Articolo tratto da ilSudEsttrasferimento

 

Il femminismo più in voga in Venezuela, come in tutto il continente latino-americano, fino agli anni ’60, fu quello di matrice liberale, basato su rivendicazioni di tipo giuridico e amministrativo (eguaglianza formale davanti alla legge, libertà economica, libertà di parola e partecipazione all’agorà pubblica). Tuttavia ben presto, numerose intellettuali e attiviste femministe, si resero conto che l’eguaglianza formale non basta e non è di fatto effettiva garanzia di parità. Una parte dei limiti del femminismo di orientamento liberale è denunciata, in toni in parte polemici secondo i casi, da pensatori del calibro di Friedrich Engels e August Bebel e da pensatrici come Aleksandra Kollontaj e Klara Zatkin (orientamento socialista o social-comunista) e Emma Goldman (orientamento anarchico), tra ottocento e novecento:

La tesi che distingue l’orientamento socialista da quello liberale sul problema dell’ emancipazione e liberazione della donna è riassumibile in termini molto generali come segue: le conquiste legali di uguaglianza formale fra uomini e donne non cambiano, se non in misura minima, le condizioni materiali di subordinazione delle donne (le cambiano, infatti, soltanto per una parte delle donne non lavoratrici, non proletarie), come le conquiste legali di uguaglianza formale fra proletari e non proletari (capitalisti e loro alleati di classe) non hanno cambiato le condizioni materiali su subordinazione dei proletari. Perché le condizioni di subordinazione materiale delle donne (di tutte, proletarie e non) e dei proletari cambino realmente e non solo formalmente, è necessario realizzare, tramite la rivoluzione comunista, una società socialista nella quale scompariranno tutte le forme di subordinazione: dei proletari (uomini e donne) rispetto ai capitalisti, delle donne (proletarie e non) rispetto agli uomini. L’interesse comune delle donne alla liberazione della loro subordinazione rispetto agli uomini è pertanto quello di allearsi con i proletari e affiancarli nella lotta per la rivoluzione e per il socialismo. Tematiche relative alla condizione di subordinazione della donna e alle possibilità di liberazione in una società socialista sono presenti nel corso dell’ Ottocento sia presso teorici “utopisti” (da R. Owen a C. Fourier ed altri) sia presso donne impegnate nelle lotte operaie dalla metà del secolo in poi (Flora Tristan, le donne del ’48 parigino, quelle della Comune del 1871).[1]

Engels affermò che le donne ebbero riconoscimento sociale e rispetto nel corso della storia fino all’arrivo del capitalismo. Nel suo libro “L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato” si afferma molto chiaramente che il rovesciamento dell’ordine sociale matristico segnò la grande sconfitta storica del sesso femminile in tutto il mondo:

La storia della famiglia risale al 1861, con la pubblicazione del Mutterrecht (6) di Bachofen. Qui l’autore fa le asserzioni seguenti:
1) che gli uomini all’inizio erano vissuti in un commercio sessuale promiscuo, che egli, con espressione inesatta, qualifica come eterismo;
2) che tale commercio esclude ogni certezza di paternità, che perciò la discendenza poteva essere calcolata solo in linea femminile, secondo il diritto matriarcale, e che ciò originariamente avvenne in tutti i popoli dell’antichità;
3) che in conseguenza di ciò, le donne, in quanto madri, cioè in quanto genitrici sicuramente note della giovane generazione, godevano di cosi grande autorità e rispetto che, secondo l’idea di Bachofen, si giunse fino al completo dominio della donna (ginecocrazia);
4) che il passaggio alla monogamia, in cui la donna apparteneva esclusivamente ad un uomo, rappresentò la violazione di un antichissimo comandamento religioso (cioè, in realtà, una violazione dell’antico tradizionale diritto alla stessa donna da parte degli altri uomini), violazione che doveva essere espiata o la cui tolleranza doveva essere acquistata mediante un temporaneo concedersi della donna.

