Articolo tratto da http://www.ilsudest.it

Quest’anno è il 52° anniversario del processo di Adolf Eichmann. L’anniversario ha portato ad una serie di esposizioni museali,
ma anche ad un riesame del famoso libro di Hannah Arendt: “La banalità del male “, Eichmann a Gerusalemme, libro in cui ha coniato la famosa frase. Arendt fu recentemente oggetto di un importante film, “Hannah Arendt”, il film di Margarethe von Trotta (pronto dal 2012), con Barbara Sukowa e Axel Milberg. Il film mostra Hannah Arendt (interpretata da Barbara Sukowa) nel corso dei quattro anni in cui assiste, scrive e sopporta la reazione nei confronti del suo lavoro sul processo al criminale di guerra nazista Adolf Eichmann. Con l’uscita del film, c’è stato un importante saggio sul New York Times di Roger Berkowitz.

Devo dire che ho trovato il saggio di Berkowitz originale ed interessante. La sua riflessione è questa: Eichmann era banale in quanto egli era un “vero credente “, cioè era fideistico, aveva abbandonato la riflessione personale per lasciarsi guidare da una fede cieca verso un establishment sacralizzato ed assolutizzato.

hannah-arendt1 Per la Arendt, i grandi disobbedienti civili da Socrate a Thoreau giocano ruoli importanti ed essenziali in campo politico.

Socrate, Thoreau e Ellsberg, tutti si diedero alla legge e si lasciarono giudicare all’interno del sistema giuridico sacrificando se stessi alla loro verità. Colui che contesta ed affronta la legge ufficiale, lasciandosi contemporaneamente giudicare da essa, rende un servizio alla giustizia solo se si è disposti a trasformare la situazione in modo tale che la legge possa nuovamente operare e il suo atto essere convalidato ai posteri. Una certa quantità di incomprensione è stata generata dall’uso di Arendt di questa frase: il male è banale.

In parte perché l’ aggettivo era inadatto al suo significato comunemente inteso, in parte perché potrebbe essere stato inadatto al suo oggetto principale: Eichmann. Il dizionario dà per ‘ banale ‘ sinonimi come ‘comune’ , ‘ordinario’. Ma sarebbe sbagliato dedurre che Arendt pensava che il male stesso di cui stava parlando, e per il quale Eichmann era responsabile, era comune o banale. Al contrario, ha parlato di “indicibile orrore dei fatti” e li ha chiamati , anche , “mostruosi”. Né vi era alcun intento da parte sua , con l’uso della frase data, di discolpare gli autori o diminuire il loro livello di responsabilità. Il pensiero principale della Arendt non era infatti la banalità del male, ma piuttosto la banalità degli autori di esso. Con riferimento a Eichmann, parlava della ‘ ridicolaggine di un uomo ‘, lei disse che, come molti uomini implicati nei crimini, non era “né pervertito né sadico. Bensì era terribilmente e spaventosamente normale ‘ e senza’ alcuna profondità diabolica o demoniaca; ciò che lo caratterizzava era la “spensieratezza pura“.

Quando Arendt lo vide sotto processo a Gerusalemme, non era più l’animatore e organizzatore della “soluzione finale”, ma un uomo senza più neanche un brandello del potere che una volta aveva esercitato, era ormai un uomo solo dinanzi al giudizio del mondo. L’immagine che rappresentò fu che non sarebbe stato una guida affidabile per nessuno. In generale, gli autori del genocidio nazista erano persone ‘normali’ , gli esseri umani ordinari. Non solo non erano demoni o mostri psicologicamente parlando, nella maggior parte dei casi non erano nemmeno uomini sadici o intrinsecamente brutali o assassini ‘per natura’ , e così via. I partecipanti, gli esecutori della soluzione finale, rappresentavano una sezione ordinaria trasversale di persone, molti dei quali avrebbero superato con successo qualsiasi serie standard di test di screening psicologici . Questa è la brutta notizia che dobbiamo accettare. Da un punto di vista interpretativo Arendt assegna piena responsabilità ad Eichmann, dal momento che è così chiara ed enfatica su di esso. La normalità ha un significato etico, così come significati sociali e psicologici. Partecipare ad omicidi di massa e torture verso altri esseri umani è, eticamente , non normale ma mostruoso. Quale migliore definizione per una persona anormalmente crudele che ha presieduto o partecipato a crudeltà “normali”, cioè ritenute normali in quanto “normalizzate” dallo stesso Stato e dalle Istituzioni per cui lavorava?

