di MADDALENA CELANO

articolo tratto da ilSudEst

Manuela Sáenz nacque a Quito nel 1797, figlia illegittima di un mercante spagnolo e ufficiale municipale e di una madre creola e nobile. I suoi documenti ufficiali battesimali la identificano come trovatella, o hija exposita – figlia d’ignoti – il modo convenzionale in cui si riconosceva la vergogna dell’illegittimità. Eppure, il padre di Manuela la riconobbe come sua prole in modo informale, con la sua ricchezza e la sua influenza fornì alla figlia una dote sostanziale e la fece ammettere al più antico e prestigioso convento della città, dove avrebbe ricevuto la migliore istruzione disponibile per le donne nobili in quel momento. La vita del convento divenne fondamentale per il  raggiungimento dell’agognata “rispettabilità”. Con i suoi 60.000 abitanti, la città di Quito visse sotto l’influenza francese perciò entrano gli echi e le influenze della Rivoluzione. Manuela ebbe solo 12 anni quando le campane di Tolgo suonarono per dare l’ allarme di una rivolta in corso, il 10 di agosto di  1809, quando i patrioti ecuadoregni si impuntarono davanti  del Presidente della Reale Udienza di Tolgo per proclamare l’ indipendenza dalla Spagna e cessare le relazioni di vassallaggio con la nobiltà locale. Manuela cominciò da giovanissima a interessarsi di questioni politiche, nonostante vivesse nell’oscurità di un convento dove però imparò a leggere, a scrivere, l’inglese e il francese. Ma a diciassette anni Manuela fugge dal Convento con un giovane ufficiale, lasciando dietro di sé una scia di pettegolezzi. Il padre di Manuela, per non alimentare ulteriori voci e scandali, offrì sua figlia come sposa ad un ricco mercante inglese, James de Thorne, un uomo circa 20 anni più anziano di sua figlia. Ma la relazione non durò a lungo, Manuela cominciò a interessarsi sempre più di questioni politiche, cospirazioni e campagne militari, rifiutando tutte le attenzioni del marito.[1]James de Thorne la portò a vivere a Lima dove Manuela sostenne la lotta patriottica di Rosa Campuzano Cornejo,[2] e inizia una serie di attività cospirative contro il vicereame del Perù. Con Rosa Campuzano, più nota come la “Protettrice del Protettore” di Lima, sua complice e amica, arrivarono a convincere il Battaglione realistico di Numancia a passare nelle fila dell’Esercito Liberatore, comandato dal generale José de San Martín:

Su actitud conspiradora le valió el reconocimiento del General José de San Martín que la condecoró con la Orden de Caballeresa del Sol. Hizo amistad con la guayaquileña Rosita Campuzano, compañera de amor y de ideales de San Martín. De vuelta a Quito, y con los acontecimientos de la Batalla de Pichincha, Manuela se incorpora a la lucha al presentarse a colaborar con el ejército independentista. Participa en el auxilio de los heridos, y tras la capitulación realista, traba amistad con el Mariscal Sucre. Conoce a Bolívar el 16 de junio de 1822, y se inicia uno de los más hermosos romances de nuestra historia.[3]

Manuela visse sette anni a Lima, dove divenne effettivamente membra della “Rete di guerra” di San Martín e Monteagudo. Un tipo di guerra che si porta avanti creando svantaggi materiali all’avversario, dove l’aspetto principale sono le operazioni di sabotaggio, la cospirazione e la propaganda politica. Manuela era anche la sorella di José María Sáenz, uno degli ufficiali del battaglione “Numancia”, quello della più alta élite militare dell’esercito realistico, presente a Lima, per questo Manuela partecipò alla chiamata “operazione Cervantes”. Manuela e Rosa per il contributo politico e militare offerto alla causa d’emancipazione, furono premiate, nel 1822, dal Generale San  Martin, con la decorazione dell’ordine dei “Cavallieri del Sole”, logo della nuova nobiltà repubblicana che fu consegnata anche a 111 altre donne combattenti e patriottiche di Lima.  Per questo fatto, più tardi, Bartolomé Mitre, storiografo e presidente dell’Argentina oligarchica, etnocida e centralista, e dichiarato nemico e calunniatore di San Martín, si scandalizzerà dell’ordine dei Cavalieri del Sole, poiché riconosceva e faceva propri gli indigeni e, peggio ancora, includeva anche le donne. Manuela ritornò a Tolgo, dove alloggiò nella sua casa José di Sucre: nacquero tra entrambi un’amicizia e un cameratismo permanente. Prestò servizio e consegnò la sua fortuna personale all’Esercito Liberatore che sigillò nella battaglia di Pichincha, 1822, l’indipendenza dell’Ecuador, la sua patria nativa. La giovane Sucre, asceso a generale rivoluzionario a 21 anni, è uno dei più limpidi sostenitori del progetto di indipendenza, di unità continentale e soprattutto eguaglianza sociale. Manuela partecipa alla Battaglia di Pichincha del 24 di maggio di 1822 che fu vinta dai patrioti e, durante una festa indetta per la vittoria militare, conobbe il Libertador Simón Bolívar.  Ella gli lanciò allori  da un balcone ed egli si innamorò di lei per sempre.  Si rese amante e compagna di Simón Bolívar, abbandonando per sempre suo marito di convenienza James Thorne. Manuelita Sáenz aveva 27 anni; Simón Bolívar, 39. Da quel giorno sigillarono il loro amore. Lei lasciò suo marito e l’accompagnò nelle sue battaglie. Si introdusse nel suo Stato Maggiore e si promosse Capitano degli Ussari dopo la Battaglia di Junín nel 1824. Dal fronte di Ayacucho, nel dicembre dello stesso anno, il maresciallo Antonio José di Sucre riconobbe che Manuela aveva combattuto valorosamente e assistito i soldati feriti, per questo motivo chiese che le fossi concesso il grado di Colonella dell’Esercito colombiano e Bolívar accettò.  Quando Bolívar ritornò a Bogotà per riassumere la Presidenza della Gran Colombia e affrontare la minaccia della separazione del Venezuela, uno dei suoi primi desideri fu chiedere che Manuelita l’accompagnasse.[4] Lei presenterà a Bolívar Bernardo de Monteagudo, il suo amico e compagno di lotta, veterano e rivoluzionario dall’epoca della prima rivoluzione, nell’attuale Argentina e Bolivia, diretta dal mitico Mariano Bruno. È anche, più tardi, Ministro di San Martín in Perù, uno dei più brillanti promotori dell’integrazione continentale latinoamericana e la giustizia sociale. Arriverà a essere un quadro importante del progetto di Bolívar, e sarà assassinato a Lima nel 1825. Durante i sette anni di convivenza con Bolívar, Manuela militò nella causa indipendentista, partecipava agli allenamenti militari e soccorreva logisticamente le truppe, era spia e messaggera degli insorti. La vita di Manuela Sáenz è essenziale per comprendere la realtà della donna in un’epoca di transizione, nella quale le nazioni ispano-americane cominciarono a nascere e, più tardi, a definirsi.  Teresa de la Parra così descrive la precoce passione politica e sociale di Manuela Sáenz:

De extremada viveza era generosa con sus amigos y caritativa con los pobres. Muy valerosa sabía manejar la espada y la pistola, montaba a caballo, vestida de hombre con pantalón rojo, ruana negra de terciopelo y sueltos los rizos que se desataban a su espalda debajo de un sombrerillo con plumas que realzaba su fi gura encantadora”.

Por lo visto, a medida que aumentaban sus proezas doña Manuelita iba militarizzando más y más su vestido. Le añadía colores y le cosía nuevos galones. Digo esto porque Palma cita otro retrato hecho poco después por un segundo testigo en el cual aparece con dolmán rojo, botones amarillos y brandenburgos de oro. Sea como fuere es lo cierto que con su uniforme, su lanza, su caballo y sus negras ecuestres que se llamaban Natán y Jonatás, doña Manuelita dio mucho que hacer a los Gobiernos del Perú y de Colombia cuando estos se declararon hostiles a Bolívar. Al ausentarse él y presentarse la menor ocasión, doña Manuelita que se creía obligada a guardarle las espaldas, aprovechaba la oportunidad y hacía una salida lanza en ristre a lo don Quijote. Estas salidas casi nunca tuvieron éxito, muy al contrario, pero ella sin desanimarse, continuaba al acecho. Por evitarse desasosiegos lo mismo el Gobierno del Perú que el de Colombia acabaron por desterrarla. En el fondo, doña Manuelita tenía siempre razón. Era la época triste de Bolívar, la de la gran cosecha de ingratitudes, el calvario, los últimos años tan amargos de su vida. Sus proyectos de union y de concentración estorbaban los pequeños intereses. Disuelta la gran Colombia y anarquizada su obra lo acusaban por todas partes de tiranía y de autocracia. Al ausentarse de un país a otro estallaban revueltas contra él. Era lo que sulfuraba a doña Manuelita y la decidía a entrar en escena.

En Lima, en 1827, tuvo lugar la traición de Bustamante dirigida naturalmente contra Bolívar quien acababa de salir para Colombia. Advertida a tiempo doña Manuelita corrió a un cuartel, hizo reaccionar a un batallón, pero fracasó en su intento y el gobierno que surgió del cuartelazo la desterró del Perú.

Durante varios años vivió entonces en Bogotá en la Quinta Bolívar al lado de este, rodeada de honores que le dispensaban todos los grandes hombres del día quienes la trataban como a la mujer legítima de Bolívar. Las señoras se mostraban más esquivas, pero doña Manuelita no se alarmaba por eso. Opinaba que la conversación de las mujeres era por lo general menos interesante. En la célebre noche del 25 de septiembre, en que un grupo de conjurados como saben todos ustedes asaltó la casa para asesinar a Bolívar, doña Manuelita, que con intuición admirable comprendió de lo que se trataba, lo hizo huir por una ventana. Armada con una pistola salió después ella misma al encuentro de los conjurados, les abrió la puerta y logró despistarlos sobre el rumbo que al escapar había tomado Bolívar. Desde aquella noche, la llamaron y se llamó a sí misma la Libertadora. Durante una de las ausencias de Bolívar, como Santander, vicepresidente entonces de Colombia se condujese en forma que ella juzgó malevolente para con el ausente, decidió dar una gran fi esta a la que invitó a las personas más notables.[5]

