donna giovane, nubile e povera con i suoi problemi specifici, la donna e le leggi sociali, la donna e la pace, la donna e la maternità, (Gonzalez Pages, 2008).

Tra 1934 e il 1958, come segnala l’esaustivo lavoro d’investigazione di Olga Coffigny sulle donne politiche cubane (Coffigny, 2008), vi furono ventisei donne elette nel potere legislativo, ventitré come rappresentanti e tre come Senatrici. Ma buona parte di esse apparteneva a famiglie benestanti, donne della media o piccola borghesia. Le donne povere e le nere furono ancora una volta escluse.

In questo periodo dominato dal dittatore Fulgencio Batista vi fu un “revival” del machismo e le donne furono profondamente sottovalutate nel seno dei propri partiti. Nelle elezioni di gennaio del 1936 le donne ottengono per la prima volta cariche di rappresentanza alla Camera, ma i voti femminili servono essenzialmente per l’ottenimento di maggioranze, perciò il loro ruolo restò sostanzialmente simbolico. Nel frattempo, le lavoratrici-madri continuarono a operare in un sistema che non le sosteneva per nulla, le molestie sul lavoro erano all’ordine del giorno mentre la prostituzione e lo sfruttamento minorile divennero un fenomeno massivo ed endemico, in sintesi si trattò di una vera e propria “emergenza-sociale”.

Nel 1959 con la vittoria della Rivoluzione Cubana guidata da Fidel Castro, la rivendicazione dei diritti della donna cubana per la prima volta fu messa all’ ordine del giorno. Nel 1960 nasce l’idea di creare una Federazione di Donne Cubane che affronterà tutte le problematiche concernenti la “questione-femminile”. La FMC si farà carico della formazione professionale e politica delle donne, della tutela e della protezione della maternità, della creazione di asili nido, del recupero sociale ed economico delle donne costrette alla prostituzione (a causa di ricatti o a causa della penuria economica) o ad altre situazioni di coercizione, degrado e svilimento.

4. Com’è composta la FMC?

La FMC è strutturata su base territoriale che va dal livello nazionale al livello municipale. Ogni cinque anni, si celebra il suo Congresso eleggendo il suo nuovo Comitato Nazionale, con un 50 percento di nuove delegate, ed il suo nuovo Segretariato composto, secondo i suoi statuti, da una Segretaria Nazionale, una Seconda Segretaria e tre dirigenti.

Altre ONG cubane costituite da donne è quella Circolo di Genero e Giornalismo dell’Unione di Giornaliste di Cuba, l’Organizzazione delle Donne Scientifiche dell’Accademia di Scienze di Cuba, la Cattedra della Donna nei Centri di Educazione Superiore o la Loggia Massonica Femminile del Gran Consiglio dell’ Ordine delle Figlie di Acacia. Queste organizzazioni si occupano di studio, ricerca, relazioni esterne, educazione e orientamento ideologico.

La questione è vedere fino a che punto, da una parte, questa nuova visione emancipazionista sia rispettata nella pratica da un’impalcatura istituzionale in una struttura piramidale. Dall’altro canto, la ricettività acquisita sulle questioni di genere suscita nella nuova generazione di donne cubane nuove rivendicazioni con nuovi esempi pratici di conquista di autonomia e spazi propri di espressione.

5. Quali sono state le conquiste femminili più evidenti portate avanti dalla Rivoluzione?

L’evoluzione che ha avuto la presenza femminile negli organi del Potere Popolare ha fatto in modo che si desse maggior spazio e presenza ai servizi per l’ infanzia e la maternità, all’espressione artistica delle donne ed alla comunicazione inter-generazionale. Nel nostro paese non si è optato per un sistema di quote-rosa per stimolare la promozione politica di donne; ma quotidianamente si progetta una strategia integrale diretta a cambiare tradizioni e modelli culturali machisti in chiave femminista ed emancipazionista. I frutti di questa strategia sono evidenti nei differenti processi elettivi. Già nella VII Legislatura la presenza femminile è triplicata a tutti i livelli, in tutti i luoghi di potere.

