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Manuela Saenz Orinoco

Manuela Saenz

IN MESSICO (Ciudad Juàrez) OGNI GIORNO UNA RAGAZZA VIENE VIOLENTATA, SEVIZIATA, MUTILATA E UCCISA.

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                  (Proverbio del XV secolo)images

Ciudad Juàrez, città bagnata da Rio Bravo, che fa da confine naturale agli USA, è il primo passo per i gringos del cortile di casa, illuminata da luci al neon che lampeggiano per le strade del centro: si arricchisce con i soldi facili del narcotraffico e delle maquilladoras. Le maquilladoras,  fabbriche di assemblaggio di proprietà straniera, godono di molti privilegi fiscali oltre ad effettuare, sulle proprie operaie, ogni genere di pressioni psicologiche e fisiche. Ogni operaia, settimanalmente, deve sottoporsi ad un test di gravidanza, deve lavorare per più di otto ore al giorno, viene automaticamente licenziata se resta incinta o se si scopre che ha bambini (anche se è illegale secondo la legge messicana)  e non può avere legami né con sindacati, né con altre organizzazioni per/di lavoratrici e lavoratori. Le operaie, tra l’ altro, non dispongono di molti mezzi pubblici: si recano al lavoro la mattina presto, al buio, facendo molti chilometri a piedi in strade ampie e scarsamente illuminate (idem al ritorno).  In questi ultimi anni, nei pressi di Ciudad Juàrez, in Messico, ogni settimana una giovane donna (generalmente  operaia) scompare nel nulla.
Alcune delle ragazze scomparse, sono state ritrovate nel deserto morte, con evidenti segni di torture, sevizie, mutilazioni e violenza sessuale.
La stragrande maggioranza di queste ragazze (quasi la metà) non superano i 18 anni di età ed, in alcuni casi, si  tratta di  bambine.
È importante sottolineare che nessuna delle ragazze assassinate e violentate aveva vestiti o atteggiamenti provocatori: tutte dal look minimalista e povero, indossavano jeans, maglietta e scarpe da ginnastica, tutte erano lavoratrici mal-pagate e mal-tutelate.
Per il numero delle vittime (i casi di desaparecidas sono più di un migliaio ma poche di esse sono state ritrovate) e per il grado d’ impunità, il caso di Ciudad Juàrez, è unico nella storia del crimine mondiale. Le vittime, tutte scure e di modeste condizioni economiche, rappresentano l’ epigono di una cultura contrassegnata dal sessismo, dal razzismo e dal disprezzo verso le classi popolari. Il fatto che né Amnesty International, tantomeno le delegazioni dell’ ONU per i diritti umani, non siano riuscite a individuare con certezza il numero di ragazze e bambine desaparecidas con il numero dei cadaveri ritrovati, rivela le omissioni ed i difetti che costellano le indagini relative a questi crimini. Rivela sopratutto il disprezzo per le vittime ed un atteggiamento improntato all’ omertà ed alla complicità.   I primi casi di quest’ orgia-misogina si sono verificati tra il 1993 e il 1995.
I cadaveri delle prima trenta donne assassinate a Ciudad Juàrez, Chihuahua, conducevano a una complessa trame di violenze sessuali, bettole, locali notturni, bande criminali e reciproche accuse tra i diversi protagonisti della vita pubblica. Tutto lasciava intravedere una nuova società messicana allo sbando, non  in grado di fare i conti con i propri limiti culturali.
La sovrappopolazione aumentava, aumentava la povertà urbana,  la violenza contro le donne all’ interno delle mura familiari, i rigidi ruoli di genere imposti da una cultura retriva che contrastavano, invece, con la progressiva ploretarizzazione delle stesse donne.
Nel 1995 si registrarono a Ciudad Juàrez 1307 reati sessuali, di cui il 14,5%, poco meno di 200, erano stupri su donne. Ma già nel primo trimeste del 1996 la violenza contro le donne comincia ad impennare:  il numero dei delitti aumentò del 35% rispetto all’ anno precedente.
Nell’ estate del 1995 il clima s’ era fatto teso: a Lonte Bravo, zona semideserta a sud di Ciudad Juàrez, nei pressi dell’ aereoporto locale, furono rinvenuti i corpi di tre giovani donne. Nelle settimane successive reati, torture, sevizie ed omicidi contro le donne aumentarono.
Le ragazze ritrovate morte, sono sempre nude o seminude, in posizione prona, indossavano tutte jeans e maglietta. Tutte di corporatura snella, con carnagione scura e capelli lunghi.
La maggior parte delle aggressioni a sfondo sessuale si verifica nelle fabbriche, nell’ industria maquiladora, o nei pressi.
La rigida e moralistica cultura cattolica della zona, enfatizza molto il ruolo della donna come casalinga e madre.
Le giovani donne lavoratrici ed indipendenti, vengono viste e percepite come potenziali “tentazioni”, donne libere che sprecano il loro denaro in discoteche, bei vestiti e trucchi.
Ciò viene vissuto come “eversivo” e “peccaminoso” dai maschi del posto, un attacco contro l’ ordine sociale rigorosamente patriarcale.
L’ intellettuale Alfredo Limas Hernàndez sostiene che l’ industria maquiladora sta “maquilando” l’ intera città.
Essa ne avrebbe ridisegnato la struttura, coinvolgendo tutti i gruppi cittadini in quel settore e generando dinamiche di segregazione socioculturale. All’ origine dell’ impoverimento urbano ci sarebbero i cicli di valore e di capitalizzazione dei trust mondiali. Ciò riduce lo spazio pubblico, le responsabilità del capitale e la gestione dello sviluppo da parte del governo locale.
Il tutto a spese dei corpi dei cittadini, in particolare delle cittadine, delle donne: viste come manovalanza di basso costo, da sfruttare il più possibile come operaie sotto-pagate,  come oggetti sessuali e, naturalmente, sempre e anche come madri e “domestiche”.
Un ambiente carente di politiche di sviluppo, con un sistema di rapporti di potere che evita di affrontare concretamente le forme di disuguaglianza strutturale nella società  è ovvio che si accanisce contro quello che è il “diverso” per antonomasia: la giovane donna, povera, non-bianca (india, nera o misto-sangue), “libera” o affrancata dalle ancestrali forme di dipendenza dal “maschio” percepito come capo-clan.
Insomma: si avverte la necessità di vittimizzare le giovani donne, diventate ormai un deposito di esseri umani destinati ad ogni genere di sfruttamento.
Salario e lavoro non sono gli unici punti deboli in Messico.
Ci sono anche il futuro e le aspettative culturali dei giovani. In queste circostanze, le donne e il loro ruolo sociale appaiono fortemente sottovalutate. In particolare nella città di frontiera.
Ana Bergareche, una sociologa della London School of Economics, sostiene che l’ orgia sacrificale di stampo misogino che opprime la città messicana ha le sue più profonde origini nel patriarcato di stampo cattolico. La sociologa sostiene che la donna viene vista per propria natura peccatrice e tentatrice. Per tal ragione deve essere punita, punita con la morte se non rispetta i canoni di donna-vergine, o donna-madre dedita alla cura del focolare domestico (invece di lavorare ed andare in discoteca, magari per sedurre “innocenti” maschietti).
E spiega come tale convinzione si fondi su un pensiero che invita all’ abuso e all’ emarginazione di etnia e classe,  mortificando ulteriormente l’ autostima delle donne: esse si considerano parte di una classe sociale che sa, o piuttosto suppone, di non poter andare molto lontano nella vita e nella società: perciò si piega ad ogni forma di abuso e sfruttamento.
Attualmente, la follia omicida ha superato le 600 donne e non accenna minimamente a diminuire.
Quel che più inquieta, è che si tratta di un delitto seriale perfetto. La complicità della polizia è stata assicurata, il governo non interferisce con le multinazionali per cui le vittime nella maggior parte dei casi lavorano.  Le degradanti condizioni sociali di Ciudad Juàrez sono l’ humus più adatto a creare vulnerabilità, condizioni favorevoli all’ azione degli assassini, soprattutto negli omicidi caratterizzati da violenza carnale, dove è evidente la presenza di diversi serial killer, sia nei metodi usati che nelle forme di occultamento. Per di più, l’ impegno delle autorità politiche e giudiziarie nell’ arginare la mattanza è stato molto debole.
Tutte le persone che tentarono (e tutt’ ora tentano) di fare luce si questi macabri eventi, vivono sotto il terrore e la minaccia della morte. Nel 1998, poco più del 10% di tutti i delitti si era verificato nella capitale messicana, mentre solo il 7% riguardava lo stato di Chihuahua. Ma ci fu un colpo di scena: quello stesso anno, l’ Istituto Messicano di Studi sulla Criminalità Organizzata pubblicava un rapporto, “Tutto quello che bisogna sapere sul crimine organizzato in Messico” in cui si afferma chiaramente che la mafia messicana è interna allo Stato stesso, che ha protezioni e complici in Parlamento, in magistratura, nella grande industria ed in polizia. Tra l’ altro, in questo rapporto si afferma chiaramente ed inequivocabilmente che lo Stato messicano (essendo inquinato e contaminato dalla criminalità) non è per niente in grado di proteggere le proprie vittime da soprusi e angherie. La diagnosi suonò a tutti esagerata ed eccessivamente pessimista. Purtroppo, ebbe prontamente le sue conferme: il tasso di crimini ed impunità incrementò notevolmente durante i mesi successivi. E non solo: questi studi criminologici sono supportati da solide fondamenta “storiche”. Per dovere di cronaca, cito un  caso del marzo 1989: a Matamoros, Tamaulipas, scompare un giovane statunitense di nome Mark Kilroy, originario del Texas. Venne trovato morto il mese successivo, in un ranch di Matamoros, assieme ad altri tredici cadaveri mutilati. Il ranch apparteneva ad un feroce trafficante di stupefacenti che si autodichiarò “satanista”: nel ranch furono rinvenuti strani feticci e scritte sui muri con sangue animale. In realtà, ricerche molto più approfondite, condussero alla scoperta ed allo smantellamento di una vasta rete di interessi e clientelismi, iscritta nel sottobosco del mondo dello spettacolo e della politica locale. Nella casa di uno dei criminali imputati sono state trovate foto che ritraevano il santero-satanista in compagnia di Fausto Valverde Salinas (ex-dirigente della squadra anti-droga presso la polizia giudiziaria federale), Carlos Armendàriz e Guillermo Gonzàlez Calderoni (anch’ essi ex-dirigenti delle polizia federale). Bisognerebbe, tra l’ altro, ricordare che gli antecedenti culturali della “santeria” per scopi malefici (o satanismo ?!)  risale ai tempi della Colonia e all’ Ottocento, nella stregoneria e nella santeria nella frangia di frontiera che va da Las Crucis, Nuovo Messico, El Paso, Texas, Chihuahua fino a Brownsville.

L’ attenzione di queste pratiche è per la realizzazione terrena. Sono pratiche improntate a creare compattezza e fedeltà tra i gruppi di potere o influenti sul territorio. L’ uso di droghe, il sesso, la violenza di gruppo sono “strumenti” o “chiavi” per assicurarsi omertà, protezioni e complicità. I culti riflettono il fenomeno del sincretismo contemporaneo con l’ antica agiografia cattolica, il vudù e altre credenze moderne. Altro filone trascurato dagli esperti nelle indagini sugli omicidi di Ciudad Juàrez è stato quello dell’ industria della pornografia violenta (sesso accompagnato da torture ed omicidi), i cosiddetti snuff movies. La pornografia con l’ uso di minori è, purtroppo, un’ altro fenomeno molto radicato nella città di frontiera. Lo studio più serio ed attendibile sull’ esistenza di questo genere di film è stato condotto da Yoran Svoray nel suo testo “Gods of Death” del 1997.

Yoran si è infiltrato nelle proiezioni di questo genere di film e notò che, ogni uomo presente, pagava 1500 dollari per guardare queste proiezioni. Va da sé pensare che sicuramente è un tipo di industria che permette un facile arricchimento.  Yoran notò anche che, appunto, gli spettatori non erano affatto membri del popolino: ma tutti industriali, imprenditori e professionisti. Purtroppo tutti gli uomini finora “scoperti” (molti sono liberi e protetti dalla stessa polizia) nel commettere simili crimini hanno avuto la prescrizione. Lo stesso presidente Felipe Calderon, che promise impegno e solidarietà ai familiari delle donne assassinate, attualmente non fa altro che rimandare le udienze con i parenti delle stesse vittime. La stessa Chiesa Cattolica ha avuto un atteggiamento che oserei definire non propriamente “evangelico” o/e “umanistico”: l’ attuale Vescovo della città ha dichiarato che le donne sono state assassinate perché lontane dalla Chiesa e poco “esemplari” nei comportamenti. Affermazione che lascia alquanto perplessi, oltre ad essere ampiamente mistificante. Così facendo, le povere operaie (le ragazzine e bambine immigrate, di umili origini) continuano ad essere stuprate, umiliate ed uccise anche nelle loro tombe. Sarebbe questo, allora, il brutale destino della merce-umana nel mercato mondiale.

Per informazione e solidarietà visitare il sito: www.mujeresdejuarez.org

                                                               Maddalena Celano  2008

 

Leidy León Veloz: Cuba sceglie di affrontare le nuove schiavitù.

 Articolo pubblicato su www.ilsudest.it il Sep 15th 20017

 In una torrida estate caraibica, nel mese di luglio 2017, nei pressi dell’Università di Pinar del Río, ho conosciuto la docente e attivista femminista cubana, Leidy León Veloz, che gentilmente mi ha concesso una lunga intervista sulla condizione femminile cubana e sul dramma della prostituzione a Cuba e nel resto dell’America Latina.

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Leidy León Veloz, attivista femminista e psicologa.

León Veloz ha studiato psicologia presso  all’ Universidad de la Habana (Cuba) e l’ IPVCE Federico Engels e ha frequentato la Vocacional de Ciencias Exactas F. Engels. Ha inoltre conseguito un Master in Psicologia Clinica. In questo momento è docente all’Università di Pinar del Río e coordinatrice del progetto Supervisión Psicológica SCP, nonché membro del gruppo Provinciale della Società Cubana di Psicologia in coordinamento con il Comitato Organizzatore della VII Convenzione Intercontinentale di Psicologia HOMINIS 2016.

 

  1. In Italia è pressoché sconosciuto il ruolo eroico e decisivo che assunsero le donne nella storia di Cuba, soprattutto durante la Rivoluzione. Una sub-cultura e un ampio lavoro di disinformazione, continua a dipingere Cuba come un paese retrivo, machista e misogino. C’è un fondo di verità in quest’affermazione?