Arendt nella sua lettera del 24 luglio 1963 scrisse: “Penso che il male non è mai radicale, può essere solo estremo e che possiede né profondità né dimensione demoniaca . Esso può invadere e devastare il mondo intero precisamente perché si diffonde come un fungo sulla superficie.”

Si tratta di un ‘pensiero sfidato’, perché il pensiero cerca di raggiungere una certa profondità, andare verso le radice ma, nel momento in cui si occupa del male, si sente frustrato perché non trova nulla. Questa è la sua banalità. Solo il Bene ha profondità e può essere radicale”. (Encounter, gennaio 1964 , vol . XXII , n ° 1, p. 56 ).

Arendt pone acutamente la questione del rapporto tra il Bene e il Male e suggerisce che la questione del male non può essere sollevata senza avere una comprensione adeguata del bene. Un libro di Richard Bernstein intitolato “Hannah Arendt e la questione ebraica” , analizza la complessità dell’amore di Arendt per i compagni ebrei e l’amore per il mondo (Amor Mundi). Hannah nella sua passione ebraico-religiosa per la giustizia, il suo orgoglio è per la realizzazioni del suo popolo, la realizzazione sociale e morale dei suoi compagni ebrei, che si intravede anche nelle sue critiche appassionate per i loro fallimenti, nella sua speranza (e delusione) che gli ebrei possano dare l’esempio al mondo e portare un pò di illuminazione ad altri popoli in questi “tempi bui”, mantenere viva la tradizione del pensiero indipendente e dell’ebreo paria cosciente.

Il libro di Bergen amplifica con successo l’identificazione di Eichmann con burocrate descritto dalla Arendt nella “banalità del male” sui seguenti cinque livelli

1.  banalità burocratica e carrierismo professionale,
2. indifferenza morale, opportunismo e ambivalenza ,
3. uso di un linguaggio banale o frequente uso di cliché ,
4. rinuncia di autonomia morale sostituita a cieca obbedienza nello svolgere il proprio dovere in seno al governo, e
5. mancanza di coscienza

Lo scrittore e sociologo italiano Nicola Viceconti, laureato in Sociologia e in Scienze della Comunicazione e noto per i suoi romanzi ambientati in Argentina durante o subito-dopo la tragica esperienza della dittatura militare di Videla, sulla “Banalità del male” di Hannah Arendt afferma: “Se negli anni sessanta e per qualche decennio successivo, l’approccio filosofico della studiosa ebreo-tedesca Hannah Arendt su Adolf Eichmann e, in generale, su tutti i nazisti venne fortemente contestato, soprattutto da esponenti della comunità ebraica, oggi possiamo sostenere che la sua intuizione era esatta.

La teoria della “banalità del male”, come la definì la stessa autrice, non banalizza il male, né tantomeno sottende ad alcun giustificazionismo nei confronti dei responsabili dell’olocausto. Tale approccio, attento ai meccanismi di azzeramento della facoltà di pensiero e di giudizio nelle persone, rappresenta un prezioso strumento che trova applicazione in qualsiasi sistema totalitario, al fine di dare una risposta alla solita domanda: perché è successo?

E’ lo stesso interrogativo che si è posto Giancarlo Maniga, uno degli avvocati che ha assistito i familiari dei desaparecidos nei processi dello Stato italiano contro i militari argentini: Perché tanta crudeltà spinta oltre ogni limite immaginabile?