La storiografia tradizionale pretese di mostrarci una donna dissoluta che ostentava la sua condizione di amante, come un affronto, una donna che non rispettava la morale, né le buone abitudini. La stessa storiografia tradizionale dimenticò che Manuela fu la stessa donna che difese il Liberador dai suoi nemici, contro i suoi detrattori, contro chi desiderava assassinarlo; la stessa donna che affrontò cospirazioni e tradimenti; una notte fece fucilare l’immagine di Francisco de Paula Santander, rappresentato da alcuni fantocci di straccio, per ingannare i sicari; un’altra notte fece fuggire Bolívar da un tentativo d’assassinio organizzato da Santander. Per divesi anni Manuela Sáenz diresse complessi servizi d’intelligence, prima nell’Esercito indipendentista, in seguito diresse l’intelligence dello Stato della Nuova Colombia, Añazco Yolanda, infatti, scrive:

A partir del momento en que Manuela se vincula con Bolívar, comienza a crear sus mecanismos de defensa para proteger al Libertador; y es asì como organiza equipos de información para producir inteligencia de nivel táctico y estratégico. En cuanto a inteligencia estratégica, tenemos como ejemplo la relacionado con el General San Martín .[6]

Inoltre Añazco Yolanda nota come l’esercito indipendentista guidato dal Generale San Martín, lo stesso in cui operò per diversi anni anche Manuela Sáenz, fosse piuttosto “democratico”, giacché composto da soldati di varia provenienza, alcuni indios e neri, gruppi che in precedenza non ebbero mai l’opportunità di servire l’esercito o interessarsi di politica:

Manuela por haber estado en Lima conocía de los ancestros de San Martín que eran los mismos de Bolívar, estos dos grandes hombres pertenecían a la raza cósmica de América, formada por blancos, indios y negros, de cuyos genes les viene el valor espiritual que los pusieron en práctica con un heroísmo titánico al servicio de la revolución libertadora de América del Sur. Veamos: los negros de Coro de Venezuela que se sublevaron contra sus amos por la brutal explotación de que eran víctimas![7]

Nella battaglia di Junín (1824), Bolívar promuove Manuela come archivista dello Stato Maggiore e Patriota. Ordina a Manuela di non entrare nella prima linea di fuoco, come, invece, lei desiderava ardentemente; lei rispetta l’ordine superiore, ma grida in protesta davanti a tutto l’esercito: “indosso sfortunatamente il mio sesso!”. Nelle fasi finali della lotta per l’indipendenza, quando si consolidano già le forze contrarie al progetto di sovranità, uguaglianza e unionismo di Bolívar, Manuela salvò in due occasioni Bolívar da cospiratori ed attentatori contro la sua vita. Bolívar la chiamerà “Manuelita”, la “Libertadora” del Libertador. Dovuto al suo carattere appassionato, impulsivo e a volte tumultuoso, la chiamerà anche la “mia dolce pazza”. A tal proposito, Messina Fajardo nota:

La sua relazione amorosa con Bolívar è piena di difficoltà e, soprattutto, di assenze. La maggior parte del tempo sono separati a causa dei vari viaggi del Libertador. Manuela poco a poco acquisisce sempre più titoli militari come quello di ussaro, capitano degli ussari e tenente degli ussari grazie alla sua permanente abnegazione e lavoro al servizio della causa dell‘Indipendenza. Nel 1824 Manuela insiste con Bolívar affinché la autorizzi a partecipare alla Battaglia di Junín e lui, che glielo aveva sempre vietato, accetta. E questa è una lettera che Bolívar scrive a Manuela in questa occasione:

Mi adorada: Tú me hablas del orgullo que sientes de tu participación en esta campaña. Pues bien mi amiga. Reciba usted mi felicitación y al mismo tiempo mi encargo. ¿Quiere usted probar las desgracias de esta lucha? ¡Vamos! El padecimiento, la angustia, la impotencia numérica y la ausencia de pertrechos hacen del hombre más valeroso un títere de la guerra […] Tú quieres probarlo […] Por lo pronto no hay más que una idea que tildarás de escabrosa: pasar al ejército por la vía de Huaraz, Olleros, Chovein y Aguamina al sur de Huascaran. ¿Crees que estoy loco? Esos nevados sirven para templar el ánimo de los patriotas que engrosan nuestras filas. ¡A que no te apuntas! […] A la amante idolatrada Bolívar

Risposta di Manuela inviata a  Huamachuco, 16 junio 1824

Mi querido Simón: Mi amado: las condiciones adversas que se presenten en el camino de la campaña que usted piensa realizar, no intimidan mi condición de mujer. Por el contrario. ¡Yo las reto! ¿Qué piensa usted de mí? Usted siempre me ha dicho que tengo más pantalones que cualquiera de sus oficiales ¿o no? De corazón le digo, no tendrá usted más fiel compañera que yo y no saldrá de mis labios queja alguna que lo haga arrepentirse de la decisión de aceptarme. ¿Me lleva usted? Pues allá voy. Que no es condición temeraria ésta, sino de valor y de amor a la independencia (no se sienta usted celoso). Suya siempre Manuela

Questa fu la comunicazione di Sucre: Ayacucho, Fronte di battaglia, 10 dicembre 1824. A.S.E. el Libertador de Colombia, Simón Bolívar […]

Se ha destacado particularmente doña Manuela Sáenz por su valentía; incorporándose desde el primer momento a la división de Húzares y luego a la de Vencedores, organizando y proporcionando el avituallamiento de las tropas, atendiendo a los soldados heridos, batiéndose a tiro limpio bajo los fuegos enemigos; rescatando a los heridos. La Providencia nos ha favorecido demasiadamente en estos combates. Doña Manuela merece un homenaje en particular por su conducta; por lo que ruego a S.E. le otorgue el grado de Coronel del Ejército colombiano.