 Molte donne hanno svolto un ruolo fondamentale nella Rivoluzione Cubana e dopo la vittoria dell’esercito ribelle nel 1959 e con l’arrivo al potere di Fidel Castro, il ruolo e la condizioni delle donne a Cuba migliorò notevolmente. La partecipazione femminile al processo rivoluzionario cominciò fin dalla rivoluzione nel 1953. Nel famoso assalto alla Caserma  Moncada, nel 1953, guidato da un giovane Castro, alcune donne parteciparono attivamente come Vilma Espín, Maria Antonia Figueroa, Acela de los Santos, più tardi Ministra dell’Istruzione e Gloria Cuadras. Tra i combattenti cubani troveremo anche Melba Hernandez e Haydee Santamaria. Queste due combattenti sono state coloro che hanno permesso che i prigionieri catturati, dopo il fallimento dell’ assalto, venissero rilasciati.
Hernández e Santamaría, dopo il trionfo della successiva rivoluzione del 1959, entrarono a far parte del gruppo fondatore del Partito Comunista di Cuba e lavorarono per lo Stato, prima come deputate dell’Assemblea Nazionale e in seguito nel Ministero dell’Istruzione.
Nel 1956, la lotta in Sierra Maestra, una delle tappe più conosciute della Rivoluzione Cubana, presentava anche guerrigliere donne, membri del Movimento 26 de Julio. Haydée ha partecipato alla lotta sui monti, così come Celia Sánchez, che è diventata segretaria del Consiglio dei Ministri di Cuba nel 1962 e in seguito Ministra della Presidenza. Insieme a loro, molte altre donne hanno partecipato a diversi compiti sulla Sierra Maestra. Le donne cubane formeranno la loro squadra di guerriglia nel 1958, nonostante il disaccordo di molti ufficiali di guerriglia. Fidel Castro insistette per la creazione di un plotone femminile e la formazione delle donne.  Si creò perciò il plotone Mariana Grajales, che divenne anche la guardia personale di Fidel Castro.
Dopo la vittoria della Rivoluzione cubana nel 1959, le organizzazioni femminili del paese fondarono nel 1960 la Federazione delle Donne Cubane, un’organizzazione finalizzata a porre fine alla discriminazione contro le donne e alla ricerca della partecipazione delle donne in tutti gli aspetti  della società. Fidel Castro ha riconosciuto il ruolo di quest’organizzazione nel Primo Congresso del Partito Comunista Cuba nel 1975, sostenendo che “le donne cubane, doppiamente umiliate e relegate dalla società semi-coloniale, avevano bisogno di una propria organizzazione che rappresentasse i loro interessi specifici e lavorasse per ottenere la sua più ampia partecipazione alla vita economica, politica e sociale della rivoluzione”. La rivoluzione cubana ha migliorato notevolmente la condizioni delle donne nel paese e l’emancipazione femminile fu parte del suo successo. A Cuba anche prima della Rivoluzione, soprattutto nel primo Novecento, c’erano diverse donne rivoluzionarie del paese che lottavano per il suffragio e contro numerose discriminazioni, creando numerose organizzazioni femminili. Purtroppo si trattava di movimenti residuali, composti prevalentemente da donne ricche, colte o borghesi. Il femminismo non fu mai un movimento di massa. Questa torcia fu in seguito ripresa dalla Rivoluzione, che continuò ad attuare misure per favorire le donne cubane in tutte le aree della loro vita.  La Federazione Nazionale delle Donne Cubane è un’entità rivoluzionaria che ha fatto il meglio per le donne cubane sin dalla sua prima formazione, il lontano 23 agosto 1960. La Federazione riporta circa 3.600.000 affiliate nei suoi ranghi. La Federazione, ogni cinque anni, tiene un congresso – proprio come le sue “mamme”, le prime suffragette, il più alto organo di governo in cui sono discussi i risultati del lavoro, sono adottate nuove strategie e programmi, ed è eletto il suo Comitato Nazionale e la sua segreteria. Senza la capacità organizzativa e il lavoro delle suffragette e delle femministe cubane del primo Novecento, senza il seme seminato, non c’è dubbio che l’opera che la Rivoluzione avrebbe fatto per la donna cubana in seguito sarebbe stata molto più ardua. Per questo motivo crediamo fermamente che dobbiamo riconoscere lo sforzo e rendere omaggio alle fondatrici e alle combattenti di Cuba, prima del 1959, perché anche loro furono rivoluzionarie in pieno ordine.Uno dei primi compiti del FMC fu di combattere la prostituzione, una necessità vitale per quasi 100.000 donne nella Cuba pre-rivoluzionaria, costrette da degrado, analfabetismo e inedia alla prostituzione coatta con i turisti. Seguendo la massima di José Martí, “essere colti per essere liberi”, Cuba lanciò nel 1961 una grande campagna di alfabetizzazione che permise a tutti i settori della società, in particolare le donne – e soprattutto le donne di colore di integrarsi attivamente nella nuova società. In quell’anno sono state create più di 10.000 nuove scuole primarie, più che durante i sessant’anni della repubblica neocoloniale.

  1. Dopo decenni di conquiste sociali e politiche femminili, la prostituzione a Cuba era quasi scomparsa, ma con l’avvento del Periodo Especial (il crollo del blocco sovietico da cui dipendeva l’ economia cubana) ed il conseguente isolamento economico e politico di Cuba, il problema prostitutorio è ricomparso, anche se con forme inedite. Il Governo ha reagito condannando duramente il pimping (il prossenetismo) e la tratta. La vendita di servizi sessuali minaccia di diventare un fenomeno radicato a Cuba e sollecita il dibattito pubblico su di esso. Come il Governo Cubano pensa di risolvere il problema?

La prostituzione, a causa di un sempre più emergente turismo di massa a Cuba, è diventata un problema e non solo per il sesso femminile. Anche gli uomini sono maggiormente coinvolti nel commercio del sesso. La situazione non è più come una volta, quando gli uomini erano solo prosseneti. I sex worker di sesso maschile, qui sono chiamati “pingueros”. La prostituzione è una violazione dei diritti umani che riflette un orizzonte di reificazione delle singole individualità (uomini e donne) ma dimostra anche che non è stato ancora possibile smantellare l’intero sistema patriarcale che rende la donna una merce. L’afflusso del turismo (internazionale) è qualcosa d’impatto molto forte a Cuba che influenza molto le tendenze e i comportamenti giovanili. La soluzione più efficace non è “condannare moralmente” chi esercita tale attività, ma è quella di attaccare l’intero sistema economico che gira intorno al prossenetismo, un sistema economico che si basa sullo sfruttamento e la violenza contro donne, trans e omosessuali. Questo gennaio 2017, il Centro Nazionale per l’Educazione Sessuale (Cenesex), ha fatto alcune proposte orientate alla penalizzazione del cliente e ampliare il dibattito accademico e popolare in relazione alle cause, agli impatti e all’analisi dei valori morali e sociali che sono messi in gioco quando si tratta di prostituzione. Oggi appaiono nuove forme di prostituzione e le strategie di prevenzione devono essere aggiornate alla mutevole realtà del paese. Il decollo del turismo di massa, l’economia cubana orientata allo sviluppo è una minaccia ma anche un’opportunità e non è l’unico fattore che genera il commercio sessuale.

Vi sono molteplici cause da affrontare come società come l’informazione, l’istruzione e il rafforzamento delle famiglie. Io personalmente sarei favorevole ad applicare a Cuba il Modello Nordico giacché diventare merce sessuale invalida e contraddice i vari diritti sociali e popolari conquistati e diventa causa di svantaggi sociali. Secondo una ricerca condotta da Rubén Herrera, del Ministero dell’Interno Cubano, su un campione di 82 donne cubane che hanno praticato la prostituzione con gli stranieri nella capitale cubana, si è dedotto che si trattava prevalentemente di giovani meticce, seguite da nere e bianche, con famiglie disfunzionali e permissive alle spalle, che vivevano in condizioni di sovraffollamento e incapaci di soddisfare le esigenze fondamentali di cibo, abbigliamento e calzature. Inoltre, si evince un’erosione di valori. Una su tre donne ha iniziato l’attività prostitutoria prima del conseguimento della maggiore età. Nessuna formalmente è stata costretta dalla violenza: ma quali scelte libere può compiere una minorenne, soprattutto in condizione di povertà? Tutto questo è il risultato di una qualche forma di mancanza materiale ma anche di informazioni e valori, nonché l’ assunzione di comportamenti a rischio come rapporti precoci, non protetti, sesso di gruppo e rapporti di interesse economico.

  1. Cosa ne pensa della nuova ondata glamour del femminismo liberal-pop sexy-positive, secondo cui tutto ciò che è legato alla sessualità, anche la prostituzione, il commercio di sex-toy e quant’altro, avrebbe una valenza emancipatrice e liberatrice?

Questo modello è approvato e promosso da molte aziende e società che ritengono fruttuoso lucrare sui gadget-sexy o sui corpi femminili venduti come merce nell’industria dei divertimenti o del turismo. Abbiamo trascorso molti anni a lavorare sulle nostre pratiche di attivismo, per rendere visibile l’istituzione devastante della prostituzione per una società che vogliamo egualitaria, dove non esista alcuna discriminazione né di classe, né di genere.

  1. Ritiene, quindi, che l’abolizionismo sia la strada migliore per superare il sistema prostituente?

Riteniamo giusto che le bandiere abolizioniste del movimento nato in Inghilterra nella seconda metà del XIX secolo, nel cuore del movimento femminista, siano risollevate. Fu la femminista inglese Josephine Gray Butler, uno dei suoi leader e pionieri. Nel 1869, in Inghilterra, fu approvata la «legge sulle malattie contagiose», che regolava la prostituzione e riteneva le donne responsabili della diffusione delle malattie trasmesse sessualmente. Tutte le forme di regolamentazione hanno una base sanitaria, legate al controllo delle malattie trasmesse sessualmente e si ritiene che solo le donne siano responsabili di ciò.
Questa legge prevedeva esami medici obbligatori, la schedatura delle donne in registri speciali e controlli della polizia, nonché luoghi specifici per l’esercizio dell’attività. Il movimento abolizionista mirava a porre fine a questi maltrattamenti e al controllo poliziesco delle donne e per questo la legge dovette essere abrogata. Come si può vedere, questo non è un nuovo problema per il femminismo abolizionista. Oggi, nel XXI secolo, dobbiamo insistere ancora una volta sull’imposizione della violenza che tenta di imporre regolamentazione / legalismo – tutte le strategie del sistema di dominazione capitalista etero-patriarcale per regolare e controllare le persone considerate di minor valore sociale, culturale e economico e simbolico a favore del soggetto maschio che è quello che impone la sua legge.
Un’altra cosa che credo sia importante dirvi è che è essenziale ascoltare le voci delle sopravvissute della prostituzione che oggi sono abolizioniste. È necessario ascoltare le voci di migliaia e migliaia di donne che non hanno denaro (perché nessuno le finanzia) che sono ancora prostituite, ma vivono tentando di uscire da questa violenza, cercando un lavoro normale che consenta loro di coprire i bisogni fondamentali della loro famiglia; hanno molto da dire per demistificare il “mito” della puttana libera e felice che provano a venderci come progetto di vita che si vuole regolare.

  1. Credi che sia conciliabile femminismo e prostituzione?

Oppure tentare di conciliare i due elementi è mistificatorio?

La prostituzione è un’istituzione patriarcale che colpisce direttamente l’uguaglianza di genere, giacché consacra una sessualità dominante: il soddisfacimento egoistico e narcisistrico maschile cui le persone prostitute, soprattutto donne e ragazze, bambini, transessuali e transgender devono sottomettersi.
Dobbiamo anche tenere conto che la maggior parte delle persone prostituite sono state precedentemente vulnerabili alla povertà, agli abusi, alla violenza, alla discriminazione e alla disuguaglianza di classe e sono state arruolate nella prostituzioni da adolescenti, con un’età media di 12-13 anni, secondo quanto afferma Marcela Rodríguez, nella sua ricerca (Tramas de la prostitución y la travaje en la exploita sexual, su internet: http://www.ciepp.org.ar/ ). La prostituzione non è una scelta di una o più donne che a un certo punto della loro vita, per qualunque motivo, decidono di essere prostituite. Al contrario, è un atto o insieme di atti con cui una persona prostituta – di solito da un cliente maschio – acquista o affitta a un prezzo in denaro o in natura il corpo di una persona trattata come oggetto, in genere una donna, per usarla sessualmente, per imporre la sua sessualità a causa della sua maggiore potenza economica e sociale. L’esercizio della sessualità è trasformato in relazioni di dominio e / o potere sul corpo e sulla sessualità di un’altra persona.  La prostituzione è un’istituzione patriarcale, un problema sociale basato sull’oppressione delle donne, che si svolge in un sistema di relazioni di genere. I contesti in cui si verificano queste relazioni sono di disuguaglianza sociale, sessuale, politica, economica e culturale tra uomini e donne. Per questo motivo parliamo di un sistema di prostituzione come sistema di relazioni sociali organizzate in un certo modo, con regole che lo regolano, con strutture e culture che lo sostengono, con istituzioni e attori: spettatori, trafficanti, agenti di polizia e altri funzionari partecipanti dell’impresa dello sfruttamento e / o di fornire protezione agli stessi. Il sistema di prostituzione crea violenze e s’impone violentemente a tutte le donne fisicamente o simbolicamente e genera complicità per mantenersi in vita.
Oggi, il problema sanitario con cui i regolamentaristi intendono controllare le donne è l’HIV-AIDS. Essi hanno inoltre esercitato pressioni sui gruppi di donne in prostituzione per accettare di essere chiamate “sex worker” e alcuni, che stanno promuovendo questo progetto, ricevono finanziamenti forti da organizzazioni internazionali legate alla promozione dell’ “industria del sesso”.
Questo tipo di sistema favorisce il traffico a fini di prostituzione e di violenza contro le donne. Ciò accadde in Argentina, quando questo sistema regolamentarista era in vigore (1875-1936). Il sistema-prostitutorio era conosciuto come “la strada per Buenos Aires” o “il commercio bianco” (così chiamato all’epoca), ed era uno scandalo.
Questa nuova forma di regolamentazione proposta da questo progetto è concretizzata in alcuni Paesi, come i Paesi Bassi e la Germania, che hanno regolamentato la prostituzione come lavoro, e dove i pimps, i banditi e i trafficanti diventano “imprenditori” e non criminali; le donne sono “lavoratrici-sessuali” (per lo più migranti e povere);  molte continuano ad essere trafficate ma le politiche pubbliche sono orientate nell’ includere sempre più donne in questo “lavoro”, perché nelle società capitalistiche vi sono grandi masse di diseredate che non hanno più posto nel mercato del lavoro e le donne e le persone trans, per prime, riportano numerosi problemi persino ad entrare nel mondo del lavoro.
Oggi più che mai è fondamentale sostenere il sistema abolizionista per porre fine all’ingiustizia che le donne siano reificate e mercanteggiate per soddisfare una supposta sessualità che cerca di affermare il suo potere su corpi percepiti come marginali o ininfluenti. In questo senso, non vi è alcuna compatibilità tra movimento femminista e sistema prostitutorio.

 

Maddalena Celano

www.ilsudest.it 

José Martí: fautore della liberazione femminile

Tratto da ilSudEst

MARTI Unknown

di MADDALENA CELANO

José Martí fu un uomo dalle idee effettivamente avanzate per il suo tempo.

