Storia del femminismo nero a Cuba

Articolo tratto da http://www.ilsudest.it

In questa fase del XIX secolo furono fondate a Cuba numerose riviste letterarie e femminili. Si trattò di riviste di carattere generale specificamente dedicate alle donne.

Intorno a esse si sono raggruppati poeti e giornalisti: Bouquet Habanero (1854), Notte (1864), Lo Zephyr (1866), Le Figlie di Eva (1874), El Recreo de las Damas (1876), The Kills Album (1881), L’armonia (1882), La famiglia (1884), Minerva (1888), La Mulata (1891), The Parrot (1891) e Revista Blanca (1894).[1]

Se osserviamo i titoli di queste pubblicazioni, potremmo concludere che la maggior parte di esse riflettono lo spazio esatto in cui si desiderava confinare le donne. Potremmo anche intuire molto sulla scrittura e, soprattutto, su quello che le donne appartenenti alle classi più agiate leggevano. Dovremmo rilevare che, all’epoca, solo una piccola parte della popolazione era istruita e persino in alcuni ambienti della classe media e della classe alta, si considerò superfluo fornire corsi di formazione alle donne, al di là di quanto necessario per la gestione di una casa o per intrattenersi nel tempo libero. Pertanto queste riviste hanno evidenziato quali fossero le occupazioni attribuite al gentil sesso: la moda, il cucito, i ricami, la cucina e suonare pezzi semplici al pianoforte.

In questo scenario la rivista Minerva rappresentò un’eccezione. Si chiamava Minerva “bimestrale dedicato alle donne di colore.”

La suddetta rivista nacque non per “la donna”, ma, nello specifico, per le donne “di colore” cresciute in un contesto coloniale.

Il nome scelto designava un valore allegorico e rappresentava la dea che fu la personificazione romana della saggezza, a protezione delle arti e delle scienze. A differenza della Eva biblica, nata da una costola di un uomo comune e destinata a servire e obbedire.

Minerva nasce dalla testa di Giove, la divinità suprema del Pantheon Romano; cioè nasce dal suo intelletto. Era anche una guerriera e, quindi, decisamente coraggiosa e combattiva.

Intellettuale e guerriera, due qualità che spiccano nelle scrittrici e nelle poetesse di Minerva. Scrittrici che conoscevano molto bene le battaglie politiche da dover affrontare per far ascoltare la loro voce e rivendicare la condizione di donne-nere nella società coloniale.

Il gruppo di poetesse e scrittrici nere e meticce riunitesi attorno alla Rivista Minerva, onorano il nome della rivista e la finalità della stessa. E, come vedremo, sono state in grado di articolare un discorso che ha affrontato questa questione. Le scrittrici affermarono l’identità o la presenza africana, l’esperienza della schiavitù, l’orgoglio etnico e la richiesta di un miglioramento culturale. Questi contenuti denotano un pensiero femminista abbastanza maturo ma anche la fierezza per le loro origini.

Quindi, potremmo affermare che le prime femministe-radicali (nel senso di lontane da una visione riformistica-rappresentativa in politica) a Cuba erano nere e mulatte. Nacquero da condizioni di schiavitù e nei primi momenti si caratterizzarono per i loro atteggiamenti ribelli e di resistenza alla vita carceraria al lavoro forzato.

Parteciparono a cospirazioni e rivolte, come Fermina Lucumi, figura di primo piano del primo triumvirato tra il 1843-1844, che si concluse con una messa in discussione di tutto il sistema schiavistico e di sicurezza-nazionale della colonia, costringendo il capitano generale O’ Odonnell a reprimere la rivolta con la violenza[2].

