Articolo Unknowntratto da http://www.ilsudest.it

 

Le comunità musulmane in Italia: quale riconoscimento?

Francesco Tieri, 39 anni, mussulmano dal 2004. Nome islamico Abd al-Haqq (letteralmente : Servo della Verità).

Appartiene alla Tariqa Jerrahi-Halveti, Ordine Sufi Tradizionale fondato a Istanbul nel 1704, del cui ramo italiano è rappresentante su Roma.

Informatico, impiegato nel mondo delle Telecomunicazioni, è affascinato dal Social Business teorizzato dal prof. Muhammad Yunus, Premio Nobel per la Pace. Sogna di avviare un’Impresa Sociale per fornire servizi di ICT alle minoranze etniche, culturali e religiose.

Ama sottolineare che non appartiene ad alcuna “cordata”, e che in quest’intervista parla a titolo squisitamente personale.

1) M.C. La democrazia è determinata da molti elementi diversi: la cultura, la ricchezza, l’ uguaglianza, l’istruzione, diranno alcuni, la religione. La religione come fattore determinante di sviluppo democratico è stato ampiamente studiato e molti argomenti sono stati presentati a sostegno della tesi che la religione ostacola la democrazia, mentre altri sono meno convinti. Dal momento che Samuel P. Huntington pubblicò il suo libro: “Scontro di civiltà”, vi è stata una maggiore attenzione sul rapporto tra Islam e democrazia. Huntington ha sostenuto che l’ordine del mondo nel 20 ° secolo si è spostato in uno scontro tra l’Occidente e l’ Oriente, in particolare tra Occidente e Islam. Egli sostiene che questo scontro è evidenziato dalla resistenza musulmana allo sviluppo e alla modernità democratica, che egli attribuisce alla natura della religione dell’Islam. Sebbene Huntington è supportato da molti in questa affermazione, non è riuscito a fornire una concreta spiegazione pratica della mancanza di democrazia nei paesi musulmani. A causa di questa idea-dominante, nel corso degli anni, si sono create nei paesi Occidentali molte resistenze all’ integrazione dei migranti musulmani. In Italia la situazione è particolarmente grave. Ci potrebbe illustrare come e perché?

F.T. Quando ascolto le teorie sullo scontro di civiltà in atto, tra Occidente e Islam, tra Modernità e Tradizione, le mie reazioni sono molteplici. Ci sarebbero molti distinguo da fare, su parole come “modernità” e “laicità”, ma rischierei di sottrarmi alla domanda. Domanda che potrebbe anche essere posta sostituendo il professore-politologo Huntington con un altro eminente politologo, il nostrano prof. Sartori. La mia risposta non cambierebbe.

Non mi è possibile non evidenziare che queste teorie sono esposte sempre in termini opachi. Dov’è il Cristianesimo in questi “schemi” ? Le persone in Occidente sono religiose ? I grattacieli di Dubai sono una resistenza allo sviluppo e alla modernità? L’Occidente è un blocco omogeneo ? Lo è più di quanto non lo sia il mondo islamico ? E le sfumature di grigio tra i due mondi ? Mi riferisco qui anche all’Europa dell’Est, dove l’Islam è presente da secoli, a volte in maggioranza, e qualche volta con percentuali simili a quelle del Cattolicesimo in Italia. Su questa presenza islamica dall’altra parte dell’adriatico è stato sempre mantenuto un “religioso” silenzio (Albania, Kosovo, Bosnia-Erzegovina, Macedonia). Perché, per esempio, non ci hanno mai raccontato (nei primi anni ’90, cioè 10 anni prima dell’11 settembre) le Guerre nei Balcani in termini di conflitti (anche) religiosi ?

Detto questo, rispondo alla domanda : l’Islam Tradizionale è un sistema fideistico che, in quanto tale, pervade tutti gli aspetti dell’esistenza umana, nessuno escluso. Quando un’ovvietà del genere, cioè l’inscindibilità degli aspetti dell’esistenza umana, viene affermata da chiunque torni da un viaggio in India, questa cosa viene percepita come spirituale, ed a nessuno viene in mente di replicare con la questione dei Diritti Civili in India. Se invece il concetto in questione è espresso da un mussulmano, allora questi è visto come un “fondamentalista”. Anche Gandhi rimarcava spesso la centralità della Religione, centrale nella sua vita quanto nel modello ideale di società che aveva in mente. E’ qui in Occidente che l’Induismo ed il Buddismo sono visti come “filosofie”, ma è soltanto una distorsione. Distorsione di cui è esente la dichiarazione “Nostra Aetate” del Concilio Vaticano II, poco letta dalla maggior parte dei cattolici.

Huntington sosteneva che l’ordine del mondo del XX secolo si era spostato in uno scontro tra Occidente ed Islam ? Pace all’anima sua. Per me il ‘900 è stato il secolo delle 2 Grandi Guerre Mondiali e dell’Olocausto, della Guerra Fredda e del Muro di Berlino, della nascita dello Stato di Israele e della tragedia del Popolo Palestinese, che tutt’ora persiste. E certi politologi sono piuttosto miopi verso il nuovo vero scontro in corso, quello tra l’Occidente in collasso economico ed il fiorente e dirompente Oriente Cinese: Dio ci scampi dalla terza Guerra Mondiale! Per scampare la quale sarei disposto a sopportare il doppio dei politologi, anche di quelli peggiori, quelli cioè che con la caduta del Muro di Berlino hanno subito iniziato a cercare un nemico da bersagliare al posto del Comunismo. Le recenti vicende in Ucraina hanno dimostrato che quasi più nessuno è dalla parte della Russia, e sembriamo quasi tutti dalla stessa parte. Ci vuole quindi un nemico fantoccio per questo tempo!

Lo scontro endogeno all’Occidente tra Modernità e Cristianesimo c’è già stato, e sembra proprio che il Cristianesimo abbia “perso”. Non mi riferisco qui alla religiosità delle persone ma, pensando per esempio all’Italia, al ruolo della Chiesa Cattolica, dello Stato Vaticano. Si potrebbero dire cose simili anche della Filosofia Occidentale, ma sarebbe fuori traccia. Vale comunque la pena citare la breccia aperta, nella ricerca della Luce Islamica d’Oriente, dall’Orientalista Francese Louis Massignon (cattolico). Anche alla sua opera di persuasione, nei confronti degli amministratori francesi delle colonie nel nord Africa, si deve la non distruzione urbanistica delle cittadelle islamiche in quelle contrade: Dio glie ne renda merito! E’ questo un aspetto centrale, in cui l’Islam Tradizionale si distingue nettamente da un qualsivoglia Fondamentalismo o Integralismo Islamico, del tutto ciechi verso certi aspetti. Caratteristica fondamentale dell’architettura islamica tradizionale è sempre stata quella di essere correlata all’ambiente circostante. Al palazzone si preferiva un insieme di piccole costruzioni, a uno o due piani, senza mai sovrastare la dimensione umana. Una concezione degli spazzi analoga, al giorno d’oggi, è quella degli Outlet McArthurGlen, costruiti fuori dai densi centri urbani.

Checché ne dicano i politologi, il vero conflitto in corso, ovunque e da sempre, è quello tra le tendenze distruttive e sfavorevoli allo sviluppo dell’Essere Umano, e quelle invece benevole e ad esso realmente favorevoli. In questa contesa l’Islam, in quanto sistema fideistico, non ha ancora definitivamente “capitolato”, e questo forse un po’ spaventa. Questa è a mio avviso la motivazione principale della paura verso l’Islam, a livello di “intellighenzia”. Ad un livello invece più “basso”, ma molto diffuso, possiamo più semplicemente parlare di ignoranza, discriminazione, razzismo, odio, dai quali purtroppo nessuno è esente, oriente e mondo islamico compresi.