Ha sempre sostenuto le libertà dell’uomo e il suo diritto di vivere in un paese libero e sovrano. Ma che dire della donna? Martí, riferendosi all’uomo, l’ha sempre fatto in termini neutri di umanità. In un periodo storico in cui alle donne era esclusivamente riservato il lavoro domestico e poche erano coloro protestavano in piazza per i loro diritti come cittadine, Martí giunse a conclusioni piuttosto audaci sulla questione femminile. Quando parliamo di Martí e della donna, la prima cosa che viene in mente è che Martí fu un uomo piuttosto sentimentale, passionale e romantico. Credeva nell’amore, era un gentiluomo, un artista e un poeta, molte donne furono conquistate da lui e tuttora continuano a essere soggiogate dalla sensibilità femminile rivelata attraverso i suoi bei scritti. Potremmo ricordare Martí come un buon figlio mentre conforta sua madre Leonor Perez, attraverso lettere piene di tenerezza e di amore durante la sua prigionia. Oppure possiamo ricordarlo pieno di ammirazione e rispetto per Mariana Grajales, la madre di Maceo.[1] Tutte queste sono visioni corrette, anche se oggi alcune femministe potrebbero pensare che vi sia una certa aria di machismo nei scritti di Martí. Che in essi la donna è vista come una preda da conquistare, come una debole bisognosa di essere confortata o come madre di una casta di guerrieri o, meglio, come donna che è stata in grado di “crescere”  un uomo combattente e di combattere al suo fianco per l’indipendenza della patria. Seguendo questa linea osserviamo che l’Apostolo, riferendosi a Mariana Grajales, scrisse:

No hay corazón de Cuba que deje de sentir todo lo que debe a esa viejita queridaa esa viejita que le acariciaba a usted las manos con tanta ternuraLa mente se le iba ya del mucho vivirpero de vez en cuando se iluminaba aquel rostro enérgicocomo si diera en él un rayo de sol () Su marido y dos hijos murieron peleando por Cubay todos sabemos que de los pechos de ella bebieron Antonio y José Maceo las cualidades que los colocaron a la vanguardia de los defensores de nuestras libertades[2]

In questo frammento Martí mostra una Mariana Grajales assumendo un atteggiamento forte e virile, sopportando il dolore del marito e del figlio morti assassinati. Per l’Apostolo, l’atteggiamento “femminile” di lutto per i morti e i feriti non dovrebbe aver luogo in tempi di guerra giacché è più importante sapere come superare il dolore e continuare a combattere. Sembrerebbe che per Martí il ​​merito della donna sia di comportarsi il più possibile come un uomo. Un altro esempio di una donna che assimila all’uomo è de Gertrudis Gomez de Avellaneda:

No hay mujer en Gertrudis Gómez de Avellaneda; todo anunciaba en ella un ánimo potente y varonil; era su cuerpo alto y robusto como su poesía ruda y enérgica; no tuvieron las ternuras miradas para sus ojos, llenos siempre de extraño fulgor y de dominio; era algo así como una nube amenazante. La Avellaneda no sintió el dolor humano; era más alta y potente que él, su pesar era una roca[3]

Finora possiamo dire che Martí è un uomo con idee machiste e che per lui la donna è solo virtuosa quando riesce a imitare l’uomo. Ma Martí non era sessista; era un pensatore che ha affrontato le questioni legate alla sua mascolinità del suo tempo (fine del XIX secolo). È un momento storico in cui vi sono una serie di stereotipi attorno alle donne e al loro ruolo nella società. Questo problema sopravvive ancora oggi. Sebbene il diciannovesimo secolo rappresenti il momento della nascita d’idee rivoluzionarie di libertà, uguaglianza e fraternità, questo non si verificò per le donne e ciò ha portato a riaffermare sempre più il loro ruolo subordinato all’uomo. La Rivoluzione Francese garantiva la partecipazione democratica alle elezioni a tutti i cittadini, ad eccezione dei disabili mentali, dei prigionieri, dei minori e delle donne. Alcune donne che hanno osato reclamare i loro diritti politici sono state condannate a morte.  Jose Martí concordò sull’idea che il posto migliore per la donna sia la casa; ma non a causa della sua minore capacità intellettuale, ma a causa della sua delicatezza fisica e dell’eccessiva importanza  che la donne offre ai dettagli in tutto ciò che fa:

No es que falte a la mujer capacidad alguna de las que posee el hombre, sino que su naturaleza fina y sensible le señala quehaceres más difíciles y superiores[4]

Martí non credeva alla superiorità intellettuale dell’uomo rispetto alla donna, aspetto che mostra in lui un pensiero piuttosto avanzato in un’epoca in cui le scienze mediche e sociali avallavano la tesi d’inferiorità intellettuale femminile. Tuttavia Martí è condizionato dal periodo storico in cui vive e l’idea che la donna debba dedicarsi ai compiti domestici era molto radicata nella società della fine del secolo XIX.  Martí è consapevole del fatto che negli Stati Uniti vi erano donne che lavoravano come banchiere, donne d’affari e anche lavoratrici ferroviarie, ma riteneva che il lavoro domestico fosse la cosa più importante per le donne. Tuttavia, nel 1889, quando Martí scrive per la rivista Le edad de oro, rivista indirizzata all’infanzia si riferirà direttamente alle bambine, in un periodo storico in cui quando si parla d’infanzia viene usato solitamente il termine “bambini” (cosa che avviene ancora oggi), per includerli tutti senza distinzione del sesso. Ne Le edad de oro Martí spiega ai bambini le grandi vicende della storia e dell’ arte senza cadere nel paternalismo e nel sentimentalismo gratuito.

Ti scrivo oggi anche se la lettera ti arriverà parecchio tempo dopo la tua festa;
però voglio che tu sappia che mi ricordo di te e spero che tu stia passando molto felicemente il tuo compleanno. Ormai sei quasi una donna e non ti si può scrivere come
ad un bambino raccontandogli sciocchezze o piccole bugie. Devi sapere che sono ancora lontano e che starò molto tempo separato da te, a fare quel che potrò contro i nostri nemici.
Non è che sia una gran cosa però qualcosa faccio, e credo che potrai
essere sempre orgogliosa di tuo padre così come io lo sono di te.
Ricordati che ci vorranno ancora molti anni di lotta e anche tu, quando sarai una donna, dovrai fare la tua parte in questa lotta.

Nel frattempo bisogna prepararsi, bisogna essere una vera rivoluzionaria, il che alla tua età vuol dire imparare molto, il più possibile, ed essere sempre pronta ad appoggiare le cause giuste. Inoltre obbedisci a tua madre e non credere di aver capito tutto prima del tempo.
Verrà il momento per questo. Devi lottare per essere fra i migliori a scuola.
Migliore in ogni senso, e lo sai cosa vuol dire: studio e atteggiamento rivoluzionario e
cioè buona condotta, serietà, amore alla rivoluzione, cameratismo, ecc.
Io non ero così quando avevo la tua età, ma vivevo in una società diversa dove l’uomo era nemico all’uomo. Ora tu hai il privilegio di vivere in un’altra epoca, un’epoca di cui bisogna esser degni.[5]

Sono parole scritte nel 1966 alla figlia Hildita da un altro grande rivoluzionario, Ernesto “Che” Guevara, ma definiscono bene l’atteggiamento di Martí verso i bambini, soprattutto verso le bambine. Il rivoluzionario Guevara, del resto, fu un grande studioso e ammiratore dell’opera martiana, uno dei migliori, ne mimò infatti sia lo stile che il linguaggio. Martí probabilmente fu uno dei pochi autori del suo tempo a infrangere determinati schemi linguistici sessisti. Ne Le edad de oro Martí scrive:

Las niñas deben saber lo mismo que los niños, para poder hablar con ellos como amigos cuando vayan creciendo; como que es una pena que el hombre tenga que salir de su casa a buscar con quien hablar, porque las mujeres de la casa no sepan contarle más que de diversiones y de modas[6]

Si può osservare che Martí crede nell’eguaglianza intellettuale tra l’uomo e la donna, ma è ancora in funzione maschile: si prevede uno sviluppo personale per le donne ma solo per soddisfare il proprio partner. Anche questo è un passo avanti per il suo tempo, giacché non solo considera le donne in grado di eguagliare intellettualmente l’uomo ma che possano anche superarlo. In questa stessa pubblicazione, infatti, Martí convoca un concorso e prevede una vittoria sicura per le ragazze. Martí concepisce la coppia “uomo-donna” in un completo equilibrio spirituale e intellettuale, dove esiste eguaglianza spirituale e intellettuale tra i due sessi:

Que no sean la compasión, el deber y el hábito lo que a su esposa lo tenga unido; sino una inefable compenetración de espíritu, que no quiere decir servil acatamiento de un cónyuge a las opiniones del otro: antes está el sabroso apretamiento de las almas en que sean semejantes sus opiniones, capacidades y alimentos, aun cuando sus pareceres sean distintos[7]

Vediamo quindi che Martí riconosce la necessità che le donne ricevano la stessa educazione e istruzione, esattamente come gli uomini, affinché (nelle donne) tutte le illusioni e tutte le esperienze si adattino. A questo punto possiamo chiederci quanto segue: può Martí concepire l’idea di una donna colta, ma non in termini di vita coniugale? Il tuo intelletto è considerato inutile al di fuori del matrimonio? Ricordo che dobbiamo partire dal criterio che Martí era un uomo del suo tempo. La sua educazione, la sua istruzione fu permeata dai canoni del momento storico da lui vissuto. La situazione ispanico-americana delle donne, alla fine del diciannovesimo secolo, era quella di compagna sottomessa e devota, dedicata alla casa. D’altra parte, negli Stati Uniti la visione delle donne era meno retrogradata. Come accennato in precedenza, la donna nord-americana usciva di casa e condivideva in una serie di posti di lavoro riservati agli uomini. Martí arriva negli Stati Uniti nel 1880 e testimonia questa esplosione femminile. Questa esperienza lo nutre e lo aiuta gradualmente a sbarazzarsi di alcuni concetti retrivi sulle donne. Ha iniziato a scrivere cronache in cui ha elogiato l’opera di scrittrici, avvocate e educatrici donne. Continua ad attribuire grande importanza alla donna come moglie, ma in determinati momenti la intravede come una professionista fuori dello spazio domestico. Giungendo negli Stati Uniti, Martí incontra il movimento femminista delle suffragette che è in pieno svolgimento. Questo era qualcosa di sconosciuto in America Latina e perciò rappresenta per lui una novità. Nel maggio del 1887, Martí racconta il primo suffragio universale a Kansas City, dove le donne ebbero finalmente il diritto di voto. Non dà un buon parere sulle elezioni e ne intravede una manovra politica del Partito Repubblicano per ottenere più voti. A proposito di Helen Gongar, una delle candidate più importanti di queste elezioni, Martí dice:

Por qué ha de espantar a esta mujer la política? La política, tal como se la practica ahora, ¿qué es más que mujer? Todo se hace en ella a hurtadillas, con insinuaciones, con rivalidades, con chismes…[8]

È chiaramente un attacco alla sua candidatura. Martí può sembrare contro le donne che votano e vengono candidate ma non è così, in realtà se la prende contro la manipolazione sporca dei voti e la corruzione di cui pensa sia complice anche quella donna. In generale, ha una buona opinione sulla partecipazione delle donne alla politica e rileva le buone abilità di molte candidate a ottenere posizioni pubbliche. Alcuni mesi dopo le elezioni di Kansas, Martí avrebbe scritto un’altra cronaca in cui parla della visita di un centinaio di signore al Corregidor de Brooklyn, che è contrario alla partecipazione delle donne alle riunioni scolastiche. Il testo fa notare la discussione intorno alla questione tra le signore e detto Corregidor, in cui le donne dicono di saperne di più sull’istruzione a causa della loro natura di madri. Martí trova una grande logica nelle argomentazioni delle donne e sottolinea come il Corregidor fosse rimasto senza parole da opporre alle donne.[9]Questo punto è molto interessante. Martí realizza e suggerisce che l’esperienza domestica consente alle donne di eseguire meglio degli uomini alcuni compiti pubblici. Questo è indubbiamente un passo avanti nel pensiero di Martí, giacché non vede positivo il fatto che le donne lascino la casa per il lavoro, ma ammette la superiorità di queste nell’ assumere alcuni compiti pubblici. L’8 agosto 1887, Marti scrive un’altra cronaca per altre elezioni a Kansas. Di questa riporta una migliore impressione rispetto a quella precedente. Fornisce criteri molto positivi sulla performance politica femminile e soprattutto della signora Salters che è nominata sindaco della città di Argonia a Kansas. Egli sottolinea la sua oratoria, la sua intelligenza e la sua leadership. Dice inoltre che è madre di quattro figli e sa come conciliare carriera e lavoro domestico.[10] Due anni dopo, in una cronaca sulle elezioni questa volta in Dakota, Martí dice:

Lo real en el voto fue la pelea por la ciudad capital, y el empeño de la mujer en que se levante el Estado sobre el hogar, y no sobre la taberna[11]

Per tradizione, la famiglia è sempre stata considerata come lo spazio specifico delle donne e la taverna, lo spazio degli uomini. Qui Martí supporta le donne che scelgono il divieto di bere liquore e le campagne proibizioniste. Lui avverte che l’alcolismo distrugge le famiglie e che le donne sono quelle che soffrono di più, perciò esorta loro a combattere contro questo male. Ancora una volta è sempre l’esperienza domestica a rendere le donne più adatte a proporre soluzioni concrete che influenzino beneficamente la società. Questi ultimi criteri sono senza dubbio molto diversi da quelli proposti dal giugno 1883. Le donne non sono più esclusivamente compagnia fedele, consolatrici dell’uomo, né esseri sottomessi istruite solo in modo che il marito non si annoi, ma non lasceranno mai la casa per la loro autonomia economica e realizzazione professionale. La donna è vista da Martí anche come parte fondamentale della società, non solo per il suo ruolo di madre e moglie ma anche come professionista. Molto probabilmente, questa evoluzione nel pensiero di Martí è stata inconsapevole, senza rendersene conto, perché in nessuno dei suoi scritti ammette o giustifica questi cambiamenti nel suo modo di pensare. Il 1° aprile 1895 Martí scrive una lettera in cui questa evoluzione può essere osservata attendibilmente. La sua opinione sul perché le donne debbano essere istruite fa un giro di centocinquanta gradi. Si evince in una lettera dedicata a Maria Mantilla in cui dà consigli alla sua figlia spirituale:

Y mi hijita ¿qué hace, allá en el Norte, tan lejos? Piensa en la verdad del mundo, en saber, en querer, —en saber, para poder querer, (…) ¿Se prepara a la vida, al trabajo virtuoso e independiente de la vida, para ser igual o superior a los que vengan luego, cuando sea mujer, a hablarle de amores— a llevársela a lo desconocido, o a la desgracia (…) ¿Piensa en el trabajo, libre y virtuoso (…) para no tener que vender la libertad de su corazón y su hermosura por la mesa o por el vestido? Eso es lo que las mujeres esclavas, —esclavas por su ignorancia y su incapacidad de valerse—, llaman en el mundo ‘amor.[12]

Per Martí, l’educazione e la preparazione delle donne non dovrà più essere funzionale all’uomo, ma dovrà diventare strumento di riscatto ed emancipazione dalla dipendenza maschile. Tra il 1887 e il 1895, José Martí mostra una rapida evoluzione nella sua percezione della donna nella sfera pubblica. Passa da un concetto piuttosto negativo a uno piuttosto positivo, ispirato dalla stessa capacità dimostrata dalle donne nell’esercizio delle posizioni politiche. Inoltre, in un certo senso, anticipa una nozione moderna della teoria del genere: non esiste alcuna netta divisione tra gli spazi di pubblici e quelli privati, poiché questi ultimi sono anche pubblici (o meglio, assumono un valore politico) e, pertanto, non sono mai del tutto estranei alle donne.
L’argomento “donna”, o piuttosto il concetto di donna nel pensiero di José Martí, ha già ricevuto numerosi approcci, da studiosi, in fasi diverse. Le opere più antiche che oggi conosciamo corrispondono a studiosi cubani come Armando Guerra, 1933 e Roberto López Goldarás, 1937. Entrambi hanno scritto un testo intitolato Martí y la mujer. La messa a fuoco dei due, fondamentalmente, ruota intorno alla galanteria e al romanticismo di Martí, perennemente innamorato delle donne. Lopez Goldarás talvolta fa notare la rivalutazione di Martí della donna artista, in particolare delle scrittrici, e della donna eroica che combatte per la libertà del popolo.[13] Entrambe le opere, tuttavia, hanno il merito di essere tra le prime a intuire che nel pensiero di Martí vi era una vasta, intrigante e complessa vena visionaria sul tema dei diritti-femminili. Nel 1977 è stata pubblicata un’indagine sul cubano Luis Toledo Sande, intitolato José Martí hacia la emancipación de la mujer. La ricerca affronta il punto della partecipazione femminile alla vita politica e pubblica, secondo il pensiero di Martí. Questa è un’indagine approfondita, perché abbastanza consapevole del lavoro martiano rispetto al suddetto argomento.[14]


[1] J. Martí, Cuadernos Martianos, Editorial Pueblo y Educación, La Habana, 1997, pp. 32-33

[2] M. Salas Servando, Mariana Grajales, vista por Martí, Centro de Estudios Martianos (CEM), Ministerio de Cultura, de la República de Cuba, La Habana, 2015, pp. 1-2, su internet: http://www.josemarti.cu/wp-content/uploads/2015/07/mariana-grajales-vista-por-marti.pdf

[3] N. Fabre, Gertrudis Gómez de Avellaneda bajo la mirada escrutadora de José Martí, Asociacion Caliope, La Habana (Cuba), su internet http://www.asociacioncaliope.org/Avellaneda.htm

[4] J. Martí, Obras Completas, Editorial Ciencias Sociales, La Habana (Cuba) 1991, pág.135

[5] Che Guevara, Antologia storica e filosofica a cura di D. Fusaro, IASSP – Istituto Alti Studi Strategici e Politici, Milano, su internet: http://www.filosofico.net/che7.htm

[6]Ivi, p. 303

[7] Ivi, p.444

[8] Ivi, p. 185

[9] Ivi, pp. 116-117

[10] Ivi, p. 257

[11] Ivi, p. 348

[12] J. Martí, Cuadernos Martianos, Editorial Pueblo y Educación, La Habana, 1997, p. 101

[13] O. M. Rodríguez Jiménez, Evolución del concepto de la mujer en José Martí 1887-1895, Rev. Scienze Sociali dell’Università di Costa Rica, 2007, pp. 103-111

Su internet: http://www.josemarti.info/articulos/concepto_mujer.html

[14] Ibidem.

