Articolo tratto da http://www.spondasud.it

di Maddalena Celano

 

 

Sin dai tempi più antichi, nelle società patriarcali, le donne non erano adeguatamente consapevoli delle disuguaglianza a cui erano sottoposte. Molte di esse lottarono per raggiungere una realizzazione personale e poche raggiunsero posizioni di rilievo in politica, nelle arti, nella letteratura e nella scienza. Il femminismo “moderno” in quanto tale entrò nella storia delle idee e dei movimenti sociali in Occidente, come parte della lotta per l’uguaglianza e l’emancipazione delle donne. Questo accadde subito dopo l’indipendenza degli Stati Uniti (1776), la Rivoluzione Francese (1789) e altre rivoluzioni liberal-borghesi, che si proponevano come obiettivo l’ottenimento dell’ uguaglianza giuridica, delle libertà e dei diritti politici.

Ricordiamo che il liberalismo come corrente politica e ideologica in Europa ebbe un grande impatto sui movimenti indipendentisti dell’America Latina.

Anche se le donne sempre presero parte alle lotte sociali e sacrificato la loro vita al fianco degli uomini in queste battaglie, i loro diritti non furono immediatamente riconosciuti. Rapidamente la grande contraddizione che segnò la nascita del femminismo emerse: le libertà, i diritti e l’eguaglianza giuridica, che furono le grandi conquiste delle rivoluzioni liberali, purtroppo non offrirono grandi benefici alle donne.

“I diritti dell’uomo e del cittadino” annunciati dalla rivoluzione francese riguardava solo l’ “uomo” e non a tutti gli esseri umani. I termini “uomo”, “umanità”, “umano” universalizzò questi concetti coniando un lessico androcentrico, formalmente si inclusero le donne, che in realtà ne furono escluse. Pertanto, la “Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino” si oppose alle idee della francese Olympe de Gouges[1] e alla sua “Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina” (1791).

La critica all’astratto universalismo maschile è espressa nel lessico delle femministe contemporanee. Fa parte del processo della nascita delle diverse correnti del femminismo, nelle diverse situazioni in cui si manifesta: nero, asiatico, Terzo-Mondista, indigeno, occidentale, etc.

Più tardi, come strategia politica, un’incipiente corrente suffragista sorse in tutto il mondo. Le donne pensarono che l’esercizio del diritto di voto, possa influire sulle decisioni dei governi, erano convinte che questo diritto le avrebbe portate a condividere il potere e l’eventuale conquista dei propri diritti. Questa lotta sarà lunga e complessa, con molti ostacoli nelle pratiche quotidiane; fu molto attiva per il resto del secolo XVIII, per tutto il XIX secolo, XX e l’inizio del XXI secolo.

Ma non dobbiamo confondere o identificare il femminismo con il suffragismo. Il primo, come detto sopra, cerca di ottenere il diritto al voto per le donne, al fine di partecipare al potere politico. Il femminismo, in tutte le sue varianti, va molto oltre: propone una nuova comprensione della realtà delle donne, per trasformarla. Ma, in entrambi i casi, le lotte e i trionfi del movimento suffragista serviranno per unire le donne, dare loro un’enorme visibilità e dimostrare il loro potenziale. Aiutò, naturalmente, alla successiva diffusione delle idee femministe.

Quindi possiamo dire che il femminismo è stato, come movimento sociale, uno dei più importanti eventi storici della lotta da parte delle donne per raggiungere i loro diritti in tutto il mondo ed è apparso in specifici contesti nazionali.

