Articolo tratto da http://www.spondasud.it

Rivista di Geopolitica

 

(Maddalena Celano) – Il noto scrittore e sociologo uruguaiano Eduardo Galeano verso la metà del 1973, in Uruguay, fu testimone di un golpe militare. Galeano venne imprigionato e successivamente esiliato in Argentina. In Argentina fondò una nuova rivista dal nome “Crisis”. Ma nel 1976 sopravvenne un golpe militare anche in Argentina ed ebbe inizio la “guerra sporca” contro intellettuali ed esponenti della sinistra, giornalisti ed artisti. Così per Galeano cominciò un secondo esilio. Fuggì in Spagna con la moglie Helena Villagra. In Spagna scrisse “Giorni e notti di amore e di guerra”, successivamente scrisse memoria del fuoco, un esaustivo affresco della storia latino-americana dall’epoca precolombiana ai tempi moderni. Eduardo Galeano disse: “Ho immaginato che l’ America fosse una donna e che mi confidasse all’ orecchio i suoi segreti, gli atti d’ amore e le violenze subite che l’ avevano creata”.

Nel 1985, dopo che la dittatura militare in Uruguay venne sconfitta con un plebiscito, Galeano finalmente torna in patria. Il suo esilio era durato 11 anni, ma non imparò a diventare invisibile e a tenere la bocca chiusa. Appena messo piede a Montevideo, già lavorava al rafforzamento della fragile democrazia che aveva sostituito la giunta militare. Pensava ancora che la democrazia non debba nutrirsi di amnesia ed impunità. La democrazia ha bisogno di diritto, buona memoria e giustizia. Isabel Allente, tra le primissime lettrici del saggio, ricorda:

Molti anni fa, quando ero giovane e credevo ancora che si potesse forgiare il mondo sulle nostre migliori intenzioni e speranze, qualcuno mi regalò un libro con la copertina gialla che divorai in due giorni con tanta emozione da doverlo rileggere un altro paio di volte per assorbirne tutti significati: Le vene aperte dell’America Latinadi Eduardo Galeano.  Nei primi anni 70 il Cile era una piccola isola nel mare burrascoso in cui la storia aveva tuffato l’America Latina, il continente che appare sulle carte geografiche nella forma di un cuore malato. Eravamo nel pieno del governo socialista di Salvador Allende,

Il primo rivoluzionario diventato presidente tramite democratiche elezioni, un uomo guidato da un sogno di eguaglianza, libertà e della passione di realizzarlo. Quel libro con la copertina gialla, tuttavia, dimostrava che non esistevano isole sicure nella nostra parte del mondo. Tutti noi avevamo in comune 500 anni di sfruttamento e colonizzazione, tutti noi eravamo legati da un medesimo destino, tutti noi appartenevamo alla stessa razza degli oppressi. Se fossi stata capace di leggere tra le righe avrei concluso che il governo di Salvador Allende  era predestinato dal principio. Era il tempo della Guerra Fredda e gli Stati Uniti non avrebbero consentito la riuscita di un esperimento di sinistra in quello che Henry Kissinger definiva il loro “cortile di casa”: la Rivoluzione Cubana era sufficiente, nessun altro progetto socialista sarebbe stato tollerato, fosse stato anche risultato di elezioni democratiche.

L’11 settembre 1973 un colpo di stato militare pose fine al secolo di tradizione democratica cilena e diede inizio lungo regno di del generale Augusto Pinochet. Golpe analoghi seguirono in altre nazioni e presto metà della popolazione del nostro continente visse nel terrore. Questa era una strategia formulata da Washington e imposta sulla popolazione latino-americana dalle forze economiche e politiche della destra. In tutte le circostanze i militari aggirono da mercenari al servizio di gruppi privilegiati il potere. La repressione fu organizzata su larga scala. La tortura, i campi di concentramento, la censura, la prigionia senza processo e le esecuzioni sommarie diventarono pratica comune. Migliaia di persone “scomparvero”, in massa esuli e profughi abbandonarono i propri paesi per salvarsi la vita.

Nuove ferite furono aggiunte alle cicatrici antiche e recenti di un continente già provato.  É in questo contesto politico che fu pubblicato le vene aperte dell’America Latina. Il libro  rese Eduardo   Galeano da un giorno all’altro famoso a livello internazionale, sebbene fosse già un noto giornalista in Uruguay[1].