Cuba, socialismo e movimenti di rivendicazione femminile in America Latina

Intervista di Luca Bagatin alla studiosa Maddalena Celano a proposito di Cuba, del socialismo e dei movimenti di rivendicazione femminile in America Latina

tratto dal blog Amore e Libertà

Maddalena Celano, fotografa, laureata in filosofia all’Università degli Studi Roma Tre e dottoranda di ricerca presso l’Università Tor Vergata di Roma, è una studiosa di bolivarismo latinoamericano e della condizione femminile a Cuba e già un anno fa circa la intervistai proprio su questo.
Oggi, appena tornata dall’Isola Caraibica per un viaggio di studi, mi appresto ad intervistarla nuovamente al fine di raccontarci gli sviluppi di Cuba e dei suoi studi in merito.
Luca Bagatin: E’ la seconda volta che sei stata a Cuba. La prima volta fu nel 2011. Come è cambiata l’Isola da allora ?
Maddalena Celano: Innanzi tutto ho notato che la presenza dei turisti “di lusso” è triplicata.
Il fatto che il turismo sia il principale promotore dell’attrattiva di capitale straniero nell’Isola corrisponde senza dubbio a proiezioni favorevoli in tale settore, i cui contributi all’economia cubana ammontano a oltre tremila milioni di dollari nel 2016.
Certamente tale tipo di economia ha generato una nuova borghesia. Dei nuovi ricchi autoctoni che hanno facile accesso a monete forti quali dollaro, euro e sterlina. Oggi è sempre più frequente scorgere numerosi cubani in ristoranti, discoteche e locali lussuosi che, sino a pochi anni fa, erano riservati solo ai turisti. Con mia immensa sorpresa ho addirittura constatato che in alcuni locali, anche piuttosto costosi soprattutto per il reddito medio dei cubani, il numero degli autoctoni può persino superare il numero dei turisti ! Cosa inconsueta e sorprendente in un Paese che si continua a percepire come “povero” o “bisognoso”. La borghesia autoctona ha delle caratteristiche piuttosto insolite e peculiari. E’ stranamente più ermetica e introversa del resto della popolazione. E’ una borghesia piuttosto sciovinista, che preferisce dialogare con il proprio simile autoctono piuttosto che con lo straniero. Caratteristica piuttosto anomala in un popolo colto, curioso e intellettualmente molto vivace e creativo come quello cubano.
Luca Bagatin: Che cosa ti ha colpito di più di Cuba ?
Maddalena Celano: Mi ha colpito molto il fenomeno della santeria, ovvero quel particolare culto religioso facilmente individuabile dall’abbigliamento originale ed inequivocabile dei loro cosiddetti “ministri di culto”, ovvero signori o signore vestiti di bianco con perline colorate al collo.
La santera afro-cubana è una religione portata a Cuba dagli schiavi di Yorubaland, località della Nigeria nel corso del XIX secolo.
Luca Bagatin: Che cosa caratterizza la santeria ?
Maddalena Celano La religione afro-cubana è caratterizzata dalla venerazione delle divinità Oricha, da stati di trance ed elaborate tecniche di divinazione. Attualmente la santeria è sempre più diffusa anche tra i bianchi e non è per niente difficile incontrare, per strada, anche santere o santeri bianchi. Perciò il culto, in origine afro-cubano, attualmente è sempre più un fenomeno nazionale e trasversale.
Luca Bagatin: Parliamo ora di Cuba e socialismo. Il socialismo, a Cuba, ha trionfato oppure è stato un vero fallimento come dicono alcuni? Come è cambiato il socialismo cubano dai tempi della Rivoluzione castrista ad oggi ?
Maddalena Celano: L’aggiornamento del modello economico cubano – dal 2011 ad oggi – solleva critiche e controversie. Per alcuni Cuba avrebbe abbandonato la strada del socialismo. In realtà, Cuba, lungi dal rinunciare al suo modello di società, conserva le sue conquiste e perfeziona il proprio progetto originario. Alcuni ritengono che questo sia un ritorno al capitalismo, a causa dell’introduzione di alcuni elementi di mercato nell’economia nazionale. L’obiettivo di Cuba è ad ogni modo quello di perfezionare il sistema al fine di preservare i risultati sociali ottenuti sino ad oggi. Per poter fare ciò Cuba deve affrontare due grandi sfide: le risorse naturali molto limitate e le sanzioni imposte dagli Stati Uniti dal 1960, le quali costituiscono il principale ostacolo allo sviluppo nazionale. A ciò si aggiunge il fenomeno dell’eccessiva burocratizzazione statale e quello della corruzione. Il nuovo modello economico introduce meccanismi di mercato, ma continua a basarsi sulla “pianificazione socialista” a tutti i livelli e l’impresa statale socialista rimane la forma principale dell’economia nazionale. Tuttavia il Paese è aperto agli investimenti stranieri attraverso joint venture, in cui lo Stato cubano conserva sempre la maggioranza di almeno il 51%. Tale modello di gestione economica promuove anche le cooperative, le piccole aziende agricole, i fruttivendoli ed i lavoratori autonomi in tutti i settori produttivi, al fine di ridurre il ruolo dello Stato in settori economici non strategici. Le cooperative statali strutturalmente carenti e non redditizie saranno liquidate o possono essere trasformate o adottare una forma giuridica non statale. Allo stesso modo, lo Stato non sovvenzionerà le perdite. D’altra parte le società beneficiarie possono investire i profitti per svilupparsi, aumentare i salari dei lavoratori nei limiti stabiliti dalla legislazione o assumere nuovi lavoratori. Hanno così piena libertà in termini di gestione delle risorse umane. L’aumento delle cooperative dimostra la volontà cubana di approfondire lo sviluppo socialista dell’economia in tutti i settori, con proprietà collettive. Le cooperative hanno un’autonomia completa a tutti i livelli. Tuttavia, per evitare qualsiasi concentrazione di ricchezza, non possono essere vendute o consegnate a entità diverse dallo Stato.
A livello agricolo, la priorità nazionale è la produzione alimentare per ridurre la dipendenza dall’esterno in un Paese che importa più dell’ 80% del suo consumo. La terra è data in usufrutto ai contadini che divengono produttori indipendenti, remunerati per il proprio lavoro, ma rimangono proprietà statali.
La nuova politica monetaria consente la concessione di crediti alle imprese ed ai cittadini per favorire la produzione di beni e servizi per la popolazione. Una delle grandi sfide della società è l’unificazione monetaria. Infatti, la dualità monetaria a Cuba è causa di diseguaglianze sociali molto gravi.
La politica salariale continua ad essere basata sul principio socialista “a ciascuno secondo i suoi meriti”, al fine di soddisfare “i bisogni fondamentali dei lavoratori e delle loro famiglie”. I salari cresceranno gradualmente, secondo i risultati della produzione. Per evitare lo sviluppo delle diseguaglianze, la legislazione prevede un salario minimo ed un salario massimo.
Grazie alla tassa progressiva, le categorie più favorite contribuiscono maggiormente allo sforzo nazionale, secondo il principio della solidarietà socialista fra tutti i cittadini. La coesione sociale rimane l’obiettivo prioritario e, pertanto, per evitare qualsiasi disparità, la concentrazione di beni è vietata per persone giuridiche o fisiche, essendo una prerogativa esclusiva dello Stato. D’altra parte la politica dei prezzi rimane centralizzata, in particolare per i prodotti basilari o strategici dal punto di vista economico e sociale.
La politica culturale cubana si basa infine sulla difesa dell’identità, sulla conservazione del patrimonio culturale, sulla creazione artistica e letteraria e sulla capacità di apprezzare l’arte attraverso la formazione culturale necessaria.
Luca Bagatin: Cuba e democrazia. Può Cuba, a tuo parere, dirsi una democrazia? Se sì, perché?
Maddalena Celano: Iniziamo con il dire che a Cuba, annualmente, si eleggono i propri delegati in ogni municipio, in ogni città, in ogni regione e ciò significa che è contemplato il diritto dei cittadini ad essere eletti democraticamente come deputati o senatori, oltre che è sancito il loro diritto di formulare e presentare proposte legislative. Qualsiasi semplice cittadino può candidarsi, eccetto gli iscritti al Partito Comunista Cubano, giacché, essendo l’unico partito consentito, non ha alcun potere elettivo.
La politica a Cuba è consentita a chiunque: semplici cittadini, membri di comitati, associazioni, organizzazioni, ecc… Eccetto agli iscritti al Partito Comunista, in quanto il Partito ha ruolo esecutivo ma non elettivo. Ciò significa che i cittadini, a Cuba, hanno il diritto di organizzarsi secondo le proprie idee su varie questioni, per incontrarsi, per creare nuove organizzazioni, per discutere con posizioni opposte. A Cuba è impossibile scadere nei carnevali elettorali che tutti noi conosciamo, per non parlare delle campagne pubblicitarie tipiche delle elezioni nel nostro sistema democratico-capitalista-partitocratico con costoso spreco di danari. A Cuba i candidati sono tutti indipendenti da qualsiasi partito ed hanno il diritto alla libera espressione, che implica un dibattito pubblico, anche su posizioni divergenti, utilizzando tutti gli strumenti nazionali. Ovvero locali pubblici, TV o stampa nazionale. Il tutto accessibile gratuitamente a chiunque ne faccia richiesta. In

questo senso Cuba è un Paese sostanzialmente democratico poiché la libertà d’espressione di un alto funzionario è del tutto identica alla libertà d’espressione di un contadino o di un carpentiere di periferia.

Luca Bagatin: Cuba e Venezuela. Che cosa lega questi due Paesi?
Maddalena Celano: Lo spirito di fraternità e di solidarietà, oltre che un destino comune.
L’ALBA, ovvero l’Alleanza Bolivariana per le Americhe, è stata fondata non a caso a Cuba e fa capo al suo più fedele alleato, ovvero il Venezuela.
Si tratta di un progetto di collaborazione e di complementarietà politica, sociale ed economica fra alcuni Paesi dell’America e dei Caraibi (oltre a Cuba e Venezuela ne fanno parte Bolivia, Ecuador, Nicaragua, Antigua e Barbuda, Dominica, Saint Vincent e Grenadine). Una collaborazione inizialmente promossa quale contraltare dello Spazio Commerciale Libero degli Stati Uniti (FTAA).
L’ALBA si basa sulla creazione di meccanismi che sfruttano i vantaggi cooperativi fra le diverse nazioni partner, al fine di compensare le asimmetrie tra tali Paesi e ciò avviene attraverso la cooperazione di fondi compensatori volti a correggere le disabilità intrinseche dei Paesi membri e all’attuazione del TCP (Trattato di Peoples ‘Trade).
Luca Bagatin: Cuba ed Ecuador. Tu hai di recente visitato anche la Capitale dell’Ecuador, Quito. Che impressione hai avuto dell’Ecuador? L’Ecuador della Rivoluzione Ciudadana quanto può essere simile a Cuba, oggi?
Maddalena Celano: Cuba ed Ecuador sono Paesi politicamente molto vicini. La Rivoluzione Ciudadana presenta una matrice socialista e nazionale molto forte, tanto quanto quella Cubana, ma i due Paesi presentano storie estremamente diverse, una diversa composizione ambientale e sociale. L’Ecuador è un Paese andino, fresco e piovoso, con una forte componente indigena india, nonché è estremamente religioso e la Chiesa cattolica è piuttosto influente politicamente.
Cuba, invece, è un Paese più legato al mare ed alla sua economia, con un’influenza indigena più ridotta, ma con una maggiore influenza nera o “afro-cubana”. Presenza visibile nella musica, nelle danze, nei culti, nei costumi e nelle tradizioni. A Cuba i culti religiosi attualmente sono piuttosto liberi, ma poco influenti politicamente.
Luca Bagatin: Come proseguiranno e cosa puoi dirci dei tuoi studi in merito a Cuba ed all’America Latina?
Maddalena Celano: Sono una studiosa del movimento femminista in America Latina, che è senza dubbio una delle espressioni più critiche e alternative del pensiero politico, sociale ed economico mondiale. Il movimento sociale femminista latinoamericano si è rafforzato negli ultimi decenni, dopo aver conseguito cambiamenti sostanziali sia nelle politiche pubbliche che nella consapevolezza delle donne di essere soggetti di diritto e protagoniste nella costruzione di nuovi paradigmi di trasformazione della realtà. Il movimento femminista latino prende forma nell’ambito di complessi scenari politici, in particolare nei contesti di transizione da regimi militari autoritari a processi di democratizzazione, dai conflitti armati sino ai processi di negoziazione e di pace. La genesi del movimento femminista in America Latina è quindi strettamente legata alle transizioni latinoamericane ed all’impegno per la creazione di istituzioni democratiche e la costruzione di agende di pace. 
La persistente violenza contro le donne, fisica, sessuale o psicologica, fa di tale tema uno dei temi centrali della lotta del movimento femminile in America Latina. Secondo la relazione mondiale sulla violenza e lasalute dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’America Latina è la seconda realtà con i più alti tassi di decessi femminili dovuti alla violenza, sia a livello rurale che urbano. Prodotto correlato ad un contesto generale di disuguaglianza, discriminazione e impunità. Il femminicidio, la forma estrema della violenza contro le donne, è un fenomeno particolarmente diffuso in Messico e in America Centrale. A tale riguardo, dal movimento femminile, sono stati presentati alcuni documenti interessanti come il Feminicide in America Latina, presentato nel 2006 alla Commissione interamericana sui diritti umani (IACHR).
Il movimento femminile latinoamericano svolge un ruolo particolare nel promuovere le azioni della Marcia Mondiale delle Donne (WMW). Probabilmente il movimento con il più grande consenso internazionale, il quale porta avanti una critica sirrata al capitalismo ed alle conseguenze negative che esso porta nella vita delle donne.
L’economia femminista è il quadro teorico e uno degli assi centrali della WMW, così come l’autonomia economica delle donne. Contributi interessanti in tale campo sono ad esempio gli articoli di numerose femministe latinoamericane, come Nalu Faria e Magdalena León.
Gli accordi di libero scambio firmati nella regione, NAFTA (USA-Canada-Messico) e CAFTA (USA-CA), hanno peraltro avuto effetti negativi sulla qualità della vita delle donne. Le donne hanno costituito importanti articolazioni come “Mesoamericanas in Resistance for a Deducted Life”, integrate da organizzazioni del Messico fino Panama, che sono collocate contro le politiche neoliberali e hanno richiesto – insieme ad altri movimenti sociali – la non ratifica di questo tipo di trattati.
Luca Bagatin: Quali prospettive, a tuo parere, per l’America Latina?
Maddalena Celano: Il movimento femminista latinoamericano è, a mio parere, il vero motore del cambiamento globale. L’unica alternativa e speranza, in quanto ha mostrato notevole capacità di approfondire e rivedere tattiche politiche e prassi sociali. Uno degli esempi è l’Incontro femminile dell’America Latina e dei Caraibi, che si svolge ogni due anni, dal 1981 (Bogotà). Circa 1500 donne provenienti da tutto il Continente propongono nuove analisi e nuovi progetti di trasformazione politica e sociale. Già nel 1987, nell’ambito della Quarta Riunione Internazionale Femminista, è stato discusso un documento sui “miti del movimento femminista”, che ha permesso di ripensare alcune delle proposte politiche.
I movimenti femministi latinoamericani creano, attraverso un complesso lavoro intellettuale e di autocritica, nuove elaborazioni teoriche e numerosi esperimenti socio-politici, comunitari, indigenisti ed ecologisti. Esperimenti molto visibili in aree indigene – soprattutto in Amazzonia – ed in Paesi come l’Ecuador, il Nicaragua, il Venezuela e in Colombia, ove numerose comunità autoctone sono guidate ed amministrate proprio da donne.
Luca Bagatin
www.amoreeliberta.blogspot.it 
 Le foto pubblicate sono state realizzate da Maddalena Celano nel mese di luglio 2017