Simón Bolívar prende la decisione di concederle una promozione e questo gli provoca gravi problemi con il vicepresidente della Colombia, il generale Francisco de Paula Santander, che protesta indignato contro questa esaltazione, esigendo da Bolívar che degradi Manuela Sáenz, considerando denigratorio per i militari che si conceda questo tipo di titolo a una donna. Bolívar non accetta affatto questa richiesta dicendogli:

¿Que la degrade? ¿Me cree usted tonto? Un Ejército se hace con héroes (en este caso heroínas), y éstos son el símbolo del ímpetu con que los guerreros arrasan a su paso en las contiendas, llevando el estandarte de su valor —y continúa— usted tiene razón de que yo sea tolerante de las mujeres a la retaguardia: pero yo le digo a usted S.E. que esto es una tranquilidad para la tropa, un precio justo al conquistador el que su botín marche con él. ¿O acaso usted olvidó su tiempo?[8]

Oramai sconfitto completamente il progetto di Bolívar e vicino alla sua morte, Manuela si auto esiliò in Colombia. Manuela fu membra della prima generazione di rivoluzionari e patrioti, sconfitti e condannati, vicini a Bolívar per il suo progetto di sovranità continentale e di giustizia sociale, contro le oligarchie latinoamericane ed i poteri imperiali internazionali. Tutti questi rivoluzionari, purtroppo, finiranno abbattuti, esiliati, assassinati o condannati alla miseria. Manuela, infatti, fu imprigionata e accusata di “immigrazione-irregolare” in Colombia. Liberata, si trasferisce in Giamaica ma, dopo i tre anni trascorsi in Giamaica, è esiliata a Paita, in un porto peruviano, accompagnata solo dalle sue domestiche fedeli Nathán e Jonatás, due vecchie schiave nere comprate da suo padre, liberate per lei e che rimasero sempre al suo fianco come compagne di lotta e di vita. Manuela Sáenz, morì povera, invalida ma straripante di dignità. Nonostante Sáenz abbia goduto di un’immagine romantica alimentata dalla sua relazione sentimentale con Bolívar, non visse serenamente gli ultimi anni della sua vita, poiché morì indigente e sola. Alcuni storici identificano la fine della sua attività politica con la morte del suo amante nel 1830. In realtà Sáenz visse quasi trent’anni in più ma suoi biografi di solito considerano questo periodo esclusivamente come un tragico epilogo.[9] Manuela trascorse il suo esilio in un piccolo porto polveroso nel nord del Perù, in miseria, perdendo la sua bellezza, costretta su una sedia a rotelle da una malattia e dall’obesità. Di tanto in tanto qualche visitatore noto e illuminato consolerà la sua triste esistenza: Ricardo Palma, Herman Melville e Giuseppe Garibaldi. Morì nel corso di un’epidemia di febbre gialla nel 1856, e il suo corpo fu gettato in una fossa comune, i suoi effetti personali bruciati per prevenire l’infezione. In realtà Manuela continuò la sua attività politica anche in esilio che sviluppò attraverso una fitta corrispondenza. Inoltre, l’esperienza dell’esilio intensificò le sue preoccupazioni circa i pericoli dell’instabilità politica della regione. Sáenz fu esiliata dalla Colombia all’Ecuador proprio perché era considerata un pericolo politico. Manuela contestó l’ordine d’espulsione dato da Rocafuerte nel 1835, senza processo e senza l’approvazione del Congresso, come incostituzionale, perciò si rifugiò a Paita vicino al confine tra Ecuador e Perù. Questa piccola città nel deserto fu il centro di numerosi eventi politici e sociali. In seguito scrisse che gli “otto anni a Paita la ostacolarono, degradarono e la impoverirono”[10]. Tuttavia, il porto di Paita, tappa frequente per balenieri, viaggiatori e marinai, non fu un luogo così isolato come sembrava. Poco prima di morire Manuela dedicò la sua vita al ricamo, a fabbricare dolci e vendere tabacco. Battezzò i suoi cani con i nomi dei nemici di Bolívar per ricordarli. A casa sua incominciarono ad arrivare illustri visitatori: il patriota italiano Giuseppe Garibaldi, lo scrittore peruviano Ricardo Palma e il suo omologo nordamericano Herman Melville. Manuela morì il 23 novembre 1856. Manuelita trascorse tutta la sua vita assistendo suoi parenti, amici e familiari combattere e morire in fazioni opposte, presenziò, durante la sua infanzia, alla triste e sanguinaria esecuzione di molti patrioti. Tali circostanze, senza dubbio, svilupparono in lei un sentimento antispagnolo, unito ad un anelito di indipendenza.
Ma la società quiteña, alla quale apparteneva, non comprese la situazione in cui visse tantomeno i suoi sentimenti, perciò rimarcò, dopo la sua morte, più le sue mancanze che le sue qualità morali e il suo talento. Lo storiografo Alfonso Rumazo González,[11] reagì contro lo stigma che distorce la sua immagine, offrendo un profilo più dignitoso e normalizzato, mentre il poeta cileno Pablo Neruda l’immortalò nel suo Canto General:

¿Quién vivió? ¿Quién vivía? ¿Quién amaba? / ¡Malditas telarañas españolas! / En la noche la hoguera de los ojos ecuatoriales, / tu corazón ardiendo en el basto vacío: / así se confundió tu boca con la aurora. / Manuela, brasa y agua, columna que sostuvo / no una techumbre vaga sino una loca estrella. / Hasta hoy respiramos aquel amor herido, / aquella puñalada de sol en la distancia.[12]

I resti di Manuela, in realtà, non furono mai trovati e si suppone siano situati in una fossa comune a Paita. In questo momento i suoi presunti o simbolici resti mortali (un po’ di polvere tratta da una fossa comune di Paita), sono depositati nel Pantheon Nazionale di Caracas (Venezuela), dove riposano anche quelli del Libertador.

Il XIX secolo, caratterizzato dalle lotte per l’indipendenza, vide la nascita di nuovi Stati in via di formazione, nuove nazioni caratterizzate da lotte interne e da una composizione eterogenea della società umana che creò specifici problemi d’identità e legittimazione della violenza. Così, le nuove nazioni dell’America Latina furono edificate da élite creole alfabetizzate, che mai modificarono la vecchia situazione coloniale.

Le nazioni furono costruite dalle élite dominanti, in cui generalmente le donne erano tenute lontane dal regno della scrittura, dalla politica e dalla partecipazione pubblica.

Tuttavia, emersero figure femminili insolite come Manuela Sáenz e Flora Tristán,[13] donne appartenenti a una nobiltà colta e a un élite sociale che permise loro di vivere con idee rivoluzionarie e pratiche liberali, a differenza di altre donne del loro tempo. Per partecipare attivamente alla vita intellettuale solitamente dominata da uomini, si adattarono, per lunghi periodi, alla subordinazione che fu loro imposta. In una società polarizzata (per sesso ed etnia), governata da una gerarchia rigida, s’impose alle donne una dura repressione, sia a livello intellettuale, sia negli atteggiamenti domestici e sessuali. Nondimeno personaggi come Flora Tristán e Manuela Sáenz de Thorne manifestarono indipendenza, intelligenza e intraprendenza. Eppure, il loro attivismo, le portò in esilio e a vivere palesemente come diseredate. Il riconoscimento ufficiale tardò notevolmente ad arrivare e il loro contributo fu, per anni, occultato o svilito.

Sáenz come Tristán, con l’esempio delle loro vite, criticarono l’ordine patriarcale che rese difficile una lettura e una definizione delle loro opere nella memoria nazionale e storica. Secondo il parere De Lucia Pámela, studiosa della pensatrice Gayatri Spivak, si potrebbe ritenere che il contributo politico di simili gruppi subalterni, resista al silenzio storico senza essere incasellato:

Era il 1988 quando Spivak chiudeva senza spiragli il suo Can the Subaltern Speak?. Un’affermazione sconsiderata dirà quattordici anni dopo nella Critica della ragione postcoloniale. (…)

Puòò parlare “la più povera donna del Sud”? Può dire questo soggetto doppiamente marginalizzato dall’economia e dalla subordinazione di genere, braccato da Imperialismo e Patriarcato? La subalterna di Spivak è impossibilitata a parlare, afona, senza voce.[14]

Senza presentarsi entro discorsi ufficiali, si collocano “in contraddizione” per svelare l’alterità in una cultura dominante e indicare strade alternative. Manuela Sáenz solo nel XXI secolo è stata assunta nel pantheon nazionale latino-americano, ma come voce sovversiva dell’ordine simbolico esistente, per ripensare, nel XXI secolo, cosa è veramente una nazione e qual è il posto delle minoranze e degli emarginati, come pensare il potere tradizionale in una costruzione disomogenea ma dialogica. Non è stato semplice il processo di mitizzazione di Manuelita, giacché non fu una figura conforme alle tradizionali mitologie femminili, infatti, scrive W. Von Hagen:

Manuela Sáenz, por decisión de los historiadores, tuvo que hacer sitio al mito. Se suprimieron oficialmente todos los detalles de su vida, desapare- cieron los documentos que la mencionaban […] durante más de medio siglo, los historiadores mantuvieron un acuerdo de caballeros: Manuela no debía ser mencionada nunca[15].

Il primo studioso che tentò di salvarla dall’oblio, in Colombia, fu Jean-Baptiste de Boussingault che ricorda Manuelita abbondantemente nelle sue  Memorias (1892). In Perù il grande narratore Ricardo Palma la include nelle sue Tradiciones peruanas (pubblicate nel 1863). I due testi sono testimonianza dirette, in quanto entrambi gli scrittori la conobbero personalmente e ne evidenziarono sia gli aspetti meramente storici che gli aspetti personali:

Los dos textos tienen un valor de testimonio directo, ya que ambos escritores la conocieron y durante breves periodos pudieron frecuen- tarla. Los dos subrayan el carácter autorreferencial e historiográfico para dar más valor a sus palabras, ya que ambos coinciden en contar –no hay elementos que atestigüen un recíproco conocimiento– las mismas increíbles –según los cánones del tiempo– aventuras y episo- dios que tuvieron como protagonista a la quiteña.[16]