Bachofen trova le prove di queste asserzioni in innumerevoli passi della letteratura classica antica, riuniti con un’indagine diligente. Secondo l’autore, l’evoluzione dall’«eterismo» alla monogamia e dal matriarcato al patriarcato avviene, in particolare presso i Greci, in seguito ad un’ulteriore evoluzione delle idee religiose, all’introduzione di nuove divinità, rappresentanti la nuova maniera di vedere, nel vecchio gruppo tradizionale delle divinità, che rappresentava il vecchio modo di vedere; cosicché quest’ultimo è spinto sempre più in secondo piano dal primo. Quindi non già lo sviluppo delle reali condizioni di vita degli uomini, bensì il riflesso religioso di queste condizioni di vita nella mente degli uomini stessi, è quello che, secondo Bachofen, ha causato i mutamenti storici nella reciproca posizione sociale dell’uomo e della donna.[2]

Lo status infimo delle donne nelle società antiche, che si manifestò soprattutto tra i greci dei tempi eroici, e ancor più in quelli di età classica, fu gradualmente migliorato, mascherato e, in alcuni luoghi, anche rivestito con forme più lievi ma non fu mai abolito. Engels affermò che la transizione dal comunismo primitivo a una società sempre più complessa in cui appare la proprietà privata e la stratificazione sociale, è legata alla nascita della famiglia patriarcale. Questo tipo di famiglia non si caratterizza solo per la monogamia e un rigoroso controllo della sessualità delle donne, ma anche dal primato della proprietà sulle vite degli individui (l’autorità si base sulla quantità delle ricchezze accumulate e sul potere economico dei padri). Nel momento in cui si procede alla specializzazione del lavoro, le donne saranno gradualmente escluse da alcune professioni e occupazioni e sarà loro impedito l’accesso all’istruzione. Anche se la nascita del patriarcato è avvenuta prima del capitalismo ed esso si è imposto ovunque, vi sono stati periodi della storia in parte “liberali” nei confronti delle donne e particolari aree geografiche in cui le donne hanno continuato a mantenere un certo riconoscimento sociale e un certo rispetto, nonostante queste società siano rimaste comunque minoritarie e isolate rispetto dal resto del mondo nettamente patriarcalizzato (sopravvivono in varie aree del mondo tribù o società ancestrali rigorosamente matristiche o matrifocali). A proposito di Engels, potremmo dire che il suo testo riporta imprecisioni archeologiche e antropologiche,[3] inoltre le scoperte dell’antropologia del Novecento hanno corretto alcune inesattezze di dati etnografici di Bachofen e Morgan cui si era ispirato Engels.

Tuttavia ben presto vennero sempre più alla luce fatti nuovi che non si inquadravano bene nella sua leggiadra cornice. McLennan conosceva solo tre forme di matrimonio: poligamia, poliandria e monogamia. Ma, una volta diretta l’attenzione su questo punto, si trovarono sempre più prove che presso popoli non sviluppati sussistevano forme di matrimonio nelle quali una serie di uomini possedeva in comune una serie di donne e Lubbock (The Origin of Civilization , 1870) riconobbe come un fatto storicamente provato questo matrimonio di gruppo (communal marriage).

Subito dopo, nel 1871, comparve Morgan con materiale nuovo e per molti aspetti decisivo. Egli si era convinto che il peculiare sistema di parentela vigente presso gli Irochesi fosse comune a tutti gli aborigeni degli Stati Uniti e che fosse quindi diffuso su tutto un continente, sebbene ciò sia in diretto contrasto con i gradi di parentela, quali risultano realmente dal sistema di matrimonio colà in vigore. Egli indusse allora il governo federale americano, in base a questionari e tabelle da lui stesso redatte, ad assumere informazioni sui sistemi di parentela degli altri popoli, e in base alle risposte scopri:
1) che il sistema di parentela indio-americano é in vigore anche in Asia e, in forma un po’ modificata, presso numerose tribù di popoli dell’Africa e dell’Australia;
2) che ciò si spiega completamente con una forma di matrimonio di gruppo già in via d’estinzione nelle Hawai ed in altre isole dell’Australia; e
3) che però, accanto a questa forma di matrimonio, nelle stesse isole é in vigore un sistema di parentela spiegabile soltanto con una forma ancora più primitiva di matrimonio di gruppo ora estinta. Egli pubblicò le notizie raccolte, con le connesse conclusioni, nei suoi Systems of Consanguinity and Affinity, 1871, e cosi portò il dibattito in un campo infinitamente più vasto. Prendendo le mosse dai sistemi di parentela, e ricostruendo le forme di famiglia ad essi corrispondenti, schiuse una nuova via di indagine e permise uno sguardo retrospettivo più ampio nella preistoria dell’umanità. Se questo metodo avesse acquistato validità, la leggiadra costruzione di McLennan sarebbe andata in fumo.