Le donne a Cuba sono il 40,63 percento dei delegati nelle Assemblee Provinciali e il 43,39 percento delle deputate.Tuttavia resta il problema del sovraccarico domestico e l’attenzione a figli e anziani che continuano a essere un ostacolo allo sviluppo sociale e culturale delle donne, soprattutto in un sistema in cui gli elettrodomestici e le nuove tecnologie non sono ancora così diffusi come nelle famiglie europee e statunitensi (gli elettrodomestici sono presenti solo nelle famiglie di classe alta a Cuba). Nondimeno il Governo lavora molto, sotto il profilo culturale e sociale, per la creazione di servizi d’assistenza e di supporto alle donne lavoratrici e nello sviluppo di un’equa redistribuzione del lavoro domestico all’interno della coppia.

Simultaneamente, la FMC negli ultimi anni ha continuato a produrre diverse pubblicazioni e lavori critici sulla condizione delle minoranze o questioni come il razzismo. Gli studi di genere a Cuba hanno introdotto anche un nuovo corpo d’ investigazione: l’analisi della mascolinità cubana, dello stereotipo universale di uomo o di donna e la relazione tra sessismo e razzismo.

La FMC adotta una Piattaforma d’Azione che raccoglie una serie di misure che debbono implementarsi in un periodo di quindici anni e la cui meta è l’uguaglianza, lo sviluppo e la pace. Il Governo Cubano, con l’approvazione del Consiglio di Stato il 7 aprile di 1997, s’impegna al compimento dell’agenda proposta, sono sette le aree tematiche d’azione e novanta i progetti di misure concrete. Il tutto si realizza con l’appoggio della FMC e il resto delle organizzazioni di massa cubane ed altre istituzioni nazionali.

 

Cuba: le avventure di una femminista statunitense con il desiderio di cambiare il mondo

Margaret Randall: cambiare il mondo

tratto da ilsudest.it e Agoravoxargentine-rodolfo-walsh-margaret-havana-1968-HavTimes

di MADDALENA CELANO

Le peripezie di una femminista statunitense a Cuba

Margaret Randall attualmente vive a New York, negli Stati Uniti: scrittrice, femminista, fotografa e attivista politica, la sua vita è stata un pellegrinaggio costante per le nazioni in tutto il mondo, come Brasile, Spagna, Messico, Nicaragua, l’Avana e soggiorni brevi in Perù e Vietnam .

Recentemente è tornata a Cuba per presentare un’antologia ambiziosa di poesia cubana alla Fiera del Libro Internazionale de l’Havana – che si è tenuta dal 9 al 19 febbraio 2017 nella sua tappa principale.

Margaret Randall raggiunse Cuba, per la prima volta, nel 1969, dopo aver subito repressione politica in Messico. Aveva partecipato, come molti, al movimento studentesco del 1968. Doveva nascondersi ed era evidente che non poteva continuare a vivere nel paese centroamericano. Cuba l’ha accolse, poiché l’isola caraibica accoglieva diversi attivisti di sinistra in quegli anni. Ha vissuto sull’Isola per 11 con i suoi quattro figli.

Margaret ha collaborato con l’Istituto Casa de las Americas per diversi periodi, lavorando con Cintio Vitier, Ernesto Cardenal, Roque Dalton e Washington Delgado.

All’Havana, lanciando il suo libro libro-inchiesta autobiografico Cambiare il mondo: i miei anni a Cuba in cui parla di rivoluzione e solidarietà globale, ricostruisce più di mezzo secolo di legami con Cuba.

Randall ha vissuto all’Avana dal 1969 al 1980, dove ha allevato i suoi quattro figli mentre era immersa nel mondo culturale e politico di quegli anni. Nel 2009, attraverso Ediciones Matanzas, pubblica per la prima volta in spagnolo il suo racconto di quegli anni con il titolo Cambiar el mundo. Mis años en Cuba.

Per conoscere Cuba non sono sufficienti né le analisi, né le statistiche, né le dichiarazioni ufficiali, né le diatribe dei suoi avversari. Ciò che è necessario sono occhi pieni di cuore, occhi appassionati, per osservare il popolo cubano attraverso la sua vita quotidiana. In questo libro, Margaret Randall guarda Cuba attraverso quegli occhi: ricostruendo gli avvenimenti storici da lei vissuti in prima persona, i dibattiti culturali cui ha partecipato come protagonista e la vita quotidiana dei cubani che ha potuto osservare chiaramente e regolarmente.

Il testo tradotto dall’inglese allo spagnolo dalla giornalista dell’Avana Barbara Maseda è dedicato alla rivoluzionaria e fondatrice dell’Istituto Culturale Casa de las Americas Haydée Santamaría.