Palma offre una lettura paternalistica delle azioni di Manuela Sáenz di cui riconosce determinate eccentricità o debolezze femminili, come necessario corollario in una donna notevolmente virile.[17] Tutti i generali dell’esercito, senza escludere Sucre, e gli uomini più in vista del tempo hanno resero omaggio a Sáenz con la stessa attenzione che avrebbe portato alla moglie legittima del Libertador. La biografa Yolanda Añazco invece parla di “juicio cruel” riferendosi a un’eccessiva “sessualizzazione” della sua figura o, al contrario, un’eccessiva “virilizzazione” delle sue qualità politiche, strategiche e militari, facendo sembrare le sue virtù, una sorta di oltraggio ai costumi dell’ epoca:

El juicio que se le hace a Manuel, es por ser adúltera, según la bazofia humana, porque tuvo la valentìa de demostrar su profundo amor a la luz del día; ella no fue como la otras mujeres que ostentaban orgullosas el titulo de casadas, aunque detrás de ese disfrax de mujeres honradas eran más adúlteras que Manuela. El odio desatado contra ella fue por ser mujer política, rebelde, emancipada, diferente a las otras mujeres de la época. Con todo su vigor rechazó el machismo imperante y la mojigatería religiosa de acquellos tiempos. Mojigatería que no dejaba espacios par que las mujeres demuestren su inteligencia y capacitad para actuar y ser ellas mismas en plenitud de su personalidad.[18]

Per una piena rivalutazione della figura di Manuelita, dovremmo aspettare il 2007, quando Rafael Vicente Correa Delgado, Presidente dell’Ecuador, durante il discorso per la cerimonia militare per il 185° anniversario della Battaglia di Pichincha che sigillò l’indipendenza nazionale dell’Ecuador, dichiarò la sua piena adesione alla figura di Manuela Sáenz e ai suoi ideali d’indipendenza ed emancipazione femminile, orgoglioso di avere nel suo gabinetto donne altrettanto patriottiche che dirigono i destini del popolo ecuadoriano.

Inoltre dichiarò che il più grande omaggio alla figura di Manuelita si esprime in progetti per fornire posti di lavoro e salari di sussistenza alle madri single; nel proteggere le donne vittime di abusi domestici e violenza; nel provvedere ad offrire condizioni di dignità umana alle donne che soffrono della privazione della libertà; nella fornitura di micro-crediti alle donne in difficoltà economica che si ritrovano a dirigere un nucleo famigliare. Parte del lungo discorso del Rafael Vicente Correa Delgado, afferma:

Tras la muerte del Libertador, y exiliada e

in Paita, Manuela recibe visitas de Garibaldi, Herman Melville, Simón Rodríguez, González Prada. Su lealtad al Libertador la acompañó hasta los terribles días en que una epidemia de difteria terminó con la existencia física de nuestra Manuela en noviembre de 1856.

Pablo Neruda dedicó a Manuela la hermosa y triste elegía: La Insepulta de Paita, en la que dice, en este breve fragmento: Ésta fue la mujer herida. En la noche de los caminos tuvo por sueño una victoria, tuvo por abrazo el dolor, tuvo por amante una espada. Tú fuiste la libertad, Libertadora enamorada.

Manuela, estás en el recuerdo de García Márquez, que al contar las últimas horas de Bolívar te describe: Fumaba una cachimba de marinero, se perfumaba con agua de verbena que era una loción de militares, se vestía de hombre y andaba entre soldados, pero su voz afónica seguía siendo buena para las penumbras del amor.

Manuela: Eres la luz despierta de los tiempos oscuros. Eres nuestra compatriota y nuestro destino. Hoy eres memoria viva de la Libertad. Hoy eres el espejo en el que otras mujeres se miran y agigantan.

El gobierno de la Revolución Ciudadana, confeso en su adhesión a la figura de Manuela, se enorgullece en contar en su gabinete con mujeres patriotas que dirigen los destinos de sus ministerios con la mayor consagración y devoción por el pueblo ecuatoriano. Está con nosotros la memoria de Guadalupe Larriva, inolvidable compañera socialista.

Los programas y proyectos del gobierno van dirigidos hacia la mujer, hacia su sobriedad y sabiduría en el manejo de recursos, hacia su condición de madres y protectoras del hogar.

El mayor homenaje a Manuela se expresa en los proyectos para dotar de trabajo y salario digno a las madres solteras; en la protección a las mujeres que son víctimas de maltrato familiar y violencia doméstica; en dotar de condiciones de dignidad humana a las mujeres que padecen privación de su libertad; en la entrega de micro créditos para que las madres dirijan la economía y las pequeñas unidades de producción familiar.

El tributo a Manuela se manifiesta en la Campaña Nacional de Salud, Solidaridad y Responsabilidad Social, en el que las mujeres y madres son las coautoras del bienestar social; en la Comisión de la Verdad que esperamos informará, al fin, el paradero de los hijos desaparecidos a sus desesperadas madres; en la entrega del Bono de Vivienda; en el orgullo de las madres trabajadoras, con quienes tuvimos el privilegio de desfilar el Primero de Mayo.

El reconocimiento a la memoria de Manuela se traduce en la mejora salarial de las madres y mujeres que realizan trabajo doméstico; en la malaventura de las madres que han sufrido por las fumigaciones y la desatención del Estado; en las madres Tagaeris y Taromenanis, y demás nacionalidades y pueblos, siempre oprimidos y postergados.