Le conseguenze di ciò, sull’integrazione dei Mussulmani nei paesi occidentali, sono molteplici. E coinvolgono anche gli occidentali convertiti all’Islam, che sono però una minoranza, nell’ambito dell’Islam in seno all’Occidente.

Nei giorni scorsi, il professor Sartori, il più autorevole dei politologi italiani, intervistato su http://www.dagospia.com si è espresso contro le recenti proposte dell’attuale Governo, in materia di Cittadinanza da concedere dopo un ciclo scolastico ai bambini nati in Italia, sottolineando la sua specifica riserva nei confronti dei bambini mussulmani. Penso proprio che stiamo perdendo il senso della misura.

2) M.C.: Coloro che affermano che la democrazia non abbia alcun posto nell’Islam, ciò che realmente esprimono attraverso il termine “democrazia”, come rappresentazione del discorso internazionale di proprietà tipicamente Occidentale, è che il termine stesso sia una connotazione dell’ imperialismo culturale. Nonostante ciò, se si parla di governo rappresentativo e dell’idea di cittadinanza partecipata, in particolare all’interno del mondo sunnita, si tratta di una pratica molto diffusa.

C’è una minoranza che semplicemente non è d’accordo che la democrazia sia giusta per l’Islam. Vi sono persone che sostengono l’idea che l’Islam debba essere un emirato, che ci debba sempre essere un limite piuttosto rigido ed autoritario alle libertà, come i talebani, ad esempio. Ci sono persone che ritengono l’autocrazia intrinseca al sistema musulmano.

L’autogoverno ha alcune radici nel mondo islamico, le società storiche musulmane erano più rappresentative rispetto alle loro controparti moderne perché lo Stato centrale non era potente e non era centralizzato. Direi che la società musulmana era una società dove le comunità hanno avuto un certo controllo dei propri affari. Vi era più decentralizzazione del potere. Il governo centrale veniva principalmente incentrato su questioni di ordine pubblico o di sicurezza. Nell’ Islam classico vi era molta più libertà per gli individui…. Alla luce degli eventi storici, mi chiedo come mai la lezione storica sia stata dimenticata. Come mai le comunità musulmane in Italia, vengano ancora deprivate di diritti e rappresentanza istituzionale?

F.T. Nella storia dell’Islam, lunga 14 secoli, ci sono state diverse forme di governo e di rappresentanza sociale. La situazione politica attuale è conseguenza di un processo di sgretolamento innescatosi circa 3 secoli fa, in coincidenza col sorgere del Capitalismo in Occidente. Col Colonialismo poi abbiamo l’avvento della più grossa crisi politica e sociale che il mondo islamico abbia mai attraversato. Sempre col Colonialismo, abbiamo anche l’insorgere e il consolidarsi di sentimenti anti occidentali, che tutt’ora persistono.

Nel Corano comunque c’è un’esortazione in larga parte interpretata come espressamente riferita al modo di prendere decisioni in politica, cioè col consenso partecipato. Leggasi il versetto 38 della Sura 42. Il nome stesso della Sura 42 è “La Concertazione”.

Non esiste una sola democrazia, e nessuna forma democratica sperimentata ha dimostrato di essere nettamente migliore delle altre.

In Italia, per esempio, si è riusciti ad avere le liste bloccate per le Elezioni Parlamentari, ed è sempre più frequente che i Governi non corrispondono al mandato delle Elezioni. Il tutto nel rispetto della norme e dei meccanismi che regolano, e che dovrebbero garantire, la democrazia nel nostro paese.

La democrazia, nelle diverse forme oggi conosciute, si è diffusa stabilmente col Capitalismo. Per certi versi è funzionale ad esso. Ad ogni crisi economica corrisponde una crisi politica. Questa democrazia non ha autonomia politica.

Il Capitalismo ha perpetrato scempi, sociali ed ambientali, su scala planetaria. Sono interessanti in tal senso gli obbiettivi dell’Unione Europea per il 2020 in materia di benessere sociale. Ma soprattutto è interessante che per il raggiungimento degli stessi l’Europa faccia appello a nuovi modelli di sviluppo. In realtà l’Europa sta cercando di far rinascere proprio quelle concezioni alternative per la produzione di beni e servizi che negli ultimi decenni erano state strangolate dall’idea dominante di sviluppo e benessere. Cerca di farlo con i Fondi Strutturati per l’Imprenditoria Sociale, nella Pianificazione del settennato 2014-2020. Una sorta di tardivo ravvedimento, ed in parte un indennizzo verso quelle forme alternative che ha contribuito ad affossare nei decenni passati.

Tornando all’Islam in Italia, e all’ultima parte della sua domanda, quella sull’assenza di riconoscimento istituzionale, è necessario inquadrare il discorso dal punto di vista della normativa vigente. Non è un argomento molto complicato, ma ho avuto modo di constatare che certi meccanismi non sono molto noti, nemmeno in chi profonde molta energia nella tutela dei diritti dei Mussulmani in Italia.

Nell’84, con Bettino Craxi Presidente del Consiglio, l’Italia fece un passo avanti nello smarcarsi dagli obblighi assunti nei confronti dello Stato Vaticano con il Concordato del ’29, firmato da Benito Mussolini, ed incastonato poi nell’art.7 della Costituzione Repubblicana. Furono infatti introdotti, nell’84, dei meccanismi volti a rendere i rapporti tra l’Italia e il Vaticano più consoni ad un paese moderno, l’Italia. Uno di questi meccanismi è la devoluzione dell’8×1000 del gettito fiscale. Lo si può devolvere allo Stato, alla Chiesa Cattolica, all’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, ed a tutte le Confessioni Religiose che hanno stipulato un’Intesa con lo Stato ai sensi dell’art.8 della Costituzione.

La scelta non è obbligatoria, e più del 50% dei contribuenti non la esprime. Il meccanismo prevede che l’8×1000 di chi non si esprime venga però poi ripartito con le stesse proporzioni di chi invece lo fa, cioè quasi tutto alla Chiesa Cattolica.

Da quest’anno sarà possibile devolvere l’8×1000 anche all’Unione Buddhista Italiana ed all’Unione Induista Italiana. La mancanza di un’Intesa tra lo Stato Italiano e l’Islam in Italia, quindi, diventa da quest’anno una cosa ancora più insopportabile. Almeno per me.

L’Intesa non serve solo per la devoluzione dell’8×1000. Serve anche a rendere pienamente agibile la Libertà di Culto, che tocca tanti aspetti della vita di un religioso. Si va dal riconoscimento civile dei matrimoni religiosi alle apposite sezioni nei cimiteri. Dall’assistenza spirituale di ricoverati e detenuti alla costruzione di edifici di culto. Dal potersi organizzare per l’ora di religione nelle scuole al poter esercire il diritto di chiedere ferie al lavoro in concomitanza con le proprie festività religiose. Tutte le Intese fin ora stipulate trattano questi temi. Affrontare le problematiche relative a questi temi, in assenza dell’Intesa, è quasi sempre una dispersione di energia che di solito, nella migliore delle ipotesi, non porta a risultati durevoli e replicabili.

L’Islam è la seconda religione praticata in Italia, dopo il Cristianesimo, con più del 2% di fedeli.

