Mentre l’atto sessuale diventa una merce accessibile ovunque, il mondo perde la sua potenza erotica, il desiderio di vita, il fine riproduttivo. Quali sono le conseguenze? Quali sono i danni di questa nuova ideologia del godimento? 

L’ideologia del godimento

AA.VV.

 

Qualche giorno fa notai che, sul gruppo facebook dell’Ass. Maschile Plurale, viene postato un editoriale della giurista  Tamar Pitch blaterante una deriva di “femminismo-punitivo” in Italia (con riferimento alle lotte abolizioniste sulla prostituzione che puntano a sanzionare pecuniariamente i clienti-prostituenti, ma non certo le prostitute), e un fiorire di termini quali: populismo, ignoranza, paternalismo, perbenismo, sessuofobia ed altre amenità. Solo alcuni degli aggettivi che vengono “appioppati” a coloro che all’interno del femminismo non si accodano alla corrente ormai maggioritaria e più aggressiva, quella “sexworkista”.

Una delle mistificazioni dell’editoriale che maggiormente è in evidenza è l’improprio paragone tra il movimento femminista-abolizionista e le campagne a favore della guerra in Afghanistan sorte una quindicina d’anni fa. Il tutto glissando su aspetti fondamentali: si tratta di fenomeni di natura politica e sociale antitetica se non espressamente opposte. Le campagne di guerra in Afghanistan nacquero con un preciso intento imperialistico, camuffato da un’aurea di pseudo-femminismo.

Mentre il movimento abolizionista sulla prostituzione, al contrario, nasce su ispirazione dei movimenti anti-schiavisti, con intenti assolutamente anti-imperialisti e anti-razzisti. L’obiettivo del movimento abolizionista-femminista è precisamente quello di fermare la domanda della tratta (proprio colpendo pecuniariamente la domanda: i clienti). La tratta delle donne è originata da forme colonialiste di occupazione dei mercati stranieri, cagionata anche dall’espropriazione di risorse economiche dei paesi di sviluppo. Il movimento ha origini espressamente socialiste e anti-imperialiste: non a caso i primi paesi a sperimentare varie forme di abolizionismo sulla prostituzione (non tutte prevedono la sanzione pecuniaria, altre semplicemente forme di “recupero” o lavoro-sociale indirizzato al cliente o richiedente) sono stati paesi comunisti, socialisti o social-democratici: l’URSS, Cuba, la Svezia, la Norvegia, la Finlandia, l’Islanda e la Francia. Non a caso, la prostituzione, nei paesi in via di sviluppo, è considerata a tutti gli effetti, una forma d’imperialismo sessualizzato basato su un’ eccessiva “razzializzazione-erotica” della figura femminile.[1]

Anche in Italia il movimento abolizionista sulla prostituzione fu fortemente caldeggiato e sostenuto dalle donne socialiste o dalle donne appartenenti al Movimento Operaio:

La regolamentazione della prostituzione, fin dai primi momenti della sua istituzione, suscitò numerose reazioni di dissenso e un notevole contributo all’opposizione era rappresentato da molte donne socialmente impegnate per l’affermazione dell’emancipazione femminile.  Gli aspetti maggiormente attaccati della regolamentazione erano inerenti alla dignità della donna, totalmente demolita nel momento in cui questa veniva registrata come prostituta nelle liste di polizia; si accusava lo Stato di avallare la prostituzione con la giustificazione, vana, della sua necessità come “male minore” mentre in realtà era un ulteriore modo per sottoporre un gruppo di donne ad una forma di schiavitù; inoltre anche la causa di tutela della salute pubblica era sconfessata da scarsi risultati, aggiungendo, oltretutto, che i controlli sanitari riguardavano solo le donne prostitute mentre si esoneravano i clienti. L’ultimo, ma non meno importante, punto preso in considerazione dai sostenitori dell’abolizionismo riguardava il traffico di donne avviate con l’inganno alla prostituzione, denominato “tratta delle bianche”. Tra le italiane più attive nella lotta alla prostituzione regolamentata, vi fu, senza dubbio, Anna Maria Mozzoni; vivamente impegnata nel movimento di emancipazione femminile, seguì la causa abolizionista in modo fermo e deciso, sostenendo che una delle cause principali della prostituzione fosse l’inopportuna condizione lavorativa e sociale che voleva la donna in una posizione arretrata rispetto all’uomo e per questo più soggetta alla necessità economica; poiché era questa che spingeva molte donne a prostituirsi, la Mozzoni riteneva che un miglioramento delle condizioni lavorative ed economiche avrebbero influenzato positivamente la prostituzione facendola diminuire. Il suo attacco più violento era all’inefficacia di un regolamento che il senso comune aveva reso accettabile, quasi ignorando la reale situazione che vi si nascondeva dietro; indicava l’impotenza del suddetto regolamento dal punto di vista sanitario: la sifilide era in diminuzione, ma si potrebbe meglio dire contenuta, dove la sorveglianza era applicata, risultando in aumento altrove. Il regolamento si presentava come una “misura parziale” che nella società si traduceva in “un sistema di arbitrî vessatori e d’uggiose violenze dirette ad un obiettivo igienico che sfugge continuamente”. La debolezza del regolamento rilevava anche per l’accoglienza che la società gli aveva riservato, come la stessa Mozzoni scriveva a Josephine Butler, la classe maschile aveva ben accolto il sistema, trattandosi di un controllo sulle donne e per ciò in sintonia con la mentalità generale che vedeva la donna subordinata all’uomo; per quanto riguarda la parte femminile, sebbene non si possa parlare di approvazione, vi era una sorta di tacito consenso per cui molte donne erano più dedite all’interesse materiale della famiglia e scusavano le debolezze morali dei propri mariti e dei figli, altre, invece, preferivano non curarsi di certe questioni sociali perché non si adattava loro. Al contrario di queste ultime, Anna Maria Mozzoni non poteva trascurare di interessarsi alla prostituzione regolamentata; come lei altre si schierarono apertamente contro il sistema, tra i nomi più rilevanti Sara Nathan, Giorgina Crawford Saffi, Alaide Gualberta Beccari e Jessie White Mario, ma alle donne italiane si unirono anche esponenti dei movimenti femminili d’Inghilterra e Irlanda. L’attività abolizionista s’inseriva nel più ampio impegno di affermazione sociale della donna contribuendo alla sua diffusione consapevole tra gli animi femminili. Un tale interessamento si ricava dai lavori di osservazione di Jessie Mario e della stessa Anna Mozzoni, la prima, osservando la condizione di miseria a Napoli ebbe modo di parlare delle donne sacrificate in lavori umili e particolarmente delle prostitute; i toni usati dalla Mario, che non era una femminista fervente come la Mozzoni, evidenziavano l’influenza dell’abolizionismo per una migliore comprensione del movimento di emancipazione. Jessie Mario definì la regolamentazione un delitto messo in atto con “leggi ideate e formulate da soli uomini” al solo fine di “soddisfare ai più brutali istinti dell’uomo”. Contemporaneamente Anna Mozzoni osservava i mutamenti socio economici dovuti all’industrializzazione in Lombardia, funzionalmente a quanto da lei sostenuto, la lotta alla prostituzione doveva avvenire in modo cosciente, iniziando dal riconoscimento delle sue cause.[2]

Perciò questo capovolgimento tra “causa” e “effetto” inerente l’abolizionismo la trovo una mistificazione storica e sociologica terribilmente pericolosa. È stato usato spesso e impropriamente, nell’editoriale della Pitch, anche l’aggettivo “populista”, uno degli elementi che mi hanno colpito maggiormente e negativamente. Occupandomi da anni di America Latina e paesi non allineati, ho notato una forma di “appropriazione culturale” indebita da parte di una pseudo-sinistra-salottiera e pseudo-radicale nell’utilizzo e abuso di terminologie provenienti da altre culture e contesti, nonché una fioritura di mistificazioni inerenti le lotte anti-imperialiste svolte dalla vera “Sinistra-Rivoluzionaria” dei paesi in via di sviluppo.

Ma che cos’è un’appropriazione culturale[3]?

Semplicemente è appropriarsi di qualsiasi cosa sia di un’altra cultura – in particolar modo da una cultura stimata più “bassa” sulla scala sociale – e: usarla in modo superficiale e insensibile; usarla in un modo che degrada, nega, irride la cultura stessa da cui proviene; usarla in un modo che diffonde/mantiene pregiudizi o stereotipi sulla cultura stessa da cui proviene; trattare le persone che hanno inventato quella cosa come esseri inferiori.[4]