Este es el mayor manifiesto a la memoria de Manuela: la consagración diaria y permanente a luchar por los desposeídos y por la reivindicación de la mujer, de Matilde Hidalgo, Manuela Cañizares, Manuela Espejo, Nela Martínez, Dolores Cacuango, Alba Calderón, y de todas las mujeres anónimas de nuestra historia pasada y presente.[19]

Una’ intervista dell’ anno scorso:

Manuela Saenz: la  PRIMA FEMMINISTA LAICA latino-americana: Dhttp://www.spreaker.com/user/radiogeronimo/il-ruolo-della-donna-in-america-latina

[1]Messina Fajardo, Manuela Sáenz, Libertadora del Libertador, tesi di laurea, Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Roma3, 2014, p. 1-2. Su internet la tesi è disponibile al seguente indirizzo: https://scienzepolitiche.uniroma3.it/lmessinafajardo/wp-content/uploads/sites/42/2014/05/MANUELITA-SÁENZ-la-libertadora-del-libertador1.pdf, consultato il 12/06/2016.

[2]Rosa Campuzano Cornejo fu una rivoluzionaria, patriota e spia peruviana. Soprannominata  “la protectora” per essere stata l’ amante del Generale José de San Martín , denominato come “el protector del Perú”. Per ulteriori informazioni, consultare il Dizionario Biografico dell’ Ecuador. Su internet al seguente indirizzo: http://www.diccionariobiograficoecuador.com/tomos/tomo6/c3.htm, consultato il 12/06/2016.

[3] A.V., Manuela Sáenz, Pasado, presente y futuro, Fondo Editorial Fundarte FUNDARTE. Av. Lecuna. Edif. Tajamar. PH., Caracas-Venezuela, 2005. Pag. 20. In internet: http://www.mindefensa.gob.ve/CIEG/download/manuela-Sáenz-pasado-presente-y-futuro-ecuador.pdf

[4]Vilma Julieta Farinango Correa, El Pensamiento Revolucionario de Manuela Sáenz y su Inicidencia en el Proceso Libertario del Ecuador y América Latina
Propuesta: Elaboración de un Ensayo Literario, Universidad Central del Ecuador,
Facultad de Filosofía Letras y Ciencias de la Educación, Carrera De Ciencias Sociales, Distrito Metropolitano de Quito, 28 de Noviembre del 2013, p. 31-40. In internet è disponibile al seguente indirizzo: http://www.dspace.uce.edu.ec/bitstream/25000/3342/1/T-UCE-0010-398.pdf, consultato il 12/06/2016.

[5]Teresa de la Parra, Influencia de la mujeres en la formación del alma americana, Fundación Editorial El perro y la rana, Centro Simón Bolívar, 2015, Caracas – Venezuela, pag. 105-106. In internet si trova al seguente indirizzo: 1010http://www.elperroylarana.gob.ve/…/Influencia-de-lasmujeres.pdf, consultato il 12/06/2016.

[6] Añazco Yolanda, Manuela Sáenz Coronela de los ejércitos de la Patria Grande, Láser Editores, Quito, 2005, p. 82.

[7]Ibidem.

[8] Messina Fajardo, Manuela Sáenz, Libertadora del Libertador, Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Roma3, 2014, pag. 5-6-7. Su internet la tesi è disponibile al seguente indirizzo:

https://scienzepolitiche.uniroma3.it/lmessinafajardo/wp-content/uploads/sites/42/2014/05/MANUELITA-SÁENZ-la-libertadora-del-libertador1.pdf, consultato il 12/06/2016.

[9] María José Vilalta, European Review of Latin American and Caribbean Studies 93, October 2012 | 61-78Published by CEDLA – Centre for Latin American Research and Documentation | Centro de Estudios y Documentación Latinoamericanos, Amsterdam; su internet www.cedla.uva.nl.  Historia de las mujeres y memoria histórica: Manuela Sáenz interpela a Simón Bolívar (1822-1830), p.69. Su internet: http://www.cedla.uva.nl/50_publications/pdf/revista/93RevistaEuropea/93-Vilalta-ERLACS-ISSN-0924-0608.pdf, consultati il  28/11/2016.

[10] Jorge Villalba, Manuela Sáenz. Epistolario. ‪Centro de Investigación y Cultura, Banca Centrale dell’Ecuador, Quito, 1986, p.114. su internet:

https://books.google.it/books/about/Manuela_Sáenz.html?id=SkkSAQAAIAAJ&redir_esc=y, consultato il 01/12/2016.

[11]Latacunga, 1903 – Caracas, 2002; scrittore, storiografo, saggista e critico letterario ecuadoriano. Per ulteriori dettagli consultare la voce Alfonso Rumazo González nel Dizionario Biografico dell’ Ecuador, della Biblioteca Rodolfo Pérez Pimentel, tomo 16, consultabile al sito: http://www.diccionariobiograficoecuador.com/tomos/tomo16/r5.htm, vistitato il 15/06/2016.

[12]Consuelo Triviño Anzola, Manuela Sáenz, la Libertadora del Libertador, Centro Virtual Cervantes © Instituto Cervantes, 1997-2016, literatura, su internet:

http://cvc.cervantes.es/literatura/mujer_independencias/trivino01.htm, consultato il 28/11/2016.