Tutte le altre Religioni in Italia non arrivano allo 0,2-0,3%. Ma la percentuale maggiore in Italia, dopo i cristiani, è quella dei non religiosi (più del 6-7 %), forse la categoria più sottostimata in questo tipo di statistiche.

Ai fini dell’Intesa, dove il Cristianesimo si “divide”, l’Islam sarebbe secondo solo al Cattolicesimo.

Ma ci sono anche gli Ortodossi e i Protestanti. E al terzo posto dopo il Cattolicesimo e l’Islam ci sarebbe una Chieda Ortodossa, poco distante dall’Islam in termini percentuali. Con l’ingresso della Romania nell’Unione Europea, gli Ortodossi in Italia sono rapidamente aumentati, e la maggior parte di loro appartiene la Diocesi Ortodossa Romena in Italia. Sono una Confessione ancora senza Intesa. Ma sono così numerosi da poco, e la loro omogeneità linguistica e culturale è tale da lasciar ben sperare. Sono davvero felice per loro. Appartengono ad un’unica Diocesi, con un loro Vescovo nominato in Romania, quindi anche la loro rappresentanza è già stabilita.

L’unità dei Mussulmani in Italia invece è un problema, da cui un problema di rappresentanza. Più che focalizzarmi sulle cause di questo dato di fatto per me spiacevolissimo, vorrei dire qualcosa sulle tragiche conseguenze delle consolidate divisioni dell’Islam in Italia.

I numeri di cui poc’anzi, e questo vale sia per i Mussulmani che per i Cristiani Ortodossi Romeni, comprendono tutte le persone che a vario titolo risiedono in Italia. Anche da questo dipende una certa aleatorietà degli stessi. Per quanto riguarda i Mussulmani, almeno 1 milione e mezzo di persone, quelli con cittadinanza italiana dovrebbero essere circa 300 mila. Di questi, circa il 10% dovrebbe essere il numero dei convertiti, tra cui io. Considerando quindi solo i convertiti all’Islam, e non tutti i mussulmani con cittadinanza italiana, siamo quasi quanto gli ebrei in Italia, che professano una Religione in cui il fenomeno delle conversioni è praticamente residuale. Ed i soli mussulmani nella capitale siamo 2-3 volte gli ebrei in tutt’Italia. E questo vale per quasi tutte le metropoli italiane. Il fatto che oltre l’80% dei mussulmani in Italia sia senza passaporto italiano non deve indurre a pensare a questa presenza come ad un fenomeno transitorio. Le proiezioni demografiche dicono tutt’altro, e lo dicono da decenni. E poi, sul tutto, influisce la Legge italiana sulla Cittadinanza.

Parliamo quindi di numeri importanti, che possono solo crescere, coi flussi migratori e col fenomeno delle conversioni. Numeri a cui viene attribuito il 4-5% del PIL.

Questi numeri, dal mio punto di vista, dicono che il riconoscimento dell’Islam in Italia non può essere in alcun modo scisso dalla questione dell’Integrazione. Ma non la pensiamo tutti così, qualcuno è anche riluttante verso termini “tecnici” come “integrazione” e “conversione”. Per quelli che la pensano come me, la frammentazione dell’Islam in Italia, la mancanza di un’Intesa, cosi come l’ipotesi di Intese “separate” che io non caldeggio affatto, sono un ostacolo anche all’Integrazione di una parte consistente degli Immigrati in Italia, cioè il 30% degli Immigrati nel nostro paese, che sono accomunati dal fatto di professare l’Islam come religione. Trattasi di persone provenienti da paesi con culture e lingue anche diversissime tra di loro. Per quanto riguarda il Mediterraneo, in senso antiorario, si va dalla sponda meridionale dello Stretto di Gibilterra fin quasi ai confini a nordest dell’Italia. Poi ci sono i flussi dall’Africa subsahariana, e da diversi paesi asiatici.

Lo Stato italiano stesso avrebbe tutto l’interesse a stipulare l’Intesa con un solo organismo che faccia da tramite per la maggior parte dei mussulmani in Italia. Sarebbe il maggior contributo al problema dell’Integrazione, con i mussulmani che potrebbero beneficiare di una rete unica per la pratica del Culto.

Il Dossier Statistico UNAR-IDOS del 2013 sull’Immigrazione afferma che i migranti più discriminati sono quelli i cui “tratti esteriori ne rendono evidente l’origine straniera o quando professano religioni diverse e con una spiccata visibilità nello spazio pubblico, come l’Islam”. Le discriminazioni hanno sempre una matrice culturale che non si risolve per vie legali. Ma il non avere una conclamata “legalità” della religione professata, quando questa è causa di discriminazioni, è una forte aggravante.

La percentuale di mussulmani con cittadinanza italiana, tra cui i convertiti, abbiamo una grossa responsabilità. In quanto cittadini italiani, siamo i destinatari “stabili” dell’eventuale Intesa con lo Stato. Ma nelle moschee siamo e saremo una minoranza, al contrario di quanto per esempio avviene nel caso dei sudamericani cattolici nelle chiese cattoliche d’Italia. A mio avviso, soprattutto tra i convertiti, questo senso di responsabilità non è particolarmente sentito. Al contrario, ho rilevato fenomeni ossimorici, una sorta di “islamofobia” tra gli italiani convertiti all’Islam, con punte di xenofobia. Sempre a mio avviso, questo è anche conseguenza dello shock dovuto alla tragedia dell’11 settembre 2001, ed anche dell’uso strumentale che è stato fatto della stessa tragedia. Per quasi un decennio l’Occidente gli ha attribuito la sua crescente crisi economica e finanziaria, e motivava cosi le sue Guerre in una regione del mondo dove comunque aveva iniziato ad esportare democrazia con le armi già da un decennio. In questa mistificazione i politici italiani hanno primeggiato, quando si è trattato cioè di motivare i propri continui fallimenti come dipendenti dall’economia globale del dopo l’11 settembre. Gli economisti poi, come i politologi di cui sopra, hanno pure fornito sponde accademiche. E’ incredibile il numero di volte che è stata ripetuta questa fesseria. Siamo ormai al sesto anno di una crisi profonda e strutturale iniziata nel 2008. Ci manca solo che qualcuno, magari qualche economista, l’attribuisca alle Primavere Arabe, iniziate 2 anni dopo la crisi. La cosa non mi stupirebbe affatto.

Non è il caso magari di parlare adesso dell’ultima produzione letteraria di Oriana Fallaci. Ma un plauso a Tiziano Terzani, anche lui toscano come la Fallaci, lo vorrei fare. Chi ha letto i suoi libri sa che un “islamofilo” non era, ma ai lettori dell’ultima Fallaci consiglio “Lettere contro la Guerra” di Terzani. Pace all’anima di entrambi.

Tornando alle divisioni nell’Islam in Italia, quella con una parte dei convertiti non è particolarmente rilevante dal punto di vista numerico. Ci sono piuttosto varie gradazioni di nazionalismi, ma anche antagonismi “trasversali” ai paesi di origine. A tutto ciò si somma un’altra componente di italianità, in termini di litigiosità e di tendenza alla scissione.