Infatti, il termine populismo nasce in Russia (con un’accezione del tutto positiva, rivoluzionaria ed innovativa) tra la fine degli anni 1850 e la fine degli anni 1880. L’ Enciclopedia Treccani dice: la prima organizzazione populista, la Zemlja i volja, venne costituita nel 1861 nel clima di delusione provocato dalle modalità con cui era stata abolita la servitù della gleba. La situazione fu interpretata dai populisti come potenzialmente rivoluzionaria e alcuni di essi parteciparono anche ai contemporanei preparativi per l’insurrezione polacca (1863). Alla dura repressione militare di quest’ultima corrispose un irrigidimento poliziesco anche all’interno della Russia, che portò allo scioglimento della Zemlja i volja. In seguito si diffuse negli ambienti populisti una visione dell’azione rivoluzionaria, sostenuta soprattutto dai nichilisti, che anteponeva il ruolo dell’individuo, come soggetto rivoluzionario, a quello della massa.[5] In seguito il populismo si sviluppa in America Latina, sempre in un’ accezione fortemente innovativa e rivoluzionaria, a partire dal secondo decennio del 20° secolo. Ed ebbe il suo massimo sviluppo tra gli anni 1930 e gli anni 1950. Nonostante le differenze riscontrabili nei singoli Stati (dal peronismo argentino all’Estado novo di G. Vargas in Brasile, all’attività dell’APRA in Perù ecc.), il fenomeno fu caratterizzato da alcuni elementi comuni, quali l’esistenza di una situazione socio-economica in rapido mutamento per il passaggio da economie prevalentemente agricole a economie industriali e da sistemi politici a partecipazione molto limitata a sistemi a partecipazione più estesa; la presenza di masse urbane di recente trasferitesi dalle campagne e non integrate; l’emergere di un leader carismatico, che si presenta come portavoce delle esigenze del popolo; la mobilitazione delle masse da parte del leader attraverso l’esaltazione dei valori nazionali e l’instaurazione con esse di un rapporto diretto, non mediato dalle istituzioni tradizionali.[6]

Perciò trovo sostanzialmente “colonialista” e “razzista” l’ atteggiamento di affibbiare l’ aggettivo “populista”, con una connotazione negativa e reazionaria, a chiunque non mostri un atteggiamento intellettualmente conformista ed allineato ai dogmi mercantilistici e liberisti dominanti. Parafrasando un vecchio editoriale di Matteo Volpe su l’Intellettuale Dissidente mi verrebbe da dire:

Non è una prerogativa dei soli conservatori (sia “di destra” che “di sinistra”) ma ormai anche diverse femministe si sono aggiunte al coro dei liberisti etici che chiedono la liberalizzazione della prostituzione. Esse sono sicuramente animate dalle migliori intenzioni; cercando di rendere l’attività delle prostitute un “mestiere” come un altro cercano di rimuovere lo stigma sociale su di esse. Ma non si rendono conto che così facendo impediscono una loro reale emancipazione. Conducono una battaglia separatista, che si preoccupa del riconoscimento della prostituzione come categoria equiparata a tutte le altre, invece di aggredire lo sfruttamento che ne è alla base.

(di Matteo Volpe – 30 dicembre 2015).

Continuando a citare il brillante editoriale di Matteo Volpe che demistifica il dogma del “liberismo etico” cui è asservita tutta l’intellighenzia (o pseudo-tale) della sinistra (o pseudo-tale) italiana:

(…) ultimamente sono aumentate le voci di coloro che, non solo in Italia, chiedono un modello di tipo regolamentarista. Costoro sostengono sia sbagliato considerare la prostituzione un fenomeno estirpabile e da estirpare e sostengono il diritto delle “lavoratrici sessuali” di scegliere questa attività per il loro sostentamento. L’idea che li ispira è profondamente liberale, in quanto non si preoccupa del fenomeno sociale nel suo complesso, ma delle scelte di singoli individui, considerati come agenti razionali che decidono in piena libertà.  I regolamentaristi sottovalutano le pressioni che possono esistere in una società, soprattutto quelle di tipo economico, e sopravvalutano l’importanza dell’espressione del consenso individuale.

Per sostenere la loro tesi argomentano che molte prostitute si ritengono soddisfatte della loro attività e di averla scelta liberamente. Ma ciò deriva da un fraintendimento essenziale del concetto di libertà, figlio di quella stessa cultura liberale. I regolamentarista, infatti, muovono da un liberalismo estremo che chiameremo “liberismo etico”, prendendo in prestito il sostantivo dal linguaggio dell’economia. In questo campo, infatti, il liberismo è quella dottrina che propugna la limitazione dell’intervento dello Stato e delle leggi e la libertà assoluta del mercato. Qualsiasi intervento pubblico che intralci gli agenti privati – eccetto ciò che è indispensabile per l’esistenza della burocrazia statale, come le forze di polizia o l’amministrazione della giustizia – può, secondo i liberisti, danneggiare il benessere della società, considerata come la somma algebrica degli individui e delle loro contrattazioni private. L’unico intervento dello Stato deve essere diretto a tutelare quest’ autonomia del settore privato. I liberisti, in sostanza, credono che la sommatoria di azioni individuali, purché avvengano in piena autonomia dal governo o da apparato corporativo o comunitario, conducano al massimo benessere collettivo possibile.