Le donne di colore della colonia

L’immagine della donna di colore nella colonia è stata sottoposta all’ imposizione di archetipi ma anche ad una generalizzazione abusiva, lontana dalla complessa realtà della società coloniale divisa in classi. Dobbiamo notare che il traffico degli esseri umani e la schiavitù degli uomini e delle donne di colore provenienti dall’Africa, sono stati vietati

ufficialmente solo nel 1817, ma il traffico è continuò per anni in segreto. Un enorme gruppo di donne e uomini resi schiavi, i nuovi arrivati nell’isola, non conoscevano neanche la lingua del posto, i costumi e le diverse etnie native[3]. I neri arrivati secoli prima subirono un processo di adattamento e di integrazione all’ambiente. Molti di loro costituirono gruppi di artigiani liberi e operai urbani e alcuni avevano già raggiunto lo stato di classe media, la classe media di colore o mulatta.

Avendo raggiunto una certa indipendenza, cominciarono l’esercizio di una professione, partecipando alla vita economica e sociale della colonia furono integrati nell’esercito, precisamente nel battaglione nero e nella Chiesa Cattolica. Per quanto riguarda le donne nere e mulatte, dovremmo sottolinearne l’incredibile e veloce grado di adattamento.

Nelle piantagioni gli schiavi sono stati notati per la sua ribellione, l’attiva partecipazione delle donne nere nelle sollevazioni e nelle rivolte e nell’organizzazione di recinzioni.

Le poetesse di Minerva sfidarono il potere coloniale basato principalmente sullo sfruttamento degli operai neri nell’ industria dello zucchero e nei mulini.

Tuttavia, durante lo sviluppo della vita urbana nella colonia, molte di queste donne nere e mulatte si riuscirono a riscattare dal loro status di schiavitù.

Anche in questo caso dobbiamo analizzare ciò che chiamo “sindrome Cecilia” (mi riferisco alla protagonista del romanzo Cecilia Valdés o Loma del Angel, dello scrittore Cirilo Villaverde)[4]. Le carrieriste “Cecilias”, sono donne mulatte che intravedono la loro crescita personale esclusivamente attraverso l’ unione con una versione creola del “principe azzurro”, incarnata nel ricco signore bianco.

L’uomo ricco e bianco dovrebbe permettere loro di “avanzare di status” o “elevarle”. Raggiungendo così un benessere economico, raramente ottenuto nella vita quotidiana. Questo personaggio è stato popolare fino ad oggi nella letteratura e nel teatro cubano. In realtà Cecilia nasconde la sindrome diffusa di un grande complesso di inferiorità, l’ impossibilità da parte di donne nere e mulatte di agire in modo indipendente in una società senza l’ombra paternalistica dell’uomo bianco. Questo mette anche in evidenza le prestazioni di queste donne a mestieri e professioni servili che, però, le mettevano in contatto con l’ alta società e permetteva, ad alcune di loro, di raggiungere un livello economico e una posizione di prestigio all’ interno della società coloniale sposando il loro vecchio padrone[5].

Recentemente vi sono stati diversi studi importanti che hanno dato vita ad una nuova immagine delle donne nere e delle donne mulatte. Sulla base di documenti della storica Oilda Hevia, de l’Avana o di Maria Cristina Hierrezuelo, di Santiago de Cuba, potremmo dedurre una realtà

molto diversa da quella mostrata più frequentemente[6]. Non tutte le donne nere o mulatte erano simili a Cecilia, non tutte possedevano l’aspirazione di Cecilia. In realtà la maggior parte di esse lavoravano duramente nelle piantagione di canna da zucchero, nelle piantagioni di caffè, nelle miniere o vivevano libere in città con un lavoro domestico umile e duro, oppure vivevano come venditrici ambulanti di frutta e verdura o si davano alla prostituzione, attività che, nel periodo coloniale, consentiva loro di racimolare molto denaro. Nel suo interessante lavoro, la storica Oilda riferisce che alla fine del XVIII secolo vi fu la risoluzione reale del 12 giugno1784, che autorizza le donne a lavorare per attività lucrative.