Ci sono tante organizzazioni nell’Islam in Italia, ma quelle più rilevanti sono due. Il Centro Islamico Culturale d’Italia (Grande Moschea di Roma, di seguito CICI) e l’Unione delle Comunità Islamiche d’Italia (di seguito UCOII). Il CICI è l’unico ente islamico in Italia riconosciuto come Ente di Culto, ai sensi della Legge sui Culti “ammessi”. Questa Legge è un altro lascito del periodo Fascista, come il Concordato. In assenza di nuove normative, è il limbo intermedio per le Confessioni, tra il non esistere e l’avere un’Intesa. Nel 2014 ricorre il 40° anniversario del Decreto Presidenziale che riconosceva il CICI come Ente di Culto. Un limbo che si è rivelato piuttosto lungo per l’Islam in Italia, indicativo anche della scarsa lungimiranza con cui si affrontano certi problemi.

C’è da segnalare che intorno al CICI si è creata, circa 2 anni fa, la Confederazione Islamica Italiana, un’iniziativa su cui avevo riposto delle speranze, ma di cui ho perso le tracce.

L’UCOII invece è l’organizzazione che meglio di tutte ha saputo organizzarsi sul territorio italiano, anche in termini di diffusione.

Ce ne sono tante altre, ma nessuna ha i numeri per essere confrontata con le suddette. Quello che manca è una Federazione di queste organizzazioni.

Perseguire Intese separate con lo Stato, come è avvenuto per le diverse Comunità Cristiane, a mio avviso non ha alcun senso. Il mussulmano medio quando va in una sala di preghiera, di solito uno spazio non idoneo ma adibito a moschea, non si rende certo conto dell’organizzazione a cui afferisce quella moschea. C’è chi come me, a seconda delle circostanze, frequenta più moschee, anche in diverse città, ed afferenti ad organizzazioni diverse. Non mi risulta sussistano differenze teologiche. Grazie a Dio, abbiamo una sola Mecca!

Nel vuoto lasciato dall’assenza di una Federazione delle Organizzazioni dell’Islam in Italia, si è creato un perverso triangolo. Un triangolo tra Stato, Islam in Italia, ed una certa categoria di Esperti. E’ un inedito nella storia della ricerca di un’Intesa in Italia. Perché una cosa sono i consulenti che ogni controparte ritiene di consultare, altra cosa è invece che il 33% della trattativa sia trainata da questa terza parte.

Nel 2005, il Ministro dell’Interno Pisanu ha istituito la Consulta per l’Islam, un tavolo negoziale dove erano convocate molte organizzazioni islamiche. Per farla breve, si è arrivati poi nel 2008 ad avere un Comitato per l’Islam Italiano, col Ministro dell’Interno Maroni, dove gli “invitati” erano per il 50% rappresentanti dell’Islam in Italia, ed Esperti non mussulmani per l’altro 50%. Tra questi, figurava anche Magdi Allam, fresco di conversione al Cattolicesimo per mano di Sua Santità Papa Ratzinger in persona, ed al giorno d’oggi in polemica con la Chiesa Cattolica, proprio per le posizioni di Sua Santità Papa Francesco nei confronti dell’Islam.

L’operato di questi Esperti, che a vario titolo compaiono un po’ ovunque, ha contribuito in questi anni a produrre una letteratura che a mio avviso sta danneggiando la prospettiva dei diritti dei mussulmani in Italia. Su un recente Vademecum che si può scaricare dal sito del Consiglio dei Ministri, “Religioni, Dialogo, Integrazione”, si legge che “L’Islam, nella sua struttura storica e nelle sue forme attuali, ha modelli organizzativi diversi da quelli per i quali sono state pensate le politiche dei culti in Italia ed è quindi necessario rivedere l’approccio ad esso in vista di una integrazione del medesimo nel variegato mondo delle relazioni dello Stato con le diverse comunità religiose nel nostro paese” e poi anche che “Sono in molti a chiedersi se l’ istituto della “intesa” sia quello più idoneo”. Tornando per un attimo alla domanda precedente, direi che siamo all’istituzionalizzazione del pregiudizio. Dopo i politologi e gli economisti, un’altra categoria di Esperti sta producendo letteratura distorta sull’Islam.

Al momento, sono in cantiere diverse idee che porterebbero alla creazione di una “serie B” in cui giocherebbe solo l’Islam. Si parla di una nuova Legge che sostituisca quella dei Culti “ammessi”. Od anche di un Registro Nazionale della organizzazioni religiose, sulla falsa riga dell’Albo delle Associazioni Religiose istituito dal Comune di Milano. Quest’ultima esperienza era partita coi migliori presupposti, per poi arenarsi al primo avvicendamento in giunta comunale. Con l’Expo 2015 alle porte, ormai si parla solo di realizzare in fretta una Grande Moschea a Milano, per evitare una figuraccia mondiale, a causa della mancanza di un degno luogo di Culto per i mussulmani nel capoluogo lombardo. Quindi la discussione si è spostata sui finanziamenti “esteri” per realizzarla.

Tornando alle idee in cantiere a livello nazionale, tutte porterebbero un po’ di respiro ad una situazione ormai asfissiante. Ma visto che, sui grandi numeri, resta solo l’Islam senza un’Intesa ipotizzabile a breve periodo, secondo me sarebbe anche una definitiva, quanto emarginante, retrocessione. Dio non voglia!

Anche la suddetta iniziativa del Comune di Milano, infatti, aveva finito per raccogliere sostanzialmente la domanda delle associazioni islamiche che, in assenza dell’Intesa, risultano mere associazioni di fatto, ed hanno visto nell’iniziativa comunale una possibilità di riconoscimento.

Tra i tanti risultati del lavoro di certi Esperti c’è una bizzarra proposta, quella di uno Statuto-Tipo delle associazioni religiose, scaricabile dal sito http://www.fidr.it. Come spiegato poc’anzi, questo tipo di idee è indirizzata sostanzialmente alle associazioni islamiche. Tant’è che il 21 novembre 2013, nella Grande Moschea di Roma, un pool di Esperti ha presentato questo Statuto-Tipo alla presenza, tra gli altri, di tutte le principali organizzazioni dell’Islam in Italia, e dei rappresentanti di tutti gli Uffici Governativi che hanno voce in capitolo nella stipula dell’Intesa.

Trovo questo Statuto-Tipo di una pericolosità che fatico a spiegare. Così come rimango perplesso dall’assenza di critiche da parte delle principali organizzazioni dell’Islam in Italia, molte delle quali hanno invece contribuito alla stesura dello stesso, nell’ambito di un progetto durato 3 anni, in cui pare siano stati spesi oltre 300mila euro. Non trovo intorno a me un grande consenso su questo giudizio, per cui non escludo di essere in un paranoico errore. L’argomento è delicato quanto tecnico, ma proverò a spiegarmi.

Dal punto di vista civico, la Libertà Associativa è importante quanto quella di Culto. Dal punto di vista pratico, sono anche libertà “incrociate”. Non si può barattare una libertà fondamentale con un’altra. E la Libertà Associativa è tale se prevede autonomia, anche nella stesura di uno statuto.

Lo dice anche l’art.8 della Costituzione : “Le confessioni religiose … hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti”. Ed è una Libertà veramente garantita solo se non sono previste, e nemmeno “proposte”, discriminazioni di alcun tipo, anche se sotto forma di oneri aggiuntivi, o di “partecipazioni esterne” alla conduzione dell’associazione.