E’ difficile -ricorda l’avvocato nel libro “Vite senza corpi”- immaginare altri esempi di pianificata consuetudine al crimine. I torturatori erano subordinati in una routine di azioni diversificate ma ripetitive, reiterate per mesi e anni. Quale stimolo li spingeva a compiere simili brutalità? L’ideologia? Il potere politico? Quello economico? Il sadismo?

La constatazione che angoscia di più è che tutti questi uomini operavano per banale e quotidiana routine. Un male che si reiterava per ottusa e acritica assuefazione. Lo stesso enigma che aveva scoperto Hannah Arendt osservando Eichmann al suo processo.

In entrambi i casi, la sciatta mediocrità di questi uomini non coincide con la profonda malvagità delle loro azioni. Non ideologia, odio, impeto o passione, dunque, solo una routine di nefandezze, giustificata da ordini superiori ottusi, ritrasmessi e accolti acriticamente. Il paradosso di tali azioni mostruose sta nella considerazione che chi le commetteva era una persona apparentemente normale.

Un antidoto a questo male fine a se stesso è possibile se resta viva nell’individuo la capacità critica di pensare. La morale sociale imposta nei regimi totalitari non troverebbe alcuno spazio lasciando all’uomo la facoltà di esprimere un giudizio sui fatti che lo circondano”. Tra l’ altro, il sociologo e scrittore Viceconti, afferma su LimpidaMente, in una sua ultima intervista che “ho provato un grande piacere quando recentemente, in occasione di una giornata di studio dedicata alla memoria e all’identità, sono stato presentato pubblicamente come lo scrittore italiano con l’anima argentina. Seguirò a raccontare storie che in qualche modo confermano il legame tra l’Italia e l’Argentina. Così com’è stato per il tango, l’emigrazione e la dittatura, il mio prossimo romanzo affronterà un’altra vicenda che ancora una volta vede coprotagonisti i due paesi: la fuga dei criminali nazisti attraverso la cosiddetta rat line che partendo dalla Germania prevedeva una tappa a Genova prima di approdare in Argentina. Il romanzo sarà pubblicato contemporaneamente in Italia e Argentina entro il primo semestre del 2014”.

Recentemente uno storico, a proposito “ambivalenza” e “fideismo” incondizionato, analizza nuovamente l’ atteggiamento di Pio XII sullo sterminio nazista degli ebrei. Lo storico Marco Aurelio Rivelli, di cui è da poco uscito, per la Kaos Edizioni, il volume “Dio è con noi!- La Chiesa di Pio XII complice del nazifascismo”, documenta non solo i “silenzi” di papa Pacelli sulla Shoah, ma anche il sostegno, anzi il contributo dato da Pio XII, prima come nunzio apostolico a Berlino, poi come segretario di Stato, all’ascesa e al successo del partito di Hitler. Da papa non gli vanno addebitati solo i “silenzi”, ma anche, nel dopo-guerra, la sottrazione alla giustizia di vari gerarchi nazisti che il Vaticano aiutò a fuggire in Sudamerica attraverso quella che venne definita “la via dei topi”. Nazisti prevalentemente s-fuggiti alla giustizia e rifugiati nell’ area Cono Sur, Argentina e Cile. Molti carnefici nazisti hanno vinto ancora, ottenendo la possibilità di rifarsi una nuova vita. Con l’ alibi di voler combattere il comunismo molti criminali sono stati “perdonati”, da nemici di ieri trasformati ad amici di oggi.