McLennan difese la sua teoria nella nuova edizione di Primitive Marriage (Studies in Ancient History, 1876). Mentre egli stesso combina una storia della famiglia, servendosi di pure ipotesi, in maniera estremamente artificiosa, pretende poi da Lubbock e da Morgan, non soltanto prove per ognuna delle loro osservazioni, ma prove di incontestabile validità, quali soltanto sono ammesse in un tribunale scozzese. E ciò fa quello stesso uomo che dallo stretto legame tra fratello della madre e figlio della sorella esistente presso i Tedeschi (Tacito, Germania, cap. XX), dal resoconto di Cesare (15) secondo cui tra i Britanni dieci o dodici uomini hanno in comune le loro donne, e da tutti gli altri resoconti degli antichi scrittori sulla Comunanza delle donne presso i barbari, trae senza esitare la conclusione che presso tutti questi popoli abbia dominato la poliandria. Si crederebbe di udire un pubblico accusatore che per aggiustare la sua tesi può permettersi ogni libertà, ma che pretende dal difensore, per ogni parola, la più formale prova giuridicamente valida.

Il matrimonio di gruppo sarebbe una pura immaginazione, egli afferma, e ricade con ciò molto più indietro di Bachofen. I sistemi di parentela di Morgan non sarebbero altro che semplici norme di cortesia sociale dimostrate dal fatto che gli Indiani si rivolgono anche ad uno straniero, ad un bianco, chiamandolo fratello o padre. E come se si volesse affermare che le denominazioni di padre, madre, fratello, sorella siano pure forme appellative prive di senso perché ci si rivolge anche a preti e badesse cattolici con l’appellativo di «padre» e «madre», e perché monaci e monache, e perfino frammassoni e membri di associazioni inglesi in seduta solenne si rivolgono la parola chiamandosi fratello e sorella. In breve la difesa di McLennan era miserevolmente debole.[4]

Tuttavia Engels ha il merito di essere stato il primo pensatore a dimostrare che la causa dell’oppressione delle donne non è affatto “naturale”, non nasce dal nulla e non è eterna, bensì è storicamente situata nella nascita dello stato, nella società suddivisa in classi e basata sulla proprietà privata. Quindi, la lotta per l’emancipazione delle donne è inseparabile dalla lotta per il socialismo che sostiene la trasformazione sociale, economica e politica della società e la fine delle classi sociali. Eppure non tutti i socialisti condivisero l’idea di emancipare e liberare le donne, ad esempio, i lasalleanos (seguaci di Ferdinand Lassalle) chiesero parità di diritti per le donne come parte del programma del partito. Ma pensavano comunque che le donne fossero creature inferiori e il loro luogo fosse la casa. Ritenevano che la vittoria del socialismo, assicurando un adeguato stipendio marito per la fornitura di tutta la famiglia, avrebbe fatto tornare le donne al loro habitat naturale. Tuttavia le correnti marxiste guidate da Liebknecht e Bebel si opposero a questa visione. Quest’ultimo nel 1883 pubblicò il libro “La donna e il socialismo”, che ha contribuito molto a trasformare la discussione sulla questione delle donne. Le opere di Bebel sono fondamentali per uno sviluppo delle idee di Engels. Si trattano di opere che spiegano le radici profonde dell’oppressione delle donne nel corso dei secoli. Bebel riteneva importante l’integrazione delle donne nella produzione industriale e la necessità per la rivoluzione socialista di aprire la strada alla liberazione delle donne. Il libro fece scalpore non solo in Germania ma in tutta Europa, e ha contribuito alla formazione di diverse generazioni di marxisti:

Per i marxisti non vi sono soluzioni storiche specificamente femminili al problema della donna nella società borghese. La soluzione dell’oppressione della donna non sta in particolari ricette giuridiche (eguaglianza per legge tra maschi e femmine, partecipazione democratica alla vita politica ecc.) come pretendono tutti i partiti e i movimenti democratici, né può̀ essere il risultato di una particolare educazione della donna, e dei maschi, come pretendono i movimenti «femministi». Ciò̀ non toglie che le rivendicazioni di parità̀ salariale, eguaglianza giuridica, eliminazione di ogni discriminazione fra i sessi ecc., e rivendicazioni più̀ specifiche che riguardano le condizioni di esistenza delle donne, riferite alla maternità̀, all’aborto e simili, facciano parte degli obiettivi immediati della lotta classista del proletariato; ma, per l’appunto, degli obiettivi immediati della lotta classista del proletariato, cioè̀ di una lotta che non si ferma all’involucro giuridico della società̀ borghese, ma punta molto più̀ in alto, alla distruzione della sovastruttura politica e della struttura economica e sociale del capitalismo. Analizzando gli elementi strutturali e sovrastrutturali della condizione femminile nella realtà̀ sociale del capitalismo e nella storia dello sviluppo delle forze produttive, dunque attraverso il materialismo storico e dialettico, il marxismo ha scoperto le vere cause storiche e materiali dell’oppressione della donna. «Secondo la concezione materialista – sostiene Engels nel suo «L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato» – il movente essenziale e decisivo al quale ubbidisce l’umanità consiste nella produzione e riproduzione della vita immediata, la qua- le, a sua volta, ha un duplice aspetto. Da un lato la produzione dei mezzi di esistenza, di tutto ciò che serve alla nutrizione, all’abbigliamento, all’abita- zione, e degli attrezzi di lavoro di cui gli uomini necessitano; dall’altro la procreazione degli uomini stessi, la continuazione della specie. Le istituzioni sociali sotto le quali vivono gli uomini in un’epoca determinata e in un dato paese sono strettamente legate a queste due specie di produzioni, da un lato per il grado di sviluppo del lavoro, dall’altro per quello della famiglia». Engels dimostra che la nascita della soggezione della donna non sta nel preteso egoismo del maschio o nella perdita di una supposta democrazia primitiva esistente nella società comunista primitiva che precedeva la formazione delle società divise in classi nel corso storico dello sviluppo delle società umane. La soggezione della donna nasce nel corso dello sviluppo delle forze produttive che ad un certo livello comporta il passaggio dal comunismo primitivo alla società classista. Con lo sviluppo della produzione e dei mezzi di produzione (concentrati in mano all’uomo non solo in ragione della forza fisica, ma anche perché non impegnato direttamente nella maternità e nell’allevamento della prole) il lavoro domestico perde gradualmente di importanza. [5]

È giusto e necessario ribadire in primo luogo, che Marx ed Engels nei loro scritti hanno denunciato l’oppressione delle donne fin dall’inizio, e in secondo luogo che all’interno del movimento sindacale vi furono diversi punti di vista sul tema. In conclusione, la questione delle donne fu sempre inquadrata all’interno della lotta di classe, combattendo le posizioni patriarcali e scioviniste all’interno del movimento socialista tra gli attivisti stessi. Questo non ci impedisce di riconoscere il contributo e la validità del pensiero marxista, nelle sue teorie circa l’origine di oppressione delle donne e la via da seguire per la loro completa emancipazione. Il marxismo si è sempre posto il problema della condizione femminile, infatti, nei Manoscritti del 1844 Marx respinge apertamente il comunismo rozzo nel quale la donna, finalmente sottratta alla prigione della famiglia borghese, diventa “la preda e la serva del piacere della comunità̀”:

[…] infine tale movimento che consiste nell’opporre la proprietà privata generale alla proprietà privata, si esprime in una forma animale come la seguente: al matrimonio (che è indubbiamente una forma di proprietà privata esclusiva) si contrappone la comunanza delle donne, dove la donna diventa proprietà della comunità, una proprietà comune. Si può dire che questa idea della comunanza delle donne è il mistero rivelato di questo comunismo ancor rozzo e materiale. Allo stesso modo che la donna passa da matrimonio alla prostituzione generale, cosí l’intero mondo della ricchezza, cioè dell’essenza oggettiva dell’uomo, passa dal rapporto di matrimonio esclusivo col proprietario privato al rapporto di prostituzione generale con la comunità.

Nel rapporto con la donna, in quanto essa è la preda e la serva del piacere della comunità, si esprime l’infinita degradazione in cui vive l’uomo per se stesso: infatti il segreto di questo rapporto ha la sua espressione inequivocabile, decisa, manifesta, scoperta, nel rapporto del maschio con la femmina e nel modo in cui viene inteso il rapporto immediato e naturale della specie. Il rapporto immediato, naturale, necessario dell’uomo con l’uomo è il rapporto del maschio con la femmina. In questo rapporto naturale della specie il rapporto dell’uomo con la natura è immediatamente il rapporto dell’uomo con l’uomo, allo stesso modo che il rapporto con l’uomo è immediatamente il rapporto dell’uomo con la natura, cioè la sua propria determinazione naturale.[6]