Questo Statuto-Tipo invece parla di Soci Onorari-non-mussulmani (art.10) come membri di un Comitato d’Onore (art.19), e di non-soci-ma Esperti, in un Comitato di Garanzia (art.21). Si esplicitano le funzioni consultive di questi (ben due) Comitati, e per entrambi si aggiunge anche che ciò è: “in armonia con il principio di consultazione proprio della tradizione mussulmana”. E’ questo il classico esempio dell’utilizzo simultaneo di “bastone e carota”. Con una carotina piccola, e con un bastone grosso. Da un lato si riconosce un principio di consultazione politica che trova il suo fondamento nel Corano, come ho scritto all’inizio di questa risposta. Dall’altro si vuole istituzionalizzare una necessità di assistenza “esterna” da parte dell’Islam in Italia, cercando di farla passare per consuetudine storica. Come se storicamente l’Islam avesse sempre avuto bisogno di non-mussulmani, per decidere.

Vi è poi la “proposta” di oneri amministrativi aggiuntivi a quelli previsti dalla Legge, che le associazioni islamiche dovrebbero sobbarcarsi, volontariamente e da statuto (art. 24). C’è scritto : “per maggiore trasparenza, oltre alla tenuta dei libri prescritti dalla legge, l’associazione tiene i libri di cui all’art.26”. Chi mastica questa materia sa che trattasi di oneri che in Italia non sono mai stati previsti neanche per le associazioni più influenti del paese : Partiti e Sindacati. E per nessuna Confessione Religiosa. Perché dovrebbero farlo solo le associazioni islamiche ?

Se dovessero andare in porto tutte le idee in cantiere, avremmo una “serie B” ufficiale delle Religioni in Italia, dove giocherebbe soltanto l’Islam, diviso in svariate organizzazioni, che per giocarvi dovrebbero anche rinunciare alla libertà associativa, ed avere al proprio interno dei comitati “esterni”. C’è da aggiungere altro ?

3) M.C.: Una lettura essenziale per chiunque sia interessato alla politica del Medio Oriente di oggi, Islam e democrazia è una femminista marocchina famosa a livello internazionale, sociologa e consulente dell’ UNESCO, Fatema Mernissi. Mernissi ha scritto molto sulla condizione delle donne nell’Islam e nel mondo arabo. Nel suo primo lavoro la Mernissi ha esaminato le differenze tra le concezioni tradizionali occidentali e quelle musulmani riguardo la sessualità femminile, richiamando l’attenzione alle radici culturali dell’ oppressione della donna nel mondo islamico. In questo e in studi successivi , tra cui Le Harem politique: Le Prophète et les femmes (1987, Il velo e l’ Elite Maschile: un’interpretazione femminista dei diritti delle donne nell’Islam ) e Sultanes oubliees: Femmes chefs d’Etat en Islam (1990 , The Queens Forgotten dell’Islam), ha esplorato i legami storici tra la religione islamica, l’oppressione sociale delle donne e la soppressione della democrazia nelle nazioni a maggioranza musulmana. Come una dei principali sostenitori dei diritti delle donne nel mondo musulmano, Mernissi è lodata per i suoi commenti penetranti sulle complesse realtà sociali e politiche della cultura islamica .
Nata a Fez, in Marocco, Mernissi apparteneva ad una famiglia di ricchi proprietari terrieri e agricoltori. Anche se cresciuta in un ambiente privilegiato, la sua infanzia è stato spesa nei confini della struttura dell’ harem. Come ragazza, Mernissi viveva nell’ harem più formale della sua casa a Fez, così come nell’harem rurale di sua nonna materna. Contrariamente alla nozione occidentali di harem di luogo esotico in cui le donne sono conservate per il piacere erotico degli uomini, Mernissi è stata allevata in un harem tradizionale domestico, che consiste in una famiglia allargata ed è progettato per tenere le donne al riparo dagli uomini al di fuori della famiglia e la sfera pubblica in generale. A volte, questa educazione fortemente circoscritta crea sentimenti di frustrante isolamento e le connessioni intime favorite tra le donne ha creato solidarietà. Questo ambiente influenzerà il suo successivo sviluppo come studiosa. La Mernissi ha ricevuto la sua prima educazione nelle scuole coraniche e, dopo aver completato una laurea in scienze politiche presso l’Università Mohammed V, la Mernissi si è aggiudicata una borsa di studio per studiare alla Sorbona di Parigi. Successivamente si trasferisce negli Stati Uniti per frequentare Brandeis University, dove ha conseguito un dottorato in sociologia. Dopo aver completato la sua formazione, la Mernissi è tornata in Marocco, dove diviene professore di sociologia all’Università Mohammed V di Rabat. Mernissi è stata visiting professor presso la Harvard University e la University of California, Berkeley.
In Beyond the Veil, Mernissi esamina le differenze tra le concezioni musulmane e quelle occidentali e tradizionali sulla sessualità femminile e il genere, un argomento che lei rivisita in molte delle sue opere successive. In netto contrasto con la visione tradizionale occidentale di donne come inferiori e passive, Mernissi sostiene che molti studiosi musulmani hanno storicamente rappresentato le donne come attive e in possesso di una sessualità aggressiva. Lei afferma che tali tradizioni come la velatura e l’isolamento domestico siano nate dalla volontà di controllare la potenziale minaccia rappresentata per l’ordine sociale da parte della sessualità femminile. La ricerca di Mernissi per Le Maroc raconte par ses femmes (1984; Interviste con donne marocchine) conducendo colloqui esaustivi con undici donne marocchine, parlando della loro vita quotidiana, le intervistate dalla Mernissi discutono sulle sfide che devono affrontare nella sfera domestica, nonché il senso di empowerment guadagnano da lavorare per provvedere alle loro famiglie, sia come cameriere che come insegnanti. Nel velo e la Elite maschile, la Mernissi analizza il Corano e altri testi islamici tradizionali per scandagliare gli aspetti egualitari ed emancipatori dell’Islam che presto furono ignorate o dimenticate, grazie agli sforzi dei critici del Profeta Mohammed. Mernissi sottolinea il ruolo strategico e di primo piano svolto dalle mogli di Maometto e le altre donne nei primi anni dell’Islam, così come i diritti di proprietà e la parità spirituale riconosciuta alle donne durante questo periodo. Lei afferma che il potenziale egualitaria dell’Islam alla sua fondazione è stato perso di fronte alla opposizione delle elite create successivamente dagli ex compagni di Mohammed che hanno resistito al cambiamento sociale derivante dal nuovo status delle donne, preferendo che le donne continuino a condurre una vita de-privata ed isolata.

Forgiando i propri sforzi nel recuperare il ruolo fondamentale delle donne nel primo Islam, Mernissi scrive Queens Forgotten of Islam – regine, mogli e madri – dall’ottavo secolo ad oggi che hanno raggiunto un notevole potere politico all’interno degli stati musulmani. Spinta dall’ elezione democratica di Benazir Bhutto del 1988, una donna, come primo ministro del Pakistan, Mernissi documenta la vita di queste donne straordinarie e le sostiene con forza contro il malinteso comune che le donne musulmane non hanno mai avuto un ruolo significativo nell’arena politica. Invece, lei sostiene che la storia della partecipazione politica delle donne è stato convenientemente dimenticata sia da studiosi musulmani che occidentali. Mernissi sottolinea la duplice natura, sia sacra che laica di concezioni musulmane riguardanti il potere e i sostenitori di esso per un approccio laico alla legittimità politica che riconosca i diritti delle donne in tutte le sfere. A differenza dei suoi studi precedenti, Islam e democrazia: la paura del mondo moderno (1992) si concentra non solo sulle questioni femminili ma affronta anche la questione più ampia del ruolo della democrazia nelle nazioni musulmane. Lei disegna le connessioni tra i movimenti per i diritti delle donne e le campagne per una maggiore democrazia. Mernissi suggerisce che i musulmani devono riesaminare i loro valori e le loro prospettive sul Nord del mondo- un compito che Mernissi comincia attraverso una decostruzione dei miti musulmani e le radici del fondamentalismo islamico.