Un’ex ribelle cubana racconta la sua Rivoluzione femminista

IMG_2094.JPGUn’ex combattente cubana racconta il protagonismo femminile durante e dopo la Rivoluzione.

liberamente tratto da Ultima Voce    Agoravox e ilsudest

 

Intervista a Maria Teresa Peña Gonzalez, ex guerrigliera che a 17 anni partecipò attivamente alla Rivoluzione Cubana. Nata nel 1940, è ingegnere chimico, militante del Partito Comunista Cubano, membra della Federazione delle Donne Cubane e della Federazione Democratica Internazionale delle Donne (in sigla, a seconda della lingua, FDID, FDIM, FDIF, IDFF o WIDF). Studiosa, saggista, scrittrice e artista, in questo momento collabora con il Centro de Investigación e Información Históica de Acapulco in Messico. Maria Teresa Peña Gonzalez da anni porta avanti studi sul rapporto tra le religioni e la condizione femminile. In particolare, è autrice di Sexo-Género: una construcciòn socio-religiosa-cultural, “il suo più importante lavoro sul rapporto tra religioni e condizione femminile, e in questo libro evidenzia come le teologie religiose (in particolare, quelle cristiane) abbiano marchiato le donne come specie secondaria e subordinata”. Non solo ex guerrigliera, quindi, ma anche “combattente” per i diritti delle donne. Conosciuta per la prima volta nel luglio 2011, nella sua dimora presso il Vedado (quartiere chic dell’Avana), l’ho incontrata nuovamente in Italia nel giugno 2014, organizzando con lei diversi incontri e iniziative nel Lazio. Quest’estate, tra giugno e luglio 2017, ho trascorso con lei, all’Avana, due settimane intense in cui abbiamo ripercorso i sogni di una vita e le sue battaglie politiche e culturali. Donna carismatica e tuttora gradevole, nonostante l’età, dimostra sempre un forte temperamento ardente, volitivo e fiero. Non è difficile immaginarla, ancora giovanissima, con il fucile in spalla, scontrarsi con la soldataglia del tiranno Batista.

1. In Italia in pochi sanno che la Rivoluzione Cubana, sin dalle sue origini, viene segnata da una forte prospettiva “di genere”. Le donne rapidamente ottennero ruoli decisionali e di leadership. Come si sviluppa la consapevolezza femminista delle donne cubane?

Sin dai primi anni della Rivoluzione Cubana, l’equità di genere diventa una priorità: si avviò una serie di misure tendenti a eliminare le barriere che mantengono la donna in posizioni sociali subordinate, innestando un tentativo di trasformazione integrale degli individui. La creazione nel 1960 di una Federazione di Donne Cubane, in sigla FMC, determinò un importante passo nel processo organizzativo di proposte e azioni positive, arrivando perfino a convertirsi in una delle istituzioni più attive e dinamiche che siano mai esistite nella storia contemporanea di Cuba, in funzione dei sostanziali risultati ottenuti. Tuttavia, la lotta per i diritti della donna nella Rivoluzione non supera, durante le prime due decadi, la dipendenza da abitudini culturali ereditate dalla tradizione colonialista, mentre la massiccia incorporazione lavorativa delle cittadine cubane, è uno dei cambiamenti più indicativi, ma non risponde tanto a una necessità di uguaglianza di diritti ma più a una necessità strategica da parte della dirigenza del paese d’ampliare la propria forza lavoro.

2. Si sta tentando di comprendere quanti e quali siano stati i cambiamenti essenziali nei diritti della donna cubana durante questi cinquanta anni di Rivoluzione, il suo processo d’integrazione sociale, di ricerca, di eguaglianza, la rivendicazione dei suoi spazi. La principale organizzazione femminile e la più ramificata sul territorio nazionale, la FMC, incontrò le sue difficoltà nell’assumere la teoria di genere o, per citare un altro aspetto importante, nel gestire i differenti ambiti organizzativi sorti nella cornice della nuova realtà sociale. Ma conviene conoscere brevemente come si è sviluppata la storia prima del 1959. Quali sono state le tappe fondamentali?

Nelle due ultime decadi del secolo XIX a Cuba, come in altre aree della regione latino-americana, dove i movimenti popolari continuano ad assumere il nuovo compito di modernizzare il paese l’educazione delle donne emerge come un argomento molto diffuso, dal quale si elabora un discorso destinato a combinare la necessità sociale e individuale del lavoro femminile con la moralità borghese. Il compito non sarà facile. Oltre alle profonde ferite e conseguenze della lotta contro la colonizzazione spagnola, bisognerà parlare anche di un patriarcato molto radicato nella mentalità sociale. La storia nazionale di Cuba ricalca uno stereotipo universale di uomo cui sono assegnati valori patriarcali che lo rendono preda di una costruzione di genere secondo cui essere maschio è importante in quanto le donne risultano essere cittadine di seconda classe. In questa realtà, l’inserimento lavorativo della donna resta soggetto a una severa disciplina ricalcata da principi morali e religiosi. Prima di allora una teoria basata sulla famiglia monogamica e patriarcale modellava la donna dentro casa, subordinata ai capricci del marito come una perfetta casalinga. Si pensava che le donne fossero venute a questo mondo con la missione di favorire il culto della maternità e l’amministrazione della casa, ovviamente nella sua parte domestica, giacché di spese e investimenti si occupa il signore della casa. In quell’epoca a Cuba non era abituale vedere una donna introdotta nel mondo del lavoro salariato. Una delle poche funzioni accessibili alle donne era di fabbricare sigari o contenitori per sigari. Verso il 1899, in coincidenza con l’intervento nordamericano sull’isola, sarte, maestre o lavandaie cominciarono a fare le prime apparizioni.

Più tardi compariranno ostetriche, infermiere, dattilografe, stenografe o commesse di commercio. Verso il 1899 sorge una nuova Repubblica per la quale avevano lottato anche le donne, una nuova Repubblica non conforme alla visione androcentrica dei suoi primi mandatari. Le donne chiesero finalmente il suffragio, l’indennità e altri tipi di richieste che portarono un aumento di aspettative sul ruolo femminile, facendo crescere considerevolmente anche una bibliografia scritta su temi relazionati col femminismo, la legislazione e il suffragio.

La costruzione di un’ideologia nazionalista cubana sullo stile nordamericano attraversa l’istruzione pubblica, la forza di lavoro femminile diviene portatrice di una pedagogia sociale nazionalista. Questa situazione stimolò il primo intervento nordamericano nell’Isola (1898) e la sviluppo d’idee moderne sulla donna che include la nascita di corsi universitari per donne cubane presso l’Università di Harvard e contatti col Woman Club di Boston. Questi incontri ebbero influenza sull’ulteriore nascita di organizzazioni femministe in stile nordamericano nel paese. Tutto ciò in una società dove il machismo fu convalidato come forma di cultura, legato all’egemonia maschile costituita dall’infanzia e riaffermata, tra gli altri parametri, nel valore epico del combattente.

Progressivamente, la nuova professionista, l’operaia o l’impiegata, si va aprendo spazio nel mondo che arriva. Ciò annuncia perfino la sua offerta lavorativa in riviste, alcune delle quali sono dirette da donne (Gonzalez Pages, 1998: 275). Prosegue il vecchio discorso patriarcale ma convive già con una nuova sensibilità sociale, frutto dell’influenza liberale nordamericana. L’incorporazione femminile al mondo lavorativo genera parallelamente importanti cambiamenti nella vita quotidiana dell’isola: si creano centri per l’infanzia, associazioni femminili e prime organizzazioni sindacali per lavoratrici. Cominciarono ad apparire forme di socievolezza femminile e donne progressiste che appoggiano idee ed organizzazioni socialiste ma con meno risorse economiche rispetto ai maschi. Il femminismo si andava facendo largo in quel terreno intellettuale, sia da posizioni progressiste che religiose: tante borghesi, meticce, bianche e creole continuano a difendere la loro indipendenza e i diritti economici e sociali conquistati.

Gradualmente aumenta anche il numero di laureate in studi superiori. Esistono alcune statistiche sulla progressiva incorporazione delle donne agli studi universitari nei primi 15 anni del nuovo secolo. Nei primi decenni del ‘900 solo 189 donne cubane si laurearono in differenti settori. Per quanto concerne il magistero, il numero aumentò a 4.244, essendo le donne il 82 percento di totale delle maestre (Gonzalez Pages, 1998: 275). Il matrimonio, inteso come istituzione che subordina la donna come proprietà al suo compagno, comincia a essere criticato da importanti intellettuali cubani, specialmente vincolati alle classi liberali e di razza bianca. Un movimento esteso di dissenso sociale ottiene, nel 1918, che Cuba si converta nel primo paese latinoamericano a ottenere una legge sul divorzio. Un anno prima, nel 1917, si approvò la legge sulla patria potestà e sedici anni dopo, nel 1934, la donna cubana otterrà il diritto a potere scegliere se essere scelta nei processi elettorali, dopo decadi di lotta.

L’ottenimento di due importanti traguardi, la Legge sulla Patria Potestà, nel 1917, e la Legge sul Divorzio (1918), definirono una tappa in auge del femminismo liberale in Cuba che porterà alla creazione del Club Femminile (1918), associazione che raccoglie i primi documenti sul dibattito femminista della decade degli anni ’20. L’attivismo del Club Femminile incoraggiò la creazione di una Federazione Nazionale di Associazioni Femminili a Cuba nel 1921. Le associazioni integranti convocarono il Primo Congresso Nazionale delle Donne Cubane (1923) che ebbe la particolarità di essere il primo in America Latina, con un programma che include dal giardinaggio femminile fino a dibattiti su aspetti tanto polemici come la differenza tra figli legittimi ed illegittimi, la necessità di ottenere un’uguaglianza sociale e sostanziale tra l’uomo e la donna nella legislazione sull’adulterio e l’inevitabile tema del suffragio femminile. Questo tipo di organizzazione è convocata per la seconda volta nell’ aprile del 1925, ma la Chiesa Cattolica prende le redini della situazione facendosi rappresentare da varie organizzazioni fittizie per boicottare i temi proposti e propiziare lo scioglimento del Club Femminile.

Le contraddizioni si acuirono nel periodo del governo di Gerardo Machado, nel 1925 fino al 1933, con l’utilizzo del suffragio femminile come uno dei primi punti populisti della sua campagna. Così rimasero divise le forze tra femministe e suffragiste, con posizioni ben divergenti (Gonzalez Pages, 2008). Mentre si va costruendo un paradigma di donna che difende la sua partecipazione alla vita pubblica, il femminismo come ideologia articolato a Cuba si avvicina molto alla strategia riformista del movimento statunitense più che alle proposte europee alimentate in tecniche di propaganda e disubbidienza civile vicine al socialismo. Ma a Cuba anche le donne nere e meticce giocarono una carta importante nei compiti di consapevolezza e lotta per l’uguaglianza, attività che si rese evidente attraverso riviste informative tanto differenti come Femina, la Feminista, Minerva o la Luz.

Le femministe cubane finalmente cominciarono a “flirtare” con il socialismo: si dedicarono ad aiutare le donne affamate, che stimolarono a parlare in pubblico e ed esprimere le loro idee. Si lamentavano, tuttavia, che la campagna che avevano intrapreso non sarebbe rimbalzata al grande pubblico ma reiterarono la necessità di risolvere un doppio problema, quello della casa e quello del cibo. Purtroppo all’Avana ribassarono di circa di un 25 percento le contribuzioni salariale in alcuni stabilimenti come le seterie e le profumerie che impiegavano un 80 percento di personale femminile.

L’incorporazione della donna cubana alle attività pubbliche nelle prime decadi del secolo XX, ha nella sfera della vita politica uno dei suoi esempi più illustrativi. Dagli anni venti sorgeranno diverse associazioni cittadine e formazioni politiche costituite da donne come il Partito Femminista e il Partito Nazionale Suffragista, la Lega Difensiva della Donna, il Club Femminile di Cuba o il Movimento delle Cattoliche Cubane. In un primo momento le domande dei movimenti sono rapportate fondamentalmente con la modificazione del Codice Civile, l’approvazione della legge del divorzio, la giornata lavorativa di otto ore, la creazione di scuole di Arti e Mestieri, l’ottenimento d’impieghi per la donna o il diritto all’educazione e alla cultura. Il suffragio universale si trasformerà in poco tempo nella sua rivendicazione principale. In realtà, la priorità delle rivendicazioni è molto marcata per le distinte origini sociali. Il suffragio simbolizzò la democrazia in un’epoca in cui i presidenti violavano i principi democratici. Ma a differenza del divorzio o delle leggi sulla proprietà, si approvò il suffragio perché le femministe lo trasformarono in una causa e in un simbolo nazionale.

3. Come in tanti altri posti, sotto la definizione di femminismo, coesistono ideologie moderate, conservatrici, progressiste, socialiste, etc. Quale fu l’orientamento politico maggioritario all’interno del femminismo cubano?