Specificando però che, a causa del loro sesso e a causa della loro anatomia e il carattere privo di ragione, le donne potessero e dovessero condurre solo lavori leggeri e poco impegnativi, mestieri che non necessitano di forza fisica o grande sforzo intellettuale come legge o medicina.[7]

E’ interessante notare come abbiano tentato di squalificare le donne per via della loro anatomia e, soprattutto, definendo il loro carattere “privo di ragione”. Ovviamente s’ignorò volutamente il fatto che, la massa delle donne nere, era già impiegata in lavori fisici estremamente duri e faticosi (nelle piantagioni di canna da zucchero o cotone o, addirittura, nelle miniere), molte di loro lavoravano anche in gravidanze e molte erano già madri. Ovviamente, la massa delle donne nere recepiva scarsa o nulla retribuzione, erano impiegate come schiave nel duro lavoro di taglio della canna, e altre attività agricole rigorosamente accanto a uomini.

I processi di dominazione coloniale sono fenomeni complessi. Nei Caraibi si caratterizzano per la loro varietà, ma anche per il marchio di subordinazione e schiavitù, l’economia della piantagione e l’ ideologia razzista, favorirono fin al XVI secolo, l’ identità delle isole e delle nazioni caraibiche. Tali marchi non sono del tutto scomparsi con il processo di decolonizzazione formale, che ha avuto inizio negli anni sessanta del secolo scorso.

Nella regione, la rivoluzione cubana rappresentò un punto di partenza per il graduale smantellamento (economico, politico, ideologico e culturale) delle strutture coloniali fondate su una serie di pratiche sociali consolidate nella nostra periferica, dove il dominio imposto, legalizzato e teso naturalmente alla subordinazione razziale, primi degli schiavi neri, successivamente la semieschiavizzazione asiatica e di tutti gli abitanti non europei e dei loro discendenti.

Il nuovo soggetto formalmente liberato dalla struttura coloniale, non si liberò del tutto. La mentalità non cambia radicalmente, ma gradualmente, affrontando gradualmente i conflitti e le limitazioni imposti dalle ex colonie. Cuba ha condiviso gli stessi modelli coloniali e neocoloniali dei Caraibi fino al 1959. Prima Cuba differiva dal resto dei Caraibi, solo per la dimensione geografica e il vecchio fascino che provocò l’isola nell’immaginario imperiale. Si verifica una cesura radicale nella storia dei Caraibi, quando un popolare rivoluzione democratica spazza via ogni aspetto del vecchio colonialismo, in due anni, proclamando persino il suo

carattere socialista. Disparati testi storiografici vengono prodotti, testi politici, letterari e sociologici che spiegano il significato della Rivoluzione a Cuba, la sua alternativa radicale all’ imperialismo statunitense e la sua scelta politica. Per la prima volta il socialismo è realizzato al di fuori dell’Europa, in una nazione caraibica dove secoli di schiavitù lasciò il suo marchio indelebile: il razzismo. Una società mista in cui i neri, i meticci e i bianchi, attraverso diversi percorsi, cominciano per la prima volta nella storia a portare avanti un’ alternativa, una trasformazione sociale.

Mentre le questioni razziali furono sistematicamente affrontate durante il periodo repubblicano che va tra il 1902 e il 1959, la continuità negli anni Sessanta e un lungo silenzio durante i decenni degli anni settanta e ottanta, contribuirono a creare una nuova consapevolezza all’ interno della comunità afrocubana. Decine di riviste cubane, negli ultimi dieci anni, sono state dedicate a rivisitare l’identità afrodiscendente nella sua diversità, con particolare attenzione per la religione e alle arti.

Il sociologo peruviano Aníbal Quijano[8] analizza le nuove forme di razzismo, dove la discriminazione è spiegata sotto un aspetto epistemologico, insieme ad altre oppressioni come il capitalismo, il patriarcato e l’imperialismo.

