Misticismo pagano ed esoterismo in Haggard

 

Articolo tratto da http://www.ilsudest.it

di Maddalena Celano

 

Chi vuol capire bene il proprio tempo, deve guardarlo da lontano.
Quanto lontano?
Faci­lissimo, tanto da non riconoscere più il naso di Cleopatra.

Ortega y Gasset

HENRY RIDER HAGGARD: “SHE”
Breve biografia dell’autore

Henry Rider Haggard nacque in Inghilterra, a West Bradenhahm Hall, nel 1856 da padre avvocato e madre scrittrice dilettante. A diciannove anni si trasferisce in Sudafrica dove inizia una carriera amministrativa come segretario del governatore delle colonie di Natal e Transvaal. In seguito agli studi giuridici intrapresi in Africa, eserciterà anche la carriera giuridica come giudice di Pretoria. Nel 1881 torna in Inghilterra dove sposa una ricca ereditiera, Mariana Louisa Margitson. Con la moglie torna nuovamente nel Transvaal dove avvia un allevamento di struzzi ma, quando la colonia viene ceduta all’Olanda, Haggard torna in patria dove esercita l’avvocatura, ma con poca assiduità dato il crescente impegno come scrittore di romanzi di successo. Non smetterà mai di scrivere e fino all’anno della sua morte, avvenuta a Londra nel 1925, alternerà la carriera diplomatica (come membro della Commissione Reale sulle Colonie) a quella di scrittore.[1]

[1] http://www.girodivite.it/antenati/xx1sec/_haggard.htm

Le prime opere

La prima opera di Haggard, Cetywayo and his white neighbours, è di stampo storico-realistico e tratta le vicende dell’annessione del Transvaal all’impero britannico, a cui egli prese parte in prima persona.
Il primo romanzo fantastico, Dawn, è del 1884 ma il successo gli arriderà solo l’anno successivo con la pubblicazione de Le miniere di Re Salomone. Questo romanzo, che aprirà un ciclo di ben 15 volumi, ha per protagonista l’esploratore Allan Quatermain e si ispira al famoso romanzo L’isola del tesoro di Stevenson. Sembra infatti che Haggard avesse scommesso con alcuni amici di riuscire a scrivere un romanzo che superasse in fascino e avventura l’opera di Stevenson. Anche qui infatti abbiamo degli esploratori che, sulla base di un’antica mappa, si avventurano alla ricerca di un tesoro perduto.
Nel 1887 scrive il celeberrimo She, col quale apre un nuovo ciclo narrativo di quattro romanzi fantastici con protagonista la donna immortale Ayesha (in Italia si conoscono solo gli ultimi due volumi, La donna eterna e Il ritorno di Ayesha).
I romanzi del ciclo di Allan Quaterman e di Ayesha fanno parte del filone cosiddetto “africano” che, oltre a queste opere principali, comprende, tra gli altri, Nada de Lily (1891), Quenn Sheba’s ring (1892), The people of the mist (1894), e i romanzi sulla storia dell’impero Zulù e sul suo capo guerriero, Ciaka.[2]
Altro filone è quello storico sull’antico Egitto in cui compaiono romanzi come Cleopatra (1889), rigorosa ricostruzione storica delle vicende della regina; Morning star (1889); Queen of the dawn (1925); The world’s desire (1890) in cui si riprendono le avventure di Ulisse.
Il terzo filone in cui è suddivisibile la produzione haggardiana è quello dei romanzi pseudo-storici in cui, prendendo spunti da personaggi e vicende reali, si costruiscono avventure fantastiche. Ricordiamo, fra gli altri, Montezuma’s daughter (1893); The wanderer’s necklace (1914) in cui si narra di un vichingo che si unisce all’Impero Romano d’Oriente per combattere i musulmani; Moon of Israel: a tale of the exodus (1918) in cui si ricostruisce l’epopea biblica del popolo ebraico; When the world shook (1919) sul mito del continente scomparso di Atlantide.
Da ricordare infine i trattati scientifici che Haggard scrisse sull’agricoltura, di cui era esperto e per cui venne nominato baronetto: Rural England (1902) e The poor of the land (1905).

Sinossi dell’ opera

La regina immortale, Ayesha ( Lei) opera nota anche come La donna eterna, è un romanzo pubblicato nel 1887 dallo scrittore inglese Henry Rider Haggard, autore di numerosi classici (Le miniere di Re Salomone, il ciclo di Allan Quatermain, Bisanzio, etc) celebre già da vivente.

Lei, in particolare, fu un romanzo di grande popolarità letteraria alla fine dell’ Ottocento, vero best seller ante litteram, che rafforzò la grande fama di Haggard, romanziere e globe-trotter.
Successivamente, Lei fu considerato una sorta di precursore del moderno movimento letterario fantasy, di cui anticipa alcune tematiche.
Più in generale, si è trattato di un periodo molto florido per la letteratura fantastica, che in quell’epoca ha messo a segno alcuni colpi di grande spessore: lo stesso La donna eterna (1887), Il ritratto di Dorian Gray (1891), Dracula (1897), per citarne solo alcuni.

I viaggi di Haggard furono concentrati soprattutto nel continente africano, e non a caso nella stessa Africa sono ambientati molti dei suoi romanzi, da Allan Quatermain a Lei (seguito a qualche anno di distanza da Il ritorno di Ayesha).

Ecco, in sintesi, la trama del libro:
Holly riscuote da un amico, subito dopo la sua morte (avvenuta tramite suicidio), una bizzarra eredità: un vitalizio mensile, un incarico… e suo figlio.
Le tre cose sono tuttavia connesse:
l’uomo, a questo punto morente, è persuaso di essere il discendente di alcuni vetusti personaggi (greci), di cui ha rinvenuto delle informazioni su cocci e pergamene e di cui ha seguito la discendenza sino ai suoi tempi.

Dunque, lui e il figlio sarebbero i discendenti di una donna, Amenarta, e di un uomo, Callicrate, che sarebbero stati perseguitati da una chimerica regina dai grandi poteri, che tuttavia avrebbe ucciso lo stesso Callicrate.
Il loro compito, in quanto discendenti, sarebbe quello di restituire il torto subito.

Ed è esattamente il compito che l’uomo desidera che il figlio si assuma una volta grande, e a tal scopo mette a disposizione di lui e del futuro tutore, Holly per l’appunto, una ingente somma di denaro e i reperti che li condurranno dalla regina in questione.

Holly accetta, più per il bene del fanciullo che non per fiducia in quelle che anzi ritiene le parole deliranti di un uomo consumato dalla malattia e vicino alla morte (che difatti giungerà dopo poche ore).
Holly perciò si prenderà su di sé l’impegno di crescere il giovane Leo, quest’ultimo molto avvenente e gradito alle donne quanto il primo sgraziato e misogino.

Non a caso, i soprannomi che i due riceveranno dalla tribù africana cui sopraggiungeranno per il desiderio di Leo di proseguire la ricerca del padre saranno rispettivamente “il Leone” e “il Babbuino”.
Il loro viaggio sarà lungo e denso di imprevisti, e certamente misterioso e appassionante.[3]
Nell’ opera si insinua qualche anacronismo culturale, nondimeno del tutto naturale data la distanza temporale tra chi ha scritto e chi legge.

Analisi del testo

Analizzare lo stile di un’opera di cui non si è potuto leggere l’originale è cosa assai difficile e, soprattutto, soggetta ad arbitrii di non poco conto. La qualità della traduzione infatti è fondamentale nel rendere l’atmosfera linguistica propria di un autore. In questo caso la traduzione che utilizzata è quella fatta da Wanda Puggioni per l’edizione del Gruppo Newton (Compagnia del fantastico; Il fantastico economico classico) del 1994. In realtà il lessico lievemente arcaico e il tipo di registro adoperato fanno pensare a una traduzione di molti anni precedente, riutilizzata poi per questa ristampa.
Nella lettura risalta subito uno stile enfatico, a tratti ampolloso, spesso retorico, teso a dare splendore alle parole e a far sì che l’immaginazione del lettore venga colpita nel modo più vivace possibile. Sembra che l’autore voglia precipitare il lettore nel bel mezzo delle paludi dell’Africa sconosciuta e gli voglia far provare non solo le privazioni e le vicissitudini fisiche dei protagonisti, ma anche tutta la gamma di stati d’animo che un’avventura straordinaria come quella può provocare: paura, terrore, ansia, coraggio, perseveranza, amore. Tutto questo è descritto nei minimi dettagli, con un’aggettivazione lussureggiante e un ritmo avvincente che non può non catturare l’attenzione e tenere legato alla pagina. Gli esempi sarebbero innumerevoli, ne faccio solo uno per rendere l’idea di questo stile che potremmo definire “sensoriale” che tende, cioè, a colpire i sensi. All’inizio di La donna eterna, prima di sbarcare in Africa, i protagonisti sono vittime di un naufragio e devono affrontare con le scialuppe il mare in tempesta. Ecco come Haggard ci presenta la scena:
La furiosa tempesta imperversava intorno a noi e sulle nostre teste, sbalestrandoci di continuo in ogni senso; il vento e gli spruzzi che ci flagellavano il viso, ci stordivano, ci toglievano quasi il lume dagli occhi; pure continuavamo sempre nell’opera di salvataggio con ardimento e come spinti da una esaltazione angosciosa e selvaggia insieme, che aveva in sé del sublime.
Questo stile, inimmaginabile in un romanzo moderno, era tipico del romanzo d’avventura ottocentesco e quindi non possiamo certo rimproverare Haggard, il quale rispecchiava la sensibilità artistica della sua epoca.
Possiamo ricondurre a questo “sensorialismo” stilistico anche il frequente ricorso che l’autore fa al macabro e al sorprendente. Immagini e situazioni che colpiscono la fantasia del lettore sviluppando ansia e meraviglia. È il caso dei rituali cannibali dei primitivi Amahagri, con il loro terribile rito del vaso incandescente in testa con cui solevano uccidere e mangiare i loro nemici. Oppure il tetro spettacolo del falò di decine di mummie impalate a cui Ayesha fa assistere i suoi ospiti, come fosse un onore unico riservato a loro. Le mummie appartenevano all’antichissima civiltà di Kor che, scomparsa a causa di una misteriosa epidemia secoli prima, aveva lasciato vestigia di sé nelle grotte e nelle rovine dell’antica capitale del regno. Oppure, sul finale de La donna eterna, la morte di Ayesha che invecchia di colpo scontando la sua età secolare, è descritta in modo raccapricciante come una metamorfosi da semi-dea a larva scheletrita. In Il ritorno di Ayesha questi elementi macabri si attenuano leggermente e vengono rimpiazzati da un accentuato senso esoterico-allegorico che svolge la stessa funzione di fascinazione sul lettore; egli infatti viene catturato da tematiche mistiche e misteriose di cui solo alla fine otterrà la corretta chiave di lettura.[4]

Si definisce romanzo coloniale quella particolare tipologia narrativa che, con una facciata di avventure in mondi esotici e misteriosi, tende a propagandare in modo nascosto l’ideologia del colonialismo, soprattutto inglese, dell’ottocento. Ecco che quindi i popoli incontrati sono sempre primitivi, selvaggi e spesso svolgono il ruolo dei “cattivi” all’interno della trama; i protagonisti sono sempre bianchi aristocratici e nel complesso l’opera delle potenze coloniali nei territori occupati viene fatta passare come opera di civilizzazione di mondi altrimenti condannati a rimanere semi-barbari. Il maggiore esponente di questo genere è stato Rudyard Kipling, ammiratore e amico di Haggard. Quest’ultimo, con toni certo meno enfatici di Kipling, in diverse pagine tende a far passare l’idea di un occidente portatore di sani valori contro i primitivi popoli africani o asiatici.
Al cospetto di Ayesha tutti gli indigeni si inginocchiano e intimano di farlo anche al protagonista che però, sentendosi esponente di una civiltà superiore in mezzo ai selvaggi, non può non fare il seguente pensiero:
Per un filo non obbedii allo strano suggerimento. Ma un momento di riflessione bastò a farmi rientrare in me stesso, ed a richiamarmi alla dignità di uomo libero e civile.
In un altro passo il protagonista, candidamente, mostra lo spirito predatorio con cui gli occidentali consideravano legittimo sottrarre reperti archeologici dai territori visitati, senza pensare che ogni terra ha diritto a godere e disporre dei proprie ricchezze. Davanti ad antichi vasi di terracotta afferma infatti:[5]
Presentavano tutti una suprema eleganza di linee che avrebbe fatto di loro un prezioso acquisto per uno dei nostri musei.
Si giunge fino ad un ostentato razzismo nei confronti dei popoli di pelle nera quando uno dei protagonisti afferma:
Non ho troppa fiducia in questa gente dal viso nero come il carbone. Hanno certi occhi da ladri!
Non tutti però danno questo giudizio sulle opere dell’autore. Riccardo Valla in un suo articolo (“Il mal d’Africa di sir Henry Haggard”, http://www.nord.fantascienza.it) afferma:
La caratteristica che permette di distinguere Haggard dai suoi imitatori e che lo rende moderno ancor oggi è il suo particolare rapporto con l’Africa, da lui vista con rispetto profondo, senza le ironie colonialiste di molti scrittori dell’epoca […] un amore misto a rispetto che è la sua forma particolare di “mal d’Africa.[6]
Per una disamina più approfondita dell’argomento rimandiamo comunque all’esaustivo saggio di T. Mocera: “Haggard e il romanzo coloniale”, pubblicato in Fogli di Anglistica IV, Palermo, Flaccovio, pag. 17-34.

Influenze biografiche in Haggard nel suo spirito appassionato ed girovago

Henry Rider Haggard è nato a Bradenham , Norfolk, ottavo di dieci figli di Sir William Meybohm Rider Haggard, un avvocato, ed Ella Doveton , un autrice e poeta. Inizialmente fu inviato a Garsington Rectory in Oxfordshire per i suoi studi e ha frequentato in seguito la Ipswich Grammar School. Dopo aver fallito l’esame di ammissione per l’ esercito è stato inviato da un insegnante privato a Londra per preparare l’ esame di ammissione per il British Foreign Office. Durante i suoi due anni a Londra entra in contatto con persone interessate allo studio di fenomeni psichici.
Nel 1875 , il padre lo mandò in quello che oggi è il Sud Africa, ad assumere una posizione non retribuita, come assistente del segretario di Sir Henry Bulwer, luogotenente governatore della Colonia di Natal. Nel 1876 fu trasferito alle dipendenze di Sir Teofilo Shepstone, Commissario speciale per il Transvaal. È in questo ruolo che lo scrittore era presente a Pretoria nel mese di aprile 1877 per l’annuncio ufficiale dell’ annessione britannica del Boero. In quell’occasione, lo scrittore ha sollevato la bandiera dell’Unione e letta gran parte del proclamazione in seguito alla perdita della voce del funzionario originariamente affidato al servizio.
A quel tempo, si innamorò di Mary Elizabeth ” Lilly “Jackson. Nel 1878 divenne cancelliere del Tribunale nel Transvaal , e scrisse a suo padre informandolo di essere intenzionato a tornare in Inghilterra e sposare Mary Elizabeth.
Il padre però non diede il suo benestare al figlio per paura che la vita coniugale potesse rallentarne la sua carriera e nel 1879 la signorina Jackson sposò Frank Archer , un benestante – banchiere. Quando finalmente ritornò in Inghilterra, sposò un amica di sua sorella (Mariana ), Louisa Margitson nel 1880, e la coppia si è poi recata in Africa insieme.
Hanno avuto un figlio chiamato Jock (che morì di morbillo a 10 anni) e tre figlie , Angela, Dorothy e Lilias.
Tornati in Inghilterra nel 1882 la coppia si stabilì a Ditchingham, Norfolk. Più tardi vissero in Kessingland dove iniziò degli studi privati di diritto e dedicò molto del suo tempo alla scrittura di romanzi, che egli vedeva come un’attività più redditizia. In seguito si trasferì al 69 di Gunterstone Road Hammersmith a Londra, da metà 1885 a circa aprile 1888.
E’ stato a questo indirizzo che ha completato il suo capolavoro letterario Le Miniere di Re Salomone (Pubblicato nel settembre 1885 ). Fortemente influenzato dagli avventurieri più grandi che ha incontrato nell’ Africa Coloniale (In particolare Frederick Selous e Frederick Russell Burnham), dalla grande ricchezza minerale scoperta in Africa e le rovine di antiche civiltà perdute del continente, Haggard ha creato le sue avventure ambientate nell’impero Zulù.
Anni dopo, quando Haggard era diventato già uno scrittore di successo, fu contattato dal suo ex amore, Lilly Jackson che era stata abbandonata dal marito. Il quale le aveva sottratto fondi che le erano stati affidati e fuggì in Africa.
Lilly si ritrovò sola e senza un soldo, e così Haggard fece trasferire lei e suoi figli in una casa di sua proprietà e si occupò dell’educazione dei bambini. Lilly però decise di tornare dal marito in Africa.
Il “filone” che appare più intimamente collegato alla sua originale inventiva è il Fantasy, nelle tematiche dei ”Mondi Perduti” e del soprannaturale.
Haggard divenne famoso soprattutto come autore del romanzo Le miniere di Re Salomone e il suo sequel La Città Nascosta.
Ma anche per il ciclo della Donna Eterna composto da La Donna Eterna ed il sequel Il ritorno di Ayesha, oltre che per i suoi romanzi d’avventura, sono influenzati da coppa e spada (simbolicamente parlando, simboli gnostico-esoterici) ed inseriti nel contesto Africano. Le Miniere di Re Salomone è considerato il primo del genere “Mondi Perduti”.
La Donna Eterna (1887) è generalmente considerato uno dei classici della letteratura immaginaria con 83 milioni di copie vendute nel 1965 , divenne uno dei i libri più venduti di tutti i tempi. Il nostro autore è anche ricordato per Nada il Giglio (un racconto di avventura tra Zulù) e l’epica Vichinga di Olaf Spadarossa (Eric Brighteyes e The Wanderer’s Necklage).
I suoi romanzi ritraggono molti degli stereotipi associati colonialismo, ma sono altrettanto inusuali per il grado di simpatia con cui sono ritratte le popolazioni autoctone.
Gli africani svolgono spesso ruoli eroici nei romanzi, anche se i protagonisti sono generalmente, anche se non sempre, europei. Esempi apprezzabili sono gli eroici guerrieri Zulù Umslopogaas e Ciaka.
Tre dei suoi romanzi sono stati scritti in collaborazione con il suo amico Andrew Lang che condivideva il suo interesse per il regno spirituale e i fenomeni paranormali. Alla termine della sua vita fu un fermo oppositore del bolscevismo, una posizione che condivideva con il suo amico Rudyard Kipling.
I due si conobbero a Londra nel 1889 e rimasero amici tutta la vita.