Mentre la leadership del movimento rimarrà nelle mani di donne di razza bianca, nella loro maggioranza appartenente alle classe media o alta, l’evoluzione della società cubana colpiva in maniera differente i rispettivi ruoli di uomini e donne in ogni classe sociale. Le donne povere vivevano in uno stato veramente critico; la loro lotta era per la sussistenza e l’assicurazione di alimenti fondamentali per la loro famiglia. Le operaie organizzarono nuovi scioperi e combatterono la dittatura machadista (del tiranno Machado). Ma non diedero preferenza alle questioni di genere. Le donne di classe media assunsero perciò la leadership a nome di tutte le donne cubane. I cambiamenti interni al pensiero femminista cubano sono notevoli a partire dagli anni trenta e coincisero con un Manifesto del Partito Ortodosso, partito progressista a cui aderì lo stesso Fidel Castro.

Un cambiamento di forze a beneficio della sinistra, dopo il movimento rivoluzionario del 1933 a Cuba, si vede rispecchiato nella celebrazione dell’ aprile del 1939 nel famoso Terzo Congresso Nazionale delle Donne, dove per la prima volta le donne cubane otterranno un’ampia rappresentanza. Il congresso fu una rottura con il femminismo liberale degli anni ’20, perché la maggioranza delle conquiste liberali e formali erano già realtà: il divorzio, la legge sulla patria potestà, il suffragio, legislazioni sulle operaie e sulla maternità. Ciò che restò invariato fu il potere economico molto sbilanciato tra uomini a donne (a vantaggio dei maschi) e fortemente sbilanciato tra neri e bianchi (a vantaggio dei bianchi). Cosa mancava? Che queste leggi si realizzassero e che si integrassero ad altri temi, come quella donna giovane, nubile e povera con i suoi problemi specifici, la donna e le leggi sociali, la donna e la pace, la donna e la maternità, (Gonzalez Pages, 2008).

Tra 1934 e il 1958, come segnala l’esaustivo lavoro d’investigazione di Olga Coffigny sulle donne politiche cubane (Coffigny, 2008), vi furono ventisei donne elette nel potere legislativo, ventitré come rappresentanti e tre come Senatrici. Ma buona parte di esse apparteneva a famiglie benestanti, donne della media o piccola borghesia. Le donne povere e le nere furono ancora una volta escluse.

In questo periodo dominato dal dittatore Fulgencio Batista vi fu un “revival” del machismo e le donne furono profondamente sottovalutate nel seno dei propri partiti. Nelle elezioni di gennaio del 1936 le donne ottengono per la prima volta cariche di rappresentanza alla Camera, ma i voti femminili servono essenzialmente per l’ottenimento di maggioranze, perciò il loro ruolo restò sostanzialmente simbolico. Nel frattempo, le lavoratrici-madri continuarono a operare in un sistema che non le sosteneva per nulla, le molestie sul lavoro erano all’ordine del giorno mentre la prostituzione e lo sfruttamento minorile divennero un fenomeno massivo ed endemico, in sintesi si trattò di una vera e propria “emergenza-sociale”.

Nel 1959 con la vittoria della Rivoluzione Cubana guidata da Fidel Castro, la rivendicazione dei diritti della donna cubana per la prima volta fu messa all’ ordine del giorno. Nel 1960 nasce l’idea di creare una Federazione di Donne Cubane che affronterà tutte le problematiche concernenti la “questione-femminile”. La FMC si farà carico della formazione professionale e politica delle donne, della tutela e della protezione della maternità, della creazione di asili nido, del recupero sociale ed economico delle donne costrette alla prostituzione (a causa di ricatti o a causa della penuria economica) o ad altre situazioni di coercizione, degrado e svilimento.

4. Com’è composta la FMC?

La FMC è strutturata su base territoriale che va dal livello nazionale al livello municipale. Ogni cinque anni, si celebra il suo Congresso eleggendo il suo nuovo Comitato Nazionale, con un 50 percento di nuove delegate, ed il suo nuovo Segretariato composto, secondo i suoi statuti, da una Segretaria Nazionale, una Seconda Segretaria e tre dirigenti.

Altre ONG cubane costituite da donne è quella Circolo di Genero e Giornalismo dell’Unione di Giornaliste di Cuba, l’Organizzazione delle Donne Scientifiche dell’Accademia di Scienze di Cuba, la Cattedra della Donna nei Centri di Educazione Superiore o la Loggia Massonica Femminile del Gran Consiglio dell’ Ordine delle Figlie di Acacia. Queste organizzazioni si occupano di studio, ricerca, relazioni esterne, educazione e orientamento ideologico.

La questione è vedere fino a che punto, da una parte, questa nuova visione emancipazionista sia rispettata nella pratica da un’impalcatura istituzionale in una struttura piramidale. Dall’altro canto, la ricettività acquisita sulle questioni di genere suscita nella nuova generazione di donne cubane nuove rivendicazioni con nuovi esempi pratici di conquista di autonomia e spazi propri di espressione.

5. Quali sono state le conquiste femminili più evidenti portate avanti dalla Rivoluzione?

L’evoluzione che ha avuto la presenza femminile negli organi del Potere Popolare ha fatto in modo che si desse maggior spazio e presenza ai servizi per l’ infanzia e la maternità, all’espressione artistica delle donne ed alla comunicazione inter-generazionale. Nel nostro paese non si è optato per un sistema di quote-rosa per stimolare la promozione politica di donne; ma quotidianamente si progetta una strategia integrale diretta a cambiare tradizioni e modelli culturali machisti in chiave femminista ed emancipazionista. I frutti di questa strategia sono evidenti nei differenti processi elettivi. Già nella VII Legislatura la presenza femminile è triplicata a tutti i livelli, in tutti i luoghi di potere.

Le donne a Cuba sono il 40,63 percento dei delegati nelle Assemblee Provinciali e il 43,39 percento delle deputate.Tuttavia resta il problema del sovraccarico domestico e l’attenzione a figli e anziani che continuano a essere un ostacolo allo sviluppo sociale e culturale delle donne, soprattutto in un sistema in cui gli elettrodomestici e le nuove tecnologie non sono ancora così diffusi come nelle famiglie europee e statunitensi (gli elettrodomestici sono presenti solo nelle famiglie di classe alta a Cuba). Nondimeno il Governo lavora molto, sotto il profilo culturale e sociale, per la creazione di servizi d’assistenza e di supporto alle donne lavoratrici e nello sviluppo di un’equa redistribuzione del lavoro domestico all’interno della coppia.

Simultaneamente, la FMC negli ultimi anni ha continuato a produrre diverse pubblicazioni e lavori critici sulla condizione delle minoranze o questioni come il razzismo. Gli studi di genere a Cuba hanno introdotto anche un nuovo corpo d’ investigazione: l’analisi della mascolinità cubana, dello stereotipo universale di uomo o di donna e la relazione tra sessismo e razzismo.

La FMC adotta una Piattaforma d’Azione che raccoglie una serie di misure che debbono implementarsi in un periodo di quindici anni e la cui meta è l’uguaglianza, lo sviluppo e la pace. Il Governo Cubano, con l’approvazione del Consiglio di Stato il 7 aprile di 1997, s’impegna al compimento dell’agenda proposta, sono sette le aree tematiche d’azione e novanta i progetti di misure concrete. Il tutto si realizza con l’appoggio della FMC e il resto delle organizzazioni di massa cubane ed altre istituzioni nazionali.

 

Cuba: le avventure di una femminista statunitense con il desiderio di cambiare il mondo

Margaret Randall: cambiare il mondo

tratto da ilsudest.it e Agoravoxargentine-rodolfo-walsh-margaret-havana-1968-HavTimes

di MADDALENA CELANO

Le peripezie di una femminista statunitense a Cuba

Margaret Randall attualmente vive a New York, negli Stati Uniti: scrittrice, femminista, fotografa e attivista politica, la sua vita è stata un pellegrinaggio costante per le nazioni in tutto il mondo, come Brasile, Spagna, Messico, Nicaragua, l’Avana e soggiorni brevi in Perù e Vietnam .

Recentemente è tornata a Cuba per presentare un’antologia ambiziosa di poesia cubana alla Fiera del Libro Internazionale de l’Havana – che si è tenuta dal 9 al 19 febbraio 2017 nella sua tappa principale.

Margaret Randall raggiunse Cuba, per la prima volta, nel 1969, dopo aver subito repressione politica in Messico. Aveva partecipato, come molti, al movimento studentesco del 1968. Doveva nascondersi ed era evidente che non poteva continuare a vivere nel paese centroamericano. Cuba l’ha accolse, poiché l’isola caraibica accoglieva diversi attivisti di sinistra in quegli anni. Ha vissuto sull’Isola per 11 con i suoi quattro figli.

Margaret ha collaborato con l’Istituto Casa de las Americas per diversi periodi, lavorando con Cintio Vitier, Ernesto Cardenal, Roque Dalton e Washington Delgado.

All’Havana, lanciando il suo libro libro-inchiesta autobiografico Cambiare il mondo: i miei anni a Cuba in cui parla di rivoluzione e solidarietà globale, ricostruisce più di mezzo secolo di legami con Cuba.

Randall ha vissuto all’Avana dal 1969 al 1980, dove ha allevato i suoi quattro figli mentre era immersa nel mondo culturale e politico di quegli anni. Nel 2009, attraverso Ediciones Matanzas, pubblica per la prima volta in spagnolo il suo racconto di quegli anni con il titolo Cambiar el mundo. Mis años en Cuba.

Per conoscere Cuba non sono sufficienti né le analisi, né le statistiche, né le dichiarazioni ufficiali, né le diatribe dei suoi avversari. Ciò che è necessario sono occhi pieni di cuore, occhi appassionati, per osservare il popolo cubano attraverso la sua vita quotidiana. In questo libro, Margaret Randall guarda Cuba attraverso quegli occhi: ricostruendo gli avvenimenti storici da lei vissuti in prima persona, i dibattiti culturali cui ha partecipato come protagonista e la vita quotidiana dei cubani che ha potuto osservare chiaramente e regolarmente.

Il testo tradotto dall’inglese allo spagnolo dalla giornalista dell’Avana Barbara Maseda è dedicato alla rivoluzionaria e fondatrice dell’Istituto Culturale Casa de las Americas Haydée Santamaría.

Il libro, difatti, è stato presentato anche alla Casa de la Americas, martedì 14 febbraio 2017, nell’emblematica sala Che Guevara della Camera delle Americhe, con la presenza di cubani illustri come Lesbia Cánovas Fabelo, l’ italo-americana Graziela Pogolotti e Fernando Martínez Heredia. La Fiera del Libro del 2017 è stata dedicata al lavoro dell’intellettuale e politico cubano Armando Hart, presidente dell’Ufficio del Programma Martiano e della Società Culturale José Martí, che ha assunto importanti responsabilità dal 1959.

Margaret Randall è partita da Cuba per gli U.S.A. nel 1980. Ma ha mantenuto contatti con la maggior parte dei suoi amici cubani, via e-mail (nonostante quanto sia difficile questo sul lato di Cuba) o attraverso frequenti visite all’Isola negli anni successivi. Alcune delle persone che ha conosciuto a Cuba sono emigrate, oppure le ha incontrate negli Stati Uniti o altrove.

L’autrice ricorda che il suo primo viaggio per Cuba fu complicato. Quando cominciò la repressione, doveva nascondersi. A Città del Messico i compagni cubani le hanno detto di raggiungere Praga, una delle città ponte in quegli anni e da lì ripartire per l’Havana. Avevano già avuto i suoi quattro figli, il più giovane di 3 mesi. E il suo compagno viaggiò legalmente, attraverso Madrid.

Margaret non aveva documenti, quindi dovette attraversare il confine tra Messico / Stati Uniti in un camion di carne refrigerata. Ha attraversato gli Stati Uniti da sud a nord su un autobus di Greyhound, e il confine canadese mostrando il suo certificato di nascita che credeva fosse nordamericano.

Poi prese un altro autobus a Toronto; da lì un aereo per Parigi e un altro a Praga, non attraversando mai le linee di sicurezza, cioè non andando veramente da nessuna parte. A Praga i cubani la aspettavano.

Ma il viaggio è diventato più difficile giacché era ammalata, ha sofferto di un problema al rene e non appena è arrivata all’Havana ha dovuto rimuovere il rene. L’odissea durò quasi tre settimane: piena di attacchi e febbre. C’era solo un volo settimanale da Praga all’Avana e doveva aspettare il suo turno.

Margaret Randall durante la sua permanenza a Cuba conobbe la fotografia: con la sua prima macchina fotografica, all’Avana, effettuò i primi scatti sull’intensa vita politica e sociale del paese.

Inoltre aveva appena scoperto il femminismo ed era molto curiosa di sapere come la rivoluzione stava cambiando la vita delle donne cubane. Ha vissuto come i cubani, e poco a poco ha sperimentato la vita in un paese in rivoluzione, con tutti i suoi vantaggi e problemi.

L’esperienza le ha dato molto: l’idea che “un altro mondo è possibile”, un profondo apprezzamento alla rivoluzione cubana per la sua generosità e anche una conoscenza primaria delle difficoltà inerenti a promuovere tali drammatici cambiamenti sistemici.

Essendo madre ormai da quattro anni, l’educazione era una delle cose che le  interessavano di più. Dalla scuola dell’infanzia fino all’università, i suoi quattro figli hanno ricevuto un’ottima educazione basata sui valori dell’emulazione invece che sulla concorrenza, sul lavoro manuale combinato con l’intellettuale e molto di più.

Non appena è arrivata a Cuba, sua figlia Ximena aveva gravi problemi a un orecchio, doveva sottoporsi a un’operazione delicata e rischiosa. Così un chirurgo cubano le ha salvato la sua vita.

Nel 1972 Margaret Randall pubblicò sempre a Cuba il libro The Cuban Woman Now, il testo fu ripubblicato in diverse edizioni internazionali celebrate dalla sinistra e dal femminismo di quegli anni. Scritto che fu la materializzazione di un progetto di storia orale. Margaret per scoprire la storia delle donne cubane andrò a lavorare in una casa editrice dell’Istituto dei Libri Cubani; era chiamato Ámbito e non sarebbe durata a lungo.

Il suo capo era un giovane militare di grande sensibilità e quando gli chiese di portare avanti con lei un progetto di storia orale per le donne, la sostenne. Viaggiò in tutto il paese, parlando con donne di diversa provenienza, classi, età e esperienze, e fu una grande scuola per lei.

Il progetto femminista a Cuba

Margaret Randall frequentò per diversi anni la coppia di rivoluzionari e intellettuali più in vista a Cuba, formata da Haydée Santamaría e Armando Hart. Haydée Santamaría, a sua volta, è stata intervistata per il saggio La mujer cubana ahora in cui si interroga sul neutro maschile nel linguaggio e sull’ universalità maschile al livello simbolico e sociale. Da lì sono partite le prime riflessioni sulla “neutralità maschile”[1]che saranno successivamente approfondite gli anni successivi attraverso numerose pubblicazioni e battaglie culturali e civili della FMC e della Casa de la Americas. A sua volta, la stessa Haydée Santamaría, partecipò attivamente, il 26 luglio 1953, all’assalto alla caserma di Moncada, guidata da Fidel Castro. Dopo l’assalto, molti combattenti sono stati catturati dall’esercito del dittatore Batista e furono brutalmente torturati e assassinati.

Uno di loro fu proprio Abel Santamaría Cuadrado [1927-1953], fratello di Haydee, torturato e utilizzato per ricattare Haydée, fu in seguito mutilato ed ucciso.