Tali forme di dominazione si manifesta attraverso diverse epoche, culture e strutture politiche. Cioè, la dominazione del capitalismo, del razzismo, del patriarcato e dell’imperialismo si manifesta sotto qualsiasi sistema politico, direttamente o indirettamente, è parte di strutture di potere globali che si esprimono, sottilmente o apertamente, in diverse modalità.

Per affrontare il problema razziale a Cuba si comincia ad analizzare il razzismo all’interno della pseudo-repubblica, nata nel 1902 fino all’arrivo della rivoluzione (1959). Il razzismo è stato a Cuba

un evento trasversale che attraversò tutte le classi sociali, sostenuta dall’egemonia del bianco dominante fu un efficace meccanismo nelle pratiche di dominazione e esclusione.

La struttura economica e sociale che ha causato questa oppressione

razziale è stata distrutta con la Rivoluzione Cubana, ma non le strutture ideologiche e culturali profonde, motivo per cui vi fu una prima critica di importanti intellettuali neri come Juan Rene Betancourt, Sixto Gaston Aguero, Walterio Carbonell e Carlos Moore, che misero in guardia circa l’eredità razzista sopravvissuta alla Rivoluzione, descritta secondo i loro diversi approcci.

Juan Rene Betancourt, Sixto Gaston Aguero, Walterio Carbonell e Carlos Moore[9] richiesero al Governo Rivoluzionario di intraprendere dure azioni per bandire questa ideologia reazionaria sopravvissuta all’interno della cultura cubana.

Dal momento che Cuba abbandonò il suo status neocoloniale sottoposto agli Stati Uniti, assume lo status del primo paese socialista e, da quel

tempo, aprile 1960, i suoi pensatori più importanti (politici, ideologi, accademici e altri) abbracciarono il marxismo come principale

fonte teorica, in una controversa applicazione per cui il ruolo di classe sociale comprende le proprietà ed i mezzi di produzione, mentre le questioni razziali erano percepite come sovrastrutturali (quindi secondarie).

Perciò il governo adottò misure universalistiche di redistribuzione di ricchezze ed opportunità sociali, misure che, in realtà, si dimostrato sufficienti per la maggior parte della popolazione nera e meticcia precedentemente emarginata e costretta a povertà assoluta, analfabetismo e cattiva salute. Le misure adottate furono sufficienti a garantire una sopravvivenza dignitosa ed un’ istruzione base per tutta la comunità afrodiscendente: ma, culturalmente, sopravvisse una sorta di razzismo per cui si creò un “tetto-di-cristallo”. Effettivamente, pochi furono i leader politici neri che raggiunsero alte sfere d’influenza nella società cubana.
[1] http://www.ipscuba.net/sociedad/afrofeminismo-en-cuba-completando-una-cartografia-posible/

[2] http://www.ipscuba.net/sociedad/afrofeminismo-en-cuba-completando-una-cartografia-posible/

[3] María del Carmen, Mujeres en torno a Minerva; En: La Revista, Rábida, no. 17, Huelva, España, 1998.

[4] http://bibliotecayacucho.gob.ve/fba/index.php?id=97&backPID=87&begin_at=80&tt_products=87

[5] http://www.worldcat.org/title/contribucion-a-la-historia-de-la-gente-sin-historia/oclc/893559038?referer=di&ht=edition

[6] https://negracubanateniaqueser.files.wordpress.com/2015/01/escritoras-afrocubanas-en-el-siglo-xix-antecedentes-del-feminismo-negro-en-cuba-1.pdf

[7] https://negracubanateniaqueser.files.wordpress.com/2015/01/escritoras-afrocubanas-en-el-siglo-xix-antecedentes-del-feminismo-negro-en-cuba-1.pdf

[8] http://alainet.org/active/929

[9] http://negracubanateniaqueser.com/2015/03/16/soy-un-negro-mas-zurbano-par-lui-meme-segunda-parte/

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