21 aprile 2017 giovane-donna-che-ottiene-oppressa-al-banco-11945933
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RISPOSTA LINO MILITA AD ANDREA ZHOK
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Professor Andrea Zhok , da un post che esponeva una perplessità nell’attribuire la causa del fenomeno storico e sociale del <<patriarcato>> alle “donne” e in particolare all’interno dei ruoli di “madre”, da parte di coloro che si presentano come femministe, e da una sua iniziale adesione a questo apparente paradosso, Lei ha poi espresso alcuni elementi di critica non solo verso la attendibilità della causa, ma anche sulla effettiva validità nell’incidere del fenomeno sociale del patriarcato nel vivere quotidiano nell’Occidente. E in questo occidente denominato Italia.
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Lei definisce il “Patriarcato” come una categoria antropologica indicante un modello di sistema sociale dove ai maschi è riservato il potere politico, il potere legale all’interno della famiglia e la proprietà economica (con la possibilità dei soli maschi di comparire nella linea ereditaria) e che nessuna di queste caratteristiche compare in nessun sistema sociale occidentale moderno, se non nel senso di essere affermate attraverso la loro proibizione in termini di legge.
Le rispondo:
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SISTEMA FORMALE GIURIDICO
Un sistema sociale ha ruoli e norme che permettono di descrivere, orientare, predire interazioni sociali tra agenti sociali. Una caratteristica degli agenti sociali è quella di genere. Il genere non è più utilizzato nei sistemi legali formali in gran parte delle entità statuali odierne in ogni continente. All’interno del nucleo famigliare nei dispositivi della dottrina e nelle prescrizioni normative, non esistono riferimenti diretti dove il genere sia fondante. E questa è una conquista se così si può dire degli ultimi tre secoli. La donna non è venduta da una famiglia all’altra, o da un clan all’altro come moglie in cambio di vacche, o come prestatore d’opera per cura, assistenza, maternità (ometto il termine schiavo che era onnicomprensivo anche dei maschi). Le donne hanno il diritto di voto e la possibilità di accedere alle cariche politico-istituzionali. Sì. Le donne hanno un codice fiscale e sono di fatto, nella maggiore età, soggetti giuridici per intraprendere qualsiasi attività economica e con la facoltà e il titolo di possesso e godimento dei beni. Secondo tale descrizione il “patriarcato” sembra evaporato. Annullato. L’elemento comune nei tempi e nei luoghi del pianeta in cui è stata definita la categoria antropologica di patriarcato, è riferito all’agente sociale avente la facoltà di preminenza e di etero determinazione in quanto è maschio. La facoltà era tale per uso e consuetudine come scritto negli studi di antropologia e di etnologia dei secoli passati. Il punto è che proprio nelle scienze afferenti alla antropologia culturale e simbolica e tanto più alla etnologia, il sistema legale è sì un luogo di descrizione di tali interazioni sociali, ma non ne è l’esclusivo.
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CRITICA PROCESSO STORICO IRREVERSIBILE
Certamente se ci si attiene nel campo normativo, tutto sembrerebbe risolto, ma si apre per converso il campo alla evidenza avversa dei valori culturali e delle azioni a livello micro (nuclei famigliari) e macro (luoghi di formazione, lavoro, partecipazione al vivere civile). Una contro risposta è riferita alla ipotesi di un processo storico irreversibile secondo il quale nelle condizioni tecnologiche e culturali attuali, le forme di preminenza dei “maschi” in quanto maschi siano residuali e prossime ad una loro attenuazione sempre più estesa. E tale processo storico è avvalorato da un giudizio predittivo secondo il quale gli stessi meccanismi di potere e di gestione dei conflitti, per essere più efficienti negli apparati di oggi, hanno la necessità di togliere tale limite biologico; eventualmente di ripartire le quote di potere in altre caratteristiche economiche, e di valori e linguaggi più efficaci, e senz’altro astratti rispetto alla corporeità.