Sotto le ceneri del capitalismo restano le braci di una ‘mentalità del possesso” che continua a convalidare la proprietà privata sotto forma di proprietà nazionalizzata e quindi di tutti; questo vale per la terra come per la donna, non più proprietà esclusiva di qualcuno ma in comune a molti. La II Internazionale sostenne la lotta delle suffragette. Tuttavia, anche questa volta le posizioni si sono divise tra chi ha sostenuto il diritto di voto solo per gli uomini e i sostenitori di un suffragio universale inclusivo anche per le donne. Il leader politico più importante del momento fu una donna, la femminista marxista della II E III Internazionale Clara Zetkin, un membro della SPD. Questo partito chiese diritti politici per tutti e tutte, indipendentemente dal sesso, e l’abolizione di tutte le leggi che discriminano le donne. Il giornale gestito da Clara Zetkin, è stato uno dei più importanti quotidiani delle donne nel mondo, la cui diffusione superò le 100 mila copie fino al 1912. Clara Zetkin proprio durante la Terza Internazionale fu accusata da molti membri del partito di commettere un “diversivo-sociale” e di prestare troppa attenzione a questioni futili, ma in difesa della Zetkin si schierò  Lenin che, sostenendo che  la purezza dei principi non possa entrare in collisione con le esigenze storiche della politica rivoluzionaria, pertanto difese la necessità di sollevare rivendicazioni speciali a nome di tutte le donne, degli operai e dei contadini e anche per le donne delle classi possidenti, che soffrono anche della società borghese. Lenin considerava indispensabile il lavoro di “demistificazione” del moralismo borghese, per coniare una nuova “morale” più inerente alle necessità storiche ed ai mutamenti sociali:

Before I could answer, Lenin continued: “Your list of sins, Clara, is still longer. I was told that questions of sex and marriage are the main subjects dealt with in the reading and discussion evenings of women comrades. They are the chief subject of interest, of political instruction and education. I could scarcely believe my ears when I heard it. The first country of proletarian dictatorship surrounded by the counter-revolutionaries of the whole world, the situation in Germany itself requires the greatest possible concentration of all proletarian, revolutionary forces to defeat the ever-growing and ever-increasing counter-revolution. But working women comrades discuss sexual problems and the question of forms of marriage in the past, present and future. They think it their most important duty to enlighten proletarian women on these subjects. The most widely read brochure is, I believe, the pamphlet of a young Viennese woman comrade on the sexual problem. What a waste! What truth there is in it the workers have already read in Bebel, long ago. Only not so boringly, not so heavily written as in the pamphlet, but written strongly, bitterly, aggressively, against bourgeois society.[7]

Lenin criticò le sezioni nazionali del Comintern che adottarono un atteggiamento passivo, adottando una politica attendista per la creazione di un movimento di massa delle donne che lavorano sotto la guida comunista. Egli ha attribuito la debolezza del lavoro sulle donne nell’Internazionale, la persistenza d’idee sessiste che hanno portato alla sottovalutazione dell’importanza vitale di costruire un movimento di massa delle donne.  In breve, i marxisti sostengono la difesa delle rivendicazioni democratiche che interessano le donne, ma solo come parte di un programma di transizione verso la rivoluzione socialista, sempre con l’intento di attrarre più donne al movimento socialista, soprattutto le donne lavoratrici.[8] Per quanto riguarda i diritti ottenuti durante la rivoluzione in un paese arretrato come la Russia per quanto riguarda le questioni morali e culturali, con un enorme carico di preconcetti radicati da secoli quello che generalmente caratterizza prevalentemente i paesi contadini, la questione dell’emancipazione delle donne assunte in quei tempi difficili per lo stato dei giovani lavoratori, subì notevoli progressi. Fin dai primi mesi della sua esistenza, lo Stato rivoluzionario cominciò a creare istituzioni come mense operaie e asili infantili modello (per l’epoca, estremamente avanzati nei metodi pedagogici) per liberare le donne dai lavori domestici. Tutte le leggi che ponevano le donne in condizione di disparità rispetto agli uomini sono state abolite. Ivi comprese quelle concernenti il divorzio che fu velocizzato e facilitato (reso meno dispendioso e più breve), i figli illegittimi furono equiparati giuridicamente a quelli legittimi e fu introdotto il diritto agli alimenti per la donne economicamente fragili o dipendenti ed i loro figli. Così, la Russia sovietica, solo nei primi mesi della sua esistenza, fece più per l’emancipazione delle donne rispetto a qualsiasi paese capitalista più avanzato in quel momento storico. Poco più di un mese dopo la rivoluzione, due decreti stabilirono il matrimonio civile con il permesso il divorzio a richiesta di entrambi i partner, realizzando molto più del Ministero della giustizia pre-rivoluzionario.[9] I divorzi sono aumentati nel periodo successivo. Un Codice completo sul matrimonio e sulla famiglia, ratificato nell’ottobre 1918 dall’organo statale, dal Comitato Esecutivo Centrale (CEC), ha spazzato via secoli di potere patriarcale e ecclesiastico e stabilì una nuova dottrina basata sui diritti individuali e sull’uguaglianza dei sessi. I bolscevichi abolirono anche tutte le leggi contro gli atti omosessuali. La posizione bolscevica è stata spiegata in un opuscolo di Grigorii Batkis, direttore dell’Istituto d’igiene sociale di Mosca, la rivoluzione sessuale in Russia (1923).[10] Purtroppo, con l’arrivo di Stalin al potere, fu imposta una rigida burocrazia, che provocò un enorme calo delle conquiste fatte dalle donne nella Rivoluzione d’Ottobre. La retorica della famiglia ritornò in auge, l’aborto tornò di nuovo essere illegale, il divorzio divenne sempre più difficile, l’omosessualità tornò a essere un crimine, gli asili sono stati chiusi o le loro ore di apertura furono ridotte. Nel suo libro (1936) “La rivoluzione tradita” Trotsky dedicò un intero capitolo alle conseguenze della reazione stalinista sulle donne e la famiglia, dal titolo “La famiglia, i giovani e la cultura”:

The October revolution honestly fulfilled its obligations in relation to woman. The young government not only gave her all political and legal rights in equality with man, but, what is more important, did all that it could, and in any case incomparably more than any other government ever did, actually to secure her access to all forms of economic and cultural work. However, the boldest revolution, like the “all-powerful” British parliament, cannot convert a woman into a man – or rather, cannot divide equally between them the burden of pregnancy, birth, nursing and the rearing of children. The revolution made a heroic effort to destroy the so-called “family hearth” – that archaic, stuffy and stagnant institution in which the woman of the toiling classes performs galley labor from childhood to death. The place of the family as a shut-in petty enterprise was to be occupied, according to the plans, by a finished system of social care and accommodation: maternity houses, creches, kindergartens, schools, social dining rooms, social laundries, first-aid stations, hospitals, sanatoria, athletic organizations, moving-picture theaters, etc. The complete absorption of the housekeeping functions of the family by institutions of the socialist society, uniting all generations in solidarity and mutual aid, was to bring to woman, and thereby to the loving couple, a real liberation from the thousand-year-old fetters. Up to now this problem of problems has not been solved. The forty million Soviet families remain in their overwhelming majority nests of medievalism, female slavery and hysteria, daily humiliation of children, feminine and childish superstition. We must permit ourselves no illusions on this account. For that very reason, the consecutive changes in the approach to the problem of the family in the Soviet Union best of all characterize the actual nature of Soviet society and the evolution of its ruling stratum.

It proved impossible to take the old family by storm – not because the will was lacking, and not because the family was so firmly rooted in men’s hearts. On the contrary, after a short period of distrust of the government and its creches, kindergartens and like institutions, the working women, and after them the more advanced peasants, appreciated the immeasurable advantages of the collective care of children as well as the socialization of the whole family economy. Unfortunately society proved too poor and little cultured. The real resources of the state did not correspond to the plans and intentions of the Communist Party. You cannot “abolish” the family; you have to replace it. The actual liberation of women is unrealizable on a basis of “generalized want.” Experience soon proved this austere truth which Marx had formulated eighty years before.[11]

Questo libro spiega le cause materiali che impedirono alla rivoluzione di fornire le necessarie alternative al sistema familiare nucleare,  il motivo per cui la burocrazia fu costretta a rafforzare la famiglia tradizionale e approfondire l’oppressione delle donne. [12] In questo lavoro Trotskij ha avvertito che la rivoluzione socialista fu solo una delle misure necessarie per ottenere la liberazione delle donne, come l’ottenimento dell’uguaglianza politica e il diritto al lavoro, ciò fu senz’altro un grande risultato ma le condizioni non furono sufficienti per raggiungere una reale parità tra uomini e donne. L’istituzionalizzazione dell’uguaglianza politica tra uomini e donne nello stato sovietico fu solo uno dei problemi, e il più semplice da risolvere. Più difficile fu il problema di istituire una reale parità nel lavoro, e il raggiungimento di una vera parità nella famiglia fu un problema infinitamente più difficile.