Il libro, difatti, è stato presentato anche alla Casa de la Americas, martedì 14 febbraio 2017, nell’emblematica sala Che Guevara della Camera delle Americhe, con la presenza di cubani illustri come Lesbia Cánovas Fabelo, l’ italo-americana Graziela Pogolotti e Fernando Martínez Heredia. La Fiera del Libro del 2017 è stata dedicata al lavoro dell’intellettuale e politico cubano Armando Hart, presidente dell’Ufficio del Programma Martiano e della Società Culturale José Martí, che ha assunto importanti responsabilità dal 1959.

Margaret Randall è partita da Cuba per gli U.S.A. nel 1980. Ma ha mantenuto contatti con la maggior parte dei suoi amici cubani, via e-mail (nonostante quanto sia difficile questo sul lato di Cuba) o attraverso frequenti visite all’Isola negli anni successivi. Alcune delle persone che ha conosciuto a Cuba sono emigrate, oppure le ha incontrate negli Stati Uniti o altrove.

L’autrice ricorda che il suo primo viaggio per Cuba fu complicato. Quando cominciò la repressione, doveva nascondersi. A Città del Messico i compagni cubani le hanno detto di raggiungere Praga, una delle città ponte in quegli anni e da lì ripartire per l’Havana. Avevano già avuto i suoi quattro figli, il più giovane di 3 mesi. E il suo compagno viaggiò legalmente, attraverso Madrid.

Margaret non aveva documenti, quindi dovette attraversare il confine tra Messico / Stati Uniti in un camion di carne refrigerata. Ha attraversato gli Stati Uniti da sud a nord su un autobus di Greyhound, e il confine canadese mostrando il suo certificato di nascita che credeva fosse nordamericano.

Poi prese un altro autobus a Toronto; da lì un aereo per Parigi e un altro a Praga, non attraversando mai le linee di sicurezza, cioè non andando veramente da nessuna parte. A Praga i cubani la aspettavano.

Ma il viaggio è diventato più difficile giacché era ammalata, ha sofferto di un problema al rene e non appena è arrivata all’Havana ha dovuto rimuovere il rene. L’odissea durò quasi tre settimane: piena di attacchi e febbre. C’era solo un volo settimanale da Praga all’Avana e doveva aspettare il suo turno.

Margaret Randall durante la sua permanenza a Cuba conobbe la fotografia: con la sua prima macchina fotografica, all’Avana, effettuò i primi scatti sull’intensa vita politica e sociale del paese.

Inoltre aveva appena scoperto il femminismo ed era molto curiosa di sapere come la rivoluzione stava cambiando la vita delle donne cubane. Ha vissuto come i cubani, e poco a poco ha sperimentato la vita in un paese in rivoluzione, con tutti i suoi vantaggi e problemi.

L’esperienza le ha dato molto: l’idea che “un altro mondo è possibile”, un profondo apprezzamento alla rivoluzione cubana per la sua generosità e anche una conoscenza primaria delle difficoltà inerenti a promuovere tali drammatici cambiamenti sistemici.

Essendo madre ormai da quattro anni, l’educazione era una delle cose che le  interessavano di più. Dalla scuola dell’infanzia fino all’università, i suoi quattro figli hanno ricevuto un’ottima educazione basata sui valori dell’emulazione invece che sulla concorrenza, sul lavoro manuale combinato con l’intellettuale e molto di più.

Non appena è arrivata a Cuba, sua figlia Ximena aveva gravi problemi a un orecchio, doveva sottoporsi a un’operazione delicata e rischiosa. Così un chirurgo cubano le ha salvato la sua vita.

Nel 1972 Margaret Randall pubblicò sempre a Cuba il libro The Cuban Woman Now, il testo fu ripubblicato in diverse edizioni internazionali celebrate dalla sinistra e dal femminismo di quegli anni. Scritto che fu la materializzazione di un progetto di storia orale. Margaret per scoprire la storia delle donne cubane andrò a lavorare in una casa editrice dell’Istituto dei Libri Cubani; era chiamato Ámbito e non sarebbe durata a lungo.

Il suo capo era un giovane militare di grande sensibilità e quando gli chiese di portare avanti con lei un progetto di storia orale per le donne, la sostenne. Viaggiò in tutto il paese, parlando con donne di diversa provenienza, classi, età e esperienze, e fu una grande scuola per lei.