Gruppo di membri delle SS che, in previsione della sconfitta, si erano raccolti in un’organizzazione segreta chiamata O.D.E.SS.A., acronimo di Organisation der Ehemaligen SS-Angehorigen (“Organizzazione degli ex-membri delle SS”), fuggono in Sud-America con documenti falsi, molto spesso forniti da prelati. Due mesi dalla fine della II° guerra mondiale, furono pianificati e realizzati i primi piani di fuga per i dirigenti nazisti: il ministro dell’Interno del Reich e Aloise Hudal, comandante delle Schutzstaffel (le famigerate SS) Heinrich Luitpold Himmler, quando vide che tutto era perduto, diede vita all’operazione Außenweg, affidandone la direzione al giovane capitano delle SS Carlos Fuldner.

L’ anima dell’intera operazione ODESSA era a Roma nel cuore dello stesso Vaticano. Attraverso la cosiddetta “Via dei Monasteri” (detta anche ratline o Rattenlinien ovvero la “via dei ratti”), la Chiesa Cattolica non fu solo complice dell’operazione, ma protagonista indiscussa a vari livelli: i suoi vertici furono i cardinali Eugène Tisserant e Antonio Caggiano (francese il primo e argentino il secondo), mentre la dimensione operativa fu curata da una pattuglia di alti prelati, tra cui il futuro cardinale genovese Giuseppe Siri, il vescovo austriaco Alöis Hudal, parroco della chiesa di Santa Maria dell’Anima in via della Pace a Roma e guida spirituale della comunità tedesca in Italia, il vescovo argentino Augustín Barrère, il sacerdote croato Krunoslav Draganovic, il francescano ungherese della parrocchia di Sant’Antonio di Pegli a Genova, Edoardo Dömoter, padre Carlo Petranovic, il sacerdote pallottino Antonio Weber e molti uomini che facevano parte dell’ “Entità”, il servizio segreto del Vaticano. Monsignor Montini (il futuro papa Paolo VI) era a conoscenza della cosiddetta “Via dei Monasteri”. Dopo la sconfitta di Hitler, numerosi gerarchi nazisti trovarono rifugio in Argentina: criminali di guerra come Eichmann, Barbie e Mengele, passati per Genova tra il 1949 e il 1951, ma anche Friedrich Rauch, l’ufficiale che aveva svuotato per conto del Fuhrer la Banca centrale tedesca. Lungo «la rotta dei topi» fuggirono anche ustascia croati, collaborazionisti belgi e filo-nazisti francesi. A organizzare la fuga era la misteriosa ed efficiente Organisation der ehemaligen SS-Angehöringen, nome in codice Odessa.

In molti hanno cercato i segreti di Odessa, ma mancavano ancora diversi tasselli importanti. Per la prima volta, dopo una serie di indagini in Sud America e utilizzando materiali inediti dei servizi segreti americani ed europei, ma anche attraverso una serie di interviste, lo storico Uki Goñi ricostruisce l’intera filiera, con una serie di rivelazioni che riguardano gli accordi tra il governo del presidente argentino Juan Carlo Perón e la Chiesa Cattolica Argentina, le complicità delle autorità elvetiche, le basi italiane, le azioni degli agenti segreti di Himmler a Buenos Aires e in Europa, il trasferimento del tesoro di stato della Croazia (frutto della spogliazione di 600.000 ebrei e serbi) in Argentina. Con il piglio del grande giornalista e l’attenzione dello storico, Uki Goñi porta alla luce molti segreti inconfessati e inconfessabili: un articolo de La Stampa riportato nel sito asim.it Riporto parte della “Premessa” del libro: “Dio è con noi!- La Chiesa di Pio XII complice del nazifascismo”.