I regolamentaristi estendono un’analoga concezione al di fuori dell’economia. Come i liberisti rifiutano di dare un giudizio complessivo sul fenomeno sociale, ma vogliono garantire esclusivamente diritti individuali. Rifiutano di ammettere un intervento dello Stato nel limitare un tale fenomeno, perché potrebbe secondo loro danneggiare la libertà dei singoli. A meno che non sia un intervento volto a permettere l’esercizio di queste (presunte) libertà. Le case di tolleranza, o la loro moderna versione, i quartieri a luci rosse, sono la trasposizione di ciò che rappresentano le “autorità di garanzia” in campo economico che devono vigilare sul “libero mercato”. Come i liberisti, i regolamentaristi affermano che il problema non sia il fenomeno in sé, ma la rimozione di tutti gli ostacoli che ne permetterebbero e ne stimolerebbero l’esercizio più efficiente. Inoltre, considerano il fenomeno della prostituzione come la semplice risultante della “libera iniziativa” individuale e delle diverse contrattazioni tra venditore e acquirente. Infine, entrambi credono impossibile estirpare certi “effetti indesiderati”. La prostituzione non potrà mai essere abolita, così come la povertà o la disoccupazione, e qualsiasi tentativo in questo senso causerebbe più danni che benefici e finirebbe per rivelarsi autoritario e dispotico.

Si possono così tracciare i caratteri del liberismo etico: esso considera il fenomeno la semplice risultante delle scelte dei singoli e pensa che lo stato non possa interferire in queste scelte per nessun motivo. Il liberismo etico è radicalmente antiproibizionista, non ammette in nessun caso che la legge possa interferire nelle decisioni individuali per arrestare un fenomeno. Lo stesso giudizio che viene dato sul fenomeno è discusso. La prostituzione (in questo caso, ma potrebbe essere applicata la stessa argomentazione ad altri campi) sarebbe un male solo nel caso in cui fosse non voluta. Qualora ci sia un consenso dell’individuo, essa va accettata, perché le scelte individuali non possono essere discusse.

Per sintetizzare si può dire che il liberismo etico abbia due tratti salienti: la prevalenza delle azioni individuali e del consenso dell’individuo rispetto alla considerazione del fenomeno complessivo. Proprio in questo mostra la sua fallacia: non considera infatti come le dinamiche generali di una società possano influire negativamente anche su singoli individui, seppure su questi ultimi non fosse stata esercitata nessuna pressione diretta. Prendiamo il caso del tabagismo: potrebbe essere considerato un normale rapporto commerciale tra acquirente e venditore, nel quale ognuno gode di una formale autonomia decisionale. Eppure a livello generale causa milioni di morti all’anno in tutto il mondo, e con essi tutto ciò che ne consegue (costi sanitari, “fumo passivo”, ecc).

Inoltre, il consenso, seppure esplicito, non tiene conto delle influenze dell’ambiente sociale, delle cognizioni e della cultura dell’individuo. Che cosa intende dire colei che afferma di essersi prostituita “liberamente”? È  lecito pensare, che si riferisca un’autonomia formale, cioè dell’assenza di una coercizione diretta da parte di altri individui, non certo a una autonomia sostanziale, cioè all’inesistenza di pressioni sociali di altro tipo. Ci si prostituisce “liberamente” per pagarsi l’università (che altrimenti non si potrebbe frequentare) oppure perché si è allettati dai guadagni migliori rispetto ad impieghi malpagati. Ma ciò che vale per la prostituzione può essere esteso, e si può arrivare a giustificare la vendita “libera” di alcune donne del proprio utero. In tutti questi casi è la struttura stessa della società, ovvero l’esclusione di alcune classi sociali, ad esercitare pressione sull’individuo, una pressione che il liberista etico è incapace di vedere perché non tiene conto del fenomeno ma si ferma al consenso dell’individuo.