Il progetto femminista a Cuba

Margaret Randall frequentò per diversi anni la coppia di rivoluzionari e intellettuali più in vista a Cuba, formata da Haydée Santamaría e Armando Hart. Haydée Santamaría, a sua volta, è stata intervistata per il saggio La mujer cubana ahora in cui si interroga sul neutro maschile nel linguaggio e sull’ universalità maschile al livello simbolico e sociale. Da lì sono partite le prime riflessioni sulla “neutralità maschile”[1]che saranno successivamente approfondite gli anni successivi attraverso numerose pubblicazioni e battaglie culturali e civili della FMC e della Casa de la Americas. A sua volta, la stessa Haydée Santamaría, partecipò attivamente, il 26 luglio 1953, all’assalto alla caserma di Moncada, guidata da Fidel Castro. Dopo l’assalto, molti combattenti sono stati catturati dall’esercito del dittatore Batista e furono brutalmente torturati e assassinati.

Uno di loro fu proprio Abel Santamaría Cuadrado [1927-1953], fratello di Haydee, torturato e utilizzato per ricattare Haydée, fu in seguito mutilato ed ucciso.

M. Randall ricorda il triste evento con queste parole:

Los dos mujeres en el asalto al Moncada eran Melba Hernández y Haydée Santamaría. Como Fidel, habían sobrevivido al asalto y habían sido juzgadas, sentenciadas y encarceladas. El hermano y el novio de Haydée fueron torturados y asesinados. Se dice que sus carceleros le mostraron a Haydée el ojo de su hermano y un testículo de su novio para presionarla y conseguir que hablara. Cuentan que respondió: “Si les hicieron esto y ellos no hablaron, mucho menos hablaré yo”. [2]

Più tardi, essendo stata una cofondatrice del Movimento del 26 Luglio, Haydée partecipa come combattente guerrigliera alla lotta che porterà alla caduta di Batista e al trionfo della rivoluzione cubana. Non è l’unica donna che partecipa a quella lotta, ma è una delle più eccezionali con Celia Sánchez [1920-1980], Melba Hernández e molte altre. Ad esempio, il 4 settembre 1958, nella Sierra Maestra si formò il plotone “Mariana Grajales” dell’Esercito ribelle, formato esclusivamente da combattenti donne.
Con il trionfo della rivoluzione cubana, Haydée – il cui soprannome era Yeyé – fondò nel 1959 l’istituzione culturale che sarà un emblema tra gli intellettuali progressisti di tutto il mondo: la Casa delle Americhe. Qui riceverà i più importanti intellettuali del mondo che hanno visitato Cuba e hanno scoperto il ruolo fondamentale che la Rivoluzione ha dato alla cultura. Molti di loro ricordano Haydée nei loro scritti, tra il più noti Julio Cortázar.  Più tardi sarà una delle fondatrici e membra del Comitato Centrale del nuovo Partito Comunista Cubano (fondato nel 1965, basato sull’unità di diverse organizzazioni guidate dal Movimento del 26 Luglio) e sarà il presidente dell’Organizzazione Latinoamericana di Solidarietà OLAS, riunitasi all’Avana nel 1967 per coordinare la lotta insurrezionale in tutto il continente. Quell’anno, Che Guevara fu assassinato in Bolivia a sangue freddo per ordine della CIA e dei rangers americani che hanno utilizzato l’esercito boliviano per la sua cattura. Dopo l’omicidio di Ernesto “Che” Guevara, Haydée scrive a Che una lettera simbolica e pubblica:

«Hemos conocido cosas como todos los cubanos, unas más grandes, otras más pequeñas, pero todas con un sentido profundísimo. Nos hemos preguntado por qué razón, si hemos vivido después del Moncada, la Sierra —antes de la Sierra, la clandestinidad— después un 1959, un Girón, cosas enormes, ¿qué razón hay para que el Moncada sea algo distinto a lo otro? Y esto no quiere decir que podamos querer más a uno que a otro.

«Yo algunas veces he dicho, no sé si en alguna entrevista o con alguna persona con quien he hablado, que a mí esto se me reveló muy claramente cuando nació mi hijo. Cuando nació mi hijo Abel fueron momentos difíciles, momentos iguales a los que tiene cualquier mujer cuando va a tener un hijo, muy difíciles. Eran dolores profundísimos, eran dolores que nos desgarraban las entrañas y, en cambio, había fuerza para no llorar, no gritar o no maldecir. (…) Porque va a llegar un hijo. En aquellos momentos se me reveló qué era el Moncada.