Mernissi stimola le nazioni del Medio Oriente nel sostenere i diritti delle donne all’istruzione, nonché di allontanarsi dai pericoli della militarizzazione. Come nelle sue opere precedenti , Mernissi riprende un tono forte e convincente nel sostenere i diritti delle donne e i valori democratici nel suo complesso. In Scheherazade of West: culture diverse, harem Diversi (2001) , la Mernissi ritorna al tema dell’ harem e le differenze tra visione occidentale e musulmana della donna, concentrandosi sulle concezioni occidentali dell’ harem, che tendono a sottolineare il ruolo di sessuale interazione con l’ esclusione dello scambio intellettuale. Mernissi sostiene che quest’ultima è una caratteristica centrale della concezioni musulmana dell’ harem e rivela come le relazioni occidentali tra i sessi possono essere apparentemente più libere ma spesso più superficiali e poco intellettuali. La Mernissi chiede maggiore sensibilità per le differenze culturali all’interno dell’ analisi femminista e mette in guardia contro il disegno di ipotesi transculturali affrettate.
Mentre i critici hanno lodato Mernissi per le sue attente letture dei principali testi islamici, alcuni hanno contestato la sua interpretazione eccessivamente ottimistica sulle pratiche e le attenzioni del Profeta Mohammed ai diritti delle donne. Inoltre, alcuni utenti hanno notato che le affermazioni di Mernissi circa gli sforzi di emancipazione delle prime donne musulmane non sono supportate da grandi record storici. Mentre diversi commentatori hanno acclamato la natura provocatoria degli argomenti della Mernissi riguardante il ​​ruolo politico delle donne musulmane, altri hanno suggerito che la mancanza di una formazione storica del Mernissi abbia provocato inesattezze cronologiche e affermazioni superficiali sulla storia delle donne. I revisori hanno fatto i complimenti al testo Islam e democrazia per il suo argomento forte, aver osato pronunciarsi sul potenziale democratico dell’Islam, così come la coraggiosa difesa della Mernissi per le libertà individuali. Eppure, molti degli stessi critici hanno colpevolizzato la Mernissi per essere politicamente ingenua o troppo polemica. Anche se molti utenti di Scheherazade Goes West hanno sostenuto che non c’è nulla di nuovo nella chiamata di Mernissi per una maggiore sintonia con gli harem simboliche di ogni cultura, la maggior parte ha comunque apprezzato il suo continuo tentativo di attirare l’attenzione sull’importanza della differenza culturale all’interno dell’analisi femminista. A differenza dei suoi lavori storici e analitici, Dreams of Trespass, ha attirato lodi quasi universali per i suoi vividi ritratti della vita dell’harem e l’oppressione istituzionalizzata delle donne nel mondo arabo, si serve come testimonianza alla complessa prospettiva islamica di Mernissi che intreccia prospettive storiche, analisi simboliche e confronti trans-culturali. La novità assoluta segnata dal lavoro della studiosa marocchina è l’ intreccio di diversi strumenti per l’ individuazione di strategie interpretative e comunicative efficaci per il dialogo tra i popoli, sopratutto il dialogo politico. La Merissi nota che l’ Occidente non ha sviluppato ancora strumenti adeguati di comprensione e comunicazione, poiché prigioniero di un immaginario esotico che confina l’ arabo e l’ Islam in un mondo esotica-mente onirico e non palpabile materialmente. Ovviamente ciò è dettato da interessi politici che mirano a creare “confini”, percepiti come “sacri”, per “con-sacrare” dei fragili privilegi. L’ analisi è adeguata?

F.T.: Confesso di non aver letto neanche un libro di Fatema Mernissi. E di non essere molto preparato sugli Harem. Ma sono sposato con una donna italiana, non mussulmana, ed abbiamo una bambina che va alla scuola materna. Nella mia scelta della religione islamica mai ho trascurato di considerare il ruolo delle donne nell’Islam.

Concordo con quanto lei mi riporta di Fatema Mernissi, in merito all’Occidente che non si è dotato di strumenti di comprensione e di comunicazione, di massa, sul mondo islamico.

L’editoria, dopo l’11 settembre, ha riempito le librerie di libri spazzatura, scritti da autori senza la benché minima competenza, per non parlare della loro onestà intellettuale.

Di certi politologi abbiamo già parlato, ma se ne potrebbero dire mai tante su certi autori pseudo-orientalisti, sedicenti esperti del mondo islamico.

Sul recuperare il ruolo fondamentale delle donne nel primo Islam, se davvero è la sua aspirazione, faccio i miei auguri a Fatema Mermissi. Nel senso che l’intenzione di recuperare valori e purezza dell’Islam al tempo del Profeta Maometto (s.a.w.s.) è quella dichiarata anche da molti movimenti in cui al contrario il ruolo delle donne è considerato in modo ben diverso. Come lei mi riporta, la stessa Mermissi ha scritto delle posizioni di potere raggiunte dalle donne nel mondo islamico, dalla Rivelazione Coranica ad oggi. Ma questa è Storia. E chi la nega, anche all’interno del mondo islamico, è un disonesto, oppure un ignorante. Non porrei quindi l’accento su una condizione “primordiale” subito disattesa.

Quello che si può dire, in tutti gli ambiti, anche quello sociale, e sicuramente anche per quanto riguarda la condizione delle donne, è che il contributo emancipatore dell’Islam, nelle terre dove si è diffuso, cosi come al mondo intero, è stato a dir poco rilevante. Anche chi nega questo è un disonesto, oppure è un ignorante.

Nel XV secolo, sulla facciata delle Università di Samarcanda e Bukara fu scolpito il detto del Profeta Maometto (s.a.w.s) “Uomo o donna, ogni mussulmano deve studiare”. Inutile dire che queste università erano frequentate da uomini e donne, e che molte di queste donne diventarono docenti e giudici.

Citerò due occidentali contemporanei che si sono espressi su questo aspetto sociale dell’Islam, il ruolo delle donne, e che lo hanno fatto in termini laici, vedendolo cioè come il risultato dell’opera di un riformatore, per l’appunto Maometto (s.a.w.s.). Ma avrei preferito parlare della prospettiva spirituale della parità tra uomo e donna nell’Islam, parlando del Corano, e magari confrontandolo col Vecchio e Nuovo Testamento. Magari lo faremo in un’altra intervista.

Il giurista americano Justice Pierre Craibites, giudice della Corte Internazionale di Giustizia, dopo una lunga esperienza nei tribunali misti del Cairo, ha affermato che “Maometto fu probabilmente il più grande campione dei diritti delle donne che il mondo abbia mai visto. L’Islam conferì alle proprietà delle mogli i diritti e lo statuto giuridico esattamente uguali a quelli del marito. La donna è libera di condurre le sue risorse finanziarie come piace a lei senza alcun ostacolo da parte di suo marito”.