Cito di seguito:

…There are sincere observers who are, especially upon the question of children, shaken by the contrast here between high principles and ugly reality. The mere fact of the furious criminal measures that have been adopted against homeless children is enough to suggest that the socialist legislation in defense of women and children is nothing but crass hypocrisy. There are observers of an opposite kind who are deceived by the broadness and magnanimity of those ideas that have been dressed up in the form of laws and administrative institutions. When they see destitute mothers, prostitutes and homeless children, these optimists tell themselves that a further growth of material wealth will gradually fill the socialist laws with flesh and blood. It is not easy to decide which of these two modes of approach is more mistaken and more harmful. Only people stricken with historical blindness can fail to see the broadness and boldness of the social plan, the significance of the first stages of its development, and the immense possibilities opened by it. But on the other hand, it is impossible not to be indignant at the passive and essentially indifferent optimism of those who shut their eyes to the growth of social contradictions, and comfort themselves with gazing into a future, the key to which they respectfully propose to leave in the hands of the bureaucracy. As though the equality of rights of women and men were not already converted into an equality of deprivation of rights by that same bureaucracy ! And as though in some book of wisdom it were firmly promised that the Soviet bureaucracy will not introduce a new oppression in place of liberty.

How man enslaved woman, how the exploiter subjected them both, how the toilers have attempted at the price of blood to free themselves from slavery and have only exchanged one chain for another – history tells us much about all this. In essence, it tells us nothing else. But how in reality to free the child, the woman and the human being? For that we have as yet no reliable models. All past historical experience, wholly negative, demands of the toilers at least and first of all an implacable distrust of all privileged and uncontrolled guardians.[13]

Marx era a favore dell’inclusione delle donne come agenti attivi nell’attività politica, e nel 1871 promosse una norma, approvata dall’Internazionale, in cui auspicò la creazione di sezioni politiche femminili. A quel tempo le condizioni di arretratezza raramente offrivano alle donne l’opportunità di essere attive in politica o di partecipare a riunioni. Per quanto riguarda Engels, nel suo già citato libro “L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato”, criticò la divisione primitiva del lavoro tra i sessi, ma notò che all’interno delle società comuniste primitive la divisione del lavoro tra uomini e donne era causata da esigenze pratiche, e non da un significava il dominio di un sesso sull’altro, come sarebbe accaduto in seguito nelle comunità agricole che hanno portato agli Stati arcaici  in cui fu istituita la “proprietà privata” e la conseguente sottomissione della donna. Gerda Lerner invece confuta le intuizioni di Engels sulla divisione del lavoro. Nella definizione di Gerda Lerner riportata da Marìa-Milagros Rivera, il Patriarcato è “la manifestazione e istituzionalizzazione del dominio maschile sulle donne e i bambini nella famiglia ed estensione del dominio maschile sulle donne alla società in generale”. [14]La stessa Marìa-Milagros Rivera afferma che i patriarchi sono gli uomini che controllano il corpo femminile, soprattutto in famiglia. Il controllo delle donne e dei bambini è essenziale tanto quanto la codificazione per la ragione di sesso-genere dell’uso di spazio materiale e simbolico. Secondo la filosofa Susan Moller Okin, la famiglia è un’arena cruciale per le questioni di giustizia: è il perno delle ineguaglianze in società, per molteplici ragioni. Pensiamo in particolar modo ai lavori domestici non retribuiti (e soprattutto maldistribuiti) che vanno di pari passo con l’iniqua spartizione – fra i genitori – delle cure alle bambine e ai bambini; evidenziamo ancora una volta il momento fondamentale della socializzazione: se i suoi membri sono educati nei ruoli di genere “tradizionali”, è logico che questi ultimi (con le loro disparità e perversioni) continuino a riprodursi. Preso atto che questo assetto della famiglia è “normale”, salterà agli occhi che la base delle altre disuguaglianze sono proprio le disuguaglianze al suo interno.[15] Oggi sappiamo che non esiste una sola formula e un unico modello della divisione sessuale del lavoro, ma il lavoro concreto svolto da uomini e donne è molto diverso a seconda della cultura e l’ambiente geografico e sociale in cui le persone vivono. Tuttavia le diseguaglianze in ambito famigliare permangono nella stragrande maggioranza delle società:

Tanto per incominciare il lavoro familiare (cioè la cura dell’infanzia ed i lavori domestici) è soprattutto a carico delle donne (dal doppio al triplo): a questo proposito sono state coniate varie espressioni come “il secondo turno”, “la giornata tripla”, “la moglie infatica”. Non si può evitare di pensare che lo sfruttamento nelle pareti domestiche abbia rilevanti conseguenze sulle concrete opportunità professionali delle donne. Se è vero che si sono vinte molte battaglie riguardo l’accesso e la stabilità nel mercato del lavoro ed anche per il riconoscimento di un salario equo, (benché in nessuno Stato la condizione socioeconomica di donne e uomini sia ancora paritaria), le Corti Costituzionali non si mostrano altrettanto sensibili alla situazione delle famiglie. Si dovrebbero invece indagare: il valore che si dà al lavoro domestico, le aspettative su chi si debba sobbarcare la responsabilità dell’allevamento delle figlie e dei figli, il fatto che le donne a capo della famiglia siano o meno protette, il fatto che i matrimoni diano o meno ai mariti il controllo sulle proprietà delle donne, le regole sugli alimenti, e svelare come tutti questi fattori abbiano un grande impatto sul benessere socioeconomico delle donne…[16]


[1] Restaino Franco, Cavarero Adriana, Le filosofie femministe, Paravia scriptorium, Torino, 1999, p. 27-28.

[2] Engels Friedrich, L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato, www.resistenze.org,  materiali resistenti in linea – iper-classici – 29-12-05 a 110 anni dalla scomparsa di Friedrich Engels,
trascrizione e conversione in html a cura del CCDP, Prefazione alla prima edizione del 1884, su internet: http://www.resistenze.org/sito/ma/di/ce/mdce5n29.htm, consultato il 30/04/2017.

[3] Ibidem.

[4] Ibidem

[5] Bebel August, La donna e il socialismo, Testi del marxismo rivoluzionario 2, Editions Programme – Edizioni Il Comunista, International Communist Party, Milano, 2016, p.1, su internet: http://www.pcint.org/40_pdf/18_publication-pdf/IT/donna-socialismo-bebel-w.pdf, consultato il 30/04/2017.

[6] K. Marx, Manoscritti economico-filosofici del 1844, Einaudi, Torino, 1949, pp. 119-120

[7] Clara Zetkin, Lenin on the Women’s Question, from My Memorandum Book, Source: The Emancipation of Women: From the Writings of V.I. Lenin;
Publisher: International Publishers; Transcribed: Sally Ryan, da Marxisti Internet Archive, 2004, su internet: https://www.marxists.org/archive/zetkin/1920/lenin/zetkin1.htm , consultato il 30/04/2016.

[8] Restaino Franco, Cavarero Adriana, Le filosofie femministe, Paravia scriptorium, Torino, 1999, p. 27-28.

[9] Ibidem.

[10] Mieli Mario, Elementi di critica omosessuale, ovvero, la gioia dell’invenzione, Feltrinelli, Milano, 2002, p. 90.

[11] Trotsky Leon, The Revolution Betrayed, Chapter 7
Family, Youth and Culture, Thermidor in the Family, Translated by Max Eastman.
Transcribed for the Internet: by Zodiac between August 1993 and March 1996. Su internet: https://www.marxists.org/archive/trotsky/1936/revbet/ch07.htm

[12] Smith Sharon, Gender and Sexuality, Women’s liberation:
 The Marxist tradition,International Socialist Rewiew,  su internet:  http://isreview.org/issue/93/womens-liberation-marxist-tradition, consultato il 30/04/2017.

[13] Trotsky Leon, The Revolution Betrayed, Chapter 7
Family, Youth and Culture, Thermidor in the Family, Translated by Max Eastman.
Transcribed for the Internet: by Zodiac between August 1993 and March 1996. Su internet:https://www.marxists.org/archive/trotsky/1936/revbet/ch07.htm

[14] Pibia Silvia, Itinerari del femminismo filosofico il dibattito spagnolo ed oltre, Università degli Studi di Cagliari, Facoltà di Lettere e Filosofia,  Corso di Laurea in Filosofia e Storia delle idee Filosofiche,  Anno accademico 2006-2007, p. 44, su internet: https://www.academia.edu/22663423/ITINERARI_DEL_FEMMINISMO_FILOSOFICO

[15] Ibidem

[16] Ivi, p. 45.