Lame, incantesimi e mondi fiabeschi: come nasce una fantasy-location in Haggard

I mondi dell’heroic fantasy sono svariati.
In alcuni casi si tratta di periodi storici reali, come il mondo dell’antichità – soprattutto greco-romana – e quello medievale – soprattutto inglese – e solo la vicenda raccontata è fantastica.
In altri i mondi sono immaginari, ma comunque basati su un corpus preesistente come la mitologia greca (ma in questo caso la distinzione con l’analogo periodo storico è molto sottile e quella nordica, le leggende arabe e quelle estremo orientali, e così via). Rivolgerò uno o anche due paragrafi a ciascuna ambientazione del romanzo, dividendo l’argomento per temi omogenei.
Nel 1875, l’ autore fu spedito a Città del Capo, in Africa del Sud come segretario del Signore Henry Bulwer, il tenente-governatore di Natal. Nelle sue monografie l’ autore parlò della sua aspirazione di diventare un governatore coloniale, e delle sue eccitanti prospettive giovanili.[7] L’evento più importante durante il suo periodo in Africa era l’annessione della Britannia in 1877 del Transvaal. L’ autore era parte della spedizione che ha stabilito sotto il controllo britannico la repubblica boera. Scrivendo dell’ evento, l’ autore dichiarò:
“It will be some years before people at home realise how great an act it has been, an act without parallel. I am very proud of having been connected with it. Twenty years hence it will be a great thing to have hoisted the Union Jack over the Transvaal for the first time.[8]”
L’ autore difese l’annessione britannica della repubblica boera in un articolo di diario, “Il Transvaal” pubblicato di maggio 1877. Haggard dichiarò che è nella “missione della Gran Bretagna conquistare e tenere nella soggezione” i popoli selvaggi, “non per sete di conquista ma nell’interesse della legge, della giustizia, e dell’ ordine”. [9]
Lui in modo crescente fu disilluso dalle realtà dell’Africa coloniale. Come lo studioso vittoriano Patrick Brantlinger nota nella sua introduzione a Lei: “Little that Haggard witnessed matched the romantic depictions of ‘the dark continent’ in boys’ adventure novels, in the press, and even in such bestselling explorers’ journals as David Livingstone’s Missionary Travels and Researches in South Africa (1857)”[10]
Durante il suo periodo in Africa Meridionale, Haggard sviluppò un odio intenso per i Boeri, ma una profonda ammirazione per la cultura Zulù.[11] Comunque, la sua ammirazione per la cultura Zulù non si estese ad altri popoli africani; piuttosto, lui condivise molte delle assunzioni razziste che sono state proposte all’ interno della politica vittoriana e contemporanea, come le teorie espresse da James Hunt, il Presidente della Società Antropologica di Londra: “il negro è intellettualmente inferiore all’europeo… [e] può essere umanizzato ed incivilito soltanto da europei. Le analogie sono più numerose tra il negro e scimmie, che tra l’europeo e scimmie”.[12] La credenza vittoriana dell’inferiorità degli uomini di pelle scura, costituì per loro un ottima ragione per dare impulso all’arrampicata europea in Africa. Anche se l’ autore non condivise in pieno lo sforzo coloniale, restò comunque impregnato di queste ideologie. Lui era persuaso che il popolo inglese fosse, in qualche modo, tra tutti i popoli il meno crudele: “alone of all the nations in the world appear to be able to control coloured races without the exercise of cruelty”.[13]

Nel 1881 Haggard ritorna in Gran Bretagna. Al suo ritorno, l’ autore trovò la sua patria immersa in una profonda confusione sociale ed ansia culturale.[14] Una delle preoccupazioni più prominenti era lo spavento delle confusioni politiche e razziali, Thomas Babington Macaulay aveva dichiarato “la storia dell’Inghilterra” è “enfaticamente la storia del progresso”,[15] infatti, essendosi imposta la cultura Darwiniana, il primo positivismo entrava già in crisi.[16] L’Incertezza dell’immutabilità dell’identità storica in Gran Bretagna, quello che lo storico Tim Murray aveva chiamato la “minaccia del passato”, fu manifestato nell’ossessione vittoriana per i tempi antichi e l’archeologia.[17] Haggard si interessò considerevolmente delle rovine (re)discovered dello Zimbabwe nel 1870. Nel 1896 lui scrisse la prefazione ad una monografia che ha riportato dettagliatamente la storia del luogo, mentre dichiarò:
“What was the condition of this so-called empire, and what the measure of the effective dignity of its emperor, are points rather difficult to determine… now, after the lapse of two centuries… it is legitimate to hope, it seems probable even, that in centuries to come a town will once more nestle beneath these grey and ancient ruins, trading in gold as did that of the Phoenicians, but peopled by men of the Anglo-Saxon race. [18]”
Haggard fu influenzato fortemente dall’ archeologia e dalle teorie evolutive, specialmente le idee sulla “racialisation” all’ epoca molto diffuse. La mancanza di purezza razziale fu vista come qualcosa che conduce alla degenerazione evolutiva e al declino,[19] un concetto che lui ha incarnato nelle persone della tribù degli Ammahger.
Da tempo Haggard cominciò a scrivere She, la società inglese cominciò ad interessarsi molto al ruolo delle donne.
Nacquero i primi dibattiti sulla condizione femminile, così come le ansie sull’ influenza in aumento e l’indipendenza della “Donna Nuova”.
Si creò allarmismo sulla “degenerazione-sociale” e la decadenza della società le ulteriori preoccupazioni sventolate riguardo al ”Movimento delle Donne” e alla liberalizzazione della sessualità femminile che sfidarono la concezione tradizionale della femminilità vittoriana.[20] Il ruolo e diritti di donne erano cambiati drammaticamente fin dalla prima parte del secolo, entrarono nella forza lavoro, le donne ricevevano migliore istruzione e guadagnarono l’indipendenza politica e legale. Scrivendo nel 1894, Haggard continuò a credere che il matrimonio era il naturale stato per donne: “Notwithstanding the energetic repudiations of the fact that confront us at every turn, it may be taken for granted that in most cases it is the natural mission of women to marry; that – always in most cases – if they do not marry they become narrowed, live a half life only, and suffer in health of body and of mind”.[21] Haggard, in fondo, non vedeva le donne come categoria inferiore a quella degli uomini, nonostante i suoi sentimenti conservatori in materia. Lui inventò il personaggio di “Lei-a-cui-si-deve-portare-rispettò” che divenne una pietra di paragone per le molte ansie che circondavano la Donna Nuova in Inghilterra nel periodo tardo vittoriano”.[22] Per quanto concerne, invece, il tema della degenerazione razziale è un aspetto prominente nel romanzo. Nel romanzo”She”, questo concetto evolutivo della degenerazione è manifestato nel rapporto tra Ayesha e l’Amahagger. Haggard rappresenta gli Amahagger come il risultato di un misto di etnie, originalmente discendenti dagli abitanti di Kôr ma imparentati anche con arabi ed africani[23]. L’ ibridazione razziale, secondo le opinioni del periodo, comporta la degenerazione, un “ribasso dal sangue puro” e così un aspetto della loro degenerazione è l’idea che gli Amahagger abbiano perso gli elementi puri della civiltà dei loro antenati di Kôr . [24]
Ayesha proclama orgogliosamente la propria purezza razziale come un qualità per essere ammirati: “for Arabian am I by birth, even ‘al Arab al Ariba’ (an Arab of the Arabs), and of the race of our father Yárab, the son of Khâtan[…] of the true Arab blood”.[25]
Comunque, l’evocazione più rigida del romanzo del principio evolutivo accade nell’ evoluzione regressiva di Ayesha.
Avanzando nel pilastro di fuoco, l’immortale Lei comincia ad appassirsi e decadere, subendo come morte quello che Judith Wilt descrive come il “ultimo incubo” di Darwinian, l’evoluzione in rovescio:[26] “…i barbari del sud, o il mio popolo forse, cioè gli arabi, invasero le loro terre, e sposarono le loro donne, e la razza degli Amahagger di oggi potrebbe essere un ramo bastardo dei figli potenti di Kôr, e in verità essi vivono nelle tombe, tra le ossa degli antenati.”…[27]

Misticismo pagano ed esoterismo in Haggard

In questi due romanzi di Haggard risulta evidente l’interesse dell’autore per tematiche soprannaturali ed esoteriche. Se Haggard credesse davvero a queste dottrine o se ne fosse solo vagamente affascinato, non lo sappiamo. Di sicuro amava il mondo antico, le antiche civiltà (prima fra tutte quella egizia) e il mistero che circonda il loro ricco simbolismo rituale non può averlo lasciato indifferente. In realtà in La donna eterna questi elementi mistico-esoterici rimangono un po’ a margine, pur essendo fondamentali per delineare la vita e l’azione dei personaggi. Se, infatti, troviamo elementi come la reincarnazione e un “fuoco di vita” capace di dare l’immortalità a chi vi si immerge, questi però rimangono quasi come orpelli ad abbellire una trama e un’azione tutta terrena, puramente avventurosa. Il lettore infatti è catturato, per la maggior parte del libro, più dall’esplorazione impavida di terre sconosciute a costo di enormi rischi e fatiche, dalla tribù di selvaggi Amahagri, dalle vestigia dell’antica città di Kor che non dai fenomeni soprannaturali. Lo stesso discorso non vale invece per Il ritorno di Ayesha in cui la narrazione diventa molto più intrisa di elementi occulti ed esoterici. Oltre alla reincarnazione e all’immortalità già citati, compaiono croci ansate (Ankh), dei egizi (Iside e Osiride) con relative sacerdotesse, Fenici di fuoco, misteriosi monaci veggenti. Questo fiorire di simboli e rimandi spirituali è stato analizzato molto bene da Piero Trevisan nel suo “Haggard e il culto della Grande Madre” in cui viene privilegiata una lettura new age di Ayesha come allegoria della grande madre Terra, Gaia, il pianeta organico e vivente. Scrive infatti Trevisan:
Nel ricco simbolismo della vicenda si possono trovare molti significati. L’immagine della Grande Madre che viene espressa attraverso l’immagine di Ayesha-Hes non è solo quella di Iside, ma anche quello della Fenice che muore e risorge nella fiamma, e inoltre somiglia a Hestia, la Dea del focolare, che per gli antichi stoici era la Terra stessa, che, contenendo il fuoco nel suo grembo, era come un focolare o un forno. Assomiglia anche alla Dea polinesiana del fuoco e dei vulcani, Pele, che donò il fuoco agli uomini, come un Prometeo al femminile, così come invece Ayesha vorrebbe poter essere il Prometeo del futuro, donando all’umanità il fuoco della sua conoscenza sterminata.
Ayesha è lo Spirito della Natura incarnato, è l’energia della Terra, della vita organica, che si contrappone alle religioni monoteistiche e spiritualistiche: più volte nei due romanzi Lei dileggia il Cristianesimo ed il Buddismo, ritenendoli vuoti ed astratti, per affermare la dottrina dell’Amore e della Vita, che devono imporsi a volte anche con la violenza.
Ma Ayesha non si sente completa in se stessa, ricerca un completamento in qualcosa di diverso da Lei, un’immagine maschile a cui si contrappone, che guarda qualcosa al di là di Lei, verso la vita dell’oltretomba. Leo-Callicrate è l’immagine di Osiride, Dio dell’oltretomba.
A tal proposito è interessante analizzare la parabola dell’interesse di Haggard verso l’occultismo nel suo divenire cronologico. Infatti ne Le miniere di re Salomone, di solo due anni precedente a La donna eterna, non vi è traccia di elementi soprannaturali ma c’è solo pura avventura.
In La donna eterna, come abbiamo visto, pur mantenendo una forte carica avventurosa, fanno la loro comparsa alcuni elementi soprannaturali che poi esploderanno in tutto il loro fulgore simbolico in Il ritorno di Ayesha.
Cosa è successo in questo breve lasso di tempo? Una spiegazione ce la fornisce Riccardo Valla in “Il mal d’Africa di sir Henry Haggard” (www.nord.fantascienza.it).[28]
Valla infatti fa notare come proprio in quegli anni fossero apparsi in Inghilterra alcuni scritti e movimenti che avevano profondamente segnato il mondo dell’occultismo e avevano avuto grande risonanza anche al di fuori della ristretta cerchia di cultori. Il movimento ermetico della Golden Dawn, le ricerche di Doyle sulle fate
(intese non come fenomeno folkoristico ma come entità realmente esistenti), la Società Teosofica di Madame Blavatsky, oltre al diffondersi dello spiritismo nelle sue mille varianti dovevano certamente aver colpito l’immaginazione, già di per sé molto fertile, di Haggard influenzando la sua produzione letteraria.