«(…) La transformación después del Moncada fue total. Se siguió siendo aquella misma persona, pudimos seguir siendo aquella misma persona que fue llena de pasión, y pudimos, se pudo seguir siendo una apasionada. Pero la transformación fue grande, fue tanta que si allí no nos hubiéramos hecho una serie de planteamientos hubiera sido difícil seguir viviendo o por lo menos seguir siendo normales.

«Allí se nos reveló muy claramente que el problema no era cambiar un hombre, que el problema era cambiar el sistema; pero también que si no hubiéramos ido allí para cambiar a un hombre, tal vez no se hubiera cambiado un sistema (…).

«(…) Fuimos al Moncada con aquella misma pasión con que hoy vamos a cortar caña, con esa misma pasión con que vemos nuestras escuelas llenas de niñas y niños del campo. Porque cuando fuimos al Moncada, vivíamos todo esto en nuestras mentes. No sabíamos si lo veríamos, pero aquella seguridad de que vendría, la teníamos y por eso íbamos en busca de la vida y no de la muerte (…) nunca he visto resistir con más fortaleza y con tan poca cosa para defenderse.

«Allí tuvimos momentos en los que al no saber de Fidel queríamos en realidad desaparecer. Estábamos allí con tal seguridad de que si Fidel vivía, vivía el Moncada, que si Fidel vivía, habría muchos Moncada».[3]
Come una donna rivoluzionaria, militante, intellettuale e combattente per il socialismo, Haydée Santamaria, insieme alle sue omologhe cubane, fa parte di una vasta e gloriosa tradizione mondiale che comprende anche i militanti francesi come Flora Célestine Thérèse Tristan [1803-1844] Louise Michel, Madame Fautin e Hortense David, l’Elisabeth Dmitrieff inglese, la russa Vera Ivanovna Zasulich [1851-1919] e Alexandra Kollontai [1872-1952], la tedesca Clara Eissner Zetkin [1857-1933], l’ebreo polacco Rosa Luxemburg [ 1871-1919], l’ucraino-americana Raya Dunayevskaya [1910-1987], gli spagnoli Dolores Ibárruri Gómez [1895-1989], il vietnamita Nguyen Thi Binh, la Djamila Boupacha algerina, la Nicaraguense Luisa Amanda Espinoza [1948-1970], la tedesco Ulrike Marie Meinhof [1934-1976], l’ argentina-tedesca Haydée Tamara Bunke Bider [1937-1967], l’italiana Margherita Cagol [? -1975] e le argentine Alicia Eguren [1924-1977] e Ana María Villareal E Santucho [1936-1972]. Una tradizione eroica di pensiero e di azione – integrata da versanti diversi e esperienze diverse – dove la lotta delle donne integra la lotta per la rivoluzione e la lotta per la causa del socialismo mondiale.
L’istituzione Casa de las Américas, fondata da Haydée Santamaria, amica e collaboratrice della saggista femminista Margaret Randall, contribuì notevolmente a rompere il blocco culturale che gli USA imposero alla Rivoluzione Cubana, favorendo cooperazione scientifica  e scambi culturali con intellettuali e artisti a tutto il mondo. Casa de las Américas non è l’unica istituzione culturale cubana ma abbiamo anche la Unión de Escritores y Artistas de Cuba (UNEAC), la Escuela Nacional del Arte e le varie Università Nazionali e Provinciali che portano avanti progetti di scambio e cooperazione.[4]


[1] M. Randall, Cambiar el Mundo, Mis años en Cuba, Ediciones Matanzas, Matanzas (Cuba), 2016, p. 114.

[2] Ivi, p. 113

[3] Haydée Santamaría: lo tremendo y lo profundo, Juventud Rebelde, Directora: Yailín Orta | Subdirectores editoriales: Herminio Camacho, Ricardo Ronquillo y Yoerky Sánchez | Subdirector de Desarrollo: Yurisander Guevara, Havana (Cuba), 30/12/2007, su internet:

http://www.juventudrebelde.cu/cuba/2007-12-30/haydee-santamaria-lo-tremendo-y-lo-profundo/

[4] M. Randall, Cambiar el Mundo, Mis años en Cuba, Ediciones Matanzas, Matanzas (Cuba), 2016, p. 112.

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