Bertram Thomas, funzionario governativo inglese, antropologo , il primo occidentale ad aver attraversato il deserto sud arabico di cui si abbia notizia, disse “Maometto mai smise di perorare la causa della donna contro i maltrattamenti dei suoi contemporanei. Condannò la pratica di ereditare le vedove con il resto della proprietà come se fossero un bene mobile”. Pratica quest’ultima inscritta nella Legge Giudaica, e vietata dall’Islam, cosi come la possibilità di divorziare da una moglie sterile. E’ vero, stiamo parlando di abolizioni avvenute 14 secoli fa. Ma è pur vero che quella di divorziare da una moglie perché sterile, col consenso sociale, che emargina e colpevolizza la donna, è una cosa che succede ancora al giorno d’oggi, negli ambienti dell’Ebraismo Ortodosso, nello Stato di Israele. Stereotipi consolidati producono sobbalzi indescrivibili alla visione di film come “Kadosh”. Ma dei diritti delle donne sembra non interessare sul serio a molti, se si parla ad esempio dell’India o di Israele.

Detto questo, qualcosa sulla concezione islamica del rapporto uomo-donna va detta. E’ una concezione diversa da quella moderna-occidentale. Su questo non ci piove.

Il principio fondante è quello di equità, non di equivalenza, ne tanto meno di competizione. A livello sociale e familiare, scrive Seyyed Hossein Nasr, l’Islam “ha sancito delle regole al fine di garantire un ordine sociale nel quale dovrebbe essere reso possibile un livello massimo di stabilità, … ed ha posto l’accento sul matrimonio visto come un dovere religioso. Tuttavia il matrimonio non è considerato un sacramento”. In aggiunta “La relativa predominanza data al ruolo maschile comporta più responsabilità che privilegi…Il fatto di avere un ruolo complementare all’uomo non ha impedito alle donne mussulmane di partecipare a quasi ogni aspetto della vista sociale, dal governo della nazione alla gestione di importanti affari…”. Ma questo l’avevamo già detto, a proposito della Storia.

Per quanto riguarda infine la necessità del mondo islamico, secondo la Mermissi, di riesaminare il Nord del Mondo, cioè l’Occidente visto da un’altra prospettiva, in parte ne abbiamo già parlato. Il Modernismo nell’Islam ed i vari Fondamentalismi, o Integralismi, non sono l’Islam Tradizionale. Sono facce della stessa medaglia, conseguenza della penetrazione del Capitalismo a livello planetario. Il Modernismo nell’Islam è un modo di assecondare questa penetrazione. Fondamentalismi ed Integralismi sono la reazione opposta. E’ interessante notare che quando certi movimenti contemporanei, genericamente definiti come Fondamentalisti, si rifanno a pensatori del passato, spesso si rifanno a Ibn Taymiyyah (1263 -1328), vissuto al tempo dell’invasione, nelle terre asiatiche del mondo islamico, da parte dei Mongoli.

Penso anche io che la visione che si ha oggigiorno dell’Occidente nel mondo islamico necessiti di una “smussatina”, anche tra quelli che vedono nell’Occidente un modello da eguagliare. Penso che questo possa avvenire solo col Dialogo interreligioso, perché il mondo islamico è sostanzialmente religioso. Sul versante Cattolico, ho già citato la dichiarazione “Nostra Aetate” del Concilio Vaticano II. Sul versante Islamico cito il Corano. Sura 2, versetto 62 : “ Certo: quelli che hanno creduto, quelli che praticano l’ebraismo, i cristiani, i sabei, chiunque ha creduto in Dio e nel Giorno ultimo e compie opera buona, avranno la loro ricompensa presso il Signore”.

Mi riprometto infine di leggere qualche libro di Fatema Mernissi, e di cercare in soffitta un libro che non ho mai letto, dal titolo “Storia dell’Harem”. Poi ne riparliamo nella prossima intervista.

4)M.C. L’ inserimento sociale e politico degli immigrati musulmani nel tessuto civile del nostro paese è un tema che in Italia desta apprensione e richiede grande attenzione. Di fronte alle varie sollecitazioni derivanti da associazioni e diverse organizzazioni musulmane, la cui effettiva rappresentatività (in seno alla popolazione musulmana locale ed in seno alla società civile italiana) è comunque da verificare, il dovere delle istituzioni italiane è di definire politiche di integrazione bilanciate, stabili ed efficaci, che rispettino la cultura e la religione dei nuovi venuti, ma allo stesso tempo non vengano in nessun modo meno ai valori fondamentali che sono alla base del patto di cittadinanza. Per affrontare questa sfida, oltre alla chiarezza sui principi, è necessario avere una conoscenza non superficiale dell’islam contemporaneo, sfuggendo alla tentazione di considerarlo un’entità monolitica. Non a caso, il 24 febbraio c’è stato ad Omegna un incontro inter-religioso in cui si è dibattuto sul riconoscimento della Comunità Musulmana in Italia. «Dietro il volto di ogni uomo, qualsiasi sia il colore della sua pelle o la sua fede religiosa, c’è il volto di Dio». Esordisce con queste parole don Renato Sacco, parroco di Cesara ed esponente nazionale di Pax Christi all’incontro su «Integrazione: religione e convivenza civile» a Omegna. Il sacerdote, che è stato in più occasioni a Sarajevo, in Iraq, Israele e Palestina e Afghanistan, parla per esperienza personale. L’ ’incontro di Omegna, organizzato dal Comitato multietnico e da Amil, l’associazione per la solidarietà e l’immigrazione, è stato arricchito dalla presenza di Mamadou Sylla e Alì Bouchbika della comunità islamica che dichiarano: “c’è un lungo percorso da fare perché vogliamo essere prima di tutto riconosciuti come cittadini. Oggi purtroppo quando lavoriamo e facciamo il nostro dovere di cittadini siamo brave persone, quando chiediamo di rispettare i nostri diritti lo diventiamo meno. Se poi parliamo di culto allora addirittura non esistiamo nemmeno”.

F.T. : Ho commentato su alcuni post Facebook le dichiarazioni riportate dall’evento di Omegna su http://www.lastampa.it. Sono dichiarazioni che mi preoccupano, e non poco. Sono la conferma che il tempo per rimediare all’assenza di un’Intesa tra lo Stato e l’Islam in Italia, ai sensi dell’art.8 della Costituzione, forse sta per scadere. Le parole del Pastore Metodista Jean-Felix Kamba Nzolo sono inequivocabili. Quando parla del problema dell’Islam considerato in Italia come una Religione di “serie B”, parla di una nuova Legge sulla Libertà di Culto. Anche la Parlamentare del PD Franca Biondelli, che l’articolo riporta essersi impegnata a riferire questa esigenza al nuovo Governo, quando racconta della serata in questione sul suo sito personale, parla di una Legge-quadro sulla Libertà di Culto. Questa auspicata Legge che, sui grandi numeri, oramai servirebbe solo per l’Islam in Italia, renderebbe la nostra “serie B” più comoda, ma sarebbe sempre una serie B, in cui giocheremmo sempre solo noi. A me non piace. A me non sembra una cosa onesta. E’ circa 3 mesi che non ci dormo sopra. Da quando cioè è stato presentato lo Statuto-Tipo di cui ho già parlato, ed i rappresentanti ministeriali presenti all’evento hanno caldeggiato l’idea di una nuova Legge-quadro sui Culti. Ed il suddetto Statuto-Tipo sarebbe “utile” anche per queste eventuali novità normative. Sono parole che ho ascoltato a quell’evento.

Quella sera, l’idea di una nuova Legge sui Culti, che potrebbe segnare la fine delle speranze di un’Intesa per l’Islam in Italia, stimolò almeno due interventi che rimarcavano la necessità, a prescindere, di un’Intesa. Quello del dott. Abdellah Redouane, Segretario Generale del CICI, e quello dell’Onorevole Khalid Chaoki, da sempre impegnato nella tutela dei diritti degli Immigrati.