Un mondo innocente ed arcaico, selvaggio e nobile, si spalanca davanti agli occhi del lettore attratto dalla scrittura nomade e rocambolesca di Henry Rider Haggard.
Ἑ il romanzo d’ avventura a inaugurare l’ indagine e l’ immersione verso il fascino regressivo della fanciullezza storica dell’ umanità (il mondo esotico e selvaggio): “Non avevamo fatto molti passi, e già mi ero accorto che la caverna nella quale ci addentravamo non era opera della natura, bensì dell’ uomo. Piuttosto approssimativamente, direi che misurava circa trentacinque metri in profondità per quindici o forse più di larghezza, ed era molto alta, come la navata di una cattedrale. Da questa navata si diramavano corridoi o gallerie, ogni quattro o cinque metri, i quali immagino portavano ad altre caverne o camere più piccole. A quindici metri dall’ ingresso della caverna, proprio dove la luce del giorno cedeva il passo al buio, ardeva un fuoco, la cui fiamma proiettava ombre enormi sulle tetre pareti del fondo”[29].
I percorsi dell’ avventura vissuta in prima persona, per Haggard, vanno già facendosi difficili, e ciò non è privo di conseguenze per l’ universo del romanzo che si proietta verso un aldilà intuito e vagheggiato, successivamente vissuto. L’ Ade, l’ oltretomba, gli Inferi, metafore dei meccanismi imperfetti che governato le passioni e la vita. Rinviano a mancanze, disfunzioni, fallimenti, del tutto impietosamente inserito in un mondo terribile ma di un’ eleganza estenuante, di una cupa magnificenza rituale, di inquietanti metafore occulte: “E qui questa donna straordinaria interruppe la sua litania o cantico, che per noi non era altro che un insieme arbitrario di parole musicali, dal momento che non capivamo e che cosa mai volesse alludere; smise di cantare, e rimase con gli occhi ardenti fissi nel profondo buio della caverna. Poi, a un tratto, questo suo sguardo fisso si riempì di terrore, i suoi occhi si aprirono come per scorgere meglio chissà quale orrore appena intravisto. Alzò la mano per additare qualcosa nel buio. Tutti noi guardammo, e non vedemmo nulla; ma lei vide quello che noi non vedevamo, o credette di vederlo, e doveva essere qualcosa capace di scalfire perfino i suoi nervi di acciaio; perché senza dire una parola, Ustane si accasciò accanto a noi, svenuta”[30].
Le immagini-subliminali, le idee-incubo giungono alla visionarietà di uno spazio ambiguamente definibile; in una sorta di deriva del colore (prevalenza dei colori neutri o dei colori freddi), ci si immaginerà in un misterioso spazio irrelato. Certezze interiori e certezze esteriori sono messe in dubbio; non si parla naturalmente di quei sogni a sfondo teologico di chiarimenti divini, necessari per scostare l’ uomo dalle tenebre.
Il sogno di Haggard si avvolge nell’ oscurità, diventa un diapason che introduce un più buio desiderio, una volontà di creazione che travalica la rappresentazione. Paradossalmente, le creature e le idee della notte manifestano una forza ed una vitalità più spaventosamente luminosa e misteriosa, rassomigliante ad un’ oceano profondo che diventa sempre più avvallato quanto più alto si naviga: “Erano quasi le dieci di sera quando mi lasciai cadere nel letto e cercai di mettere in ordine i miei pensieri, riflettendo su ciò che avevo viato ed udito. Ma più ci pensavo, meno ci capivo. Ero impazzito, o ubriaco, o sognavo, o forse ero semplicemente vittima di una gigantesca e raffinatissima beffa? Come era possibile che io, una persona razionale, abbastanza al corrente dei più importanti fatti scientifici del nostro tempo, e fino a quel momento assolutamente e perfettamente convinto della falsità di tutte quelle fandonie che in Europa vengono chiamate “manifestazioni soprannaturali”, potessi credere che pochi minuti prima avevo avuto una conversazione con una donna vecchia di duemila anni e passa? Era una cosa troppo contraria a qualsiasi esperienza della natura umana, una cosa assolutamente, completamente impossibile. Per forza doveva essere uno scherzo; ma se era davvero uno scherzo,atteggiamento dovevo prendere? E che dire allora delle immagini che avevo visto sull’ acqua, della straordinaria conoscenza che aveva quella donna del passato più remoto, e della sua ignoranza, o apparente ignoranza, di tutta la storia seguente? E infine, che dire della sua meravigliosa e terribile bellezza? Questa, in ogni caso, era un fatto incontestabile, non riconducibile alla comune esperienza.”[31] La storia delle indagini e delle esplorazioni per scoprire quali fossero le sorgenti del Nilo riempie un capitolo vastissimo della vicenda del fiume africano, oltre che costituire una delle mystery-story più intriganti e affascinanti per più generazioni di uomini. La fisionomia ingarbugliatissima del territorio attraversato dal Nilo ha impedito per secoli di sciogliere l’enigma. Le sei cateratte a monte di Assuan ne impediscono la navigazione oltre questo limite e nei pressi della conca sudanese le acque si disperdono in un groviglio di acquitrini e paludi da cui è impossibile districarsi: “Non avevamo fatto nemmeno quaranta metri, quando ci accorgemmo che ogni nostra speranza di continuare a risalire la corrente sulla baleniera svaniva: infatti, a meno di duecento metri da dove eravamo sbarcati, il fiume spariva e si scioglieva in una distesa di stagni paludosi e di banchi di fango , profondi tutt’al più venti centimetri. Era un cul-de-sac acqueo. Ritornammo indietro e facemmo qualche passo sulla sponda dell’ altro fiume; e presto dovemmo giungere alla conclusione, da diversi indizi, che non si trattava in realtà di un fiume, bensì di un canale, come quello che si può vedere nei pressi di Mombasa, aperto per collegare il fiume Tana con l’ Ozy, in modo che i battelli che percorrono il Tana possano passare all’ Ozy e raggiungere il mare senza dover attraversare il pericolosissimo banco che chiude la foce del Tana. Il canale che si presentava ai nostri occhi era stato aperto evidentemente dall’ uomo, in epoche remote della storia, e le tracce dello scavo rimanevano ancora visibili, sotto la forma di argini rialzati; i quali indubbiamente erano serviti, una volta, come banchine da rimorchio. Tranne qualche punto dove l’ acqua o il tempo avevano provocato avvallamenti e frane…”[32]
Il primo a presentare al pubblico una relazione chiara e sicura sulla spedizio­ne egiziana fu Denon, che nell’anno 1802 pubblicò il suo Voyage dans la Haute et la Basse Egypte. Contempora­neamente però François Jomard, basandosi sul materia­le raccolto dalla commissione scientifica e specialmente su quello di Denon, iniziava la redazione di un’opera che avrebbe rivelato al mondo moderno una civiltà fino allo­ra nota solo a pochi visitatori, non sepolta come quella di Troia, ma altrettanto lontana e misteriosa.

La Description de l’Egypte apparve nello spazio di quattro anni, dal 1809 al 1813. Lo scalpore che suscita­rono i 24 volumi è paragonabile solo a quello che dove­va produrre la prima pubblicazione di Botta su Ninive, e piú tardi ancora il libro di Schliemann su Troia.

È difficile rendersi conto, nell’epoca della rotativa, del significato delle ampie edizioni di lusso di quel tempo, con numerose incisioni spesso colorate e in costo­se rilegature: volumi accessibili solo ai ricchi e custodi­ti presso di loro come un tesoro del sapere. Ogni nuova scoperta scientifica si diffonde oggi subito in tutto il mondo, è moltiplicata milioni di volte in figure, parole e suoni, si incrocia con altre pubblicazioni l’una più clamorosa dell’altra e che ognuno può comprare e subito dimentica perché un’altra più recente assorbe la sua attenzione. Così il pubblico di lettori poteva vedere ciò che non era mai piombato sotto i loro occhi, leg­gere cose mai udite e apprendere notizie su una vita di cui non avevano mai avuto la minima idea, orientando il loro sguardo indietro di millenni; e tali novità li face­vano fremere, perché più di noi essi erano orientati a provare una reverente venerazione per quelle avventure straordinarie. Sembrerebbe che Haggard voglia precipitare il lettore nel bel mezzo delle paludi dell’Africa sconosciuta e gli voglia far provare non solo le privazioni e le vicissitudini fisiche dei protagonisti, ma anche tutta la gamma di stati d’animo che un’avventura straordinaria come quella può provocare: paura, terrore, ansia, coraggio, perseveranza, amore. Tutto questo è descritto nei minimi dettagli, con un’aggettivazione lussureggiante e un ritmo avvincente che non può non catturare l’attenzione e tenere legato alla pagina. Faccio un esempio per rendere l’idea di questo stile che potremmo definire “sensoriale” che tende, cioè, a colpire i sensi. All’inizio di La donna eterna, prima di sbarcare in Africa, i protagonisti sono vittime di un naufragio e devono affrontare con le scialuppe il mare in tempesta. Ecco come l’ autore ci presenta la scena:
questo stile, inimmaginabile in un romanzo moderno, era tipico del romanzo d’avventura ottocentesco e quindi non possiamo certo rimproverare l’autore, il quale rispecchiava la sensibilità artistica della sua epoca.

“Non mi pare necessario descrivere particolareggiatamente le seguenti quattro giornate di viaggio; dirò soltanto che in complesso furono le più disgraziate che mai abbia potuto sopportare nella mia vita; un monotono sovrapporsi di dure fatiche, caldo, dolori, zanzare. Quel tetro canale attraversava una regione di paludi apparentemente infinite, e se riuscimmo a salvarci dalla febbre e dalla morte, posso soltanto attribuirlo alle continue dosi di chinino e di purganti che prendevamo, ed alla fatica incessante a cui eravamo sottoposti. In terzo giorno, scorgemmo da lontano un monte rotondo, che si intravedeva appena dietro ai vapori della palude; il quarto giorno, verso sera, quando ci accampammo, questa montagna sembrava trovarsi a quaranta o cinquanta chilometri a distanza. Ormai eravamo completamente esausti, e pensavamo che le nostre mani lacerate non sarebbero riuscite a trascinare il battello un altro metro, e che la solita cosa da fare era lasciarsi cadere per terra e morire nella terribile desolazione della palude.”[33]
Possiamo ricondurre a questo “sensorialismo” stilistico anche il frequente ricorso che l’autore fa al macabro e al sorprendente.
Immagini e situazioni che colpiscono la fantasia del lettore sviluppando ansia e meraviglia.
È il caso dei rituali cannibali dei primitivi Amahagger, con il loro terribile rito del vaso incandescente in testa con cui solevano uccidere e mangiare i loro nemici.
Oppure il tetro spettacolo del falò di decine di mummie impalate a cui Ayesha fa assistere i suoi ospiti, come fosse un onore unico riservato a loro. Le mummie appartenevano all’antichissima civiltà di Kor che, scomparsa a causa di una misteriosa epidemia secoli prima, aveva lasciato vestigia di sé nelle grotte e nelle rovine dell’antica capitale del regno.
Oppure, sul finale de La donna eterna, la morte di Ayesha che invecchia di colpo scontando la sua età secolare, è descritta in modo raccapricciante come una metamorfosi da semi-dea a larva scheletrita.[34]
Con Haggard scenderemo in una sorta di catacomba, dove i morti vagano tra sopravvissuti di antiche civiltà sepolte, in spelonche dai lunghi corridoi tortuosi e gelidi, cadaveri e spiriti sospesi sulle nostre teste in una remora infinita. Mummie rivestite di ossa e brandelli incartapecorite di ormai remote fisionomie. Nessun teschio somiglia ad un altro. C’è qualcosa di parossistico, centinaia di cadaveri tenuti ben bene ed essiccati: “..Le genti di Kor imbalsamavano sempre i loro morti, come gli egizi; ma la loro arte era più perfetta, perché gli egizi si limitavano a svuotare le viscere ed il cervello, invece gli uomini di Kor iniettavano una sostanza nelle vene, e così raggiungevano ogni parte del corpo. Ma aspetta e vedrai”. Lei si fermò a caso davanti a una delle porte che fiancheggiavano la galleria, e fece un cenno alle mute perhé ci illuminassero l’ ingresso. Entrammo in una cameretta simile a quella che mi era stata assegnata al mio arrivo, solo che qui invece c’ erano due letti di pietra. Su questi letti sepolcrali giacevano due salme coperte con la solita stoffa di lino giallastro, sulla quale si era posata nel corso dei secoli una leggera coltre di polvere impalpabile, ma non molta, perché in fondo a quelle caverne scavate nella montagna non c’ era nulla che potesse convertirsi in polvere. Accanto ai cadaveri, sui ripiani di pietra e sul pavimento della camera, c’ erano molti vasi dipinti; armi e ornamenti, invece, erano scarsi.”[35]

Haggard ha richiamato l’ Inferno in proprio soccorso per creare motivi di coinvolgimento e scorgere nel dimensione chimerica quello che si può conoscere senza difficoltà soltanto frugando nella storia dell’ uomo più remota.
Sade stesso applicò questa ricetta: il castello in cui i libertini delle Centoventi giornate di Sodoma si rinchiudono a perpetrare i loro eccessi, ha in comune segrete e segreti coni foschi manieri del Gothic-Novel.
Il topos del castello, nei suoi intrecci tra reale ed immaginario, è un vero e proprio filo conduttore del “genere”.
Nel romanzo di Haggard non troveremo il topos del castello ma immense caverne, spalti rocciosi sparsi qua e là in mezzo a una immensa palude, che soltanto poteva attraversare chi ne conosceva i sentieri segreti.[36]

L’ eccentricità della dimora rispecchia quella dei suoi abitanti: “…Spesso le “Famiglie” si facevano la guerra tra di loro, finché Lei dava l’ ordine di finire la guerra, e tutti immediatamente smettevano di combattere.
Queste guerre, e le febbri che si prendevano a volte quelli che attraversavano le paludi, contribuivano a evitare un aumento eccessivo della popolazione. Non avevano contatti di sorta con altri popoli; per dire la verità non c’ era alcun popolo nelle vicinanze, e nessuno straniero era in grado di varcare quelle immense paludi. Una volta un esercito, che veniva dalle parti del grosso fiume (probabilmente lo Zambesi) aveva tentato di attaccarli; ma si erano persi nei pantani , e di notte, quando vedevano le grosse palle dei fuochi fatui sulla palude, cercavano di raggiungerle, credendo che fossero i nemici accampati, e così quasi metà di loro finirono annegati…” [37]

C’è un evidente rispecchiamento fra l’ architettura naturale immaginaria e l’ edificio in cui vive Ayesha: “…Questa stanza era due volte più larga delle nostre camere da letto, e mi accorsi subito che in origine doveva servire come refettorio; e anche, molto probabilmente, come sala di imbalsamazione dei Sacerdoti e dei Morti, perché mi sembra opportuno spiegare subito che quelle caverne scavate nella roccia non erano altro che immense catacombe, nella quali per decine e decine di secoli erano state conservate le spoglie mortali della grande razza i cui monumenti ci circondavano, preservate con un’ arte e una perfezione mai più uguagliate nella storia dell’ umanità…”.[38]

In Il ritorno di Ayesha questi elementi macabri si attenuano leggermente e vengono rimpiazzati da un accentuato senso esoterico-allegorico che svolge la stessa funzione di fascinazione sul lettore; egli infatti viene catturato da tematiche mistiche e misteriose di cui solo alla fine otterrà la corretta chiave di lettura.[39]

Poiché vuole la vita, l’Anima vuole il bene e il male.

L’Anima crede nel kalón kagathón (il bello e il buono), concetto primitivo anteriore alla scoperta delle contraddizioni tra estetica e morale.

È occorsa una lunga differenziazione cristiana per chiarire che il bene non è sempre bello e il bello non necessariamente bene. Il paradosso di questo connubio di concetti non ha messo a disagio né gli antichi né i primitivi. L’Anima è conservatrice e si attacca in modo esasperante all’umanità antica. Perciò appare spesso e volentieri in abito storico, dimostrando una particolare preferenza per la Grecia e l’ Egitto.

Ayesha è innamorata di Callicrate, nome che nella lingua greca antico significa “la potenza, il potere della bellezza”, appunto con il termine “καλὸς κἀγαθός ” bello e buono, κράτος, -ους, τὸ [kratos] autorità κράτος, -ους, τὸ o forza,

Dante Gabriel Rossetti Pandora

definivano l’ uomo (Callicrate) in questo modo…

Esoterismo-gnostico in Haggard

Anche lo stesso personaggio Ayesha è ispirato profondamente agli antichi miti “greco-romani”, evocanti la regina Venere oppure Elena di Troia.

Aniela Jaffé ha abbozzato un quadro vivace del mondo dei romantici e del periodo della Restaurazione[40].

A chi vuole sapere come vadano le cose quando l’Anima appare nella società moderna, raccomando soprattutto The Private Life of Helen of Troy [La vita privata di Elena di Troia] di Erskine[41].

È opera non priva di profondità, poiché su tutto ciò che veramente vive soffia l’alito dell’eternità.

L’Anima è la vita al di là di tutte le categorie, e non ha cura di biasimi e di apprezzamenti.

Si è mai riflettuto a quale tragico destino sia stato trasportato tra le stelle divine nella leggenda di Maria?

La vita senza senso né regola, che non soddisfa pienamente sé stessa, è oggetto di spavento e di repulsione per l’uomo ben integrato nella sua civiltà; non si può dargli torto, perché la vita è anche la madre di ogni assurdità e tragicità.

L’uomo, nato per vivere sulla terra, lotta fin dall’inizio, col suo sano istinto animale, contro la sua anima e i demoni che vi albergano.

Se l’anima fosse inequivocabilmente oscura, la cosa sarebbe facile, ma purtroppo non è così, perché la stessa Anima può apparire anche come angelo di luce e condurre ai valori più alti, o apparire come entità tenebrosa e condurci alla perdizione.

Se il confronto con l’Ombra è atteggiamento tipico dell’apprendista, il confronto con l’Anima è l’opera del Maestro:

è esattamente questo che vuole esporre la saga di Ayesha, l’ ambivalenza della ricerca spirituale, l’ ambivalenza della stessa conoscenza spirituale!

Il rapporto con l’Anima è infatti anche una prova di coraggio, una prova del fuoco per le forze spirituali e morali dell’uomo.

Psiche è un vocabolo greco che significa Anima.

Perciò per psichico s’intende trattamento dell’anima; si potrebbe quindi pensare che voglia dire trattamento dei fenomeni patologici della vita dell’anima. Ma il significato dell’espressione è diverso. Trattamento psichico vuol dire invece trattamento a partire dall’anima, trattamento di disturbi psichici o somatici, con mezzi che agiscono in primo luogo e direttamente sulla psiche umana. [42]

Questo mezzo è costituito anzitutto dalla parola, e le parole sono anche strumento fondamentale del trattamento psichico.

