Articolo tratto da ilSudEstmanicomiopiccola
VENERDÌ 10 FEBBRAIO 2017 00:00
di MADDALENA CELANO

La stragrande maggioranza dei servizi sociali, sanitari e psichiatrici italiani sono inseriti in una logica preventiva. A sua volta, supportati e inseriti nella logica scientifica e nella logica economica hanno risposto al disagio ed alla malattia mentale con la segregazione: la malattia resta incurabile e indecifrabile; il suo sintomo principale è la pericolosità e l’oscenità; quindi l’unica risposta scientifica è il manicomio dove tutelarla e controllarla.

Questo postulato combacia con l’altro presente in esso: la norma è rappresentata dall’efficienza e dalla produttività; chi non risponde a questi requisiti, deve trovare una sua collocazione in uno spazio in cui non intralci il ritmo sociale. Scienza e politica economica vanno di pari passo, confermando la prima i limiti di norma più confacenti e utili alla seconda.

La scienza serve così a confermare una “diversità” patologica che viene strumentalizzata secondo le esigenze dell’ordine pubblico e dello sviluppo economico, assolvendo la sua funzione di controllo sociale. Conservando questi presupposti, i servizi a carattere preventivo che non portano alla trasformazione della logica dell’esclusione e della strumentalizzazione della malattia, sono la dimostrazione pratica del dilatamento del campo dell’abnorme, più che del suo restringimento in seguito alla cura.

Essi di fatto non rispondono al problema della malattia e all’insieme dei processi che la alimentano, ma si limitano ad assorbire nel suo campo comportamenti, in precedenza tollerati come normali (vedi ad esempio le forme di devianza prima accettate e ora definite come abnormità malate). L’utopia-ideologia, in questo caso, non fa che trasferire a un differente livello la codificazione di “diversità”, confermandone la natura «disuguale», quindi confermando la logica della separazione fra salute e malattia e la conseguente esclusione a determinati livelli sociali. Il caso invece dell’aderenza totale alla realtà corrisponde alla costruzione di strutture sanitarie tecnicamente più efficienti, che ovviamente conservano intatta la logica in cui sono inserite la malattia, la sua definizione e codificazione, nonché la natura delle misure finora adottate per rispondervi. Per troppo realismo si continuano a dare solo risposte aderenti allo scetticismo nei confronti del problema, implicito nelle strutture degli «asili»; si continuano cioè a dare risposte “negative” e riduttive che si limitano a confermare la negatività della realtà in cui l’«ipotesi utopica» non ha presa e non serve a[1] trasformare la logica su cui essa si sostiene. Ciò che deve mutare per poter trasformare praticamente le istituzioni e i servizi psichiatrici (come del resto tutte le istituzioni sociali) è il rapporto fra cittadino e società, nel quale si inserisce il rapporto fra salute e malattia. Cioè riconoscere come primo atto che la strategia, la finalità prima di ogni azione è l’uomo (non l’uomo astratto, ma tutti gli uomini), i suoi bisogni, la sua vita, all’interno di una collettività che si trasforma per raggiungere la soddisfazione di questi bisogni e la realizzazione di questa vita per tutti. Ciò significa capire che il valore dell’uomo, sano o malato, va oltre il valore della salute o della malattia; che la malattia, come ogni altra contraddizione umana, può essere usata come strumento di appropriazione o di alienazione di sé, quindi come strumento di liberazione o di dominio; che ciò che determina il significato e l’evoluzione di ogni azione è il valore che si riconosce all’uomo e l’uso che si vuol farne, da cui si deduce l’uso che si farà della sua salute e della sua malattia; che in base al diverso valore e uso dell’uomo, salute e malattia acquistano o un valore assoluto (l’uno positivo, l’altro negativo) come espressione dell’inclusione del sano e dell’esclusione del malato dalla norma; o un valore relativo, in quanto avvenimenti, esperienze, contraddizioni della vita che si svolge tra salute e malattia. Quando il valore è l’uomo, la salute non può rappresentare la “norma” se la condizione umana è di essere costantemente fra salute e malattia.[2] Stimolato dai movimenti di lotta sociale, influenzato dalla fenomenologia e dall’esistenzialismo, attento lettore di Freud e di Cesare Musatti (il traduttore di Freud in Italia), Basaglia sperimentò a Gorizia il superamento della logica custiodialistica, principio base del manicomio, per mettere in discussione la segregazione e quindi la discriminazione nei confronti dei malati di mente. L’esperienza di Gorizia spingerà Basaglia a riflettere in modo critico sulla psichiatria come strumento di controllo e sulla struttura di dominio dell’uomo sull’uomo rappresentata dal modello medico. Ma la riflessione di Basaglia si estende dal campo strettamente terapeutico anche a quello culturale, sociale e psicopedagogico: ripensa il rapporto terapeuta-paziente, operatore socio-sanitario-utente, educatore-educando; sposa le posizioni della fenomenologia unendole al marxismo e all’esistenzialismo.