L’affermazione della scomparsa del fenomeno del patriarcato nei sistemi normativi e la progressiva dissoluzione nei rapporti sociali, ha però una impostazione ambivalente: da un lato si ritiene la scomparsa come un dato di fatto, nel senso che la stessa affermazione di un sistema sociale che ha il suo lato giuridico e normativo nei termini della universalità e nella formalità delle leggi e delle prescrizioni e loro esecutività, è già la esclusione di un sistema normativo avente il patriarcato come uno degli elementi costitutivi, dall’altro si ammette che tale fenomeno antropologico esiste e che si ritiene in progressiva dissoluzione nel tempo. La stessa presenza di questo assetto normativo è la garanzia della scomparsa e la convinzione della sua totale e completa dissoluzione. Da un lato è una teoria comparativa e dall’altro un modello predittivo esplicativo. Forse da un punto di vista logico tutto ciò apre il campo a differenti petizioni di principio e false causazioni. Questa ambivalenza esprime anche la convinzione ulteriore che l’assetto formale esprima la completa descrizione dei rapporti sociali di genere in atto, e che le distonie siano irrilevanti e che la stessa riconoscibilità dei fenomeni devianti (patriarcali) siano non significativi.
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AMBIGUE RIVENDICAZIONI
Il dibattito odierno a livello politico e associativo qui in Italia, contribuisce a questa IPOTESI che è usata sia come certificazione della descrizione e poi come strumento di analisi (e non invece come un oggetto di ricerca e di prova), e quindi con tutte le aporie metodologiche che ne conseguono. Un esempio, e lei stesso prof. Zhok lo ha riportato, è il numero di “femminicidi” e di omicidi e di infanticidi negli ultimi intervalli di tempo. Da un punto di mera comparazione si avrebbe questa disparità che i femminicidi siano una quota minoritaria rispetto agli altri luttuosi eventi. E la critica è questa: Poiché il patriarcato è violenza, e tale violenza può essere rilevata attraverso azioni che infliggono dolore e arrecano danno alle donne con motivi tra i quali il preminente sia quello di genere, e che tale incidenza è prevalentemente quella certificata dalla denuncia e per via giudiziaria, risulta essa sempre più irrilevante. L’uso del termine “femminicidio” è ambiguo. Prima ancora del procedimento penale, il problema è rivolto alla concezione dello stesso e alla sua trascrizione. Io uccido una persona, maschio o femmina, poi in questo atto, assoluto e peggiore di tutti, conseguono pene accessorie che non sono meno gravi, e sono violenza continua, persecuzione, plagio, e anche la aggravante non episodica, della donna come merce. Ora si può anche usare “femminicidio” come etichetta, ma intenderla come una categoria valoriale di diritto che IMMEDIATAMENTE si traspone sul dibattito processuale, diventa un boomerang. Se così fosse, il machismo si risolverebbe in una assoluzione, in una pena, in una amnistia, in una riduzione di pena per buona condotta. Se il femminicidio fosse inscrivibile come asse portante di un cambiamento culturale, sarebbe una arma spuntata. Invece il femminicidio, o per meglio dire l’assassinio, per quanto sommamente orribile, è l’ultima fase dell’inferno, della violenza, personale, legale, culturale, economica, capitalistica, teologica, di servaggio, in atto. L’elemento statistico abbisogna di ipotesi di rinforzo. Si dice che nelle vecchie società patriarcali addirittura il femminicidio non ci fosse. Paradossalmente è vero: non vi era ribellione spinta come la diciamo noi. Anzi non erano registrati tali omicidi, ancor di più le donne erano lapidate, ostracizzate, bruciate come elementi devianti. Si arrivava a sopprimere la donna da parte della stessa comunità. Vi è un problema di trascrizione e costruzione dei dati. E non vi erano i sistemi di registrazione odierni. O più semplicemente tali donne se parliamo di rapporti famigliari erano ripudiate, e poi rivendute o cedute a terzi.