Certo, difficilmente il profano potrà comprendere come le sole parole del medico possano rimuovere disturbi patologici somatici e psichici.

Penserà che gli si chieda di credere nella magia. E non ha tutto il torto; le parole dei nostri discorsi di tutti i giorni sono solo magia attenuata.[43]

Per un processo di valutazione ingiusto ma facilmente comprensibile si arrivò al punto che i medici si interessarono solo del corpo, lasciando senz’altro che fossero i filosofi, che essi disprezzavano, ad occuparsi del lato psichico.

Nell’animale come nell’uomo, il rapporto tra corpo ed anima è un rapporto di reciproco completamento. [44]

Da sempre si conoscevano molte cose sull’influsso della psiche sul corpo, ma solo ora queste acquistavano il giusto rilievo. La cosiddetta espressione dei moti d’animo costituisce l’esempio più comune di azione della psiche sul corpo, e si può osservare regolarmente e in tutti. La tensione ed il rilassamento dei muscoli facciali, l’adattamento degli occhi, l’afflusso del sangue alla pelle, la sollecitazione impressa all apparato vocale, la disposizione delle membra, specie delle mani, rivelano quasi tutti gli stati psichici di un uomo. [45]

In genere i profani tengono in poco conto i dolori provocati dall’immaginazione, al contrario di quanto fanno per quelli provocati da ferita, malattia o infezione. Ma ciò è palesemente ingiusto; qualunque sia la loro causa, sia pure l’immaginazione, non per questo i dolori sono meno veri e meno intensi.[46]

Non bisogna mai dimenticare che, nel caso dell’Anima, si tratta di eventi psichici mai stati prima in possesso dell’uomo, in quanto, come proiezioni, erano quasi sempre lasciati al di fuori del suo campo psichico.

Per il figlio l’Anima si cela nella superiorità della madre, che spesso resta legata a lui sentimentalmente per tutta la vita, pregiudicando nel modo più grave il destino dell’uomo maturo, o, al contrario, dando ali al suo coraggio nel compimento delle azioni più ardite. All’uomo antico l’Anima appare come dea o strega; invece l’uomo medievale ha sostituito alla dea la Regina del Cielo e la Madre Chiesa.

I Libri Sacri concepirono allora la Sapienza come una entità femminile,
una persona strettamente imparentata con il Creatore:
Non più i maestri o i padri, o gli anziani: fu lei direttamente,
la «donna» dai tratti di profetessa ad insegnare la Sapienza.
Si è arrogata le prerogative di Jahveh (Pro 1, 20 – 33; Sir 4, 15 – 19);
si è quindi fatta un’entità celeste, anche se dotata di vocazione terrena, (Pro 8, 22-31)
un architetto che assiste Dio nell’atto creativo. (Sir 24)
Nessuno più di lei può rassicurare gli uomini della bontà e del senso delle cose.
C’è ordine, nel mondo. Se non riesco a scoprirlo, la colpa è mia.
La donna-sapienza è la Legge.
Il Siracide va oltre nella concretizzazione della sapienza-donna.
Questa lascia il cielo, viene ad abitare in Giacobbe, in Gerusalemme,
incarnandosi nella Legge.
Qui è racchiuso tutto il necessario per essere sapienti. (Sir 24, 23)
La donna-sapienza, collaboratrice di Dio nella creazione.

Di fronte al timore che Dio possa abbandonare il mondo alle forze annichilitrici
del caos, i sapienti introdussero, nelle loro speculazioni, l’idea che la
sapienza-persona partecipasse
attivamente alla creazione. (Prov 8, 22-31; Sir 1, 4.9; Sap 7, 26.27).

Essendo «riflesso della luce eterna, specchio nitido dell’attività
di Dio e immagine
della sua bontà» (Sap 7, 26) non può permettere che Dio rinunci al suo impegno.
In questo modo, la teologia della creazione si fa teodicea, difesa divina.
Spiega e preserva la fede nella giustizia e nell’integrità divina.
Conclusione
L’A.T. non poteva andare oltre.
Ignorava la sapienza della croce,
la natura del peccato, del male, della libertà.
Dio non aveva ancora completato la sua rivelazione.

L’IMMAGINE DELLA SAPIENZA NEL VICINO ORIENTE ANTICO,
E NELL’ESOTERISMO MODERNO E CONTEMPORANEO

Sapienza 7: 21-27

Tutto ciò che è nascosto e ciò che è palese io lo so, poiché mi ha istruito Sophia,
artefice di tutte le cose.
In Lei c’è uno spirito intelligente, santo, unico, molteplice, sottile, mobile, penetrante,
senza macchia, terso, inoffensivo, amante del bene, acuto, libero, benefico,
amico dell’uomo, stabile, sicuro, senz’affanni, onnipotente, onniveggente
e che pervade tutti gli spiriti intelligenti, puri, sottilissimi.

Sophia è il più agile di tutti i moti; per la sua purezza si diffonde e penetra in ogni cosa.
È un’emanazione della potenza divina, un effluvio genuino della gloria
dell’Onnipotente, per questo nulla di contaminato in essa s’infiltra.
È un riflesso della luce perenne, uno specchio senza macchia
dell’attività divina e un’immagine della sua bontà.
Sebbene unica, essa può tutto; pur rimanendo in sè stessa,
tutto rinnova e attraverso le età entrando nelle anime sante,
forma amici di Dio e profeti.

Nel mondo contemporaneo esistono moti di pensiero, ordini religiosi e iniziatici,
correnti teologiche che hanno parzialmente ereditato una serie di considerazioni,
di peculiarità e azioni riconducibili all’Eone[47] che, che nella mitologia gnostica,
ha causato la nascita del mondo materiale ma ha anche predisposto,
con il Logos cristico[48],
un processo redentivo per il genere umano:
In tutte le tradizioni iniziatiche troviamo il custode ( o il guardiano )
della porta di iniziazione : nella Bibbia è il Cherubim di Genesi;
nelle iniziazioni egizie si chiamava Sfinge;
i Cabalisti lo chiamano Metatron o Michele; la Tradizione
essenza Melkisedeq; nelle iniziazioni italiche Mercurio Alato
(anche se per gli Antichi Romani il primo guardiano di
tutte le porte fu il dio Giano)[49].

Se vogliamo valutare da un punto di vista iniziatico l’apertura della bocca,
dove il Dio pone l’Ankh[50], ciò va riferito al Verbo,
il Logos cristico che viene espresso alla fine del percorso di iniziazione.

All’inizio occorre aprire la bocca per ingerire un alimento alchemico
che, come suggerisce l’Ankh, è androgino, cioè presenta in sé un
elemento maschile : il fuoco e un elemento femminile : l’acqua.

Da qui, l’elemento doppio, il Cherubim che non a caso,
in ebraico è un plurale; il Rebis che altri non è che il Rebus :
la Sfinge, il Grande Mistero.[51]

Nei racconti teogonici e cosmogonici dell’antico gnosticismo cristiano,
Sophia è un Ente o un Eone che partecipa sia alla creazione del maligno mondo
materiale sia al futuro rinvenimento delle anime giuste nella
perfezione pleromatica[52]
che circonda il Padre del Tutto.

Nei racconti meno elaborati, Sophia (Sapienza) è l’ultimo degli Eoni che,
non vedendo la Luce del Padre, si dispera fino a produrre i frutti della passione,
destinati alla caduta nel mondo della Materia; in altre versioni,
da un proprio movimento passionale,
partorisce Jaldabaoth, il Demiurgo creatore del Cosmo.

La figura della Sophia gnostica riemerge in contesti moderni e contemporanei
con attributi similari a quelli dei primi secoli dell’era cristiana:
conserva, in modo particolare, una funzione creatrice, organizzatrice
e redentrice in sistemi di pensiero cristiani.

La Sophia protagonista dei vangeli gnostici non è una novità:
di per sé, è una rilettura della Sapienza biblica.
Gli autori dei Vangeli gnostici sono degli intellettuali cristiani e in quanto tali
non sono facilmente allineabili tra le fila dell’ortodossia.
La loro conoscenza è eterodossa, ossia dotata di una forte spinta
innovatrice e proprio per questo non in perfetta sintonia
con una conoscenza ortodossa, che diversamente si basa su un apparato
strutturale molto più rigido ed ancorato in salde convinzioni dogmatiche.
In questi testi vi sono delle illuminate considerazioni sull’operato
irreprensibile e i discorsi illuminanti del Salvatore.
Il loro vero protagonista è il pensiero in azione del Nazzareno.
Qui vi è sapientemente argomentata una certa prassi di costui.
L’insegnamento più utile, secondo noi, che si può trarre dal
vivificante esempio del Cristo è senz’altro:
“Credere fortemente in noi stessi, poiché ognuno è Cristo in sé”.
La nostra concezione della Verità è ancora ben lungi
dall’essere vicina ad alcuna Rivelazione divina ed è, quindi,
ancora in cammino verso l’Uomo. Per farla breve, ci si ispira a Socrate
che il nostro compito precipuo sia quello di auto-conoscerci per poi
conoscere meglio il Mondo che ci circonda.
Del resto, presso l’Oracolo delfico vi era impressa
questa emblematica iscrizione:
«Conosci te stesso».
Chiarita questa nostra disincantata concezione,
ci agganciamo subito al testo da noi attentamente esaminato.
Nel Vangelo di Tomaso, detto 67, Gesù dice:
«Colui che conosce il tutto, ma è privo della conoscenza di se stesso,
è privo del tutto»[53].
La conoscenza di sé, infatti, qui rappresenta il primo gradino da
scalare nel proprio percorso d’ascesa-elevazione spirituale per raggiungere
la conoscenza del Padre celeste.
In un certo senso possiamo parlare di volontà di potenza del Cristo.
Avere fede in colui che si è immolato per la causa dell’umanità significa
avere fiducia nell’uomo.
Per far ciò occorre innanzitutto riporre fiducia in noi stessi.
Solo chi crederà nel dio che è dentro di sé, potrà così salvarsi e non gustare
il sapore pestilenziale della morte.
Il regno del Padre è una mera dimensione interiore.
L’essenza profumata di questi Vangeli ci ottunde i sensi e sta a noi riuscire
ad assaporarli in pieno: gustando quelli che sono gli insegnamenti di Cristo
incarnatosi non per legiferare,
bensì semplicemente per indicarci la Via della Salvezza.
Cito testualmente dal detto 3 del Vangelo di Tomaso:
«Il Regno è invece dentro di voi e fuori di voi.
Quando vi conoscerete, allora sarete conosciuti e saprete che voi siete
i figli del Padre che vive.»[54].
Il messaggio che trapela da queste parole è chiaro:
il Regno è in ognuno di noi, solo che per trovarlo occorre anzitutto trovare
il proprio dimenticato sé.
Per far ciò, però, occorre prima perdersi infinite volte,
poiché è assai tortuosa la Via che conduce al proprio vero sé.
La testimonianza messianica dell’avvento del Redentore è un po’
come l’invenzione della dinamite: tutto dipende dall’uso che se ne fa!
In definitiva essere partecipi della conoscenza-rivelazione divina significa essere
Una cosa sola con il Tutto.
E in questo aspetto, almeno,
tutte le religioni si assomigliano.
Ossia nel riconoscere una dimensione ideal-paradisiaca,
dove ciascuno possa eliminare le proprie scissioni o lacerazioni interne
per affrancarsi così nell’inter-connessione
con tutti gli altri Enti del Creato:
Io sono l’espressione Femminile di Cristo che, in tutti i tempi della vostra storia,
ha accompagnato l’energia del Maschile Divino.
Cristo ed Io rappresentiamo un’antica sostanza secondo la visione
dell’essere androgino da Dio plasmato, perfettamente bilanciato
tra la polarità maschile e femminile.
Siamo quindi due facce della stessa medaglia.
L’energia che si sta esaurendo ora in Terra pone
fine ad un tempo troppo caratterizzato nel maschile e fortemente squilibrato.
Esso lascerà spazio all’essenza del potere della Dèa,
che diventerà strumento per creare un rinnovato stato di coscienza.
Nel momento in cui l’energia del Femmininio Divino sarà risvegliata,
riconquisterete l’armonia e la saggezza, indispensabili elementi
che porteranno linfa vitale per la costruzione del mondo che verrà.
Certo vi chiedete, a livello concreto, quale sia il modo per far
emergere dentro di voi il femminino sacro, quando ancora le vostre
anime subiscono gli effetti devastanti della separazione, causati da un
dominio maschile prevaricante!Vedete, amati, avete dovuto
incarnarvi molte volte, attraverso schemi evolutivi, ora maschili,
ora femminili per bilanciare ciò che indelebilmente si è impresso
nell’anima e che vi ha allontanato dalla coscienza del vostro essere eterno e Divino.
Per guadagnarvi il discernimento spirituale avete vagato nei livelli
di coscienza, cercando l’ascesa verso lo Spirito e l’unione
cosmica dimenticata.Il segno profondo dello squilibrio è stato
trasmesso nel vostro codice genetico. Avete relegato le vostre
virtù femminili ad oggetto di piacere attraverso una volgare sessualità,
trascurando inesorabilmente il potere dello Spirito. Reprimendo
il femminile avete generato divisione, e lo avete costretto alla
sottomissione e alla disparità.Io vi annuncio che l’uomo non
riuscirà a realizzarsi fino a quando non equilibrerà i suoi due
emisferi celebrali, facendo cadere le barriere della dualità ancora
radicate nel DNA.L’uomo nuovo sta emergendo dalle ceneri del
vecchio e si sta amalgamando alle nuove frequenze che impereranno
nel prossimo futuro. Oggi nel mondo molti uomini di Dio si stanno
unendo e la vostra fede sta muovendo montagne finora invalicabili..
Ormai siete pronti ad affrontare l’Armagheddon;
l’ultima battaglia finale che vedrà schierare le due forze
opposte del bene e del male. Siate saldi in questi frangenti;
solo l’unione e la coesione tra voi e con Dio, sono in grado
di portare quella forza e quella luce necessaria al cambiamento.
L’Ordine iniziatico di Melchisedek, che ha avuto il ruolo iniziale
i Re Sacerdoti del ramo di Jesse, da cui discende anche Gesù,
ha il compito di purificare e riscaldare l’anima caduta,
offrendovi quella conoscenza che non è perduta,
ma solo eclissata e pronta a rifiorire.
Melchisedek rappresenta
la virtù Celeste più alta, la vibrazione energetica suprema del sistema solare,
il gran mediatore tra Dio e gli Angeli, il Re dei Re, che attualmente
sta richiamando le anime votate a Lui per antico patto.
Egli è preposto ai tempi finali ed è strettamente legato a Me,
come archetipo della Grande Madre Celeste, della Sophia, di Iside,
perché dove risiede l’energia Cristica lì io sono, eternamente unita,
per risvegliare le coscienze allontanate dalla fonte che premono
per la loro realizzazione.
Questi sono i tempi in cui il potere dell’energia
della Déa ristabilirà la sua presenza sulla Terra, lasciando fluire
armonia attraverso le nuove griglie cristalliche che io,
Regina bianca e regina nera,
avrò cura di proteggere. Ne scaturirà un nuovo modo di percepire
la vita che determinerà un’espansione al livello del cuore e
finalemente, da quest’Unità riconquistata, sboccerà la Legge
dell’Amore.Luminoso futuro agli uomini e a chi fede ha.[55]

Sophia: La Dea della Saggezza e la sposa di Dio

Chi è Sofia? Letteralmente il suo nome, dal greco, significa saggezza.
Lei rappresenta la saggezza nel divino. E’ il cardine centrale della
creazione e rappresenta l’aspetto femminile di ogni cosa.
E’ stata venerata come la saggia sposa di Salomone dagli ebrei,
la regina della saggezza e della guerra (Atena) dai greci,
ovvero quale Spirito Santo dai cristiani.

Il suo nome si pronuncia sew-fee’ah in Greco,
è conosciuta come Chokmah in ebraico, Sapientia in latino,
ed anche il nome della celtica Sheela na gigs si traduce con saggezza.
In qualità di Dea della saggezza e del fato molti sono i suoi volti:
la madonna nera, il femminino divino, la madre di dio dei cristiani gnostici.