 

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L’identità latinoamericana fu uno degli aspetti fondamentali del pensierodi Ernesto Che Guevara. Il capitalismo globale imposto dall’economia, dalle comunicazioni, dalla politica, ferisce le identità dei popoli del Terzo Mondo, nel caso specifico l’identità latinoamericana. È come depennare tutto ciò che unisce le persone, che offre caratteristiche, dando dignità e l’ orgoglio delle tradizioni e della storia. L’America Latina è stata ridotta a popoli senza storia, identificato solo perché alcune nazioni producono rame, altre carne, riso, zucchero, altri oggetti elettronici, vale a dire ciò che il sistema neoliberale esige dai latino-americani. Quando il Che fu ucciso a La Higuera, “Le vene aperte dell’America Latina” non furono ancora visualizzate nel mondo. Solo anni dopo, Eduardo Galeano ricostruì la storia latino-americana, la vera storia di immense perdite per lauti guadagni; meravigliosa fonte di ricchezza per gli uni e di povertà per intere masse di diseredati. Si scrive individuare delle risposte a domande che frullano in testa e disturbano il nostro riposo, scrivere coincide con l’urgenza sociale di ottenere una risposta, nella misura in cui la scrittura arriva ad assumere un significato collettivo. Galeano ha scritto ‘Le vene aperte dell’ America Latina’ per diffondere idee ed esperienze personali che possono forse contribuire, in realistica misura, a sciogliere gli interrogativi che ci assillano da sempre:

“L’America Latina è una regione del mondo condannata all’umiliazione e alla povertà? Da chi è condannata? La colpa è di Dio, della natura? Del clima insopportabile, delle razze inferiori? Della religione, dei costumi? La disgrazia non potrebbe essere il prodotto di una storia fatta dagli uomini e che dagli uomini può perciò essere disfatta?”[2].

La venerazione del passato mi è sempre sembrata reazionaria. La destra sceglie il passato perché preferisce i morti: un mondo inerte, un tempo inerte. I potenti, che legittimano i loro privilegi in nome dell’eredità, coltivano la nostalgia. Si studia la storia come se si visitasse un museo; e questa collezione di mummie è un tranello. Mentono sia sul passato sia sul presente: mascherano la realtà. L’oppresso è obbligato a far sua una memoria fabbricata dall’oppressore, avulsa dalla realtà, inaridita, sterile. Solo così si rassegnerà a vivere una vita che non è la sua come se fosse l’unica possibile.

Nelle Vene fa capolino un passato evocato sempre a partire dal presente, che è memoria viva del nostro tempo. Questo libro è una ricerca di chiavi della storia passata che contribuiscano a spiegare il tempo presente, e anch’esso è storia, a partire dal presupposto che la prima condizione per cambiare la realtà è conoscerla. Non viene offerto un catalogo di eroi vestiti per un ballo in maschera, che in punto di morte pronunciano frasi solenni e lunghissime, ma si ricercano i suoni e le tracce dei passi di una moltitudine che ha preparato il nostro attuale cammino. Le vene nasce dalla realtà, ma anche da altri libri, migliori di questo, che ci hanno aiutato a conoscere chi siamo per poter sapere chi possiamo essere, e che ci hanno permesso di verificare da dove veniamo per meglio prevedere dove stiamo andando. Questa realtà e questi libri dimostrano che il sottosviluppo latinoamericano è una conseguenza dello sviluppo altrui, che noi latinoamericani siamo poveri perché la terra che calpestiamo è ricca, che i luoghi privilegiati dalla natura sono stati maledetti dalla storia. In questo nostro mondo, un mondo di centri di potere e di periferie oppresse, ogni ricchezza è quanto meno sospetta.

I vescovi francesi parlano di un altro tipo di responsabilità, più profonda, meno visibile.

«Noi che apparteniamo alle nazioni che pretendono di essere le più avanzate del mondo, siamo tra quelli che traggono beneficio dallo sfruttamento dei paesi in via di sviluppo. Non vediamo le sofferenze che questo provoca nella carne e nello spirito di interi popoli. Noi contribuiamo a rafforzare la divisione del mondo attuale, in cui è evidente che i poveri sono dominati dai ricchi, i deboli dai potenti. Sappiamo che il nostro spreco di risorse e di materie prime non sarebbe possibile senza il controllo degli scambi commerciali da parte dei paesi occidentali? Non vediamo chi si avvantaggia del traffico di armi del quale il nostro paese ha dato tristi esempi? Non riusciamo a capire che la militarizzazione dei regimi dei paesi poveri è una delle conseguenze della dominazione economica e culturale esercitata dai paesi industrializzati, nei quali la vita gira intorno all’accumulo di profitti e al potere del denaro?»