[13] Scrittrice francese, attivista femminista, nasce a Parigi nel 1803 in piena epoca napoleonica. Figlia di un nobile peruviano e di una borghese francese, vive i primi anni della sua vita nell’agio. Con la morte del padre però, poiché i suoi genitori non avevano formalizzato la loro unione, è considerata figlia illegittima e la sua famiglia è costretta a trasferirsi in un quartiere povero di Parigi dove vive di stenti.

Trova lavoro come litografa nel laboratorio di Andrè Chezal che diventerà suo marito e con cui avrà tre figli tra cui Aline , madre di Paul Gauguin. Il suo matrimonio è però una catastrofe e fin dal principio iniziano a svegliarsi in Flora forti sentimenti femministi: il matrimonio inizia ad essere visto come un’istituzione intollerabile, un trattato commerciale perché vede la donna venduta all’uomo e ridotta ad un oggetto per la riproduzione. Per questo, dopo aver subito a lungo maltrattamenti e umiliazioni, decide di fuggire con i suoi figli sfidando la morale dell’epoca.

Intraprende quindi una serie di viaggi che influenzeranno molto la sua vita: la conoscenza di nuove culture e la sua personale esperienza la porteranno a scrivere una serie di romanzi, diari e racconti di indagine sociale. Opere più importanti Nel 1838, durante il viaggio in Perù, scrive Peregrinazioni di una Paria in cui mostra uno spaccato della vita peruviana del XIX secolo, una società feudale, violenta e razzista con forti contrasti economici e in cui gli indigeni erano costretti a vivere in condizioni disumane.

Nel suo soggiorno a Londra visita tutti i luoghi più marginali della città: le prigioni, i quartieri malfamati, le fabbriche, i manicomi. Così, nel 1840 scrive Passeggiate a Londra, un libro anticapitalista ed antiborghese che evidenzia i problemi della città industrializzata: dallo sfruttamento dei bambini e degli operai, alle condizioni delle donne che si prostituiscono per sopravvivere. Pensiero E’ nella capitale britannica che iniziano a manifestarsi quelle idee che l’accomuneranno successivamente a Marx: solamente una grande unione dei lavoratori di tutto il mondo potrà cambiare il sistema ed inaugurare una nuova era di giustizia ed uguaglianza.

Da queste considerazioni nasce nel 1843 Unione Operaia, dove si auspica una rivoluzione pacifica internazionale basata sugli ideali della solidarietà e generosità del primo cristianesimo, e portata avanti da operai e donne che insieme riusciranno a cambiare la società. Centrale nel pensiero di Flora è l’idea che la donna sia fondamentale per la diffusione della cultura e per l’educazione dell’uomo grazie al suo ruolo di madre e moglie. E’ per questo che esiste un innegabile legame tra l’emancipazione operaia, e quindi l’educazione morale ed intellettuale, e la conquista dei diritti delle donne. Le donne, come gli operai vittime di discriminazioni, solamente unite potranno lottare per ottenere il diritto all’istruzione, ad un lavoro dignitoso, alla parità in ogni campo. Associazione Donne per la Solidarietà Onlus Flora Tristan, Scuola per lo sviluppo sostenibile, sito: http://www.donneperlasolidarieta.org/flora-tristan

Centro de la Mujer Peruana Flora Tristán – Parque Hernán Velarde No 42 Lima 1, Lima-Perú. Tel. (51-1) 433 1457, fax (51-1) 433 9500, E-mail: postmast@flora.org.pe 
ONG con Status Consultivo Especial ante el Consejo Económico y Social (ECOSOC) de Naciones Unidas:

sito  http://www.flora.org.pe/web2/

[14] De Lucia Pámela, Immagini in dissolvenza. Lettura “interessata” di Can The Subaltern Speak? di Gayatri Chakravorty Spivak; DEP rivista telematica di studi sulla Memoria Femminile,  n. 21 / 2013;  p. 98 – 100. Su internet: http://www.unive.it/media/allegato/dep/n21_2013/Ricerche/6_DeLucia-rev.pdf

[15] Von Hagen V. W., La amante inmortal, Diana, México, 1972, p. 333.

[16] Grillo Rosa Maria, Manuela Sáenz antes y después de Bolívar, Cultura Latinoamericana. Volumen 21, número 1, enero-junio 2015, p. 68-70.  Su internet:

http://www.culturalatinoamericanaplaneta.it/es/component/attachments/download/110 (consultato il 28/01/2017).

[17] Ivi, p.70.

[18] Añazco Yolanda, Manuela Sáenz Coronela de los ejércitos de la Patria Grande, Láser Editores, Quito, 2005, p. 173.

[19] Discurso pronunciado en la ceremonia militar por el aniversario 185 de la Batalla de Pichincha que selló la Independencia nacional y en la que se ascendió póstumamente a Generala de la República a la heroína quiteña, compañera del Libertador Simón Bolívar, Manuela Sáenz Aizpuru, 24 de mayo de 2007

(Publicado en Visiones Alternativas el 25/5/07); Dibujo de Pilar Bustos, El presidente Rafael Correa Delgado proclama a Manuelita Sáenz como Generala de la República del Ecuador, su internet: http://www.albicentenario.com/index_archivos/Page4136.htm (consultato il 29/01/2017).