Sophia è l’anima femminile della divinità giudaico cristiana, sorgente di puro potere.
E’ la madre della creazione: il suo consorte e assistente era Jehovah.
Il suo sacrario, Hagia Sophia ad Istanbul, è una delle sette meraviglie del mondo.
Il suo simbolo, il calice, rappresenta lo spirito.
In un’icona mediorientale appare incoronata di stelle,
ad indicare la sua assoluta divinità.
Singolare è, d’ altronde, la vicissitudine della stessa Ayesha,
protagonista del romanzo di Haggard, che, durante la sua vita millenaria,
si impossessa dei più grandi segreti del mondo e della natura:
“Quasi duemila anni sono passati sulla terra da quando
il Messia degli ebrei fu appeso alla croce sul Golgota.
Come può essere che tu abbia insegnato filosofia agli ebrei prima che lui nascesse?
Sei una donna non sei un fantasma. Come può una donna vivere duemila anni?
Perché vuoi burlarti di me, o regina!
Lei si sdraiò nuovamente sul divano, e ancora una volta ebbi
la sensazione che i suoi occhi nascosti mi scrutassero e mi trafiggessero
fino al cuore. “O uomo!” disse infine, parlando molto lentamente e con
deliberazione, “sembra che ci siano cose su questa terra di cui non sai ancora nulla.
Credi ancora che tutte le cose muoiono, come lo credevano quegli stessi ebrei?
Io ti dico che nulla muore. Quello che chiamano Morte non esiste,
anche se esiste ciò che chiamano Mutamento”.[56]

Di lei si parla nei libri della Bibbia.
Ci sono molti riferimenti nel libro dei proverbi, nei libri apocrifi di Sirach,
e nel libro della Sapienza di Salomone (accettati da cattolici e ortodossi).
Sophia è il sacro divino femminile nel suo aspetto di saggezza.
Il suo Amore è destinato a colmare non la fame del corpo né i bisogni dei sensi,
bensì la sete di conoscenza, di crescita e di elevazione ed evoluzione spirituale,
tutto ciò che andiamo cercando quando abbiamo risolto i bisogni primari.
Sophia offre il dono della saggezza, ed il suo archetipo ci conduce
all’immagine di un femminile non basato solo sulla riproduzione e maternità,
ma su un aspetto raramente discusso, ovvero l’intelligenza e il potere cosmico
della forza vitale.
Piuttosto significative sono le parole che Haggard pronuncia per bocca di Ayesha:
“L’ umanità
chiede sempre al cielo la visione di ciò che si nasconde dietro il cielo. Ἑ il
terrore della fine, e una forma più sottile di egoismo a far nascere le religioni.
Guarda, Holly: ogni religione promette il suo avvenire ai suoi seguaci; o, in ogni caso,
un avvenire felice. L’ infelicità è riservata invece a quei testardi che non la vogliono accettare;
che vedono quella luce adorata dai veri credenti, come i pesci vedono le stelle, cioè confusamente.
Le religioni appaiono e scompaiono, e le civiltà appaiono e scompaiono, e nulla dura,
tranne il mondo e la natura umana.
Ah! Se l’ uomo potesse capire che la speranza proviene
dall’ interno e non dall’ esterno…che egli stesso deve lavorare per la propria salvezza!
L’ uomo è sulla terra, porta in sé l’ alito della vita e della consapevolezza del bene e del male,
così come il bene ed il male gli si mostrano. Che su questo costruisca, allora, e non pieghi
il capo, né si getti ai piedi dell’ immagine di qualche dio sconosciuto,
creato a somiglianza dell’ uomo, ma con un cervello più grosso per pensare il male, e un braccio
più lungo per attuarlo”.[57]
Sophia è là, quando noi vediamo la nostra vita come un cammino verso la conoscenza.
Lei presiede all’apertura mentale, è il ponte tra lo sconosciuto e il conosciuto.
Lei ci liberà dalla schiavitù dell’ignoranza per vivere nella luce della Sapienza.

Sofia è la sapienza e come tale è luce nella luce,
e la luce appare sempre priva di umido sentire e di notte feconda.
Ma Sophia è tale proprio perché ha già in sé le qualità della luna,
il movimento crescente e decrescente dell’anima.
Lei è l’istinto trasformato in amore, l’amore trasformato in conoscenza.
E’ l’acqua delle acque, la luna delle lune, come venere
è stella del mattino e regina dei mari.
Non c’è paternità in Sophia, né nelle altre divinità a lei analoghe.
Ella è unica come Miria, la meravigliosa, che generò ogni cosa amando sé stessa,
come Gea che nella mitologia è madre e al tempo stesso sposa di Urano,
come Iside che è sorella e amante di Osiride.
E’ la saggezza che viene dal cuore, l’io sento (luna) congiunta all’io sono(sole).
Sophia è il giglio, il loto, il fiore siderale, la candida rosa,
la divinità interiore della donna che la guida verso trasformazioni sempre più alte
Lei è la forma che unisce le parti divise, la sintesi da cui è derivata
l’analisi e che torna a farsi nuovamente sintesi.
È il tutto che è più della somma delle parti, è l’insieme la cui
forma dà vita ad un concetto nuovo, ad una nuova intuizione”.[58]
Sophia personifica la saggezza, che nelle antiche tradizioni
era legata all’integrità che si esercitava nell’ambito del commercio,
in politica e nella corte reale.
Nel corso della storia, il fatto che aspetti etici e conoscitivi fossero
di guida nella vita in luogo della dottrina – delle regole rivelate –
divenne un problema.
Nella saggezza è l’individuo al centro, nel suo rapporto
con il sapere luminoso che riside nel suo cuore e nella sua mente.
Sophia rappresentava dunque un aspetto problematico
per il potere religioso e fu infine esclusa dalle dottrine monoteiste.
Con l’esilio di Sophia si può dire che si diede inizio a quella
alienazione di cui soffriamo ora, come individui moderni,
nel senso di perdita, di tradimento, e di abbandono.
Ciò che è stato esiliato è l’anima vitale, il genio o daimon,
come viene chiamato da Hillmann.
La strada per risvegliare questa Luce inizia quando prendiamo
consapevolezza della nostra vita.
La vitalità esprime l’integrità e intelligenza della forza vitale
il cui risveglio pone fine all’esilio, rivelando che Sophia
non solo è divina ma è la sorgente delle immagini divine, la psiche umana.
In origine gli ebrei erano devoti a Sophia.
Il re Salomone la pose
nel tempio come dea Asherah. Tuttavia dopo le riforme di re Josiah,
si rischiò che il culto di Sophia subisse un arresto,
e questo divenne più di un rischio allorché la cristianità patriarcale
prese piede nel mondo.
Invece anche allora, grazie alla sua continua presenza nel mondo e nella bibbia,
il culto di Sophia proseguì nella tradizione dell’Est,
come testimonia la costruzione del Sacrario Hagia Sophia,
e nel servizio liturgico cattolico russo a Sophia,
collegato all’assunzione di Maria il 15 maggio.
La chiesa ortodossa russa ha anche dato inizio ad una scuola di sophiologia
per esplorare la teologia di Sophia senza contraddire l’ortodossia cattolica russa.
Ma i cristiani dell’est non solo i soli a venerare Sophia.
Sophia era molto probabilmente venerata dai recenti seguaci della Via,
e la sua venerazione è sopravvissuta nell’ Ovest nella forma di Gnosticismo,
e nella Cristianità esoterica.
Il Vangelo gnostico di Tomaso è suddiviso in diversi detti. Prendiamo il detto 2:

Gesù disse: «Colui che cerca non desista dal cercare fino a quando
non avrà trovato; quando avrà trovato si stupirà.
Quando si sarà stupito, si turberà e dominerà su tutto»[59].

Questa affermazione, che Tomaso attribuisce al Nazzareno,
è molto simile alla concezione aristotelica della filosofia intesa essenzialmente
come meraviglia. Secondo Gesù, infatti, solo chi ha stupore delle cose può turbarsi
per poi dominare su di esse.
Chi non si stupisce non ha la benché minima possibilità di turbarsi
e chi non si turba è condannato a vivere nell’indifferenza quotidiana:
schiavo delle proprie passioni negative.
Chi si renderà partecipe della conoscenza rivelata, invece, sarà liberato da esse.
Cosicché si ergerà sopra gli altri e s’incamminerà sul Sentiero della Rettitudine
(ovvero il «Ren» di cui parlava Confucio nei suoi Dialoghi).
Notiamo ora questa basilare definizione tratta dal detto 18:

«Avete scoperto il principio voi che vi interessate della fine?
Infatti nel luogo ove è il principio, là sarà pure la fine.
Beato colui che sarà presente nel principio!
Costui conoscerà la fine e non gusterà la morte»[60]

Il principio di tutte le cose coincide, appunto, con la fine delle medesime.
Ciò che non ha mai avuto un inizio, non avrà neanche una fine!
Dunque dal momento che il Mondo ha avuto inizio, esso prima o poi finirà;
così come noi dal momento che nasciamo, moriamo pure.
Questa sorta di determinismo è presente nell’escatologia paolina preconizzatrice
della Fine dei Tempi. Tutto ciò ha origine da una ben precisa concezione circolare
(nietzscheana) della Storia, con molti eventi tendenti a ripetersi nel corso dei secoli,
avente però un estremo punto di non ritorno, di discontinuità,
dal quale ci è impossibile tornare indietro e dove il Giudizio Finale
verrà compiuto secondo le Scritture.
Il Tempo stesso cesserà il suo inarrestabile fluire, causa ultima
di quel flagello in Terra qual è la Morte, la cui falce inesorabile è
stata calata sul genere umano sin dalla “notte dei tempi”
come conseguenza del peccato originale di Adamo ed Eva.
Tale peccato primigenio si dovette all’insaziabile e divoratrice curiosità
di costoro, i quali pretesero a tutti i costi di essere resi partecipi dei frutti
dell’Albero della Conoscenza del Bene e del Male.
Ecco perché da questo momento in poi la curiosità stessa ha costituito
il “tratto distintivo” degli uomini-senzadio.
Ossia senza l’indispensabile “bussola celeste” rappresentata dal Padreterno.
Ritorniamo adesso laddove la nostra riflessione aveva preso le mosse.
Il tema del Giudizio ha precorso e dominato tutte le fila della cristianità
determinando quella corrente di pensiero comunemente chiamata “messianismo”.
Ovvero quella corrente basatasi sul presupposto di un ritorno
del Messia per redimere gli oppressi e condannare i loro oppressori.
Tra l’altro possiamo far notare come tale corrente di pensiero sia tale anche
per un certo marxismo di stampo benjiaminiano.
Per esso, infatti, è altrettanto plausibile nonché verosimile
l’idea che un Messia un giorno si materializzerà per ristabilire
la cosiddetta Società Perfetta
marxiana, dove le classi vessate possano finalmente venire da costui redente.
Appunto per questo i paralogismi tra quel che è il messaggio cristiano
e quel che è, invece, il messaggio marxiano si sono sprecati per molta
parte della critica moderna. Procediamo ora per gradi e vediamo il detto 24:

Gesù disse: «Beato l’uomo che ha sofferto. Egli ha trovato la vita»[61].

Qui l’insegnamento del Cristo rivela la preminenza della sofferenza,
carattere irrinunciabile per il cristiano,
il quale domina su tutti ma allo stesso tempo è soggetto a tutti.
La vocazione al martirio, specialmente nel Cristianesimo delle origini,
è assai emblematica.
La pervicace sottomissione dei cristiani è riuscita a minare per poi disintegrare
nelle fondamenta la portentosa costruzione dell’Impero Romano,
già peraltro minato da inverecondi “vizi capitali” su tutti: la corruzione e l’ozio.
Quest’ultimo aspetto, in particolare, è stato rigettato completamente dai cristiani,
Non a caso la stessa fine dell’Impero Romano,
la fece anche in un certo qual modo – pur arginando,
almeno in parte le “falle”, ed evitando così il naufragio
dell’intera imbarcazione – il potente papato romano, ferocemente
attaccato da quel “cinghiale selvatico” tedesco di Martin Lutero.
Questi, profittando anche della degenerazione dei costumi della curia romana,
diede adito alla diaspora fra i cristiani ma anche paradossalmente
alla benefica ristrutturazione dell’intero apparato della cristianità in decadenza.
La verità è che il Cristianesimo si è sempre cibato di eresie senza le quali non
sarebbe mai e poi mai riuscito a sopravvivere: predicando quasi tutte il ritorno
alle Sacre Scritture, esse hanno fortemente cementato antiche, ma altresì preziose,
usanze cadute in disuso. A questo proposito vi è un imprescindibile libro
del sociologo tedesco Max Weber,
ossia L’etica protestante e lo spirito del capitalismo (1904),
che sottolinea la stretta consonanza tra l’importanza assegnata dal cristiano-riformato,
cioè protestante, al lavoro e il conseguente sviluppo
di quel fenomeno economico detto “capitalismo”.
Richiudendo questa parentesi doverosa, in effetti, comprendere la
radice della nostra sofferenza significa comprendere anche l’essenza
stessa della nostra esistenza, che si compone prevalentemente di sofferenza.
Infatti quando si viene al mondo lo si fa piangendo e sin da quel primo “atto di potenza”
compiuto, si diventa istantaneamente consapevoli che, fuoriuscendo dal caldo
e confortevole utero materno, si è sì iniziati alla vita che è, però, costituita sin
dal principio da una sofferenza indicibile.
Da ciò si dovrebbe subito avere un’idea chiara di cosa significa realmente stare al mondo.
Dunque la sofferenza va intesa – in questo senso – come condizione
stessa dell’essere uomo: il quale se non soffrisse, nemmeno vivrebbe!
Tornando al Vangelo di Tomaso,
esso contiene una precisa morale, che talvolta affiora improvvisa
folgorandoci letteralmente, come d’altronde avviene in questo detto 63 ad esempio:
Gesù disse: «C’era un uomo ricco che aveva molte ricchezze.
Disse: Mi servirò delle mie ricchezze per seminare, mietere,
piantare e riempirò i miei granai di frutta, e non mancherò di nulla.
Così pensava in cuor suo, ma in quella notte morì. Chi ha orecchie, intenda»[62].

Difatti ci sono stati assegnati appositamente due orecchie per ascoltare
maggiormente e una sola bocca per parlare minimamente.
In questo episodio narrato da Gesù, il messaggio sembrerebbe sin troppo esplicito:
la nostra vita è molto labile ed è appesa ad un sottilissimo filo,
che potrebbe spezzarsi da un momento all’altro destinandoci, così,
al riposo eterno senz’alcun preavviso e con un’intempestività
davvero impareggiabile. Data, appunto, la fragile consistenza del
materiale con cui è plasmata la nostra precaria esistenza, dobbiamo proprio
per questo gustarcela tutta vivendo intensamente ogni singolo istante datoci
in sorte, pur avendo la massima cognizione di causa che: tutto potrebbe finire
da un momento all’altro! Tuttavia tale detto non insegna la pesantezza
del vivere o ancor peggio un infruttuoso fatalismo di circostanza, semmai la leggerezza.
Per certi versi l’etica di Cristo non differisce granché dall’etica dei samurai,
impavidi guerrieri-medievali giapponesi, ai quali veniva inculcato il pensiero
incessante della morte; che, tuttavia, invece di appesantirli,
li alleggeriva notevolmente permettendo ad essi di servire nel
miglior modo possibile, sino alla morte, il loro signore.
Inoltre questa senz’altro atipica predisposizione mentale,
li metteva anche nelle migliori condizioni di guerreggiare
con la mente totalmente libera da qualsivoglia cattivo pensiero,
che potesse in qualche modo influire negativamente sulle loro gesta
guerresche nel bel mezzo del fulgore scintillante della battaglia!
In questo si può, infine, scovare un forte richiamo al messaggio dell’apostolo
Paolo secondo cui: tutto accade una volta sola; e proprio in virtù di ciò:
ogni istante è pressoché irrefutabile; a differenza di quel che dirà, poi,
Nietzsche: tutto viene eternamente ripetuto.
In questo detto il Nazzareno sembra riferirsi allo spirito errante dell’uomo.
Questi non avendo radici come le piante o nidi come gli uccelli è costretto a
navigare gli oceani burrascosi dell’esistenza.
La sua casa è il vasto Mondo pieno d’insidie.
Nella sua bellissima poesia Il viaggio, il poeta francese Charles Baudelaire
ci fornisce una splendida metafora di quella che è la condizione umana sulla Terra,
e cioè: l’uomo è simile ad un aerostato che si libra altissimo nel cielo incontaminato
e non riesce a fermarsi se non per poco tempo in ogni luogo, dov’egli è solo
di passaggio durante il suo Viaggio esistenziale,
che troverà – prima o poi – il suo estremo
compimento.

Gesù disse: «Colui che ha trovato il mondo ed è diventato
ricco, deve rinunciare al mondo»[63]

Poiché il cristiano non appartiene a questa Terra,
dove evidentemente egli è solo di passaggio, essa è semplicemente
un transito verso quello che è il meraviglioso mondo celeste, che lo attende
dopo il suo irrefutabile trapasso. Alla rinuncia al Mondo consegue la
rinuncia al proprio sé e ai propri simili.
Ciò potrebbe apparire in stridente
contrasto con il suo comandamento supremo che è l’amore verso il prossimo.
Come tutti i profeti anche Gesù si contraddice volutamente più volte,
poiché il suo messaggio ha un significato plurimo.
Ciononostante sempre di significato,
e non di significati, dobbiamo tenere conto.
Consideriamo brevemente quest’affermazione roussoniana:

«Il Cristianesimo è una religione tutta spirituale,
dominata unicamente dalle cose del cielo; la patria del cristiano non
è di questo mondo»[64].