Precluso dalla Santa Sede l’accesso agli archivi vaticani, l’operato di Pio XII e il ruolo della Chiesa di Roma durante gli anni del nazifascismo sono rimasti affidati alle valutazioni di numerose e contrastanti pubblicazioni. Alcune di esse hanno evidenziato come la chiara condanna papale del nazismo fosse stata pronunciata solo nel maggio 1945, cioè quando il Terzo Reich era ormai vinto: solo allora Pio XII condannò in modo esplicito la barbarie hitleriana, denunciandone la dottrina “dalle applicazioni devastatrici e inesorabili”.
Gli estimatori di Pio XII hanno tentato di liquidare la questione ricorrendo a varie argomentazioni. Anzitutto, sostenendo che il Vaticano aveva scarsa conoscenza di quanto accadeva nei lager tedeschi e nei territori occupati dalle armate hitleriane, e che dunque papa Pacelli fosse ignaro delle reali dimensioni della barbarie nazista. Ma gli stessi Adss (Atti e documenti della Santa Sede relativi alla Seconda guerra mondiale, ndr) hanno confermato la totale infondatezza di questa argomentazione. Il Vaticano sapeva tutto.
Come è poi emerso dagli archivi del servizio segreto militare americano (Oss), e dagli stessi documenti raccolti negli Adss, Pio XII – al pari dei leader delle potenze Alleate – era perfettamente a conoscenza delle modalità e delle dimensioni degli stermini hitleriani. Tanto più che personalità del mondo ebraico, di quello serbo-ortodosso e esponenti del clero cattolico nei Paesi occupati dai nazisti, avevano rivolto al Vaticano, negli anni, continue e drammatiche suppliche perché il pontefice levasse la voce della Chiesa di Roma contro gli aguzzini.
Alcuni agiografi hanno affermato che papa Pacelli condannò apertamente e pubblicamente il nazismo, e a sostegno della loro tesi hanno citato in particolare il messaggio papale diffuso dalla Radio Vaticana in occasione del Natale 1942. Proprio quell’episodio testimonia di come Pio XII fosse a conoscenza della situazione; ma nel merito, il radiomessaggio papale del Natale 1942 fu così generico, elusivo e permeato di ambiguità che lo stesso Benito Mussolini lo definì “un discorso di luoghi comuni, che potrebbe essere fatto anche dal parroco di Predappio”.
Altra argomentazione accampata in difesa di Pio XII, l’azione umanitaria svolta dal Vaticano per sottrarre molte vittime alla persecuzione hitleriana. Secondo questa tesi, l’azione misericordiosa della Santa Sede guidata da papa Pacelli avrebbe salvato decine di migliaia di vittime predestinate. Effettivamente parecchi religiosi, negli anni fra il 1941 e il 1945, si prodigarono per aiutare e salvare i perseguitati: in numerosi conventi nascosero e protessero molte vittime predestinate; e fra le stesse mura vaticane trovarono rifugio oppositori del nazifascismo. Ma si trattò di episodicità umanitarie contingenti, perlopiù dovute a autonome iniziative di singoli, avulse da una qualche strategia vaticana; tanto è vero che altri esponenti del clero si comportarono in maniera opposta, ma non vennero mai colpiti da alcuna sanzione da parte della Curia romana.
Altri biografi di Pio XII hanno sostenuto che “i silenzi” del Vaticano furono un prudente tatticismo di papa Pacelli per non esporre i cattolici tedeschi e la stessa Chiesa alle rappresaglie hitleriane: realpolitik, volta a evitare il peggio, dovuta alla formazione più diplomatica che pastorale di Pio XII. Una tesi, questa, che ha accomunato critici e estimatori del controverso pontefice, ma che un’ampia documentazione storica ha contraddetto. Infatti, il papa-diplomatico non fu mai né prudente né silente, né mosso dalle cautele della realpolitik verso il “comunismo ateo” da lui ritenuto – a differenza del nazifascismo – un pericolo letale per la Chiesa. Nel 1936, da segretario di Stato, incurante di prudenze tattiche e dei contraccolpi sulla Chiesa locale, Pacelli si spinse a plaudire e sostenere la insurrezione golpista del generale Francisco Franco in Spagna contro la legittima Repubblica democraticamente voluta dagli spagnoli, alimentando una guerra civile costata un milione di morti (molti dei quali cattolici). E da pontefice era poi arrivato a colpire con la scomunica tutti i cattolici italiani che “liberamente e consapevolmente” avessero aderito e sostenuto il comunismo, un anatema che Pio XII non aveva mai rivolto né al cattolico Hitler né a Benito Mussolini.