Non è una prerogativa dei soli conservatori (sia “di destra” che “di sinistra”), ma ormai anche diverse femministe si sono aggiunte al coro dei liberisti etici che chiedono la liberalizzazione della prostituzione. Esse sono sicuramente animate dalle migliori intenzioni; cercando di rendere l’attività delle prostitute un “mestiere” come un altro cercano di rimuovere lo stigma sociale su di esse. Ma non si rendono conto che così facendo impediscono una loro reale emancipazione. Conducono una battaglia separatista, che si preoccupa del riconoscimento della prostituzione come categoria equiparata a tutte le altre, invece di aggredire lo sfruttamento che ne è alla base.

Si può considerare la vendita del sesso di una donna, la mercificazione di ciò che ha di più intimo,  la cessione del proprio corpo (e della propria “anima” se si pensa alle possibili conseguenze psicologiche) in cambio di sicurezze economiche, un atto libero? E infatti, a dimostrazione della natura liberista del regolamentarismo, non si pensa minimamente che, invece di elevare di rango sociale la prostituta, bisognerebbe estirpare le cause socio-economiche che la rendono tale.

Non a caso gran parte dei paesi di tradizione socialista sono proibizionisti. Certo, il proibizionismo non ha senso in una società fortemente capitalista e liberale, perché criminalizza la prostituta che è una vittima. In un paese come gli Stati Uniti, ad esempio, esso è dettato da un moralismo puritano piuttosto che dal proponimento di rimuovere le cause stesse del fenomeno. Ma il regolamentarismo rappresenta un anti-moralismo simmetrico, che si preoccupa più di modificare i giudizi sociali, piuttosto che incidere nelle dinamiche profonde; di cambiare la sovrastruttura lasciando inalterata la struttura. Non si può pensare di affrontare la questione della prostituzione in maniera autonoma, senza comprendere che essa passa per il modello sociale e politico che una società ha deciso di adottare.

Tuttavia, è innegabile l’esigenza di una legislazione a breve termine, purché non escluda fini più universali. Per questo, in Italia e in altri paesi, è stato elaborato il modello abolizionista, che è una sorta di compromesso tra il liberismo etico dei regolamentaristi e l’“organicismo” dei proibizionisti. I primi, però, fanno notare che esso ha fallito. Nato tra grandi speranze, l’abolizionismo doveva giungere ad eliminare la prostituzione, ma si è rivelato ben lontano dal riuscirci, esponendo per di più le prostitute a condizioni di insicurezza.

Senz’altro, questa obiezione, è corretta. Senz’altro l’abolizionismo ha fallito. Ma non per le ragioni che adducono gli anti-abolizionisti. Ha fallito, invece, perché anch’esso assimila implicitamente e inconsapevolmente la logica del liberismo etico. Quest’ultimo porta a proteggere i diritti dell’“agente razionale” che stipula un contratto, ponendo sullo stesso piano il fruitore della prestazione e chi la vende, similmente a quanto si fa in campo economico sostituendo i diritti del consumatore a quelli del lavoratore.

In questo modo, pur animato dai migliori intenti, l’abolizionismo finisce per essere peggiore del male che vorrebbe curare. Permette che si svolga il gioco della contrattazione (e dello sfruttamento nascosto) tra cliente e prostituta senza neanche le garanzie basiche del regolamentarismo. Solo il modello svedese, o neo-proibizionista, permette di superare i limiti di entrambi gli antagonisti. Esso fa giustizia dell’individualismo e del liberismo etico intervenendo proprio sul tabù dei liberisti, la contrattazione privata. Non rinuncia a punire lo sfruttamento ma rinuncia alla parificazione tra cliente e offerente dell’abolizionismo e alla criminalizzazione della prostituta del protezionismo classico. Proibendo il “consumo”, senza perseguitare la prostituta, la Svezia è riuscita a ottenere una drastica riduzione di questa piaga. Considera il fenomeno generale, ma propone un intervento perfettamente adeguato alla società scandinava.

Quello che ci insegnano i risultati degli eccessi moralistici del puritanesimo, della mercificazione del nichilismo morale dei liberisti etici, del fallimento dell’esperimento abolizionista, quello che ci insegna, infine, il nuovo e promettente modello svedese, è che non si può considerare una questione senza avere chiara l’idea di società che si intende realizzare e una vera filosofia politica. Il problema della prostituzione, come qualunque altro, non può essere scisso dall’organizzazione della società e dalla sua comprensione strutturale. L’attivismo naive di molte femministe, che pretende di combattere gli stereotipi anglicizzando il vocabolario (non si può dire “prostituzione” ma solo “sex working”, come se le catene ornate di fiori non fossero pur sempre catene) rende un grande servigio al liberismo (etico ed economico). Rimane fermo all’empirico individuale, senza afferrare la globalità.