Nella sezione La religione civile, del Contratto sociale, Rousseau
teorizza il suo forte scetticismo a lasciare il Mondo nelle mani dei cristiani,
in quanto – egli argomenta – non essendo essi creature di questo mondo
(si consideri la rilettura del messaggio di Cristo operata dall’apostolo Paolo),
che interesse hanno costoro ad occuparsene?
Apparentemente nessuno, noi diremmo.
Il cristiano è straniero a questo mondo – al quale non appartiene.
Questo è quanto sostiene l’apostolo Paolo, appunto,
il quale definisce l’identità del cristiano intendendola paradossalmente
come sorta di non-identità; come a voler dire che l’importante
per un cristiano deve essere non sbilanciarsi mai troppo e oscillare
tra potere temporale e potere spirituale stando sempre attenti, però,
a tenere i piedi su due staffe: di modo che quando viene meno l’una,
c’è sempre l’altra su cui riporre le proprie speranze.
È da cristiani, insomma, star sempre dalla parte dei
poteri più forti – lo stesso Riformatore, Lutero,
è stato accusato di concussione con i potenti dai cosiddetti “settari”,
su tutti dal rivoluzionario Thomas Muntzer.
Proprio questa, oltretutto, è stata la grande accusa mossa da un po’ tutti gli eretici,
a partire dagli gnostici.
In sostanza, gli eretici andrebbero considerati dei credenti fuori dal comune
e proprio per questo molto più intransigenti della norma.
E il loro apporto al mantenimento imperterrito dell’intera cristianità,
ribadiamo, è stato assolutamente decisivo: “Gli apostoli dissero ai discepoli:
“Ogni nostro sacrificio possa meritare il suo sale!” Essi chiamavano “sale” Sofia:
senza di essa nessun sacrificio è gradito.
Ma Sofia è una donna sterile, senza figlio; e per questo motivo è chiamata
“traccia di sale”. Ma ovunque essi saranno sarà (anche) lo Spirito Santo,
e i figli di lei sono molti[65].
Il Vangelo Gnostico di Maria è il racconto dell’avventurosa trasmigrazione dell’anima.
Durante il proprio tragitto d’ascesa fino all’Altissimo,
essa si trova a dover affrontare delle potenze ostili, che la mettono a dura prova.
Su tutte la quarta potenza, che si compone delle sette potenze dell’ira:
l’ignoranza, l’oscurità, la bramosia, l’emozione della morte, il regno della carne,
la stolta saggezza della carne, la stizzosa sapienza: “Il nome della prima potenza,
con ogni verosomiglianza, è la “materia”, seguono l’ ignoranza, la bramosia; allo
“spirito di opposizione” corrisponde l’”ira” che, al pari di quello, spinge l’ uomo
al peccato. L’ anima, dunque, nel suo viaggio di ritorno incontra quali scrutatori
i componenti del corpo umano (di quello che fu un giorno il suo corpo), e a ciascuno
di loro si dimostra estranea.
L’ incontro e la dichiarazione di estraneità hanno un motivo preciso.
Il corpo è la grotta dell’ uomo, è la “catena dell’ oblio”.[66]
Perciò noi viviamo e periamo nell’effimero.
Dunque è un po’ come se la morte fosse per ciascun cristiano
il risveglio da un lungo sogno durato una vita intera.

La costrizione è estranea al cristiano.
Ognuno è libero di scegliere autonomamente quel che ritiene più opportuno credere.
Gesù non vuole essere confuso con il legislatore che implica il promulgamento
e il rispetto di determinate leggi da lui stesso emanate.
Il compito di Cristo è semplicemente quello di farsi testimone della Verità,
che va soltanto annunziata, predicata e rivelata.
Il suo unico precetto, per così dire, è quello di amare il prossimo e di
porgere l’altra guancia rendendo bene per male, poco importa.
La particolarità senz’altro più straordinaria di questo Vangelo è l’autrice,
ossia una femmina.
Ciò sta ad indicare l’ampiezza di vedute dello Gnosticismo,
la cui vena eterodossa è tale da rovesciare degli autentici “luoghi comuni”
sviluppati nel dogma ortodosso, intendendo con essi tutti quelli che interpretano
“alla lettera” i Testi Sacri del canone cristiano e risalenti alla scuola d’Antiochia.
L’esegetica gnostica risale, invece, alla scuola d’Alessandria
interpretante la Sacra Scrittura in forma platonica,
vale a dire “al di là della lettera”, dunque in chiave allegorica.
Si pensi a Simon Mago, “illuminato” rappresentante dello Gnosticismo,
che era solito andare in giro con una certa Elena – ovvero una prostituta – spacciandola
per l’incarnazione della spiritualità divina in Terra e dunque in “lieve”
controtendenza con la visione dataci nella Genesi della donna,
cagione d’ogni male per l’intero genere umano.
La Maria autrice di questo Vangelo è con tutta probabilità la Maddalena
considerata, in alcuni Vangeli non ortodossi, la compagna di Gesù: “Tre persone
camminavano sempre con il Signore: Maria, sua madre, la sorella di lei,
e la Maddalena, della la sua compagna. Maria infatti (si chiamava) sua sorella,
sua madre, e sua compagna.”[67]
Nel testo, inoltre, vi è un episodio estremamente significativo in cui l’apostolo
Levi intercede a favore di Maria, verbalmente aggredita
dall’apostolo Pietro – lo stesso che verrà poi elevato a rango di custode
della Santa Romana Chiesa. Dalle testimonianze di alcuni gnostici, come il già
citato Simon Mago, la femmina in realtà sembrerebbe venire rappresentata
come sorta di ponte teso incontro alla divinità.
L’apice di questo anti-femminismo
gettato dall’apostolo Pietro è stato toccato con i tristemente celebri roghi innalzati in
mezz’Europa nel Medioevo per bruciare, il più delle volte senz’alcuna prova a loro
discapito, delle giovinette innocenti oppure delle vecchie farneticanti.
Tutto ciò, naturalmente, con il beneplacito dell’ignorante popolino
acclamante i “molto presunti” giudici di Dio, ciechi e devoti discepoli
dell’irruente apostolo Pietro. Ma veniamo alla narrazione stessa dell’episodio:

Levi replicò a Pietro dicendo: «Tu sei sempre irruente, Pietro!
Ora io vedo che ti scagli contro la donna come (fanno) gli avversari.
Se il Salvatore l’ha resa degna, chi sei tu che la respingi? Non v’è dubbio,
Salvatore la conosce bene. Per questo amava più lei di noi. Dobbiamo
piuttosto vergognarci, rivestirci dell’uomo perfetto, formarci come egli ci ha
ordinato, e annunziare il Vangelo senza emanare né un ulteriore
comandamento, né un ulteriore legge, all’infuori di quanto ci disse il Salvatore».
Quando Levi ebbe detto ciò, essi presero ad andare per annunziare e predicare[68].

Oltre a ciò che abbiamo sopra detto, in questo spezzone Levi predica
un ritorno al messaggio originario di Cristo.
A noi posteri non può non venire in mente ancora una volta il buon Lutero,
anch’egli richiamante un esplicito ritorno alle Sacre Scritture.
Appare sconcertante come il decreto ereditatoci dal Nazzareno di non emanare
né un ulteriore comandamento, né un ulteriore legge sia stato del tutto disatteso
dalla curia romana. Si figurino le innumerevoli bolle papali e i vari decreti
rilasciati dai numerosi concili di cui si perde il conto – tanti ve ne sono stati -,
assolutamente inattendibili in quanto scritti da degli uomini-peccatori, dunque
fallibili, e proprio per ciò privi dell’originaria ispirazione divina delle Sacre Scritture,
diversamente infallibili. Questo è quel che più dovrebbe farci riflettere senz’altro
sul travisamento operato da molti dei suoi seguaci dell’autentico
messaggio di colui che Nietzsche definì giovane ebreo.
Chissà che forse non abbia ragione il succitato filosofo tedesco a sostenere
che il Cristianesimo delle origini, vale a dire l’insegnamento originario
del suo fondatore, sia stato mistificato da alcuni suoi discepoli: su tutti gli
apostoli Paolo e – aggiungeremmo noi, alla luce
di questo Vangelo di Maria – anche Pietro: Per far ciò, però, occorre prima perdersi infinite volte,
poiché è assai tortuosa la Via che conduce al proprio vero sé, significativo è quest’
altro brano tratto dal romanzo di Haggard: “Che sono dieci o venti o cinquantamila
anni nella storia della vita? Pensa che in diecimila anni la pioggia e le tempeste
riescono a togliere alla montagna solo un palmo del suo spessore.
In duemila anni queste caverne non sono mutate, nulla è mutato, soltanto le bestie,
e l’ uomo, che è come le bestie. Non c’è nulla di stupefacente nella materia,
per coloro che capiscono. La vita è stupefacente, si, ma che si possa prolungarla
un poco non è stupefacente.
La natura è animata da uno spirito, come l’ uomo,
che è figlio della natura, e colui che può trovare questo spirito, e respirare il suo alito,
vivrà con la vita stessa della natura. Non vivrà eternamente, perché la natura non è eterna,
e anch’ essa deve morire, così come è morta la natura della luna.
Anch’ essa deve morire, dico, ma dovrei dire mutare, e dormire,
finchè non giunge anche per lei l’ ora di vivere di nuovo.
Ma quando morirà? Non ora, ne sono certa, e finché esa vive,
vivrà con lei colui che possiede il suo segreto. Internamente,
non lo possiedo ancora, ma solo in parte, e più di quanto l’ abbiano
forse posseduto altri prima di me.”[69]

Molto presumibilmente il Vangelo gnostico di Verità è opera del vescovo Valentino,
il quale per poco non divenne papa. Infatti questi venne battuto proprio all’ultimo
dal vescovo Aniceto. Secondo la concezione valentiniana si possono
raggruppare le persone entro tre gruppi: ilici, coloro i quali
conducono una vita nella più imperfetta ignoranza e quindi
sono molto simili a delle bestie, e per cui la Salvezza è un traguardo
pressoché irraggiungibile; psichici, coloro i quali invece essendo
dotati di libero arbitrio hanno raggiunto un minimo livello
di comprensione della Rivelazione divina, ciononostante sono in
bilico tra il credere e il non credere, la loro Salvezza è tutta nelle loro mani;
pneumatici, coloro i quali hanno raggiunto la pienezza della comprensione
degli Eoni (particelle conoscitive emanate dal Pleroma, che è la pienezza
primigenia del Padre da cui essi sono stati promanati): la Sofia,
Sapienza è stata il primo Eone a venire al Mondo. Infine il Logos,
cioè Gesù, il quale ha saputo squarciare il velo Maya delle
apparenze di questo illusorio Mondo per liberare l’umanità dalla schiavitù
ottenebrante dell’ignoranza, rivelando così la luce della conoscenza divina.
Quest’ultima prende il nome di gnosi, vale a dire la conoscenza
mistica del Padre che risiede in ogni singola particella del Creato.
Lasciamo parlare il testo:

L’ignoranza del Padre fu sorgente di angoscia e di paura.
L’angoscia si è condensata come una caligine, sicché nessuno ha potuto vedere.
Perciò l’errore si è affermato: ignorando la verità, ha elaborato la sua
materia nel vuoto. Si industriò a formare una creatura sforzandosi di
ancorare nella bellezza l’equivalente della verità.
Ossia Cristo è al contempo
Verità e Bellezza. In lui si concretizza la Rivelazione del Padre celeste.
La verità-bellezza del Figlio diviene, perciò, conoscibile e cosicché
alla portata di tutti coloro i quali vogliono colmarsi nella sua pienezza rinfrescante,
che ridona serenità ai cuori angosciati dall’ignoranza obliante.
Nel testo si riporta:

L’oblio, infatti, pervenne all’esistenza perché non conoscevano il Padre:
dal momento, dunque, in cui conoscono il Padre, l’oblio non sarà più .

Il Dio Sconosciuto si rivela, secondo Valentino, attraverso gli Eoni.
Essi dopo essere caduti sulla Terra si sono dispersi in singole particelle
conoscitive.
Questa concezione valentiniana ci richiama in mente il mito
dell’oscuro dio greco Dioniso Zagreo.
Questi, secondo il mito, dopo
innumerevoli metamorfosi tentate per scongiurare la cattura, viene prima
scovato dopodiché fatto a pezzi dai Titani, i quali ne disperdono
poi i brandelli ovunque.
Ciò a testimonianza della commistione nel Cristianesimo primitivo
di alcuni elementi mitologici riconducibili alla tradizione ellenica.
Proseguiamo nella lettura del testo:

Colui, infatti, che non conosce è nel bisogno;
e ciò di cui ha bisogno è grande, giacché ha bisogno di ciò che lo rende perfetto.

L’uomo, dunque, è bisognoso di conoscere.
Egli necessita di rapportarsi con Dio ed ha, perciò, bisogno di discernerne
la natura veritiera; liberandosi così dalle proprie afflizioni in modo da cogliere
quel barlume divino rilucente negli Eoni, che rappresentano il suo
tramite con la divinità. In essi, infatti, zampilla rigogliosa
la sorgente di pienezza del Padre. Chi s’immergerà in essa
raggiungerà così l’unità con il molteplice e:
Nell’unità ognuno ritroverà se stesso. Nell’unità, per mezzo della conoscenza,
egli purificherà se stesso dalla molteplicità; come una fiamma,
divorerà in se stesso la materia: l’oscurità per mezzo della luce,
la morte per mezzo della vita.

Dalla purificazione del molteplice si ottiene l’unificazione della conoscenza.
Essendo l’errore la manifestazione più sconcertante del vuoto che tutti ci avvolge,
esso consiste in nulla; come rimedio a ciò, vi è la conoscenza rivelata del Padre,
appunto, che colma ogni margine d’errore, cioè di nullità.
L’errore ricopre la superficie effimera delle cose.
Perciò occorre rivestirsi dell’uomo perfetto, usando un’immagine evocata
dall’apostolo Levi nel Vangelo di Maria, e rifugiarci in Dio che è, invece,
riparatore d’ogni errore in quanto ripieno di perfezione. In estrema sintesi,
Dio è Volontà! Infatti:

Nella volontà il Padre si riposa, e si compiace.
Nulla avviene senza di lui, nulla accade senza la volontà del Padre.
Ma la sua volontà è imperscrutabile. La sua orma è la sua volontà,
ma nessuno la può conoscere, ne è possibile scrutarla per comprenderla.
Ma quando egli vuole, avviene quanto egli vuole;
anche se la vista di ciò non piace loro affatto; davanti a Dio questa
è la volontà del Padre.

Quelli che seminano d’inverno raccolgono d’estate: l’inverno è il mondo,
l’estate è l’altro eone. Seminiamo in questo mondo per poter raccogliere nell’estate.
A quanto pare occorre gettare la semina in questo mondo terreno,
per poter poi raccoglierne i frutti nel mondo celeste.
L’estate sta a simboleggiare il mondo laddove il Sole della conoscenza splende
imperituro rischiarando il volto degli uomini savi, la cui fede nell’Onnipotente
li condurrà verso la Salvezza ultraterrena. Secondo Filippo la verità è unità
nella molteplicità e a tal proposito afferma:

Ma la verità addusse nel mondo dei nomi, poiché è impossibile insegnarla senza nomi.
La verità è una unità, ma è anche molteplicità per noi,
affinché impariamo tale unità nella molteplicità.

Addurre dei nomi è indispensabile alla verità per divenire manifesta,
cioè di pubblico dominio.