Decisivo è l’incontro di Basaglia con Jean-Paul Sartre, il suo concetto d’impegno con al centro la libertà della persona umana e la sua critica di tutte le forme di dominio, da quello terapeutico a quello sociale e culturale. L’opera dello psichiatra afro-martinichese Frantz Fanon diventa per lui un punto di riferimento importante per studiare la psicologia del colonizzato e quindi di ogni dominato. Lo sforzo teorico di Basaglia tende a costruire un umanesimo psico-storico nel rapporto con l’altro (il malato di mente, l’handicappato, il tossicodipendente, la prostituta, il nero, il colonizzato, l’immigrato ecc.).

Ci proponiamo di affrontare qui alcuni aspetti della riflessione basagliana:

1) l’ambiguità dei concetti normale, sano, anormale, deviante, malato

2) le minoranze e i processi di esclusione nella società

3) il rapporto terapeutico come modello dell’incontro con l’Altro

psichiatria, filosofia e cultura critica (l’incontro con Sartre e Fanon).

Il metodo sarà quello di organizzare molti incontri presso teatri o/e centri-culturali dove vengano invitati e trattati i temi della “devianza”: l’ impatto con il “corpo-istituzione”, con i corpi espropriati, abbandonati, imprigionati come “per espiare una colpa di cui non si conoscono gli estremi, né la condanna, né la durata dell’ espiazione”[3]. Anche l’opera dello psichiatra critico afro-martinichese Franz Fanon diventa per lui un punto di riferimento importante per studiare la psicologia del colonizzato e quindi di ogni dominato. Lo sforzo teorico di Basaglia tende a costruire un umanesimo psico-storico e psico-sociale nel rapporto con l’altro (il malato di mente, l’handicappato, il tossicodipendente, la prostituta, il nero, il colonizzato, l’immigrato ecc.). Basaglia sceglie un preciso metodo di lavoro, il metodo dell’ analisi esistenziale fondato da Ludwing Binswanger e da Eugéne Minkowski. Il rapporto più fondante e duraturo sarà quello con Sartre, che fu la sola persona che Basaglia abbia considerato un “maestro” Basaglia lesse Sartre in modo appassionato, come riferimento complessivo del suo essere nel mondo.[4] Negli anni della maturità, l’influenza di Sartre diverrà ancora più evidente e segnerà in modo esplicito alcuni punti chiave del lavoro di Basaglia, come la concezione della responsabilità del tecnico e dell’ intellettuale, la centralità della praxis, la critica dell’ ideologia, il rifiuto dell’ utopia come altrove rispetto all’ impegno di ciascuno qui ed ora.[5] Il colloquio tra Sartre e Basaglia riportato nell’ introduzione a Crimini di pace testimonia efficacemente la qualità di questo rapporto durato tuta la vita. [6] Franco Basaglia s’interroga sulla costruzione dei sistemi normativi nella società, partendo dalla sua pratica di psichiatra, la sua pratica educativa critica nel suo lavoro con la malattia mentale lo spinge a rimettere in discussione il funzionamento stesso della società. Dimostra come il «sistema» produca l’esclusione dei malati di mente come elementi di disturbo sociale delegando il controllo e la cura ai tecnici e agli esperti: «Il malato di mente è sempre pericoloso, come lo siamo tutti noi nel momento in cui siamo considerati diversi, cioè oggetti di provocazione e di pregiudizio». Nella società capitalistica la norma è definita in termini di produttività e la malattia mentale è, come dice Michel Foucault, «assenza d’opera», impossibilità di produrre, anzi disturbo della produttività; infatti «la nostra economia non sa che farsene dei malati mentali recuperati, né sa che farsene di coloro che vengono a mano a mano emarginati dalla produzione come eccedenze».