M. Randall ricorda il triste evento con queste parole:

Los dos mujeres en el asalto al Moncada eran Melba Hernández y Haydée Santamaría. Como Fidel, habían sobrevivido al asalto y habían sido juzgadas, sentenciadas y encarceladas. El hermano y el novio de Haydée fueron torturados y asesinados. Se dice que sus carceleros le mostraron a Haydée el ojo de su hermano y un testículo de su novio para presionarla y conseguir que hablara. Cuentan que respondió: “Si les hicieron esto y ellos no hablaron, mucho menos hablaré yo”. [2]

Più tardi, essendo stata una cofondatrice del Movimento del 26 Luglio, Haydée partecipa come combattente guerrigliera alla lotta che porterà alla caduta di Batista e al trionfo della rivoluzione cubana. Non è l’unica donna che partecipa a quella lotta, ma è una delle più eccezionali con Celia Sánchez [1920-1980], Melba Hernández e molte altre. Ad esempio, il 4 settembre 1958, nella Sierra Maestra si formò il plotone “Mariana Grajales” dell’Esercito ribelle, formato esclusivamente da combattenti donne.
Con il trionfo della rivoluzione cubana, Haydée – il cui soprannome era Yeyé – fondò nel 1959 l’istituzione culturale che sarà un emblema tra gli intellettuali progressisti di tutto il mondo: la Casa delle Americhe. Qui riceverà i più importanti intellettuali del mondo che hanno visitato Cuba e hanno scoperto il ruolo fondamentale che la Rivoluzione ha dato alla cultura. Molti di loro ricordano Haydée nei loro scritti, tra il più noti Julio Cortázar.  Più tardi sarà una delle fondatrici e membra del Comitato Centrale del nuovo Partito Comunista Cubano (fondato nel 1965, basato sull’unità di diverse organizzazioni guidate dal Movimento del 26 Luglio) e sarà il presidente dell’Organizzazione Latinoamericana di Solidarietà OLAS, riunitasi all’Avana nel 1967 per coordinare la lotta insurrezionale in tutto il continente. Quell’anno, Che Guevara fu assassinato in Bolivia a sangue freddo per ordine della CIA e dei rangers americani che hanno utilizzato l’esercito boliviano per la sua cattura. Dopo l’omicidio di Ernesto “Che” Guevara, Haydée scrive a Che una lettera simbolica e pubblica:

«Hemos conocido cosas como todos los cubanos, unas más grandes, otras más pequeñas, pero todas con un sentido profundísimo. Nos hemos preguntado por qué razón, si hemos vivido después del Moncada, la Sierra —antes de la Sierra, la clandestinidad— después un 1959, un Girón, cosas enormes, ¿qué razón hay para que el Moncada sea algo distinto a lo otro? Y esto no quiere decir que podamos querer más a uno que a otro.

«Yo algunas veces he dicho, no sé si en alguna entrevista o con alguna persona con quien he hablado, que a mí esto se me reveló muy claramente cuando nació mi hijo. Cuando nació mi hijo Abel fueron momentos difíciles, momentos iguales a los que tiene cualquier mujer cuando va a tener un hijo, muy difíciles. Eran dolores profundísimos, eran dolores que nos desgarraban las entrañas y, en cambio, había fuerza para no llorar, no gritar o no maldecir. (…) Porque va a llegar un hijo. En aquellos momentos se me reveló qué era el Moncada.

«(…) La transformación después del Moncada fue total. Se siguió siendo aquella misma persona, pudimos seguir siendo aquella misma persona que fue llena de pasión, y pudimos, se pudo seguir siendo una apasionada. Pero la transformación fue grande, fue tanta que si allí no nos hubiéramos hecho una serie de planteamientos hubiera sido difícil seguir viviendo o por lo menos seguir siendo normales.

«Allí se nos reveló muy claramente que el problema no era cambiar un hombre, que el problema era cambiar el sistema; pero también que si no hubiéramos ido allí para cambiar a un hombre, tal vez no se hubiera cambiado un sistema (…).

«(…) Fuimos al Moncada con aquella misma pasión con que hoy vamos a cortar caña, con esa misma pasión con que vemos nuestras escuelas llenas de niñas y niños del campo. Porque cuando fuimos al Moncada, vivíamos todo esto en nuestras mentes. No sabíamos si lo veríamos, pero aquella seguridad de que vendría, la teníamos y por eso íbamos en busca de la vida y no de la muerte (…) nunca he visto resistir con más fortaleza y con tan poca cosa para defenderse.

«Allí tuvimos momentos en los que al no saber de Fidel queríamos en realidad desaparecer. Estábamos allí con tal seguridad de que si Fidel vivía, vivía el Moncada, que si Fidel vivía, habría muchos Moncada».[3]
Come una donna rivoluzionaria, militante, intellettuale e combattente per il socialismo, Haydée Santamaria, insieme alle sue omologhe cubane, fa parte di una vasta e gloriosa tradizione mondiale che comprende anche i militanti francesi come Flora Célestine Thérèse Tristan [1803-1844] Louise Michel, Madame Fautin e Hortense David, l’Elisabeth Dmitrieff inglese, la russa Vera Ivanovna Zasulich [1851-1919] e Alexandra Kollontai [1872-1952], la tedesca Clara Eissner Zetkin [1857-1933], l’ebreo polacco Rosa Luxemburg [ 1871-1919], l’ucraino-americana Raya Dunayevskaya [1910-1987], gli spagnoli Dolores Ibárruri Gómez [1895-1989], il vietnamita Nguyen Thi Binh, la Djamila Boupacha algerina, la Nicaraguense Luisa Amanda Espinoza [1948-1970], la tedesco Ulrike Marie Meinhof [1934-1976], l’ argentina-tedesca Haydée Tamara Bunke Bider [1937-1967], l’italiana Margherita Cagol [? -1975] e le argentine Alicia Eguren [1924-1977] e Ana María Villareal E Santucho [1936-1972]. Una tradizione eroica di pensiero e di azione – integrata da versanti diversi e esperienze diverse – dove la lotta delle donne integra la lotta per la rivoluzione e la lotta per la causa del socialismo mondiale.
L’istituzione Casa de las Américas, fondata da Haydée Santamaria, amica e collaboratrice della saggista femminista Margaret Randall, contribuì notevolmente a rompere il blocco culturale che gli USA imposero alla Rivoluzione Cubana, favorendo cooperazione scientifica  e scambi culturali con intellettuali e artisti a tutto il mondo. Casa de las Américas non è l’unica istituzione culturale cubana ma abbiamo anche la Unión de Escritores y Artistas de Cuba (UNEAC), la Escuela Nacional del Arte e le varie Università Nazionali e Provinciali che portano avanti progetti di scambio e cooperazione.[4]


[1] M. Randall, Cambiar el Mundo, Mis años en Cuba, Ediciones Matanzas, Matanzas (Cuba), 2016, p. 114.

[2] Ivi, p. 113

[3] Haydée Santamaría: lo tremendo y lo profundo, Juventud Rebelde, Directora: Yailín Orta | Subdirectores editoriales: Herminio Camacho, Ricardo Ronquillo y Yoerky Sánchez | Subdirector de Desarrollo: Yurisander Guevara, Havana (Cuba), 30/12/2007, su internet:

http://www.juventudrebelde.cu/cuba/2007-12-30/haydee-santamaria-lo-tremendo-y-lo-profundo/

[4] M. Randall, Cambiar el Mundo, Mis años en Cuba, Ediciones Matanzas, Matanzas (Cuba), 2016, p. 112.

Venezuela: prove di finanziamenti illeciti a terroristi dell’ opposizione

Articolo tratto da ilSudEst

di MADDALENA CELANO

Il 16 Giugno 2017 il giornalista Boris Castellano diffonde dal suo account Twitter, un video in cui riprende guarimberos adulti che offrono denaro a minori in cambio di atti vandalici verso edifici ed opere pubbliche, denaro utilizzato per pagare  terroristi di estrema destra con lo scopo di generare violenza in diverse aree di Caracas orientale e in alcune parti del paese. Nel video diffuso dal giornalista Boris Castellano, si vede in dettaglio come uno di questi finanzieri fornisce le indicazioni ai guarimberos prima di andare a eseguire  atti violenti.

Cosa grave è che nel video si possono intravedere parecchi minorenni.

Purtroppo, il Venezuela vive un amara esperienza, a causa della irresponsabilità del dell’opposizione politica che ha deciso di lasciare il campo del dibattito civile, di muoversi nella morte e nel lutto.

Domenica, il presidente Nicolás Maduro ha toccato la questione del lavoro minorile nelle azioni sanguinose. Egli ha inviato una lettera a Papa Francesco affinché interceda contro la violenza dell’ opposizione alla Conferenza Episcopale Venezuelana. Ha chiesto anche all’ opposizione di cessare con il  reclutamento di minori che fanno incursione nelle loro operazioni violente.

Gli oppositori dicono che i minori reclutati per attentati dinamitardi saranno i nuovi liberatori del paese e che, infine, abbandoneranno la violenza dopo averla utilizzata per gli interessi legittimi.

Se muoiono, come è già successo, nessuno piange. Nessuno è responsabile del loro destino e quello della loro famiglia. Così sono i terroristi in qualsiasi parte del mondo.

Fonte: http://www.conelmazodando.com.ve/cara-e-tabla-vea-como-este-financista-da-instrucciones-a-terroristas-menores-de-edad/

La protesta estrema di una vittima di tratta

 

Sciopero della fame di un’ex vittima di tratta

 

 

Adelina Adeluna, ex vittima di tratta e schiavitù sessuale, scende in campo per uno sciopero della fame a Roma, dal 29 giugno in poi, per dare un messaggio alla politica e fare delle richieste importanti.

Quest’azione dimostrativa intende porre l’attenzione sulla schiavitù di donne costrette a vendere il proprio corpo a persone che, come dimostrano i video di Adelina, anche quando messe esplicitamente al corrente di avere a che fare con una persona obbligata da un pappone, continuano a interessarsi solo del proprio piacere.

Chiediamo ai comune di fermare questa tratta di schiave e di sanzionare con multe questi CLIENTI, e non le prostitute, in quanto esse non scelgono questa strada: non scelgono di essere carne in vendita; non scelgono di essere rinchiuse in postriboli; non scelgono di subire gli impeti violenti di questi uomini che pagano lo sfruttatore, e non realmente le donne che usano. Chiediamo ai giudici di non annullare le multe, come in passato è stato fatto, perché i sindaci hanno diritto di comminare multe non solo per una questione di decoro urbano, ma soprattutto per ORDINE PUBBLICO, che attiene all’incolumità delle persone, come queste schiave. Chiediamo inoltre ai comuni di non obbligare le donne a iscriversi come libere professioniste per far pagare loro le tasse. Secondo le sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo l’iscrizione non può essere una scelta imposta, e non può essere fatta da chi è alle dipendenze di qualcuno o da chi si trova per strada o in case di prostituzione: in quei casi, sono da considerare donne costrette, come, in effetti, sono, e quindi la cosa giusta da fare è semplicemente multare i clienti e indagare per scoprire chi sono i loro lenoni e arrestarli. Chiediamo a tutti di non utilizzare il termine “sex work” quando ci si riferisce a queste schiave che sono per strada o stipate in centri massaggi, night e altro, né per tutte coloro che sono soggette in ogni caso a un datore di lavoro, che è giusto chiamare con il proprio nome:

PAPPONE, SFRUTTATORE, VENDITORE DI CORPI ALTRUI.

Ognuna può dire solo per se stessa di aver compiuto una libera scelta, ma non potete parlare di “sex work” riguardo la quasi totalità del fenomeno della prostituzione, di donne stuprate a pagamento che hanno bisogno invece di tutela. Tutela che si compie iniziando anche a punire chi finanzia il loro sfruttamento, cioè i clienti.

 

Per maggiori informazioni consultare il gruppo facebook: https://www.facebook.com/Comitato-in-difesa-delle-Vittime-di-Tratta-e-contro-la-cultura-prosseneta-1331257863634815/

 

 

Comitato in difesa delle vittime di tratta e contro la cultura prosseneta

 

 

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José Martí e la politica rivoluzionaria latino-americana


 

di MADDALENA CELANO

articolo tratto da ilSudEst1320306082_d3190febe5

José Martí (Jose Marti Julian Perez, l’Avana, 1853 – Dos Ríos, Cuba, 1895) scrittore e politico cubano, fu un precursore di spicco del modernismo letterario americano e uno dei principali leader dell’indipendenza del suo paese, e principale esponente del pensiero politico cubano:

Confrontarsi con José Martí è una tappa obbligata per gran parte degli scrittori cubani: fissare un criterio di interpretazione intorno alla sua figura implica una professione di fede intellettuale, e anche qualcosa di più. Sia nei casi in cui è stato analizzato dal punto di vista letteraio, i più numerosi, sia quelli  in cui l’ attenzione si è appuntata alla sua figura politica, si è andati al di là di una mera lezione tradizionale (…) egli è stato un leader politico dell’ immigrazione e morì prima di potersi trasformare in un leader nazionale; è stato uno degli indipendentisti che fecero risorgere le ceneri del 1868, è stato un uomo buono e, più che un politico, fu un consumato moralista. La serietà delle ragioni va diminuendo man mano che la lista si estende, si allontana così l’ immagine di José Martí politico e rivoluzionario e rimane solamente l’ immagine di un esponente, più o meno rilevante, del separatismo della Spagna, e di uno scrittore eccezionale. I motivi reali obbediscono invece a profonde ragioni storiche: il fallimento della rivoluzione del ’95 a causa dell’ occupazione militare statunitense e l’ instaurazione di una repubblica semicoloniale legata a doppio filo all’ imperialismo americano. [1]

Nato in una famiglia spagnola con poche risorse economiche, all’età di dodici anni, José Martí, ha iniziato a studiare nella scuola comunale dove ha incontrato il poeta Rafael María de Mendive, che ha notato le qualità intellettuali del ragazzo e decise di dedicarsi personalmente alla sua istruzione.

Il giovane Martí restò attratto dalle idee rivoluzionarie e indipendentiste, e dopo l’inizio dei dieci anni Guerra e la prigionia del suo mentore, ha iniziato la sua attività rivoluzionaria: ha pubblicato il bollettino El Diablo Cojuelo, e poco dopo una rivista, La Patria Libre, che conteneva il suo poema drammatico Abdala. A diciassette anni José Martí fu condannato a sei anni di carcere per appartenenza a gruppi separatisti; ma la sua cattiva salute lavoro gli valse perdono e scarcerazione.

Deportato in Spagna, in questo paese pubblicò il suo primo lavoro importante, il dramma, l’Adultera. Ha iniziato a studiare legge a Madrid e si è laureato in Giurisprudenza e Filosofia presso l’Università di Saragozza. Durante i suoi anni in Spagna sorse in lui un profondo affetto per il paese, anche se non ha mai perdonato la sua politica coloniale. Nella sua opera La República Española ante la Revolución Cubana richiese alla Spagna di fare un atto di contrizione e di riconoscere gli errori commessi a Cuba.

Dopo aver viaggiato per tre anni in Europa e in America, José Martí, infine si stabilì in Messico dove sposò Carmen Zayas Cuba-Bazán e, poco dopo, grazie alla pace della Zanjón, che sancì la fine della Guerra dei Dieci Anni (1868-1878), tornò a Cuba. Perseguitato per le sue idee rivoluzionarie, si stabilì a New York e si dedicò interamente all’attività politica e letteraria.