Dunque lo Spirito Santo è femmina.
Proprio qui, a nostro avviso, possiamo rintracciare la vera eterodossia degli gnostici.
Ossia l’incredibile valenza che essi assegnano alla femmina.
Eva ha sì offerto la mela ad Adamo, però, questi non si è fatto alcuno scrupolo
a mangiarla senza minimamente riflettere sulla conseguenza sciagurata della sua azione.
Ciò vuol dire che essi sono entrambi colpevoli.
Perciò ecco qui che la forte valenza negativa della donna,
fornitaci da una certa ortodossia largamente prevalente, decade almeno in parte.
D’altronde se la Maddalena è stata effettivamente la prediletta del Messia
una ragione dovrà pur esserci. Secondo noi proprio la sua ammissione di colpa,
le ha permesso di entrare nelle grazie del Salvatore.
L’impurità della carne è una conseguenza inevitabile dell’imperfezione
costitutiva dell’uomo.
Quindi il fatto è che: la natura umana è impossibilitata a rimanere pura
nella carne, poiché il corpo è corruttibile ed è plasmato nell’errore,
bensì la vera purezza risiede proprio nello spirito. Proprio perché ha molto peccato, molto le sarà perdonato; dice Gesù riferendosi a Maria.
Ecco che involontariamente ritorniamo a Lutero:
solo passando attraverso una sincera e attiva contrizione si può essere perdonati.
Le opere da sole non bastano.
Esse, infatti, sono consequenziali, e cioè:
in virtù della propria contrizione si compiono nobili gesta per riscattarsi
dai precedenti peccati commessi.
Le une, le opere, dipendono dall’altra, la contrizione; ma non viceversa.
I santi non hanno alcun fondamento nelle Sacre Scritture e dunque
sono una mera invenzione del clero per avvicinare le persone all’esempio,
altresì, inavvicinabile di Cristo. La condotta impeccabile è soltanto ipocrisia,
come insegna Cristo.

Se lo Spirito Santo è femmina, come abbiamo già detto, il Logos
invece è maschio o meglio ancora il Verbo fattosi Carne, vale a dire Gesù.
Se Cristo è stato un uomo, come vi è stato ampiamente documentato,
tale deve esserlo stato a trecentosessanta gradi.
Ossia deve esser stato dominato, come tutti del resto,
dalle stesse pulsioni che caratterizzano ciascun uomo, tra cui la concupiscenza.
E non è da escludere, perciò, che questi abbia concupito effettivamente con Maria,
la sua discepola prediletta.
Tale concezione – mettendo da parte una certa quanto
meno “discutibile” ortodossia – non sembrerebbe poi tanto assurda,
semmai scomoda per alcuni.
Tuttavia non è nostro intento gettare benzina sul fuoco.
Altri lo hanno fatto e i risultati sono sotto gli occhi di tutti.
Leggendo il Vangelo di Filippo s’incontrano ripetutamente delle forze
nemiche rappresentate dagli Arconti, i quali si frappongono agli Eoni
tentando in tutti i modi di disturbare la loro opera di chiarificazione
dei cuori turbati degli uomini e di conquistarli alla vera fede.
Generare significa creare per la prima volta.
Il generare ha una funzione decisamente più radicale del semplice creare.
Perciò un solo uomo è stato generato, tutti gli altri sono stati creati.
E costui è il Cristo vivente. Seguitando citiamo alla lettera il testo:

La fede riceve, l’amore dà. Nessuno può ricevere senza la fede.
Nessuno può dare senza l’amore. Per questo, appunto, crediamo,
per ricevere veramente; è così che possiamo amare e dare,
giacché se uno non dà per amore, non trae profitto da ciò che dà.

L’inscindibilità tra fede e amore viene qui pronunciata in tutta la sua deflagrante potenza.
Il dare, a quanto pare, è sinonimo d’amare. Dunque più si dà e più vuol dire che si ama.
La caratteristica che fa del cristiano un’autentica “forza della natura”
è proprio la sua incrollabile fede nell’amore verso il prossimo.
Infatti rispondere ad un affronto con un altro affronto è sin troppo facile.
Mentre molto più difficile è rispondere ad un affronto con un “atto di amore”,
poiché così si disarma letteralmente chi ha commesso l’affronto.
Alla violenza non si deve rispondere con altrettanta violenza.
La funzione dell’amare il prossimo attuata dal cristiano serve giusto
per placare questo altrimenti inarrestabile “circolo vizioso”.
Infatti:

Se dici: «Sono ebreo», nessuno si commuove; se dici: «Sono romano»,
nessuno trema; se dici: «Sono greco, barbaro, schiavo, libero», nessuno si agita.
Se dici: «Sono cristiano», trema il mondo.
Riceva io questo segno che gli arconti non possono sopportare,
allorché odono il suo nome.

Basti pensare all’edificio dell’Impero Romano sbriciolatosi miseramente
grazie all’azione non-violenta di coraggiosi martiri, i quali – invece di rendere
pan per focaccia – combatterono l’odio dei loro persecutori con l’amore
che tutto comprende, parafrasando un’espressione tanto cara all’apostolo Paolo.
Inoltre vi è una magnifica metafora di Gesù come tintore,
che vorremmo commentare:

Il Signore entrò nella tintoria di Levi, prese settantadue colori,
lì gettò nel calderone e lì ritrasse tutti bianchi e disse:
«Il Figlio dell’uomo è giunto invero come un tintore».
Compito di Cristo è stato quello, fra gli altri,
di riportare il colore nelle esistenze altrimenti opache degli uomini.
E il colore più neutro di tutti è il bianco-purificatore!
D’altronde anche nella concezione platonica i colori
qualificavano dei “valori spirituali”.
Per giunta da sempre il colore rappresenta nell’immaginario collettivo
la speranza che tutto ingloba a sé.
Infatti le tre virtù teologali sono in ordine crescente,
cioè da quella meno a quella più importante: la fede, l’amore e, soprattutto,
la speranza. In fin dei conti una fede così come un amore senza speranza
sarebbero del tutto vani, poiché tutto spera la speranza.
Il testo, poi, prosegue:

In questo mondo c’è del buono e c’è del cattivo:
il suo buono, non è buono, e il suo cattivo non è cattivo.
Ma, dopo questo mondo, c’è qualcosa di veramente cattivo,
ed è il luogo di mezzo. Esso è la morte.

La morte è il “terrificante” luogo di mezzo.
Ossia: l’oblio vertiginoso che tutto fa sprofondare,
il nulla eterno che tutto inghiotte, la disperazione angosciante
che annichilisce ogni speranza.
E chi non ha mai sperato è come se non avesse mai vissuto.
La speranza costituisce il “tessuto connettivo” del quale si compone la fede.
Il messaggio di questo Vangelo è essenzialmente di carattere ermetico.
Infatti, per l’autore di questo ricchissimo testo,
la Verità è un fittissimo reticolato di “segni” solo apparentemente indecifrabili,
che possono venire colti nell’intricata foresta dei simboli e delle immagini
solo attraverso il loro baluginante scintillio, che ci svela orizzonti inesplorati
dando un autentico significato alle nostre altrimenti scialbe e insignificanti esistenze.

LA SAPIENZA NELLA BIBBIA E NEL VICINO ORIENTE

La Sapienza, nel canone biblico, ha addirittura un libro riservato
alla spiegazione della sua peculiarità formativa e del suo modo di agire
nella storia del mondo.

Il testo contenuto nella Sacra Scrittura è un insieme composito delle
tradizioni sapienziali dell’antico vicino oriente: in particolare,
sembra che l’opera abbia un forte debito stilistico e contenustico nei confronti
del libro egizio conosciuto come “La Sapienza di Achikar”,
sebbene non manchino, nella composizione, echi sumeri, babilonesi, fenici.

In Egitto, impersonificazione della saggezza costruttrice di mondi e
salvatrice era la dea Maat,
che presiedeva anche la giustizia e che donava vita, consiglio, misericordia.
Ma, soprattutto, la dea Maat insegnava la Verità.
Soppiantata poi dalla più popolare Iside, compagna di Osiride,
che ne ricalcò fedelmente gli attributi e le potenzialità, la Sapienza si diffuse
cultualmente in tutto il Mediterraneo sotto il nome della sorella-sposa del dio dei morti,
che tutto sapeva, che tutti assisteva, che al genere umano insegnava,
con caparbia e volontà, la Verità.
Nel ricco simbolismo della vicenda si possono trovare molti significati.
L’immagine della Grande Madre che viene espressa attraverso
l’immagine di Ayesha-Hes
non è solo quella di Iside, ma anche quello della Fenice che muore e risorge nella fiamma,
e inoltre somiglia a Hestia, la Dea del focolare, che per gli antichi stoici
era la Terra stessa,
che, contenendo il fuoco nel suo grembo, era come un focolare o un forno.

Assomiglia anche alla Dea polinesiana del fuoco e dei vulcani,
Pele, che donò il fuoco agli uomini, come un Prometeo al femminile, così
come invece Ayesha vorrebbe poter essere il Prometeo del futuro,
donando all’umanità il fuoco della sua conoscenza sterminata.

Ayesha è lo Spirito della Natura incarnato,
l’energia della Terra, della vita organica,
che si contrappone alle religioni monoteistiche e spiritualistiche:
più volte nei due romanzi Lei dileggia il Cristianesimo ed il Buddismo,
ritenendoli vuoti ed astratti, per affermare la dottrina dell’Amore e della Vita,
che devono imporsi a volte anche con la violenza.

Ma Ayesha non si sente completa in se stessa,
ricerca un completamento in qualcosa di diverso da Lei,
un’immagine maschile a cui si contrappone, che guarda qualcosa al di là di Lei,
verso la vita dell’oltretomba. Leo-Callicrate è l’immagine di Osiride,
Dio dell’oltretomba.

Tutto il libro di Siracide, della Sapienza e interi passi dei Proverbi
sono probabilmente ispirati a Iside, Sapienza incarnata,
Regina del Cielo e della Terra, reggente del regno d’Egitto e garante del potere faraonico,
su cui vigilava.

La Sapienza, per gli antichi, conosceva le leggi dell’universo come il senso della vita;
microcosmo e macrocosmo sono da lei formati e diretti, e continuamente ella
ispira gli uomini,
ammaestrando quella speciale categoria di esseri umani che verranno poi chiamati,
per esperienza e conoscenza, i Sapienti.
La Sapienza dunque è qualità ed emanazione divina, conoscenza somma
dei misteri dell’Ineffabile, che solo alcuni uomini possono percepire.

Da un punto di vista filosofico e teologico, essa cerca, prova e trova i giusti,
che colma per poterli illuminare; guida il genere umano all’armonia,
all’ordine e imponendo la giustizia e la Verità porta alla comprensione di Dio
e dischiude la porta del mistero della vita umana.
La Sapienza preordina e prepara la Rivelazione e custodisce il mondo nelle sue mani.

Nell’ Antico Testamento, le astratte tradizioni sapienziali dei paesi che confinavano
con Israele e Palestina assumono anche toni quotidiani, come nei Proverbi e in Siracide,
mentre in Qoelet e Giobbe rispondono a quesiti più esistenziali,
in linea con gli insegnamenti
egizi e sumeri.
La finitezza dell’essere umano, il riconoscimento
della propria imperfezione,
la necessità dell’autoconoscenza, sono le condizioni necessarie per conquistare
l’ambita Sapienza, che in questi testi non è solo intuizione filosofica,
ma un faticoso percorso ascetico.

In numerosi passi dei libri sapienziali citati, la Sapienza ha creato il mondo,
dove aleggia con il suo Spirito per preparare il processo redentivo;
nel Nuovo Testamento, la Sapienza sarà identificata con Gesù Cristo
e strettamente collegata o sovrapposta alla figura della Vergine Maria,
come vedremo dopo.

Difatti occorre spiegare che, come la Sophia gnostica,
la Sapienza veterotestamentaria è un’entità femminile che si è arrogata
le stesse prerogative di Jahveh, partecipando alla creazione: è un’entità celeste,
che deve abitare la Terra e gli uomini, è l’architetto divino e al contempo
l’aiuto dell’uomo giusto, che prepara le vie del Sapere e, dunque, della rinascita.

Nelle successive elaborazioni teologiche,
la Sapienza diventa addirittura Persona, parte attiva del processo creativo,
e viene indicata nel famoso “spirito che aleggia sulle acque primordiali” della Genesi.

E’ in questo aspetto che la Sophia degli gnostici e quella giudaica si somigliano:
entità creatrici, sono anche custodi di segreti cosmici e fedeli assistenti
sia del Divino che dell’Umano.

L’Eone gnostico, tuttavia, subisce il dramma cosmico del pentimento di un mondo
che non riconosce perfetto, ma che cercherà di salvare, tramite l’insufflazione
dello Spirito nella materia e la collaborazione con l’Eone del Cristo.

Difficile stabilire come, da quando e perché, nella speculazione gnostica,
la Sapienza stessa è portata a riconoscere concettualmente il mondo
materiale come un errore,
partorito da una sua debolezza o mancanza:
la Sophia dell’Antico Testamento non nega
la sua creazione, né la percepisce negativamente.

Nel Vecchio Testamento, la Sapienza finisce con l’incarnarsi nella donna-Legge:
gli gnostici precristiani, refrattari alle regole mosaiche, prima ancora del Cristo,
la rifiutarono tramite l’ampia letteratura apocalittica giudaica,
dove per la prima volta compare il Demiurgo e la bontà della creazione
è chiaramente messa in dubbio.

La critica di questi protognostici, forse, è volta all’inaridimento
della tradizione sapienziale ebraica, che in questo modo ha prodotto
l’immagine di un Creatore ingiusto:questa potrebbe essere una valida
spiegazione del mito teogonico e cosmogonico di queste correnti
di pensiero giudaiche eterodosse.

La generazione gnostica successiva, stavolta sulle orme del Cristo,
non poteva che accentuare la sua ostilità
alla Legge e al cieco Demiurgo figlio di Sophia
che ha disseminato il creato di errori: ecco allora che la Sapienza,
nelle prime sette gnostiche
causa prima della nascita del mondo più corrotto,
si pente e collabora per recuperare il pneuma disperso nel mondo.

Momentaneamente dimenticata dai cattolici moderni e attuali, che pure in Maria
continuano a presentirla occultata tramite un immaginario pieno di atteggiamenti,
rappresentazioni e culti ieratici e profetici, la Sapienza ha conosciuto, teologicamente,
maggiore fama presso gli ortodossi.

Già i Padri del deserto, i Padri greci e il monachesimo ortodosso
gettarono le basi della sofiologia, ramo teologico che si occupa della Sapienza.
Nell’Ottocento, da un punto di vista filosofico,
la Sapienza fu riproposta e rielaborata da grandi scrittori e studiosi come Soloviev,
Bulgakov, Dostoevskij.
Nella sofiologia, la creazione è cominciata con la Sapienza creata,
riflesso della Sapienza increata, fatto pienamente confermato dalle Scritture che dicono:
“La Sapienza si è costruita la casa,
vi ha eretto sette colonne… tiene pronto il suo vino,
ha imbandito la sua mensa.
Poi ha inviato i suoi servi a rivolgere ad alta voce questo invito:
“Chi è semplice, entri qui!” A quelli ancora insensati ha detto:
“Venite, mangiate il mio pane,
bevete il mio vino che ho preparato per voi”” (Proverbi, 9).
La “casa, è l’Ekklesia, le sette colonne sono i sette doni dello Spirito Santo.

Nella cabala e nel sufismo è l’aspetto femminile del Divino,
la Shekinah, a farsi emblema e garanzia di un Demiurgo affidatario del cosmo.

Tommaso Palamidessi, archeosofo, ha approfondito il tema della
Sapienza proponendo una “cardiognosi”, un metodo di conoscenza e ascesi,
basato sull’invocazione sofianica.

Difatti ha scritto, in uno dei suoi libri:
“Dalle profezie e prefigurazioni delle Sacre Scritture risulta evidente che Iddio,
nella sua infinita sapienza e bontà, ha preposto alla custodia della Creazione
il demiurgo cosniogonico, al quale la Rivelazione ha dato il nome di Sofia
o Sapienza creata “ab aeterno”.
Dunque a Sofia è stata affidata sin dall’inizio del mondo l’azione pilota
per ricondurre il salvabile dell’Umanità alla purezza originale,
quale fu prima della caduta adamica, attraverso l’opera di Redenzione
del Verbo operante in Cristo e incarnatosi nel seme di Maria“
(Genesi, 3:15; Proverbi, 8:22, 30:31; Eccl., 24:14).
E continua: “In realtà la Vergine Maria è una creatura spirituale perfettissima,
senza peccato, preesistente, che si è sostituita alla madre
Eva per farsi la Nuova Eva
e Madre
dell’Umanità.
Ella è sempre stata conforme al Volere, alla Sapienza
e all’Amore di Dio Uno e Trino,
ed ha atteso nella contemplazione divina il “via”, destinazione terra,
per collaborare con eroico slancio ed umiltà svolgendo la sua parte salvifica e
sempre aderente a Sofia…
“Maria è dunque la prima monade costruttrice dell’Anima del Mondo,
l’eterna Maria in preghiera prima della caduta adamica e dopo la caduta,
durante la nascita, passione e morte di Gesù Cristo suo figlio,
ora e sempre.
Maria è la capostipite dell’Anima del Mondo che soffre con il mondo,
perché quest’Anima del Mondo è impura, peccaminosa, egoista.
Maria è la “Donna vestita di sole” con le dodici stelle sul capo,
i piedi posati sulla falce lunare, in doglie di parto e aggredita senza
risultato alcuno dalle forze del dragone-Satana: quella “donna vestita di sole”
che Giovanni inquadra nel dodicesimo capitolo dell’Apocalisse.
Maria è anche Sofia sin da quando Eva, ancora in stato di grazia,
la generò come anima perfetta e pura”.