 

Il femminismo afro-cubano si pone come obiettivo la decostruzione delle dicotomie in tema di identità di genere, identità “razziali” e culturali e di “classe”. In sintesi: si tratta di una corrente culturale che decostruisce il presunto “universalismo” su cui si innesta l’ ideologia eurocentrica “liberale” e “neutra”.   Consente perciò non soltanto l’identificazione dei confini, mettendo in luce le asimmetrie nei processi di ri-produzione del genere, ma addirittura di scambiare, dissolvere e intrecciare, rilevando nel genere la transitorietà ed il nomadismo, il carattere relazionale e situato delle varie forme egemoniche di potere, ponendo l’accento sugli aspetti di mutamento, anziché su quelli di permanenza. Queste considerazioni richiamano in causa anche il piano politico, inteso in termini di politicità del discorso scientifico, poiché esiste sempre un rapporto stretto che intercorre tra genere e potere. Quel preciso tipo di potere che il concetto di genere tenta di decostruire e che risiede principalmente nella capacità di ri-produzione di dicotomie, a loro volta basamento di ordini gerarchici ben precisi. La relazione tra genere e potere richiama apertamente in causa anche il discorso scientifico, mettendone in questione la presunta neutralità. In questo senso, si riallaccia alla necessità di un posizionamento critico verso le rappresentazioni tese a fare della scienza un discorso neutro, astratto ed oggettivo, a sua volta fondato sul dispositivo del confine: tra oggetto e soggetto, tra universalismo ed esperienza, tra omologazione e differenza. Concludendo, l’intreccio tra genere, confini e potere si lega ad un’ulteriore, cruciale dimensione, quella del margine. Il confine, nelle sue molteplici accezioni – geografiche, sociali, economiche, filosofiche, politiche, culturali, simboliche – chiamano infatti in causa, inevitabilmente, l’indefinita serie di possibili posizionamenti di genere tra centro e margine: diventa perciò possibile sviluppare e potenziare il carattere liminale ed emergente della dimensione di genere, per interpretare l’esistente da punti di vista eccentrici e non paradigmatici, facendo dei posizionamenti di confine una risorsa epistemologica, con cui guardare tanto al margine, quanto al “centro”. Si acquisisce così realmente una visione completa ed articolata della realtà, pertanto autenticamente “universalista”.

 

 

L’ Afro-femminismo a Cuba

 

Un approccio all’afro-femminismo a Cuba rappresenta ancora una sfida.

L’ignoranza sull’afro-femminismo, all’interno della storia del femminismo cubano, sulla lotta delle donne nere Cubane, bianche e non, è causata da un’ eccessivo protagonismo delle donne-bianche della classe media e superiore. Escludendo o riducendo al minimo il ruolo delle bianche-povere e delle altre categorie marginalizzate, perciò la mappatura del fenomeno risulta alquanto insufficiente.

Dobbiamo rilevare i legami tra l’omissione di questi aspetti e le finalità delle illustrazioni nere e creole, comprenderne anche le ragioni ideologiche e politiche dell’esclusione nelle mitologie tradizionali.

Il critico culturale Roberto Zurbano, ha storicamente evidenziato il fatto che l’eurocentrismo, il razzismo e l’ideologia dominante condizionarono gran parte della creazione e della critica letteraria e storiografica cubana; l’influenza della cultura di origine africana nel patrimonio letterario cubano venne invisibilizzata ed emarginata. Soltanto nel XXI secolo si cominciò a parlare ufficialmente d’influenze africane all’interno della cultura cubana[2].

Il paradosso è che Cuba ereditò una storiografia e una storia letteraria che ha insistito molto su questi concetti giunti 1.165811fino ad oggi, in tutti i settori, anche nei media. Due delle caratteristiche fondamentali che caratterizzarono la vecchia storiografia furono una visione folklorista e sociologica eurocentrica che non spiegò sufficientemente il fenomeno complesso che portò storicamente la questione razziale.

A dire il vero, non esistevano strumenti teorici adeguati per fare altrimenti. Durante il XXI secolo molto lentamente penetrarono le teorie postcoloniali e gli studi intersezionali in America Latina, che offrirono un punto di vista teorico più ricco nell’ affrontare i concetti legati alla doppia o triplice oppressione, il concetto di razza, negritudine e identità di genere. Si pensò in modo diverso il patrimonio storico, culturale e ideologico in cui le minoranze hanno operato.

Con l’emergere delle teorie postcoloniali il concetto di nazione venne sfidato e si cominciò a svelare i veri rapporti tra le élite e i gruppi sociali subalterni in America Latina e nei Caraibi.