Solo quando queste (come chiunque) re-impareranno (come un tempo sapevano ben fare) a inquadrare le loro perorazioni nella critica alla società capitalistica e la lotta particolare nel contesto della lotta universale delle classi oppresse, riusciranno finalmente a proporre un cammino di reale emancipazione[7].

MERDA CICCONE

ISKRA ILIC ULIANOV

SINISTRI-SINISTRATI

E QUESTI PERSONAGGI SI DICONO DI SINISTRA?!

Lino Milita

Questo sunto di pensieri di TAMAR PITCH qui allegati nelle due immagini e gettati qui e là come semi in una stia di un pollaio, evidenza una colossale mancanza di conoscenza storica e materiale degli eventi politici e delle nozioni minime di diritto, afferenti a ciò che intendiamo per “populismo”, pena, sanzione, crimine, vittima. Vi sono inoltre, negli argomenti esposti indizi di accostamenti a dir poco “impropri”. In più si usa una analogia nel passato (proibizionismo) e una vicenda in corso riferita ai paesi del nord Europa. Vi è una indebita identificazione tra “proibizionismo” e politiche “sicuritarie”.
Andiamo per ordine:
-“populismo penale”. In questo scritto si pone che il populismo penale come quel processo di comunicazione avente lo scopo di ottener consenso nel perseguimento di pratiche e norme, che espandano e consolidino la sanzione per una classe di eventi, non ritenuti (ancora) sanzionabili o abbastanza sanzionabili. Storicamente parlando il “populismo” non è sempre sinonimo di espressione della paura non incanalata verso politiche razionali. A livello antropologico e politico, consiste anche nel porre dignità a chi, e a coloro, e a linguaggi, istanze e rivendicazioni non accettate, rese mute, o incatenate dai linguaggi e dalla visione concreta e reale dominante in quel particolare luogo e periodo storico. L’accostamento con il termine “penale” è improprio. Più che altro si potrebbe scrivere che la intenzione di risolvere il conflitto soltanto con una estensione, e appesantimento della pena non è sufficiente. E quindi il populismo non è rivolto a chi chiede di essere protetto o che quel comportamento, ritenuto sanzionabile, non sia riconosciuto. La vittima e le classi sociali, le minoranze, che sono e si sentono in posizione di indigenza e di minaccia, e di pericolo, richiedono pratiche che rimuovano le cause, inibiscano le sorgenti (economiche, culturali), sanzionino (pongano un arresto e limitazione) alle azioni provocanti danno, disagio e minorità. Il populismo invece dovrebbe essere avocato (e lo è anche se molti in modo sofistico invertono la relazione) a chi si fa l’onere di risolvere e affrontare la richiesta di aiuto, di disagio e la rivendicazione di mutamento dell’assetto sociale e del comportamento individuale, fornendo azioni limitate volte solo a fornire l’illusione della soluzione.

Il populismo è da parte di chi agisce per risolvere, non da parte della vittima, e in modo subdolo si dice che l’opinione pubblica ( e sotto sotto la si vuole fa apparire irrazionale, irrilevante, pericolosa, da tenere in catene e sotto controllo) è la causa del “populismo”.

In più, l’accostamento tra populismo e pena (all’interno delle pratiche giudiziarie) è improprio: la pena è una conseguenza di una pratica formale di rilevazione, accertamento e decretazione di fattispecie di azioni inscrivibili in casi definiti come “reati” secondo codici scritti. Si accosta una procedura giuridica in ambito del Codice penale, formalmente utilizzata dal sistema giudiziario, ben descritto, astratto e avulso da opinioni ritenute labili per mancanza di conoscenza, labilità emotiva, paura irrazionale, insicurezza nevrotica.

