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VENERDÌ 13 MAGGIO 2016 00:00 da http://www.ilsudest.it

di MADDALENA CELANO

Ad Amburgo, in Germania, verso le 10:20 del mattino del 1971, una bella ed elegante signora, con profondi occhi azzurri, entra nell’ufficio del console di Bolivia e aspetta pazientemente di essere ricevuta.  Mentre fa anticamera, guarda indifferente i dipinti che adornano l’ufficio. Roberto Quintanilla, il console boliviano, vestito elegantemente di lana scura, spunta dall’ufficio e saluta; colpito dalla bellezza della donna sostenne di essere australiano, e che giorni prima avevano chiesto un colloquio con lei. La vendetta appare incarnata in un volto femminile molto interessante. La donna, senza parlare, estrae una pistola e spara tre volte. Non vi fu nessuna resistenza, nessuna lotta. Dopo l’ esecuzione, la donna si diresse in aeroporto e, durante il volo, lasciò una parrucca, la borsa, la sua Colt Cobra 38 Special, e un pezzo di carta con su scritto “VoD to read ELN “.

Chi era questa donna coraggiosa e perché ha ucciso “Toto” Quintanilla?

Hans Ertl, il padre di Monika, la vendicatrice del Che, fu riconosciuto dalla storia come il fotografo di Adolf Hitler, anche se in realtà non è mai appartenuto al  Partito Nazista. Così, quando il regime è caduto, Ertl e la sua famiglia  migrarono in America Latina.

Dopo un breve soggiorno in Cile il 3 marzo 1950, Ertl arrivò in Bolivia, attraverso quello che divenne nota come la “via del ratto” che facilitò la fuga di membri del regime nazista in Sud America,  alla fine della seconda guerra mondiale.

Nel 1951 si stabilirono in Chiquitania, in una proprietà di 3.000 ettari chiamata “mal”, dove Hans iniziò una nuova vita con la moglie e le figlie, tra cui la maggiore, Monika.

Hans trasmise a Monika la passione per la fotografia e il cinema, che in seguito l’aiutò a lavorare con il regista boliviano Jorge Ruiz.

Monika sposò un altro tedesco a La Paz e visse tra le miniere di rame nel nord del Cile, ma, dopo dieci anni, il suo matrimonio fallisce e divenne un’ attivista politica che sostenne molte cause nobili. Tra le altre cose, Monika contribuì a fondare una casa per orfani a La Paz, ora divenuta un ospedale.

Tuttavia, la morte del guerrigliero argentino Ernesto Che Guevara nella giungla boliviana (ottobre 1967) divenne per lei lo stimolo finale per dare forma ai suoi ideali. Monika, secondo le testimonianze di sua sorella Beatrice, “adorava” il Che “come un dio”.

Alla fine degli anni Sessanta, la vita di Monika cambiò con la morte di Che Guevara. Ruppe con le sue radici, cessò di essere quella ragazza che ama gli orfani e i profughi. Divenne “Imilla la rivoluzionaria” nelle colline boliviane. ll dolore fu trasformato in forza per chiedere giustizia e diventare una chiave operativa per l’ELN (Esercito di liberazione nazionale della Colombia).

Fu così che nell’anno 1971, attraversando l’Atlantico, ritorna alla sua nativa Germania, ad Amburgo, e incontra personalmente il console boliviano, il colonnello Roberto Quintanilla Pereira, direttamente responsabile dell’oltraggio finale subito dal cadavere di Guevara, l’amputazione delle mani dopo la sua esecuzione a La Higuera. Con quella profanazione, Roberto Quintanilla Pereira firmò la sua condanna a morte.

Due anni dopo, Monika venne uccisa nel 1973, in un agguato che, secondo  alcune fonti attendibili, venne orchestrato dal nazista Klaus Barbie.

In un cimitero di La Paz, si dice si trovino “simbolicamente” i resti di Monika Ertl. In realtà i resti di Monika non sono mai stati consegnati al padre.  Questi rimangono in qualche luogo sconosciuto del paese boliviano. Probabilmente, in una fossa comune senza croce, senza nome, senza la benedizione di suo padre.

Il nome di Monika  è stato inciso nei giardini della memoria come una guerrigliera, un’assassina terrorista e, forse, per altri come una donna coraggiosa che ha compiuto una missione.

A mio parere, si tratta del volto femminile di uno spirito rivoluzionario che ha combattuto per le utopie del suo tempo, e che, alla luce dei nostri occhi ci costringe a riflettere ancora una volta su questa frase: “Mai sottovalutare il valore di una donna”.