Basaglia osserva che «negli Stati Uniti, per esempio, l’alienazione del capitale produce un tal numero, sempre crescente, di emarginati e di devianti, che non è possibile eliminarli nei ghetti. Risulta dunque necessario e perfettamente rispondente alle esigenze della produzione e del Capitale progettare nuovi sistemi di controllo (nuove istituzioni, nuove ideologie) che ne garantiscano lo sviluppo». (Scritti, vol. I, p. 32)[7].

Pensando alla psichiatria, ma anche al sistema educativo (lo farà anche in quei anni il filosofo Ivan Illich a proposito della scolarizzazione di massa), Basaglia evidenzia il fatto che «il sistema economico (e il sistema ad esso legato) produce un nuovo tipo di disadattamento che recupera creando una nuova istituzione deputata al suo controllo»; in fondo, la finalità della società del capitale è la produzione e il controllo del disagio.

Ma come avviene la produzione della devianza e, quindi, anche della norma?

In un saggio intitolato La malattia e il suo doppio.

Proposte critiche sul problema delle devianze, Basaglia imposta la questione in questo modo: «Ciò che importa è riuscire a comprendere il processo secondo il quale un problema viene razionalizzato per poter ridurre la minaccia che esso rappresenta, attraverso la sua delimitazione all’interno dei confini di un’ideologia che lo mantenga sotto controllo».

È quello che la psichiatria ha fatto con la follia, la pedagogia con il discente, la sociologia con le «classi pericolose» e l’antropologia con la diversità etnica.

Nasce in questo modo una «ideologia della diversità» che sancisce l’inferiorità dell’altro (il malato di mente, il disabile, il bambino «difficile», il povero, il nero, l’immigrato ecc.); la devianza dalla norma o l’«anormalità» sono giustificatori socio-culturali di un sistema che esclude – così nel processo di livellamento «l’uomo è costretto a diventare ciò che non è».[8]

Nella nostra società assistiamo ad un processo di razionalizzazione del comportamento, le regole del saper vivere sono la codificazione del vivere di questa «unica classe media», espressione della norma e il cui modo di vivere è proposto come norme generali cui tutta la società deve adattarsi.

Per Basaglia «le norme di condotta sono costruite a immagine di una realtà determinata (quella del potere), risulta anche evidente che esse sono l’espressione di bisogni e di esigenze particolari che non corrispondono ai bisogni e alle esigenze dei più». (Scritti, vol. 1, p. 33.)[9]

In fondo le norme sono sempre i valori della classe dominante, la quale riesce ad assorbire nella sua logica la classe dominata.

Foto: gottoweb.wordpress.com

[1] Dal testo Crimini di Pace, della Baldini Castoldi Dalai, autori vari, pag. 28 e 29

[2] [2] Dal testo Crimini di Pace, della Baldini Castoldi Dalai, autori vari, pag. 28 e 29

[3] F. Basaglia, La Giustizia che Punisce.

[4] Hrayr e Giuliana Terzian, testimoni di nozze di Basaglia, gli avevano regalato l’ opera completa di Sartre in francese.

[5] Franco Basaglia, L’ utopia della realtà, A cura di Franca Ongaro Basaglia, Piccola Biblioteca Einaudi, 2005, pag. XVII

[6] Basaglia e Sartre si incontrarono per l’ultima volta a Parigi nel 1978. Sartre aspettava al caffè in un tavolino all’ aperto. Era già quasi del tutto cieco e non doveva bere alcolici, così quando Basaglia lo avvertì che stava arrivando Simone De Beauvoir, Sartre gli passò il suo aperitivo ridendo. Parlarono di come andava il difficile rapporto con i giovani, in un clima di grande affetto, con Basaglia contento come un ragazzo.

[7] servizi.psice.unibo.it/…/luci_fnprmzhdvmnxmovtkreeswcqaqclyl.doc

[8] educazionedemocratica.org/?p=375

[9] educazionedemocratica.org/?p=375