Articolo tratto da http://www.ilsudest.it

 

Comprendere il momento storico in cui viene di solito posta la prima fase del femminismo a Cuba, è estremamente complesso. Naturalmente, il femminismo comincia dove comincia, non dove si dice che sia cominciato. E non è un gioco di parole.

Nella prima metà del XIX secolo vi sono stati diversi motivi per ignorare il femminismo, in particolare il femminismo meticcio o l’afro-femminismo[1]. Dal momento in cui approdarono le prime navi di schiavi sulle coste cubane, comparvero in America Latina i primi africani, un modello culturale in cui le donne ebbero un ruolo di primo piano nelle società di origine da cui provenivano.

Uno dei primi problemi che si incontrarono per una periodizzazione dell’ afro-femminismo o del femminismo nero a Cuba fu anche il disprezzo e l’ignoranza per le culture africane, il fatto che le donne africane e gli schiavi provenivano da culture diverse e in molti casi senza scrittura.

In quelle culture vi erano radicate basi o credenze che potremmo (alla larga) caratterizzare come una sorta di femminismo. Erano parte di strutture-sociali che spesso si basavano sull’organizzazione di società tribali. Società segrete dove le donne esercitavano i loro poteri o facevano uso di conoscenze accumulate nel corso dei secoli e contestualizzata in tale ambienti.

Un buon esempio è Gelede, in origine fu una delle società religiose segrete femminili esistenti nel paese degli Yoruba. Esse rappresentano il potere femminile e la fertilità della terra, la procreazione e il benessere della comunità. Nel contesto brasiliano corrente, le femministe-nere hanno creato un istituto per la donna con lo stesso nome. Un’organizzazione politica la cui missione è la lotta contro il razzismo, il sessismo istituzionale e la promozione delle donne nere, in particolare, della comunità nera.

Nei miti yoruba, le leggende sono tramandate oralmente e le feste e le cerimonie si svolgono in onore della Grande Madre. Tutti venerano il potere delle diverse forze della natura e concordano sul fatto che, simbolicamente, “la Grande Madre è la prima matrice da cui nasce tutta la creazione”[2]

Le santere sono molto rispettate nelle loro comunità ed esercitano oltre l’ agricoltura, la medicina tradizionale come guaritrici, la magia e il commercio.

Le Yalodés, ad esempio, controllano il commercio nei mercati all’aperto. Quest’ usanza è stata mantenuta nel periodo coloniale e ora possiamo intravederla in molte società africane moderne e nelle comunità nere in America Latina e nei Caraibi.

La storiografia cubana ha sempre favorito gli studi dei secoli XVIII e XIX, soprattutto quest’ultimo. Questo ha ostacolato la conoscenza della storia precedente e, quindi, della storia del femminismo e in particolare dell’ afro-femminismo. Questo punto di vista è più in termini di storia di uomini e donne di colore e ancora di più, naturalmente, di quest’ultime. Non è un caso che l’insegnante Pedro Deschamps Chapeaux ha ribattezzato gli afro-discendenti come “gente senza storia”.

Proprio al centro di questo programma di emancipazione si è caratterizzato quello creolo di impegnarsi per l’ eliminazione della macchia della schiavitù. Il motto della classe dirigente fu: “sbiancarsi, sbiancarsi e poi guadagnarsi il rispetto”. Per “sbiancamento” si intende proprio l’ eliminazione e l’ occultamento di tutte le influenze africane nell’ isola.

“Cuba sarà bianca ed allora comincerà ad essere cubana” con queste frase familiare, Jose Antonio Saco[3] che era nero esclude ogni possibile progetto nazionale.

Tuttavia, nonostante la volontà di un abolizionismo incipiente, per modernizzare l’isola si imposero piani di istruzione eurocentrici e forme di “sbiancamento”, i quali di fatto costituirono un ostacolo per la riforma dell’ economia, in quanto l’ economia cubana dell’ epoca dipendeva molto dallo schiavismo.

Dopo la rivoluzione haitiana, centinaia di schiavi cercarono di sfuggire alla schiavitù per ragioni economiche e sociologiche e concepirono, in quel momento, diversi progetti nazionali in cui ovviamente si escluse la

schiavitù. In questo senso ci viene in aiuto il concetto di “Transculturazione”, coniato dall’antropologo cubano Fernando Ortiz nel 1947 per descrivere il fenomeno di fusione e convergenza di diverse culture.

Transculturazione comprende più la transizione da una cultura all’altra; esso non consiste solo nell’ acquisizione di un’altra cultura (acculturazione) o di perdere o di sradicare una cultura precedente (deculturazione). Piuttosto, si fondno questi concetti che portano in se l’idea della conseguente creazione di nuovi fenomeni culturali (neoculturation). Ortiz indica anche l’impatto devastante del colonialismo spagnolo sui popoli indigeni di Cuba come una “transculturazione fallita”. La transculturazione spesso può essere il risultato di conquiste coloniali e di sottomissione, soprattutto in un epoca post-coloniale in cui i popoli indigeni lottano per ritrovare il proprio senso di identità.

Semlicemente, la transculturazione riflette la naturale tendenza delle persone (in generale) nel risolvere i conflitti nel corso del tempo, piuttosto che esacerbarli. Nel contesto contemporaneo, entrambi i conflitti e le risoluzioni sono amplificati dalla comunicazione e dalla tecnologia dei trasporto.

I processi generali di transculturazione sono estremamente complessi – guidati da forze potenti a livello macro-sociale, ma in ultima analisi risolti a livello interpersonale.

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[1] Jurema Wernek, “Riflessioni sulla azione politica delle donne nere in America Latina e nei Caraibi,” nel femminismo dissidente in America Latina e nei Caraibi. Tratto da Nouvelles DOMANDE Féministes, REVUE Francofona Internazionale. Vol.4, n.2, 2005 pp.27-49.

 

 

[3] José Antonio Saco e Lopez Cisneros ( Bayamo, Cuba , 7 maggio del 1797Barcellona, Spagna, 26 settembre del 1879 ). Sociologo, giornalista, storico ed economista. Si distinse per la sua opposizione alla schiavitù e contro l’annessione di Cuba agli Stati Uniti. A modo suo fu un portavoce e precursore dell’ identità nazionale: si batté per la diffusione della cultura cubana nel mondo e per il recupero delle “radici” africane.