Questi due ( “populismo” e “penale” ) termini rappresentano una riduzione di azioni politiche generali all’interno di modelli descrittivi psicologici individuali, che descrittivi poi non sono perché partono da un assunto sotterraneo dove l’irrazionalità in modo incontrovertibile pone una pena nuova, o estende gli ambiti di applicazione a quelle esistenti. E quindi nel discorso metaforico, fintamente ben argomentato) si fa passare sotto sotto, senza dirlo in modo esplicito, che l’assenza di pena, la riduzione dell’ambito della norma esistente sia un procedimento evoluto e razionale che non inasprisce, anzi riduce il fenomeno che determina la criminalità. Si pone ancora sotto questa ipotesi non detta, un sofismo tale che la depenalizzazione sia comunque una procedura che garantisca equità nel procedimento penale, e un fattore di distensione sociale: si pone sullo stesso piano, nello stesso argomento “populismo” come una impostazione giuridica e anche come una descrizione sociologica, facendole passare per lo stesso, ovvero per identità, e invece è solo una identificazione creata da una visione retrograda del “popolo” e un pregiudizio infondato sulla minaccia, pericolo, timore come esclusivi stati angosciosi (e quindi altro sofismo che riduce tutto in un livello psicologico)→ TRE MISTIFICAZIONI una dentro l’altra.

“Femminismo punitivo”. Il “femminismo” delle innumerevoli declinazioni per le quali è inteso come processo di liberazione; sovvertimento dei valori volti all’oppressione; liberazione di sé, s’accosta oggi a questo inedito accostamento. Il femminismo rivendica la piena espressione di essere umani che sono discriminati e oppressi anche e principalmente per le qualifiche di “femmina” e “donna”. Questo minimo comun denominatore è anche un elemento costitutivo di processi sociali e politici aventi lo scopo di perseguire cittadinanza concreta da parte di chi è collocato, e compresso in un ruolo di perenne esigenza di pari e libero agire sociale all’interno delle strutture sociali regolate da leggi aventi il criterio di universalità.

La punizione è una decretazione che pone una conseguenza penale, amministrativa, civile, eventualmente detentiva rivolta a coloro che agiscono in fattispecie inscrivibili nelle tassonomie dei reati. La punizione è anche un dispositivo transitorio teso a limitare coloro che hanno e possano causare danni, lesioni a cose o persone, o che contravvengono alle minime regole di interazione sociale. La punizione è sia una limitazione sia un obbligo. Una limitazione perché pone un divieto; una impossibilità ad agire. Un obbligo perché impone ad attori sociali terzi di attivare procedimenti su coloro che hanno compiuto il reato (la detenzione è un aspetto). Questa caratteristica, da sempre, è necessaria per il mantenimento della struttura sociale per qualsiasi modello la vogliamo rappresentare.

La rivendicazione del femminismo è sia una richiesta di libertà e di rimozione delle catene (leggi, usi, mentalità, valori, assetti economici, stili di vita, saperi) che limitano la piena espressione della persona in quanto donna. Ogni rivendicazione è una affermazione, che si colloca in una dialettica politica, e già l’intenzione di presentarsi implica la negazione degli altri attori che considerano tale processo di loro esclusiva mediazione.

Il femminismo punitivo, sembrerebbe che voglia punirsi da solo. E che vuol dire allora? Che intende perseguire i suoi scopi estendendo ciò che prima non era ritenuto reato (violenza, giogo, plagio, schiavitù) in luoghi di interazione sociali intesi come trasparenti e innocui. Tutto questo non è che il femminismo agisce per punire. Questo è compito degli apparati formali di un sistema sociale. O forse si vuole intendere che il “femminismo” in toto, cioè tutto ciò in cui consiste “il femminismo” corrisponde a una visione autoritaria del vivere sociale, dove ogni conflitto si risolva in uno schema di azione e di reazione detentiva o sanzionatoria?

Anche se per assurdo si ammettesse questa immagine di una dittatura nascente, il risultato sarebbe la presa del potere delle donne, con la determinazione di un sistema sociale, dove a loro volta i maschi sarebbe schiavi. Tutto questo si chiama “SOFISMO DIALETTICO” falsa conversione dell’ipotesi in tesi, dove ognuna si trasforma nell’altra, e che ha la legittimazione nella sintesi momentanea del più forte. E ancora una volta riappare di nascosto il modello della realtà imposto dal Patriarcato, che è proprio quello dove il femminismo trae origine come rivendicazione. Cioè il patriarcato come legittimazione giuridica della legge della giungla.

In più si afferma che il “femminismo punitivo” sia una causa che oltre ad estendere la tipologia dei reati, contribuisce ad aumentarne l’incidenza nel vivere sociale, e questo è un altro SOFISMO DIALETTICO: si trasforma lo schema di rilevazione dei fenomeni inscrivibili nelle fattispecie dei reati, con la enumerazione degli stessi, ponendo in modo posticcio e infondato che per ogni affinamento e valutazione di comportamenti oppressivi e schiavisti nell’alveo della sanzionabilità, questo implica in modo necessario l’aumento in frequenza di reati veri. Trasformazione del modello nella realtà attraverso ipotesi non provate e fatte passare per assiomi. E cioè analisi dogmatica del modello interpretativo che fa da correlato a una visione ipotetica della realtà intesa come evidente di per sé. REIFICAZIONE INDEBITA.