La Sofia gnostica, tramite la teologia cristiana, il misticismo,
sopravvive nella contemporaneità e la sofiologia, in tempi di dialogo interreligioso,
si presta bene come utile tema di discussione tra i popoli.

Senza saperlo, nella Sapienza rivive l’antico anelito gnostico a conoscere il
tutto come via di redenzione: la forza e la persistenza dell’archetipo sofianico
che trasforma l’era contemporanea e le varie ere dell’ umanità.

Ayesha: il terribilmente bello e l’ infinitamente brutto

In ogni secolo, filosofi e artisti hanno fornito definizioni del bello;
grazie alle loro testimonianze è così possibile ricostruire una storia
delle idee estetiche attraverso i tempi. Diversamente è accaduto col brutto.
Il più delle volte si è definito il brutto in opposizione al bello
ma a esso non sono state quasi mai dedicate trattazioni distese,
bensì accenni parentetici e marginali.
Pertanto, se una storia della bellezza può avvalersi di un’ampia
serie di testimonianze teoriche (dalle quali si può dedurre il gusto
di una data epoca), una storia della bruttezza dovrà per lo più
andare a cercare i propri documenti nelle rappresentazioni visive
o verbali di cose o persone in qualche modo intese come “brutte”.
Tuttavia, una storia della bruttezza ha alcuni caratteri in
comune con una storia della bellezza.[70] Anzitutto,
noi possiamo soltanto supporre che i gusti delle persone
comuni corrispondessero in qualche modo ai gusti degli artisti del loro tempo.
Se un visitatore venuto dallo spazio entrasse in
una galleria d’arte contemporanea, vedesse volti femminili
dipinti da Picasso, e sentisse che i visitatori li giudicano “belli”,
potrebbe farsi l’idea errata che nella realtà quotidiana gli uomini
del nostro tempo ritengono belle e desiderabili creature [71]
femminili dal volto simile a quello rappresentato dal pittore.
Tuttavia, questo visitatore spaziale potrebbe correggere
la sua opinione visitando una sfilata di moda o un concorso
di Miss Universo, in cui vedrebbe celebrati altri modelli di bellezza.
A noi, invece, questo non è possibile; nel visitare epoche ormai lontane,
non possiamo fare verifiche, né in relazione al bello né in relazione al brutto,
perché di quelle epoche ci sono rimaste soltanto testimonianze artistiche.
Un’altra caratteristica comune sia alla storia del brutto che a quella
del bello è che ci si deve limitare a registrare la vicenda di questi
due valori nella civiltà occidentale.
A un occidentale una maschera rituale africana può apparire orripilante
– mentre per il nativo potrebbe rappresentare una entità benevola.
Di converso, per l’appartenente a qualche religione extraeuropea
potrebbe apparire sgradevole l’immagine di un Cristo flagellato,
sanguinante e umiliato, la cui apparente bruttezza corporea
a un cristiano ispirerebbe simpatia e commozione.
Nel caso di altre culture, ricche di testi poetici e filosofici
(come ad esempio quella indiana, giapponese o cinese),
vediamo immagini e forme ma, traducendo sia pagine
di letteratura che pagine filosofiche, è quasi sempre difficile stabilire
sino a qual punto certi concetti possano essere identificabili
con i nostri, anche se la tradizione ci ha indotto a tradurli
in termini occidentali come “bello” o “brutto”.
E anche se le traduzioni fossero attendibili, non
basterebbe sapere che in una certa cultura si intende
come bella una cosa che esibisca, per esempio, proporzione ed armonia.
Che cosa si intende, infatti, con questi due termini?
Essi hanno cambiato senso anche nel corso della storia occidentale.
È solo paragonando affermazioni teoriche con un quadro
o una costruzione architettonica dell’epoca che ci accorgiamo
che ciò che era considerato proporzionato in un secolo non lo era più nell’altro;
parlando per esempio di proporzione un filosofo medievale
pensava alle dimensioni e alla forma di una cattedrale gotica,
mentre un teorico rinascimentale pensava a un tempio cinquecentesco,
le cui parti erano regolate dalla sezione aurea – e ai rinascimentali sono
apparse barbare e, appunto, “gotiche”, le proporzioni realizzate dalle cattedrali.
Mi sembra opportuno fare qualche cenno sul mito di
Lilith e seguirò come traccia l’ acuto e stimolante libro di Roberto
Sicuteri Lilith la Luna Nera. Nella parte conclusiva del suo studio,
Sicuteri sottolinea: “Pur mantenendoci saldi al proprio lato luminoso, di salute,
questa volta scegliamo di rompere il patto ipocrita, cedere il traversi mento, abolire
le false liturgie e ci poniamo anche – va ripetuto: anche- dalla parte della
prima compagna di Adamo. Dobbiamo osare di richiamarla a noi vicina,
sottraendola al demone, liberati dal vincolo
di dipendenza del Padre, fatti più adulti – ci poniamo dalla
parte dell’ archetipo rimosso, cioè della “malattia”, che è malattia
creativa; e non di nuovo in una polarizzazione unilaterale oppositiva
ribaltata, ma protesi a riagganciare questo polo alla luce”[72]. Sicuteri
ripresenta il tema di Lilith: l’ enigma della femminilità si ricollega, oggi,
a quello della disobbedienza sessuale, della trasgressione, della dialettica
uomo-donna, dell’ unificazione maschile con il femminile, il gioco,
la fusione e non la costruzione di oggetti persecutori, di un demone
o nemico da combattere. Lou Andreas Salomé nel suo scritto Il tipo di Donna
annota: “Nella sua attività creatrice l’ uomo testimonia fino a che punto
anche per lui il significato culturale ultimo stia nel recupero di quella
unità, fino a che punto per amore di esso egli sia pronto a ricreare il mondo
al di fuori di se stesso in tutti i campi come se fosse suo per afferrare con le mani,
per vedere con gli occhi, che “l’ altro”, l’ esterno, pulsa con le medesime
pulsazioni vitali ed è tutt’ uno con lui. Egli lo testimonia a se stesso anche
in ogni singolo suo fare e lasciare, la sua parte rimane il dualismo,
che si rinnova continuamente in ogni nuova cosa destinata a diventare
un nuovo e più ampio cammino, per cui non gli è mai garantito uno scopo
nelle cose, ma solo valori e modelli per così dire sovra personali. Questo conferisce
al femminile un proprio valore culturale indipendentemente dal fatto che
esso può agire in modo analogo (ma non identico)al significato di ciò che
è spiritualmente creativo. Per quanto diverse possano essere le modalità
di espressione dei due sessi, su questo punto essi si ritrovano insieme a questo
stesso spirito al quale la donna mira insieme all’ uomo e con l’ aiuto di lui,
essa è legata al tempo stesso dal profondo, dalle fondamenta del suo essere,
dove i contrari si unificano direttamente”[73]
[1] http://www.girodivite.it/antenati/xx1sec/_haggard.htm

[2] http://www.losnodo.net/articolo.php?articolo=2252

[3] libriromanzi.blogspot.com/…/lei-la-donna-eterna-henry-rider-haggard.html

[4] http://www.losnodo.net/articolo_conelenco.php?articolo=2252

[5] http://www.losnodo.net/articolo.php?articolo=2252

[6] T. Mocera: “Haggard e il romanzo coloniale”, pubblicato in Fogli di Anglistica IV, Palermo, Flaccovio, pag. 17-34.
[7] Rider Haggard (1926), Days of My Life, vol. 1, p. 102.

[8] Rider Haggard (1926), Days of My Life, vol.1, p.107.

[9] Rider Haggard (1877), “The Transvaal”, p. 78.

[10] Brantlinger, p. viii.

[11] Butts, Dennis (2008). “Introduction”. King Solomon’s Mines. Oxford: Oxford World’s Classics. pp. xvi. ISBN 9-780199-53641

[12] Hunt, James (1863). On the Negro’s place in nature. London: Trubner and Co..

[13] Rider Haggard, (1877), “The Transvaal”, p. 78.

[14] Marshall, The Cambridge Companion to the fin de siècle

[15] Macaulay, Thomas Babington (1880). Critical, Historical, and Miscellaneous Essays and Poems. 2. New York. p. 102.

[16] Llobera, Josep R. (1988). “The Dark Side of Modernity”. Critique of Anthropology 8: 71–76.

[17] Murray, Tim (1993). “Archaeology and the threat of the past: Sir Henry Rider Haggard and the acquisition of time”. World Archaeology 25.

[18] Rider Haggard, “Preface” to A. Wilmot, Monomotopa (Rhodesia), Its Monuments, and Its History from the most Ancient Times to the Present Century (London: 1896), p. iv.

[19] Shannon, Richard (1974). The Crisis of Imperialism 1865-1914. London. pp. 267–290.

[20] Nina Auerbach, Woman and the Demon: The Life of a Victorian Myth.

[21] Rider Haggard, H. (1894). “A Man’s View of Woman”. African Review of Mining, Finance, and Commerce 4 (96).

[22] Stauffer, pp. 21-22.

[23] H. Rider Haggard, She, OXFORD University Press, p. 136

[24] Brantlinger, p. 323.

[25] H. Rider Haggard, She, OXFORD University Press, p. 136

[26] Wilt, “The Imperial Mouth: Imperialism, the Gothic, and Science Fiction”, p. 624.

[27] Henry Rider Haggard, She, Sellerio editore Palermo, p. 210

[28]Riccardo Valla, “Il mal d’Africa di sir Henry Haggard”, http://www.nord.fantascienza.it

[29] Henry Rider Haggard, She, Sellerio editore Palermo, p. 101

[30] Henry Rider Haggard, She, Sellerio editore Palermo, p. 113

[31] Henry Rider Haggard, She, Sellerio editore Palermo, p. 184

[32] Henry Rider Haggard, She, Sellerio editore Palermo, p.88 – 89.

[33] Henry Rider Haggard, She, Sellerio editore Palermo, p.90 – 91.

[34] http://www.simonepiazzesi.it/images/haggard.htm

[35] Henry Rider Haggard, She, Sellerio editore Palermo, p.212 – 213.

[36] Henry Rider Haggard, She, Sellerio editore Palermo, p.110.

[37] Henry Rider Haggard, She, Sellerio editore Palermo, p.111

[38] Henry Rider Haggard, She, Sellerio editore Palermo, p.157

[39] http://www.losnodo.net/articolo_conelenco.php?articolo=2252

[40] Aniela Jaffé (a cura di), Ricordi, sogni, riflessioni di C. G. Jung, Rizzoli, Milano 1978 (ISBN 88-17-11279-8)

[41] La vita privata di Elena di Troja; Traduzione di Lauro De Bosis, Milano : A. Mondadori Edit., 1928

http://www.vincenzoamabile.it/Aforismi%20di%20Freud/aforismi.htm

http://www.vincenzoamabile.it/Aforismi%20di%20Freud/aforismi.htm

http://www.vincenzoamabile.it/Aforismi%20di%20Freud/aforismi.htm

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http://www.vincenzoamabile.it/Aforismi%20di%20Freud/aforismi.htm

[47] http://it.wikipedia.org/wiki/Eone_(teologia): Gli eoni, in molti sistemi gnostici, rappresentano le varie emanazioni del Dio primo, noto anche come l’Uno, la Monade, Aion Teleos (l’Eone Perfetto), Bythos (greco per Profondità), Proarkhe (greco per Prima dell’Inizio), Arkhe (greco per Inizio). Questo primo essere è anch’esso un eone e contiene in se un altro essere noto come Ennoia (greco per Pensiero), o Charis (greco per Grazia), o Sige (greco per Silenzio). L’essere perfetto, in seguito, concepisce il secondo ed il terzo eone: il maschio Caen (greco per Potere) e la femmina Akhana (Verità, Amore).

http://www.massoneria.oriente.civitanovamarche.org/tavole/ankh-chiave_della_vita.php

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L’ankh, conosciuto anche come chiave della vita e croce ansata, è un antico simbolo sacro egizio che essenzialmente simboleggia la vita. Gli dèi sono spesso raffigurati con un ankh in mano, o portato al gomito, oppure sul petto. In funzione di geroglifico l’ankh, oltre che significare “vita”, assume diverse sfumature, in base al contesto in cui è inserito, sebbene sempre con caratteri mistici e religiosi: http://it.wikipedia.org/wiki/Ankh

http://www.massoneria.oriente.civitanovamarche.org/tavole/ankh-chiave_della_vita.php

[52] http://it.wikipedia.org/wiki/Pleroma: Il termine Pleroma (greco πληρωμα) generalmente si riferisce alla totalità dei poteri di Dio. Il termine significa pienezza, e viene usato sia in contesti gnostici che in contesti cristiani (Colossesi 2,9).

Lo gnosticismo sostiene che il mondo è controllato dagli arconti, fra i quali alcune correnti gnostiche pongono il Dio dell’Antico Testamento, che tiene l’uomo prigioniero di proposito o accidentalmente. Il Pleroma paradisiaco è la totalità di tutto ciò che consideriamo “divino”, emanato da Dio, l’Eterno Principio Divino. Il Pleroma è spesso indicato come la Luce che esiste “al di sopra” (non in senso spaziale) del nostro mondo, occupata da esseri divini che sono autoemanati dal Pleroma stesso, gli Eoni. Questi esseri vengono a volte descritti come eoni, a volte come arconti. Gesù viene considerato come un eone intermedio che fu inviato, insieme alla sua controparte Sophia, dal Pleroma per aiutare l’umanità a recuperare la conoscenza perduta delle sue origini divine e riportarla all’unità col Pleroma. Il Pleroma è, così, un elemento centrale della cosmologia religiosa gnostica. Ad ogni Eone viene dato un nome (a volte molti) ed una controparte femminile (gli gnostici vedevano la Divinità e la Completezza in termini di unione maschio/femmina). Il Mito Gnostico prosegue dicendo come la controparte femminile dell’eone Saggezza, Sophia si separò dal Pleroma per generare il Demiurgo, partorendo così il mondo materiale.

Il termine Pleroma viene usato anche nella lingua greca e dalla Chiesa greca Ortodossa poiché la parola compare nel libro dei Colossesi. Coloro che sostengono che San Paolo era uno gnostico, come Elaine Pagels dell’Università di Princeton, vedono il riferimento in Colossesi come qualcosa da interpretare in senso gnostico.

[53] Vangeli gnostici, a cura di Luigi Moraldi, Adelphi Edizioni, Milano, 2005, cit. pp. 15.

[54] Idem nota uno, cit. pp. 5.
http://astronavepegasus.forumattivo.com/t1968-messaggi-entita-di-luce-maddalena

[56] Henry Rider Haggard, Lei, Sellerio editore Palermo, p. 173

[57] Henry Rider Haggard, Lei, Sellerio editore Palermo, p. 222

[58] pochaontas.jimdo.com/galleria-delle-dee-mediterraneo/

[59] Idem nota due, cit. pp. 5.
[60] Idem nota tre, cit. pp. 8.
[61] Idem nota quattro, cit. pp. 13.

[62] Idem alla nota cinque, cit. pp. 14.

[63] Idem alla nota sette, cit. pp. 20.

[64] Il contratto sociale, J.J. Rousseau, a cura di Maria Garin, Editori Laterza, Bari, 2003, cit. p. 201.

[65] I Vangeli Gnostici, Vangeli di Tomaso, Maria, Verità, Filippo, a cura di Luigi Moraldi, Ed. Adelphi, p. 55.

[66] I Vangeli Gnostici, Vangeli di Tomaso, Maria, Verità, Filippo, a cura di Luigi Moraldi, Ed. Adelphi, p. 111

[67] I Vangeli Gnostici, Vangeli di Tomaso, Maria, Verità, Filippo, a cura di Luigi Moraldi, Ed. Adelphi, p.55

[68] I Vangeli Gnostici, Vangeli di Tommaso, Maria; Verità, Filippo, a cura di Luigi Moraldi, ed. Adelphi, p. 26
[69] Henry Rider Haggard, Lei, Sellerio editore Palermo, p. 175

[70] http://www.unifi.it/ri-vista/quaderni/2004/…/12_estetica_lambertini.pdf – Simili

[71] http://www.rete.comune.civitanova.mc.it/…/storia%20dell’arte/Il%20brutto_ %20il

[72] Roberto Sicuteri, Lilith la luna nera, pag. 119, Astrolabio, Roma, 1980.

[73] Lou Andreas Salomé, Anal und Sexual e altri scritti, pag. 33-34, Guaraldi, Firenze, 1977.