Una mia vecchia intervista del 28 giugno 2006.

Purtroppo allora si prendeva, a spada-tratta, le difese di un’ Organizzazione ambigua ed oscura come Hamas.

Tutto succedeva in buona fede, pensando di fare il bene dei palestinesi:

ma sinDonne in NERO da allora nutrivo qualche perplessità…

tratta da:  http://www.silviamacchi.ilcannocchiale.it
Il volto gentile della “militanza” in Mediorente
Un’ intervista a Silvia Macchi:
attivista delle “Donne in Nero” e docente universitario.
Silvia Macchi è una donna segnata da un lungo percorso di docenza, ricerca e militanza pacifista. Insegna, all’ università degli Studi La Sapienza urbanistica ed è anche un’ ottima saggista. Il suo lavoro di ricerca in campo urbanistico è animato dall’impegno politico per il diritto alla città, sia a livello cittadino (Rete per un Piano Regolatore Partecipato) che internazionale (International Network for Urban Research and Action). Silvia aderisce alla Rete Internazionale delle Donne in Nero, una rete nata dalle donne israeliane che dal 1988 manifestano contro l’ occupazione militare in Palestina. Dall’ esperienza israeliana, la rete si è allargata accogliendo donne di tutto il mondo: donne che hanno perso figli e mariti nei conflitti armati, donne che combattono contro ogni guerra, contro le culture militariste, autoritarie e guerrafondaie. L’ obbiettivo principale delle Donne in Nero è quello di costruire relazioni tra donne che vivono in situazioni di conflitto, una politica internazionale pacifista e pacificatrice che abbia, nell’ esperienza culturale delle filosofie femministe, il proprio punto di riferimento. In tutti questi anni, le modalità di lotta delle Donne in Nero, si sono esplicate del dissenso silenzioso, nella presenza contestatrice in tutti i luoghi di conflitto, nella sperimentazione di nuove forme di comunicazione e nella proposta di una “cultura-altra” da quella “autoritario-militarista”. Silvia è un’attiva sostenitrice delle pratiche di diplomazia dal basso, a partire dalla seconda Intifada ha sviluppato un’intensa relazione con le donne dei territori palestinesi occupati. I suoi saggi più recenti sono dedicati ad indagare il contributo del femminismo alle politiche urbane e le proposte del movimento delle donne per un pianeta pacifico e sano.

  1. La sua militanza socio-politica nel movimento delle “Donne in Nero” ha fatto in modo che lei avesse un’ idea chiara dei reali conflitti socio-economici e culturali che affliggono l’ area Mediorientale. È riuscita a comprendere che genere di relazione si è instaurata tra donne mediorientali ed occidentali, tra “attiviste” pacifiste d’ origine arabo-islamica e le donne europee e nord-americane? È, attualmente, possibile una reale sorellanza?

Partiamo della questione della sorellanza. Si tratta di una questione complessa sia che si resti all’interno dell’occidente sia che ci si muova su un orizzonte transculturale. Una reale sorellanza presuppone la capacità di mettere a fuoco un progetto comune, capace di attraversare le differenze che inevitabilmente esistono tra donna e donna e di metterle in relazione piuttosto che negarle, di valorizzare le differenze piuttosto che occultarle. Questa è anche la portata innovativa del femminismo sul piano della politica: per un certo femminismo, infatti, il progetto politico costituisce il punto di arrivo di un percorso di messa in relazione di differenze non assimilate piuttosto che il punto di partenza per un processo di assimilazione delle differenze.
In questa ottica, la relazione tra donne, quale che siano le differenze tra loro, è qualcosa che si costruisce e ricostruisce in continuazione ed è sempre possibile a condizione di accettare un lavoro di perenne riscrittura del progetto comune, ovvero di non affezionarsi troppo al modello di convivenza che si ha in mente, di essere sempre pronte a rimetterlo in discussione.