Già nel saggio “Transculturazione e il multiculturalismo. Aspetti teorici”[3] , si delinea l’esistenza di un discorso culturale egemone rispetto ad un altro subordinato che persiste sino ad oggi per il semplice fatto che in America Latina e nei Caraibi non si è mai prodotta una vera decolonizzazione, bensì vi è stata esclusivamente la sostituzione di una élite creola che è rimasta in una posizione di dominazione rispetto agli amerindi e ai neri, costringendo (le minoranze) ad essere riconosciute nel quadro di una nazione tradita, in molte occasioni, dopo la sua partecipazione nelle cosiddette guerre di indipendenza. Tale è il caso, ovviamente, di Cuba.

La differenza con il marxismo, in questo caso, è che si tende a favorire il ruolo del proletariato e non si tiene conto delle caratteristiche delle società latinoamericane e dei Caraibi, dove molti gruppi, tra cui quelli subalterni, si accordano facilmente con le élite dominanti.[4]

Ad esempio le idee decoloniali-correnti, nonostante le diverse sfumature che si manifestano tra i suoi protagonisti, hanno in comune l’affermazione che con la fine delle amministrazioni coloniali e la formazione degli stati nazionali nelle periferie del mondo, non si vive in un mondo decolonizzata, ma piuttosto si agevola il passaggio del colonialismo moderno alla colonialità globale.

Questo portò alla nascita di una nozione di colonialità basata sull’alimentazione: cioè sul controllo dell’ industria agro-alimentare. Il capitalismo viene descritto come un sistema mondiale, come un’ economia-mondo. In esso, gli individui e gli interi paesi restano in periferia e quindi neri, indios e donne restano ai margini.

Il sociologo peruviano Anibal Quijano coniò il concetto di colonialità, un concetto ripreso ed affrontato precedentemente anche da altri intellettuali-attivisti in America Latina. Tuttavia Quijano ripensò il mondo moderno e il capitalismo storico in opposizione alle correnti eurocentriche che imposero una visione apologetica della modernità capitalistica. Questa categoria si riferisce a ciò che Quijano definì “un modello di dominio”, una rete di potere che incontra forme complesse e non uniformi, bensì multiple di dominio e di sfruttamento che si possono riassumere in tre fasi: lo sfruttamento operativo (cioè una forma di saccheggio del lavoro da parte del capitale), la dominazione razziale (basata sulla discriminazione economica e sociale delle minoranze etniche o delle nazioni subalterne) e la dominazione sessuale e di genere (cioè lo sfruttamento del lavoro riproduttivo e sessuale della donna).[5]

[1] Olympe de Gouges (nata Montauban, in Francia, il 7 maggio del 1748) è lo pseudonimo di Marie Gouges, scrittrice, drammaturga e giornalista. Ha combattuto contro la schiavitù e per i diritti delle donne. Per le sue idee morì ghigliottinato a Parigi, il 3 novembre del 1793.

 

[2] http://www.afrocubaweb.com/News/Cuba/trianguloinvisible_zurbano.pdf

 

[3] http://negracubanateniaqueser.com/diccionariodeafrocubanas-2/1855-2/

 

[4] http://negracubanateniaqueser.com/diccionariodeafrocubanas-2/1855-2/

 

[5] http://negracubanateniaqueser.com/diccionariodeafrocubanas-2/1855-2/

 

 

[1] Olympe de Gouges (nata Montauban, in Francia, il 7 maggio del 1748) è lo pseudonimo di Marie Gouges, scrittrice, drammaturga e giornalista. Ha combattuto contro la schiavitù e per i diritti delle donne. Per le sue idee morì ghigliottinato a Parigi, il 3 novembre del 1793.

 

[1] http://www.afrocubaweb.com/News/Cuba/trianguloinvisible_zurbano.pdf

 

[1] http://negracubanateniaqueser.com/diccionariodeafrocubanas-2/1855-2/

 

[1] http://negracubanateniaqueser.com/diccionariodeafrocubanas-2/1855-2/

 

[1] http://negracubanateniaqueser.com/diccionariodeafrocubanas-2/1855-2/