“Politica criminale”: la politica perseguita dal “femminismo punitivo” ha soltanto la pratica di una politica che si occupa del crimine e da esso trae alimento. Si noti che già aver scritto punitivo, si è creato un termine non provato che da predicato al femminismo e che in realtà è il soggetto dell’altra frase e che tale accostamento di questi due coppie di frasi è in realtà una identità che ripete se stessa invertendo i termini ” Pratica di gestione del crimine che è politica sociale tout court” <-> “politica di rivendicazione femminista che è pratica di sanzionabilità” <-> ” Termini con elementi infondati e posti come assieme nella parte del crimine con l’assunto nascosto che il femminismo sia solo tale all’interno di questo processo” <-> “tautologia con visione astratta e limitata del femminismo”. Tutto questo è una colossale petizione di principio infondata.

“<Reato dei “clienti> analogo al <reato di chi beve alcool>”: ANACRONISMO in primo luogo e già questo casserebbe qualsiasi analisi successiva, ma dal punto di vista logico si hanno vistose differenza viste come analoghe. Chi beveva alcool erano maschi e femmine, in più l’oggetto del contendere era una sostanza non una persona. Non una persona vista come oggetto: schiavo. La proporzione nascosta di questa analogia temporale anacronistica fatta passare per logica sottende un assunto per il quale, più crei fattispecie per questo reato, più invogli le persone a perseguirlo. Per l’alcool sicuramente non è mai stato così, bevevano pure prima della istituzione della punibilità. Per la prostituzione immaginiamo che i maschi siano perseguibili, l’eccitazione aumenterebbe a dismisura per tutti, non avremmo più bisogno del Viagra. Dovremo creare dei centri di aspirazione artificiale come per le mucche che danno il latte, e noi poveri uomini con un Priapo sempre in tensione a ogni ciclo scrotale dovremo infilarlo da qualche parte. Tutti satiri che camminano a tre gambe. Non credo che in questo scritto, sia necessario spiegare che la prostituzione prima del sesso, è un meccanismo di plagio e di potere, e anche se si castrasse un uomo, questo avrebbe comunque il desiderio di inferire dolore per suo momentaneo e sperato piacere. IN più se si dice che il desiderio è mentale, ecco allora che si contravviene all’analogia dell’alcool che lì si crea dipendenza fisica.

“Reato universale di maternità di sostituzione”: questo accostamento è di una violenza assoluta e per complessità merita un discorso a parte. Ma già per intuito si può ravvisare come sia la forma più avanzata del pensiero patriarcale: l’assoluta visione nelle tecnologie attuali del diritto e della chimica, della biologia, della medicina, tesa a considerare la donna, come un oggetto completamente a disposizione e anzi a scorporarla dal suo utero, dal suo essere madre, dal processo di gestazione da quello di nascita. In più vi è una scorrettezza totale, da approfondire ancora: Il reato non è verso la maternità, non è mai un reato, come la nascita e la gestazione. Il reato è il sistema di ruoli, persone e reato che trasforma tutto ciò in merce, come la prostituzione. Come rapina, come alienazione: PATRIARCATO NELLA FORMA PIù MODERNA E ASTRATTA.

(ripeto questo ultimo commento è solo esposto e non argomentato, perché il punto focale della mistificazione che oltrepassa i temi del presente scritto).

Occorre ricordare che tali accostamenti sono svolti da persone che si dicono combattere per la liberazione della donna e che si dicono di sinistra.

[1] http://www.agoravox.it/Il-turismo-sessuale-come.html

[2] http://www.altrodiritto.unifi.it/ricerche/devianza/acri/cap4.htm

[3] http://www.360giornaleluiss.it/la-sottile-linea-tra-appropriazione-culturale-e-apprezzamento-culturale/

[4] https://lunanuvola.wordpress.com/2014/03/18/vecchiaccia-wiki-al-vostro-servizio/

[5] http://www.treccani.it/enciclopedia/populismo/

[6] Ibidem

[7] http://www.lintellettualedissidente.it/italia-2/il-liberismo-etico-e-una-truffa/