2. La prima grande storia d’ amore del mondo occidentale, Tristano e Isotta, è in realtà una storia di ribellione, il tentativo di instaurare un ordine esistenziale e simbolico nuovo. A volte, si ama per sfidare un marito o una moglie, per sfidare i propri genitori, le influenze ed i condizionamenti della propria comunità d’ origine, si ama per proiettarvi verso un nuovo universo sconosciuto che tanto ci affascina…  Gli innamorati cercano la solitudine, ma la solitudine non è stata data loro, la solitudine, a sua volta, diventa un’ altra sfida, una conquista. L’ amore non sarebbe né violento, né cupo se non fosse, spesso e volentieri, un tentativo di vendetta: contro una società chiusa, contro leggi cristallizzate, contro la noia di un sistema grigio ed anonimo. Quali sono, attualmente, le modalità “relazionali” delle giovani coppie Mediorientali? Come mai, i matrimoni misti (tra cristiani e musulmani) sono ancora così problematici? Questo “dramma” è stato accuratamente documentato nell’ ultima opera del regista inglese Ken Loach, dal titolo: “Un Bacio Appassionato”. Il film ha suscitato molte polemiche poiché ha “ritratto” quelle che sono le “chiusure-mentali” ed i limiti culturali di entrambe le comunità: sia cristiana, sia musulmana. Soprattutto le donne cristiane, quando sposano un uomo musulmano, vengono ripudiate o rinnegate dalla famiglia d’ origine.

Non c’è nulla di peggio che guardare all’oriente con gli occhi dell’occidente (e viceversa d’altronde). Si rischia la cecità assoluta oltre a fare un’operazione politico-culturale a dir poco sporca. Edward Said ce lo ha insegnato e noi faremmo bene a non dimenticarlo mai.
Detto questo, l’evocazione di Tristano e Isotta mi fa chiedere: che relazione corre tra “amore” e “matrimonio” nelle culture mediorientali? Possiamo veramente pensare di capire qualcosa di quelle storie guardandole con i nostri parametri? E quanto abbiamo riflettuto sul nostro modo di concepire la relazione amore-matrimonio? Non potremmo usare quelle storie per ripensare il nostro mondo piuttosto che per giudicare il loro? E, infine, quanto ne sappiamo veramente di quelle storie che arrivano a noi attraverso i media, frammenti microscopici di mondi interi che ci danno l’illusione di conoscere e l’arroganza di poter parlare con cognizione di causa?
Purtroppo è troppo tempo che frequento quei luoghi per non rendermi conto di quanto poco li conosco. L’unica cosa che mi sento di affermare è che là come qua il controllo sociale sui corpi delle donne, sulla loro capacità di procreare, ovvero l’essenza stessa del patriarcato, è ancora qualcosa che domina le relazioni tra i sessi e che costringe le vite di donna entro limiti considerati invalicabili.

3. Ma ora torniamo ad analizzare l’ universo politico Mediorientale: dopo la schiacciante vittoria di Hamas, la maggioranza dei seggi (76 su 132), distanziando abbondantemente Al Fatah (ridotto a soli 43) in un Medioriente infestato dal terrorismo, il tritolo nascosto nell’ automobile non è altro che l’ arma totale di chi non possiede una forza aerea. Se il paragone funziona, allora la bomba umana è davvero una bomba atomica psicologica, il modo più facile ed economico di far piombare un’ intero paese sotto l’ incubo della guerra?

Ancora una volta vorrei prendermi la libertà di riscrivere la domanda. La vittoria di Hamas non è stata schiacciante se si guarda alla ripartizione del numero dei voti, pressoché uguale per le due forze. E’ stato il meccanismo elettorale che ha premiato lo schieramento capace di concentrare i voti su un solo candidato per ogni collegio piuttosto che disperderli tra molti. Ma l’aritmetica dei voti non riduce la rilevanza del risultato politico e la vittoria di Hamas resta come fatto da capire e con cui fare i conti. Ho avuto modo di andare in Palestina sia subito prima delle elezioni del gennaio 2006 che subito dopo. Nessuna, e ripeto nessuna, delle persone che ho incontrato percorrendo in lungo e in largo i territori occupati palestinesi, quale che fosse il suo orientamento politico e la sua estrazione culturale, ha fatto minimamente cenno ad una scelta in favore del terrorismo per spiegare la vittoria di Hamas. Ciò che mi è stato costantemente ripetuto è che i palestinesi hanno votato Hamas per protestare contro lo strapotere e il mal governo di Fatah nell’amministrazione della minuscola cosa pubblica palestinese e/o per affermare la volontà di imprimere un cambiamento radicale alla politica internazionale dell’Autorità Nazionale Palestinese.
Credo che le scelte che il nuovo governo palestinese va facendo sul piano internazionale dimostrino ampiamente quale sia il senso di questo cambiamento e come esso non abbia nulla a che fare con la strategia del terrore.
Il fatto che Hamas non riesca ad arginare il fenomeno degli attacchi suicidi, come del resto non vi riusciva Fatah, non significa a mio parere che non lo voglia fare ma semplicemente che non ha il potere di farlo, perché ridare speranza ad un popolo sotto occupazione militare non è cosa che nessun governo può realisticamente fare.