Dittatori, torturatori, inquisitori: il terrore conta su funzionari, come la posta o le banche, e si applica perché risulta necessario. Non si tratta di una cospirazione di perversi. Il generale Pinochet può sembrare un personaggio della pintura negra di Goya, un invito a nozze per psicanalisti o l’erede di una truculenta tradizione delle repubbliche bananiere. I tratti clinici o folcloristici di questo o quel dittatore servono per condire la storia, ma non sono la storia. Chi oggigiorno oserebbe sostenere che la prima guerra mondiale scoppiò a causa dei complessi del Kaiser Guglielmo che aveva un braccio più corto dell’altro? «Nei paesi democratici non si rivela il carattere violento dell’economia, così come nei paesi autoritari non si rivela il carattere economico della violenza», aveva scritto alla fine del 1940 Bertolt Brecht sul suo diario di lavoro.

Nei paesi del Sudamerica, i centurioni hanno preso il potere per una necessità del sistema e il terrorismo di stato si mette in moto quando le classi dominanti non possono più realizzare i loro affari con altri mezzi. Nei nostri paesi non esisterebbe la tortura se non fosse efficace; e la democrazia formale avrebbe continuità se i detentori del potere fossero sicuri di poterla tenere sotto controllo. Nei momenti critici la democrazia diventa un crimine contro la sicurezza nazionale, cioè contro la sicurezza dei privilegi interni e degli investimenti stranieri. Le nostre trituratrici di carne umana integrano un ingranaggio internazionale. La società intera si militarizza, lo stato d’emergenza diviene permanente e l’apparato di repressione diventa egemonico a partire da un giro di vite operato dai centri del sistema imperialista. Quando si profila una crisi, è necessario moltiplicare il saccheggio dei paesi poveri per garantire la piena occupazione, le libertà civili e gli alti tassi di sviluppo dei paesi ricchi. Rapporti vittima-carnefice, truce dialettica: esiste una struttura di progressive umiliazioni che inizia nei mercati internazionali e nei centri finanziari e termina nelle case di ogni cittadino[3].

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L’intera economia latino-americana si basò sull’offrire enormi concessioni a stranieri in cambio di sottosviluppo. Dall’arrivo dei primi coloni ad oggi l’ America Latina è “la regione delle vene aperte”. La storia del continente latino-americano è una storia di interventi imperialisti. Dal 1492 ai nostri giorni sono stati saccheggiati immensi territori, e popoli dai poteri economici transnazionali. Per meglio regnare, le oligarchie hanno dovuto frammentare ed isolare all’interno del continente tutti i gruppi sociali e tutte le minoranze. Il capitalismo, oltre alla divisione interna esacerbò la ripartizione delle funzioni che servono i loro interessi.

Tuttavia, il Che nei suoi scritti ricorda spesso le lezioni del periodo di indipendenza in America Latina, che ha avuto luogo principalmente tra il 1809 e il 1825. Tuttavia, l’esistenza della coscienza latinomericanista spinse molti patrioti ad intraprendere una seconda fase con una concezione trionfale di unità. Rifiorirono nella coscienza-politica collettiva posizioni americaniste, ripristinando quelle di personaggi Miranda, Bolívar, Artigas, San Martin, Sucre, O’Higgins, etc., rappresentate da tutte le idee e le azioni che posero fine al colonialismo spagnolo. Le conoscenze acquisite direttamente nei vari paesi dell’America Latina e dello studio continuo della storia del continente,

portarono Che Guevara a concludere che i grandi liberatori sono il prodotto di questa miscela,  di una cultura meticcia composta da influenze  indigene, africane e spagnole. Le condizioni specifiche che creano l’identità latino-americana, ogni appartengono a tutti gli abitanti del continente, indipendentemente dalle origini-etniche e dal ceto sociale.

 

[1] Le Vene aperte dell’ America Latina, Eduardo Galeano, prefazione di Isabal Allende, Sperling & Kupfer Editori, 1997, Milano, pag. XI, XII

[2] http://www.tecalibri.info/G/GALEANO-E_vene.htm

[3] http://www.tecalibri.info/G/GALEANO-E_vene.htm