Articolo tratto dal blog: uominifuturi.blogspot.it

manuela saenz simon bolivar
Ad oggi, alla voce “Manuela Sáenz” di Wikipedia (versione italiana) si legge:

«Manuela Sáenz de Thorne, soprannominata la “Libertadora del Libertador” (Quito, 27 dicembre 1797 – Paita , Perù, 23 novembre 1856), è stata l’amante del comandante rivoluzionario sudamericano Simón Bolívar.
Manuela Sáenz è considerata la prima femminista dell’America Latina ed un’importante rivoluzionaria sudamericana. Lo storico venezuelano Denzil Romero dice che Sáenz “fu la donna più importante nella storia dell’America Latina” e che “ebbe maggior influenza politica di Evita Perón”».

Seguono tre righi sulla sua infanzia. Si legge anche che la voce è solo un abbozzo e che chiunque ne sappia di più è invitato a contribuire. Niente da recriminare sulla scarsezza delle informazioni, è ovvio: ma qualcos’altro mi ha fatto accigliare.
Immagino che le voci di José Martí, Sandino, Che Guevara non esordiscano con “Nato il, deceduto il, era il marito della sora Guendalina. Ah, ed anche uno delle più importanti figure storiche del suo continente”.
Ma forse noto questa quisquilia solo perché ritengo che una persona di sesso femminile possa avere una dignità propria ed essere lodata o biasimata per le proprie azioni, piuttosto che ricordata innanzitutto come appendice del proprio partner o di un proprio parente. Soprattutto dal momento che, lo ricordo, non stiamo parlando di una donna dalla biografia poco significativa. Mi spiego: troverei normale definire la signora Katharina Guldenmann (nota al più per i vari processi per stregoneria subiti) come “la mamma di Keplero”, molto meno definire Rita Levi-Montalcini “la sorella di Gino”. Senza offesa nè per Katharina né per Gino, naturalmente.
Tornando a Manuelita e tentando di stabilire delle priorità più razionali in una sua succinta presentazione, possiamo esordire con il suo titolo, quello con cui la sua gente la conosceva: era la Colonnella dell’Esercito Liberatore. Subito dopo il matrimonio si avvicina alla causa patriottica, inizia a occuparsi di spionaggio e ad avvicinare altri guerrieri alla lotta per l’Indipendenza del Perù: nel 1821 i suoi meriti le valgono la decorazione con l’ordine Cavalleresco del Sole (finora non è poca roba e le effusioni con Bolívar ammontano ancora a zero).
Continua con l’attività di spionaggio e dopo la battaglia di Pichincha diventa Tenente. È allora che conosce il Libertador e nei pochi anni successivi diventa responsabile della sua sicurezza, salvandogli la vita due volte (così nasce l’epiteto Libertadora del Libertador). La seconda volta, nel 1827, «Sáenz mette in salvo Bolívar da un attentato ordito dai suoi nemici, affrontando dodici cospiratori mentre Simón fuggiva dalla finestra della sua camera». Si batte a fuoco aperto nella battaglia di Ayacucho, diventa Colonnella (il grado più elevato degli ufficiali superiori), si impegna in una cospirazione per portare al potere il generale bolivariano Urdaneta, viene catturata ed espulsa dalla Colombia.
Demoralizzata e duramente provata, tenta il suicidio ma poi si reinventa, si dà al commercio e alle traduzioni, rifiuta l’eredità del marito e continua a vivere nella povertà. Si ammala di difterite. «Presso la sua ultima dimora le fanno visita diverse personalità, tra cui Herman Melville e Giuseppe Garibaldi».
È triste che una biografia così esaltante sia accantonata, a fronte di una ben più interessante liaison sentimentale con chicchessia.
Scrive Marnoglia Hernández Groeneveledt:

«hanno voluto cancellare Sáenz dalla storia, eliminando ogni indizio della sua esistenza, e limitando la sua figura al solo ruolo di amante del Libertador. Ma Manuela era una donna colta, che aveva letto Plutarco, Tacito, Garcilaso e Álvarez de Cienfuegos. Una donna che già prima di incontrare Bolívar era impegnata nella causa patriottica, e non accettava l’oppressione e l’ingiustizia della società dell’epoca […].
Il lascito di Sáenz è andato oltre le nuove generazioni e nel 2007 il presidente Rafael Correa la proclama “Generalessa dell’Ecuador”. Manuela, la insepulta de Paita, non solo salva il Libertador, ma salva se stessa da una società spietata, rivendicando le donne rivoluzionarie d’America e sfidando gli schemi della società borghese. […] Manuelita, la Colonnella, è stata e sarà il simbolo delle donne valorose che hanno dato la vita per la causa patriottica.»

Per lei sono i versi di Neruda:

Tu eri la libertà,
liberatrice innamorata.
Doni e dubbi portavi,
irriverente adorata.
Era spaventato il gufo nell’ombra
finché la tua chioma passò.
E rischiararono le tegole,
gli ombrelli si illuminarono.
Cambiarono veste le case.
L’inverno si fece trasparente.
Era Manuelita che attraversò
le strade stanche di Lima,
la notte di Bogotá,
l’oscurità di Guayaquil,
l’abito nero di Caracas.
E da allora è giorno.

Le citazioni di Marnoglia Hernández Groeneveledt sono tratte dall’articolo “Manuela Sáenz, la Colonnella d’America” (in Amerindia, 10/2014).
I versi di Neruda sono tratti dalla poesia dedicata a Sáenz, “L’insepolta di Paita”.
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Intervista radiofonica: Manuela Saenz, la prima femminista laica dell’ America Latina