4. Secondo gli studi dello psichiatra Mostapha Marsi, che lavora a Gaza nell’ unico centro psichiatrico, l’ attentatore suicida è una persona generalmente celibe, di età tra i 18 ed i 27 anni, di basso livello d’ istruzione, di famiglia modesta e viene principalmente da Gaza, spesso reduce da lunghe pene detentive nelle carceri israeliane. Ma la situazione personale e l’ indottrinamento religioso non spiegano tutto: in questa storia il fanatismo religioso da solo non basta. Questi giovani sono il prodotto disperato di un’ intera epoca contrassegnata dalla violenza. C’è sicuramente il desiderio di vendetta e la volontà di emulare uomini coraggiosi. Ma, soprattutto, c’è l’ aspirazione ad essere purificato da ogni colpa precedente, vera o presunta che sia. Quali sono (o sarebbero) questi presunti sensi di colpa che affliggono la gioventù palestinese? Senso d’ inadeguatezza? Sensi d’ inferiorità? Il continuo confronto con “i martiri”? L’ aspirazione ad un superiore stile di vita che non potranno mai raggiungere?

La tua domanda mi induce a chiamare in causa la responsabilità dei padri che, a mio avviso, conta assai più di quella di questo o quel partito di governo. I giovani palestinesi, ma si potrebbe dire lo stesso degli israeliani, sono caricati fin dalla nascita dell’onere di riscattare e difendere l’onore nazionale. Anzi, visti gli altri tassi di natalità (oltre il 3,5% annuo tra i palestinesi, circa 2,5% annuo tra gli israeliani), potremmo dire che la questione nazionale è la ragione stessa del concepimento di tanti bimbi palestinesi e israeliani. Molte volte mi sono trovata ad ascoltare giovani donne palestinesi che, pur avendo intrapreso percorsi universitari anche molto impegnativi, affermavano con orgoglio come tutte le loro coetanee di voler avere almeno 11 figli. Quando chiedevo loro come pensavano di conciliare la professione di farmacista o di medico con un tale impegno familiare, la risposta era sempre del tipo: “ma per una donna palestinese fare figli è contribuire alla lotta nazionale”. Le statistiche poi dimostrano che anche in Palestina le donne che hanno un lavoro fuori casa non vanno oltre i tre figli e questo spiega la bassissima percentuale di donne impegnate in un’attiva extradomestica nei territori occupati: nonostante gli studi universitari, si rinuncia alla professione ma non alla procreazione.
Non so se sono riuscita a rendere l’idea di quale sia il senso di colpa che i giovani palestinesi si portano dietro. Prova a pensare come si può sentire un ragazzo che sa di essere nato per la nazione e che vede il progetto nazionale allontanarsi ogni giorno di più. Finisce per non sapere più perché è al mondo, che cosa ci sta a fare. Ed è in questo humus che attecchisce l’idea di uccidersi uccidendo.

5. Quindici anni fa, la rivolta palestinese delle pietre sorprese il mondo aprendo la strada a “svolte” che sembravano impossibili. Ma fu nello stesso periodo che apparsero i primi volantini di Hamas. Oggi i seguaci del movimento islamista si sentono i legittimi pionieri dell’ insurrezione popolare e chiamano il loro ex-capo spirituale, il defunto sceicco Ahmed Yassin, lo “sceicco dell’ Intifada”. Cosa porta Hamas a legittimarsi di una simile investitura?