Secondo lo storico Carlo Falconi, malgrado le dettagliate notizie che costantemente riceveva (in primo luogo dal clero cattolico), Pio XII non si erse mai contro il nazismo, neppure durante l’Olocausto. E i suoi silenzi si estesero a tutti gli scritti, i discorsi e i documenti papali:
“Questo genocidio organizzato e scientifico, circondato da ignominie di ogni genere e cresciuto a proporzioni gigantesche, che ha fatto impallidire tutte le barbarie del passato, non ha avuto alcuna eco, se non frammentaria e generica, nei documenti pontifici. Non un solo documento si è occupato esplicitamente ed esclusivamente di esso, e tutti i rarissimi e limitatissimi cenni non solo sono stati fatti con sommarie allusioni, ma, anziché impennare il linguaggio in un fiero sdegno, sono stati coperti da uno stile uniforme e freddamente giuridico… Si cercherebbe invano, fra le centinaia di pagine di allocuzioni, messaggi e scritti di Pio XII, il marchio di fuoco destinato a bollare per sempre ignominie così raccapriccianti”.
Ma quello dei “silenzi” di papa Pacelli di fronte alla barbarie nazista non è il merito del problema, bensì la logica conseguenza. Il merito della questione è che, da segretario di Stato, il cardinale Pacelli fornì un contributo decisivo all’avvento di Hitler al potere, e da pontefice fu silente complice politico del nazifascismo che insanguinò l’Europa. La conferma di questo è nei documenti degli archivi vaticani che la Santa Sede continua infatti a mantenere segreti (l’espediente è patetico, poiché quanto è stato storiograficamente accertato ed è oggi noto lo attesta già con sufficiente chiarezza).
L’atteggiamento pacelliano nei riguardi del nazifascismo – indulgente fino alla connivenza – affondava le radici nella indole e nella formazione di Pio XII. Un pontefice più capo di Stato che pastore, radicalmente ostile al liberalismo, alla democrazia, alla “modernità”, e intenzionato a preservare – perpetuandolo – il potere temporale e il primato della Chiesa cattolica su società e istituzioni statuali. Un papa dalle forti propensioni antigiudaiche, fiero avversatore del “dèmone comunista” e ossessionato dallo spettro di una minaccia ebraico-bolscevica capace di distruggere la cristianità. Un papa pronto a subordinare gli imperativi morali e spirituali della religione al pragmatismo e ai tatticismi della politica, pur di salvaguardare gli interessi della Chiesa. Un capo di Stato-sovrano pontefice risoluto a sostenere tutti i possibili baluardi contro il comunismo e le “libertà moderne”, nazifascismo compreso.” da DIO È CON NOI!” – LA CHIESA DI PIO XII COMPLICE DEL NAZIFASCISMO” di Marco Aurelio Rivelli, Premessa.

“Nessuno ha mai dubitato del fatto che verità e politica siano in rapporti piuttosto cattivi l’una con l’altra e nessuno, che io sappia, ha mai annoverato la sincerità tra le virtù politiche. Le menzogne sono sempre state considerate dei necessari e legittimi strumenti non solo del mestiere del politico o del demagogo, ma anche di quello dello statista”

Hannah Arendt

Se la legalità è l’essenza del governo non tirannico e l’illegalità quella della tirannide, il terrore è l’essenza del potere totalitario.

Hannah Arendt

I movimenti totalitari trovano un terreno fertile per il loro sviluppo dovunque ci sono delle masse che per una ragione o per l’altra si sentono spinte all’organizzazione politica, pur non essendo tenute unite da un interesse comune e mancando di una specifica coscienza classista, incline a proporsi obiettivi ben definiti, limitati e conseguibili.

Hannah Arendt

TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d’impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri

        articolo di Maddalena Celano