Sì vi è il femminicidio in alcuni casi perché al netto della quota minoritaria di pazzi, e di violenti patologici, il maschio non ha un supporto di usi e costumi e di norme informali che possano permettere di mantenere proprietà, figli, e di dirigere la moglie secondo le sue volontà, e l’unica strada di uscita è quella di sopprimerla, perchè non può annullare la donna dalla comunità di riferimento, o di ripudiarla.
L’ambiguità dei modelli statistico-descrittivi del fenomeno del “femminicidio” però non sono fondanti e correlati al fenomeno del patriarcato, eventualmente ne sono una espressione attuale.
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NUOVE FORME DI ESPRESSIONE DEL PATRIARCATO
Il patriarcato descritto dalla vendita di vacche e di mogli sicuramente è residuale, perché è il sistema economico –produttivo che non è più tale. La domanda allora è che il patriarcato non agisce esclusivamente all’interno del contesto famigliare, ma stando all’interno di sistemi formali con un linguaggio di genere universale di applicazione, esprime nuove ed inedite forme di possesso, di violenza, di preminenza ed oppressione. Se prima la donna era un elemento deprivante di qualsiasi ruolo, da quello di moglie del borghese ricco, alla schiava, meno dello schiavo, ora nella spersonalizzazione dei rapporti dei sistemi normativi, la donna mantiene sempre il suo sistema biologico di riconoscibilità, ma è lei stessa come denominazione separata ad essere alienata e scorporata. Un esempio tra tutti è riferito all’“utero in affitto”. La donna non è più nominata: solo un insieme di cellule totipotenti, un contenitore, e dove un figlio è generato da e per altri in un utero. Che non è donna, ma strumento di uso. Già il termine “in affitto” ha una enormità di implicazioni teoretiche, sociali e culturali che esulano da uno scritto di un post come questo. E non è solo un modo di dire. Se si rileggono i dibattiti parlamentari di anni fa sulla procreazione assistita, la donna non era nominata, ma ridotta ad uno schema di rilevazione dati. Mentre nella commissione parlamentare vicina si parlava di numero di vacche per le quote latte, queste erano nominate. La donna come merce, invece, è decomposta in strumenti di uso. Per il maschio, no: a nessuno verrebbe in mente di dire “sperma in affitto” o “scroto in leasing”. Un altro esempio è la prostituzione che è più fiorente, varia, e con modi di vendita di schiave inedite rispetto agli ultimi millenni. Ed è totalmente di stampo patriarcale. E qui mi fermo, perché non bastano neanche 100.000 post.
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CONVITATO DI PIETRA
Un elemento della discussione però è che sembra che tutto sia derivato da donne, che parlano di donne, e che valutano l’operato delle donne. Sembrerebbe quasi allora che basta una autoipnosi e che tutto il patriarcato sparisca. Non è così: esiste schiavitù nel lavoro in nuove forme, solito ricatto della maternità. Si afferma che anch’esso sia residuale: certo, si procreano meno figli. Abbiamo una indigenza formativa. Ancor oggi sembra una novità che ledonne studino negli istituti tecnici e professionali. Eppure di operaie ne abbiamo avute da sempre, dai tempi degli antichi romani.
Morte, nascita, corpo per sesso, gestione sapere, sono indicatori dai quali si possono rilevare modelli descrittivi di patriarcato oggi operanti, e riconoscerli con ipotesi ben più ampie di quelle inscrivibili rispetto a quelle dei sistemi giuridico-formali.
Una ipotesi ulteriore da dover porre, è quella che invece è data per assenza: i maschi sembra non esistano, non parlano, producono e non confliggono, ma accettano e potenziano un linguaggio e un punto di vista dove la donna è un oggetto di giudizio. Il genere “maschile” è muto, lascia discorrere le donne in un campo dove lui si sente e sa di esserne fuori, e in vantaggio. E questa è una ipotesi di studio, ed è anche oggi un elemento di conflitto sociale in atto.
Forse siamo appena all’inizio nel dover comporre nuovi linguaggi per rivendicare, studiare, pensare e concepire nuovi modelli predittivo-esplicativi, professor Andrea Zhok.

 

Lino Milita