Negli interventi conclusivi, dei rappresentanti delle varie organizzazioni islamiche, nessuno ebbe nulla da ridire su questa “trama” che vedo quasi solo io. Al punto che a volte mi dico che forse è una mia paranoia.

Bastarono comunque due di questi interventi conclusivi a confermare tutti i problemi relazionali tra le varie organizzazioni dell’Islam in Italia. Volavano sassolini dalle scarpe in tutte le direzioni. Siccome in precedenza qualcuno aveva rimarcato la propria leadership, allora qualcun altro rilanciò l’idea di Intese separate. Si può dire che queste organizzazioni si riuniscono solo in questi contesti, oppure quando sono convocate dal Ministero dell’Interno. Cioè, non ricordo mai una riunione “autonoma” e “allargata” dell’Islam in Italia. Di sicuro non di recente. O comunque non alla luce del sole. Una cosa molto simile al Sindacalismo in Italia. Una cosa della quale francamente un po’ mi vergogno.

Mi sono già espresso sull’importanza del Dialogo interreligioso. Per quanto riguarda l’Islam in Italia, devo dire però che quest’ultimo si caratterizza per un eccesso di Dialogo inter-religioso, se rapportato all’assenza di dialogo intra-religioso. Questa osservazione fu fatta anche quella sera, dal Presidente dell’UCOII Izzedin Elzir, del quale invito a cercare su Youtube il filmato relativo alla sua gestione dei momenti immediatamente successivi all’uccisione di due senegalesi a Firenze, nel dicembre 2011. Il Ministero dell’Interno non può non tener conto di certe qualità.

Tornando alla questione dell’Intesa, io sono un sognatore che non rinuncia facilmente ai suoi sogni. Nelson Mandela diceva che il vero vincitore è un sognatore che non si è mai arreso. Se Dio vuole, l’Islam in Italia uscirà da questa situazione di clandestinità del Culto. Se si considera questa clandestinità insieme alle “trame” che vedo quasi solo io, si potrebbe arrivare a formulare un’accusa di violazione dei Diritti Fondamentali. Ma torniamo all’Intesa.

Come già detto, il tempo stringe. Come si sarà capito, l’inerzia in gioco è tanta. Che Fare ?

Per prima cosa, i vari “leaders” devono prendere qualche caffè insieme. Tanti caffè. Macchiati, ristretti, turchi, americani. Tanti caffè, ma non corretti, perché l’alcool nell’Islam è vietato. Vorrei dire a questi “leaders” che, con tutto il rispetto, per certi versi in questo momento sono loro il nostro maggior problema.

Poi, dopo questo “aperitivo”, possono iniziare i giochi. Se qualcuno davvero ci vuole aiutare ci deve mettere a disposizione uno spazio dove ci dobbiamo tutti rinchiudere, senza di me ovviamente, che non sono ne rappresentativo ne diplomatico. Anzi, due spazi, uno per le donne ed uno per gli uomini. Ovviamente scherzo, sulla compartimentazione.

Magari succederà come ogni tanto succede al Santo Sepolcro di Gerusalemme, con una coreografica rissa tra gli appartenenti alle varie Chiese Cristiane. Anche questo è su Youtube. Ma forse riusciremo a non essere ridicoli ed imbarazzanti come i Parlamentari italiani quando litigano in Parlamento. Da questo spazio dobbiamo uscire tutti rotti, tutti lividi, ma con un fogliaccio firmato da tutti, ovviamente scritto in italiano, nel quale tra l’altro tutti sottoscriviamo un concreto passo indietro. Ma non è veramente necessario che qualcuno ci metta a disposizione uno spazio. Dobbiamo uscire da questa logica assistenzialista. Perché poi certi aiuti finiscono sempre per arrivare come le “concessioni” che vengono fatte ai Palestinesi. E non se ne può più.

Chi deve essere coinvolto in questa rissa intra-religiosa ? Tutti a mio avviso devono essere invitati. Poi ovviamente qualcuno fuori dal perimetro ci finirà, giocoforza. Non esiste intervento chirurgico senza spargimento di sangue. Ma potenzialmente possiamo essere rappresentati tutti, un milione e mezzo non è un numero non permissivo.

Io non ci vedo nulla di teologico nell’Intesa. Lo Stato Italiano non riconosce le Religioni. Riconosce le Comunità che professano una Religione.

Per me non ci sarebbe nulla di strano nel federare anche tutti i Centri Islamici d’Italia. E perché no, anche quelli della minoranza Sciita. Non mi risulta ci siano elementi per i quali Sunniti e Sciiti possano avere esigenze differenti da includere nell’Intesa.

Nel luglio del 1959 Mahmud Shaltut, l’allora Direttore dell’Università di Al-Azhar in Egitto, la maggiore autorità dell’Islam Sunnita, pronunciò un verdetto in cui affermava la pari dignità tra le quattro scuole giuridiche sunnita e la principale scuola sciita, quella dei duodecimani. Poi, non è che sta all’Islam in Italia sanare una frattura che dura da 14 secoli. Noi dobbiamo solo trovare il modo di uscire dal fango del non riconoscimento.

Abdel-Halim Mahmoud, altro direttore della stessa Università, negli anni ’70 ravvivò lo studio del Sufismo, sempre ad Al-Azhar. Ops!, il Sufismo, quasi dimenticavo…

Per quanto riguarda il fenomeno delle conversioni, se si escludono quelle per le quali è previsto anche un matrimonio con un partner di origini straniere, una grossa percentuale di queste conversioni avviene in persone che intraprendono poi, quasi contestualmente, la Via del Sufismo, la corrente mistica dell’Islam.

Questa percentuale è sproporzionatamente superiore alla percentuale di Sufi in qualsiasi contrada del mondo islamico, escluso il Senegal.

Questo mi induce a pensare che forse, almeno in parte, siamo in presenza di una distorsione del Sufismo, a volte “islamofobicamente” visto come il “vero” Islam, a volte fino ad arrivare a casi di strabismo religioso, dove il Sufismo è pensato come “fuori” dall’Islam. Dio ci salvi dall’errore!

Detto questo, sono fermamente convinto che una Federazione dell’Islam in Italia debba inglobare anche le istanze dei convertiti e del Sufismo, fermo restando la rilevanza numerica dei convertiti, che si aggira intorno al 2%. Potrebbero così emergere dati imprevisti, potrebbe darsi che i convertiti siamo molti di più…

Per quanto riguarda il Sufismo, tra gli italiani cosi come in tutto l’Occidente, i numeri maggiori secondo me ce li ha la Tariqa Naqshbandi-Haqqani.

Il già citato Vademecum del Ministero dell’Interno cita molte Confraternite Sufi, tranne questa. Ecco perché dicevo che potrebbero forse emergere numeri diversi, per i quali comunque dobbiamo aspettare, fino a quando non si potrà donare l’8×1000 all’Islam in Italia.

Tornando invece al “che fare”, eravamo rimasti … tutti rotti e lividi, con un fogliaccio firmato da tutti, scritto in italiano.

Dopo di che, bisogna bussare alla porta del Ministero dell’Interno, chiedere che escano tutti gli Esperti, intesi come terza parte in gioco, e bisogna normalizzare questa anomalia che è oltremodo imbarazzante, insostenibile, ed incivile.

Durante tutto il percorso, sarebbe gradita un po’ di in-formazione, continua, accessibile a tutti. Questa magari tradotta in più lingue…

E poi… e poi mica posso proporre tutti io!
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