Dalla sua casa in esilio, José Martí organizzò un nuovo processo rivoluzionario a Cuba, e nel 1892 fondò il Partito Rivoluzionario Cubano e la rivista Patria. Divenne perciò il leader più importante della lotta per l’indipendenza del suo paese.

Due anni più tardi, dopo l’incontro con il generale Maximo Gomez, riuscì a lanciare un processo d’indipendenza. Nonostante il sequestro delle loro navi da parte delle autorità degli Stati Uniti, riuscirono a far arrivare un piccolo contingente a Cuba. José Martí fu ucciso dalle truppe realiste a quarantadue anni. Martí è accanto a Simón Bolívar e José de San Martin, uno dei principali protagonisti storici nel processo di emancipazione dell’America Latina:

(…) la sua genialità e senso pratico della rivoluzione sono  espresse nell’unità che riuscì ad ottenere fra i vecchi combattenti dal 1868 coloro che, come lui, più  giovani, si  integravano con tale nuova forza nella lotta,  per darle ancora più  vigore e ampiezza. Martí il primo a dargli una struttura politica con la creazione del Partito rivoluzionario cubano, per garantire la continuità e conquistare l’indipendenza di Cuba e Portorico. Questo atto di fondamentale importanza rappresentò, in modo nuovo, un fattore di continuità con la lotta per l’indipendenza d’America, iniziata molti anni prima da Simón Bolívar el Libertador. Lo scossone organizzato dal 24 febbraio  1895 destò il popolo e significò la ripresa della guerra iniziata da Carlos Manuel de Céspedes, il 10 ottobre del 1868, nella fattoria di sua proprietà, La Demajagua, nel sud della provincia di Oriente.[1]

Poetica e Pedagogia in José Martí

Oltre ad essere un ideologo di primo piano e un politico influente, José Martí fu uno dei più grandi poeti latino-americani e la figura più importante nella transizione al modernismo in America che segnò l’arrivo di nuovi ideali artistici. Come poeta è conosciuto dai suoi Versi Liberi (1878-1882, pubblicati postumi); Ismaelillo (1882), un lavoro che può essere considerato un anticipo del bilancio modernista per il dominio della forma sul contenuto. Versos sencillos (1891), sono un libro di poesia certamente modernista in cui le note autobiografiche e il carattere popolare predominano. Scritto in gran parte nel 1882, le poesie Versos libres non videro la luce fino alla sua pubblicazione postuma nel 1913, molti anni dopo la sua morte. Martí faceva chiamare questi versi di “endecasillabi irsuti”, nati da grandi paure, o grandi speranze, dall’amore o dalla libertà selvaggia, si tratta di versi dal linguaggio vigoroso, buio e passionale.[1]

In Versos sencillos (1891), José Martí esprime il sentimento che risveglia la gioia della natura e il male della civiltà. In A mis hermanos muertos el 27 de noviembre (1872), pubblicato durante il suo esilio in Spagna, Martí ha dedicato i suoi versi agli studenti uccisi in un massacro che si verificò in quella data.

Il suo unico romanzo, Amistad funesta, chiamato anche Lucía Jérez e firmato con lo pseudonimo di Adelaida Ral, è stato pubblicato a puntate sul quotidiano El Latino-americano tra maggio e settembre 1885; anche se nel romanzo domina il tema dell’amore, in questo lavoro appaiono anche elementi di critica sociale. Tra le sue commedie è inclusa Abdala (1869), dramma simbolico in un atto, La Adúltera (1873) e Amor con amor se paga (1875), opere in versi e rilasciate in Messico.[2]

La prosa di Martí è stata influenzata dal lavoro dell’americano Ralph Waldo Emerson, per il quale la parola dovrebbe essere eloquente quanto poetica e intensa in un discorso semplice e conciso. Era consapevole, come forse erano solo i modernisti subito dopo di lui, di tutte le possibilità del linguaggio, e sembrava che le loro risorse siano state strettamente legate alle qualità umane delle persone. Sia la prosa che la poesia di Martí sono inseparabili dalla sua biografia; parte indiscutibile della sua massima preoccupazione, che altri non era che la politica. Il suo obiettivo a lungo termine fu di migliorare l’umanità, ma a breve termine fu la liberazione di Cuba, a cui ha dedicato tutti i suoi sforzi.

Pertanto, la produzione in prosa era per lo più funzionale ai suoi ideali sociali e politici, come i suoi saggi su Simón Bolívar, San Martin o il generale Paez. Martí è considerato anche tra i più grandi esponenti del pensiero Pedagogico latinoamericano, pensiero che di portata universale. Sintesi di questo pensiero latino-americanista, innovativo e rivoluzionario, sono appunto Simón Bolívar e José Martí, che legittimarono l’espressione più alta e finita dell’anti-imperialismo, del patriottismo e dell’indipendenza nazionale, valori, che sono l’essenza stessa dei progetti rilasciati da entrambi i pensatori e corpus etico che compone il patrimonio latino-americano. In Bolívar e Martí i valori morali sono impostati come motore verso la perfezione umana. Da qui la loro forte connotazione umanistica. L’etica di Martí è fortemente Bolívariana, il fondamento della formazione è l’ideologia, formazione e ideologia sono elementi volti a trasformare la realtà sociale esistente nei termini di una consistente rappresentatività di tutto il potere politico che è costituito dal popolo. L’etica è sempre stata associata all’indipendenza che costituisce l’obiettivo principale della sua vita espressa in valori morali come il rispetto, il patriottismo, la dignità, l’onore e l’onestà che sono configurati in un ideale educativo che porta alla libertà sociale e personale. In Simón Bolívar possiamo scorgere un pensiero etico incarnato nell’aspirazione d’integrità e di libertà continentale, che non è solo un sistema di regole e principi costantemente ragguagliato e articolato ma il torrente d’idee che emanano i suoi scritti e i suoi discorsi, maturati nella sua vita quotidiana. La ricchezza teorica acquisita da Bolívar, attraverso il suo Maestro Simón Rodríguez ha le sue radici nelle idee di dell’illuminismo, nell’empirismo e nell’ enciclopedismo e soprattutto nell’eredità pedagogica di John Locke (1632-1704) e Jean Jacques Rousseau (1712- 1778). L’eredità lasciata dal colonialismo nelle nazioni latino-americane è stata diffusa per anni, privando le popolazioni in tutto il continente, non solo dell’educazione spirituale riguardo i diritti fondamentali e doveri, ma anche molti di questi a vivere con una certa impotenza e una visione ristretta dei governi americani che sono stati formati per servire i coloni e non per servire il popolo. Non a caso Bolívar, nell’analizzare la realtà sociale, considera la formazione latinoamericana come una necessità per l’esercizio della vita pubblica vista in due direzioni: la prima, in materia d’istruzione che deve essere il la giuda al destino della loro nazione e la seconda nella visione che deve avere il governo di responsabilizzare i cittadini per una vita di temperanza, saggezza e valori morali legittimi. Questa idea è stata delineata nel Discorso di Bogotà nel mese di gennaio 1815 al riferimento:

“(…) la sabiduría, el valor y la templanza producen en el alma un orden y una armonía en sus funciones, que Platón llama justicia interior .La justicia exterior es solo la realización de un orden análogo en la sociedad. El hombre más justo en sí mismo es también el más justo en sus relaciones con los demás. La justicia lleva en sí la beneficencia. Hay que hacer bien a todos los hombres; no hay que hacer daño a nadie. No se debe volver injusticia por injusticia. ( la justicia es la reina de la virtudes republicanas y con ella se sostienen la igualdad y la libertad”.[1]

Ciò è resa nell’esplicita concezione della giustizia articolata nella trilogia rivoluzionaria di uguaglianza, libertà e fraternità, che è stata accettata e difesa nella loro lotta per l’emancipazione sociale. Bolívar considera la giustizia come virtù essenziale, essendo questa la creazione di un nuovo ordine che deve essere basato sul riconoscimento dei diritti uguali di tutti gli esseri umani, l’opportunità e la condizione esterna per una buona vita. Il raggiungimento della giustizia a scapito di sacrificio personale è la virtù più alta che Bolívar aveva come rivoluzionario consegnato a una causa che l’ha accompagnato nella sua vita e concezioni illuminata dal senso d’impegno per il paese e gli ideali più legittimi che hanno difeso. L’aspetto e la cittadinanza morale, l’educazione fosse una preoccupazione costante per questo combattente perché vedeva in loro sostenere la causa della libertà e dell’individuo stesso. Qui notare una convergenza con Marti al suo meglio “essere colti è l’unico modo per essere liberi”.[1] Il riferimento a José Martí (1853-1895) queste riflessioni sono d’obbligo, perché se c’è un pensatore assimilato a Simón Bolívar, in America Latina, questo è proprio Martí, non solo per la sua emancipazione ideale e il suo desiderio d’indipendenza, ma anche per la convergenza dei loro concetti etici e educativi. L’ideale morale di José Martí è la vetta del pensiero etico a Cuba e la più alta espressione dell’etica della Liberazione Nazionale e continentale sostenuta da Bolívar, arricchita da Felix Varela, José de Luz y Caballero e Enrique José Varona. In questo senso la morale martiana è caratterizzata essenzialmente dalla negazione dell’individualità e realizzazione di un dovere sociale semplice e naturale.I valori morali sono il cuore dell’assiologia e dell’etica nel dare la sua connotazione di umanesimo. I valori morali e la ricchezza spirituale conservano un posto indicativo nell’opera martiana. Egli ritiene che avvicinandosi alla bontà, alla verità e alla bellezza, l’uomo si perfeziona. Le virtù dell’umanesimo sono considerati valori morali, come avere un rapporto speciale con il bene: tornare da lui, una volta assorbito nella vita umana. Per Martí, ottenere giustizia presuppone la realizzazione di diverse trasformazioni: crea un’originale cultura inclusiva e meglio di umanità e di storia nazionale; in linea fondamentale è chiara arretratezza socio-economica e ridurre le grandi differenze sociali; in politica è di stabilire uno stato indipendente e sovrano, sulla base della democrazia più autentica e dell’uguaglianza sociale; nel sistema legale si conforma il dovere speciale di garantire che le uguaglianze socialisiano rispettate.[2] José Martí fu uomo della Prima Internazionale in un’epoca in cui questa non esisteva più. Nel mondo c’era invece la Seconda Internazionale, con tutti gli aspetti, in parte positivi, che la caratterizzavano alla fine del XIX secolo. Martí non ebbe proposte realmente significative con i membri della Seconda Internazionale, ma nemmeno con quelli della Prima. Nel caso, comunque, si sarebbe trattato di un rapporto diretto con i “padri fondatori”. Il Contatto non si verificò ma, per ironia della storia, Martí vi andò molto vicino ben due volte. La prima volta fu in occasione dello scioglimento della prima internazionale, scioglimento che fu determinato dalle necessità della lotta contro Bakunin, ma che cresce a causa di un trasferimento degli uffici dell’ AIL (Associazione Internazionale dei Lavoratori) da Londra a New York. Mentre alcune federazioni del movimento anarchico in Europa (in Italia, nel Giura, etc.) prendevano nuovo vigore e vivevano un loro glorioso momento negli ultimi decenni del secolo, l’organizzazione diretta da Marx ed Engels fu costretta a vivacchiare stancamente per qualche anno negli Stati Uniti, prima di essere sciolta definitivamente. Ebbene, erano gli stessi anni in cui Martí viveva stabilmente negli Stati Uniti. Ma l’incontro non avvenne. La seconda occasione per un incontro ravvicinato (di un certo tipo), forse ancora più significativo, ruota intorno alla figura di un giornalista americano: Charles Anderson Dana.[3] Questi, nella propria vita, si trovò a dirigere due giornali e un’ enciclopedia: il New York Daily Tribune,  di cui fu direttore commerciale; e la  New American Cyclopaedia (dove sono riportate voci importanti, come “Bolívar” e “Ayacucho”, che furono scritte da Marx e verranno poi riprese in una polemica di Che Guevara contro lo stesso Marx, riguardo ciò che questi aveva scritto sull’America Latina) e il New York San, nel 1880,  quando Marx era ancora vivo. In quest’ultimo giornale che Dana pubblico anche gli scritti di José Martí. Affascinante figura di giornalista, Dana riuscì a realizzare in queste sue imprese editoriali un’autentica fusione di pensieri, epoche ed esigenze diverse. In generale, in quel crogiuolo di dibattiti e correnti politiche diverse troviamo l’accostamento casuale tra Marx e Martí, che non ebbe tuttavia sviluppi realmente significativi. Uno degli esempi più concreti è dato dal celebre articolo che José Martí scrisse sulla morte di Marx, nel diario “La Nación” di Buenos Aires, pubblicato il 29 marzo del 1883.[4] L’articolo ha carattere indubbiamente elogiativo  sulla figura del grande pensatore di Treviri,  collocandolo nel campo dei giusti e ponendo enfasi sui sentimenti di bontà che animò il capo della Prima Internazionale.  Ma nel proseguimento del necrologio, Martí inserisce elementi caratteristici della propria ideologia sociale (e non certo di Marx), che è riassumibile nella necessità dichiarata di non acuire i conflitti di classe, ma di mirare piuttosto comporli. Andando oltre l’occasione “ufficiale” fornita dall’elogio per Marx, vi sono altri elementi sui quali attirare l’attenzione. Ad esempio l’interesse per Ralph Waldo Emerson (1803- 1882), il grande “trascendentalista” statunitense a cui dedica un articolo ne La Opinión Nacional di Caracas, il 19 maggio 1882. In Martí l’americanismo non è in contrasto con il suo universalismo senza frontiere. Non si tratta solo di un’assenza di razzismo che, secondo Fanon, caratterizza l’autentica lotta anticolonialista; piuttosto si tratta di un fervente amore per l’unità dell’uomo e per l’umanità vista come essere collettiva e progressiva; giacché configurazione originale del “Grande Spirito”; perciò l’umanità è degna di stima, come creatura preziosa poiché insostituibile. Nella pratica di quest’amore, naturalmente vi sono gradazioni naturali. Per Martí ognuno deve dedicarsi, nell’opera del mondo, a ciò che è più vicino, non perché ciò che è “suo” sia, per il fatto di essere suo, superiore o più nobile o più virtuoso di ciò che è degli altri, ma perché l’influenza dell’uomo si esercita meglio e più naturalmente su ciò che conosce e da cui deriva dolore o gioia immediata.[5]


[1] Ibidem

[2] Ibidem

[3] C. Vitier, R. F. Retamar, Martí, Massari, Roma, 1995, pp. 29-31.

[4] B. Bosteels, Marx y Martí: lógicas del desencuentro, Nómadas  no.31,  Bogotá July/Dez. 2009, su internet: http://www.scielo.org.co/scielo.php?script=sci_arttext&pid=S0121-75502009000200005

[5] Ivi, pp.56-57.


[1] D. S. Yanes, Bolívar y Martí la herencia de Martí y Bolívar como guía para lucha revolucionaria de los pueblos, IV Conferencia Internacional “La obra de Carlos Marx y los desafíos del siglo XXI”, Facultad de Ciencias Sociales. U.O, Embajada de la República De Cuba en la República Bolivariana de Venezuela, su internet: http://www.embajadacuba.com.ve/bolivar-marti/, consultato il 13/06/2017.


[1] Ivi, p.209

[2] Ivi, p. 192.


[1] C. Vitier, R. F. Retamar, Martí, Massari, Roma, 1995, pp. 7-8.


[1] P. P. Rodríguez, Alle radici la politica rivoluzionaria di José Martí, Edizione Italiana a cura di Luciano Vasapollo, Efesto, Roma, 2017, pp. 29-30.

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