Sinceramente non saprei dire se l’autoinvestitura di Hamas sia legittima o meno, nel senso che non ho abbastanza elementi di conoscenza per dire quanta parte della rivolta delle pietre debba essere attribuita a questa o quella parte politica. Certo è che le donne palestinesi incontrate durante il mio ultimo viaggio non hanno fatto altro che ripetermi: chi ha votato Hamas, chi milita in qual partito, sono i nostri vicini, i nostri fratelli, i nostri compagni; insomma, sono palestinesi come noi, sono sempre stati qui, non sono venuti dalla Luna, sono parte di noi.
Questo per dire che non ha senso distinguere tra i palestinesi della prima Intifada e quelli che hanno votato Hamas. Sono esattamente le stesse persone e in quanto tali rivendicano la loro appartenenza alla storia del popolo palestinese.
In effetti la tua domanda solleva una questione ben più importante della legittimità di certe affermazioni di Hamas. Essa ci impone di ripensare a come l’occidente ha raccontato la storia della prima intifada, a come ha scritto la storia del popolo palestinese, a ciò che è stato detto e ciò che è stato omesso in una certa rappresentazione di quel popolo e delle sue vicende nazionali.

6. Dal 1967 al 1986, il numero dei centri religiosi raddoppiano nella Cisgiordania da 400 a 750, a Gaza triplicano da 200 a 600. Tra il 1982 ed il 1983 (e fino al 1986), nelle università di Gaza, di Nablus e nalla Birzeit University, i nazionalisti di stampo islamista ingaggiano violenti scontri per il controllo dei campus. Alcuni volevano trasformarli in centri religiosi, gli attivisti dell’ OLP volevano farne centri di mobilitazione politica. Ma la rinascita islamica resta nelle cose e traspare persino nei discorsi di Arafat: a partire dal 1982 aumentano le citazioni sacre ai versetti del Corano. Dopo le “scissione” di sinistra manovrate da Damasco, anche Arafat mira al centro dell’ universo arabo, dove è più facile avere sostegno nella lunga marcia verso le trattative con Israele. Quanto, una simile situazione, ha influito nella “trasformazione-involuzione” della laicità palestinese?

La laicità palestinese: bella questione. In questi ultimi mesi non faccio domandarmi: ma a quali palestinesi si faceva riferimento quando si andava proclamando che il popolo palestinese era sempre stato laico? E a quali altri palestinesi si stava negando il diritto ad entrare nella storia con quella stessa affermazione? Si può veramente avere la presunzione di riassumere in due parole l’essenza di un popolo che nasce alla confluenza di tre continenti e che di lì si è mosso verso i quattro angoli del mondo dando vita ad una delle più importanti diaspore del secolo scorso?
Comunque, anche ammettendo che sia esistito un tempo in cui “i palestinesi” erano laici, lo scontro di civiltà non è qualcosa che appartiene solo all’occidente, è una linea di pensiero che oggi accomuna molte persone ad ovest come ad est e che va materializzando ogni giorno di più una linea di fronte purtroppo sempre meno immaginaria. Io farei attenzione ad attribuire ai soli occidentali la volontà di tracciare un confine tra due blocchi. Forse le responsabilità sono tutte occidentali ma la volontà di intraprendere la strada della separazione, di allontanarsi irreversibilmente dal progetto di una convivenza globale, appartiene ad entrambi le parti.
Forse possiamo dire che la non-laicità di una parte dei palestinesi è sempre esistita, come è sempre esistita la laicità di un’altra parte. Solo che oggi, in un mondo dominato dalla logica dello scontro di civiltà, quella non-laicità assume un significato politico e va a prendere il posto che nel passato era stato assegnato alla laicità. Questo significato politico fa sì che oggi, soprattutto per le giovani generazioni palestinesi, dichiarare la propria religiosità sia diventato sinonimo di dichiarare la propria adesione alla lotta nazionale, esattamente come lo era appena qualche anno fà il dichiarare la propria laicità.

7. “Rifiutiamo di essere nemiche”: era questa la frase, scritta in italiano, che spiccava tra gli striscioni ed i cartelli delle donne palestinesi a Ramallah, durante le manifestazioni dell’ 8 marzo 2006. Una sorta di appello che le manifestanti lanciarono alle “sorelle” del movimento islamista Hamas che non fa mistero di voler fondare la futura legislazione palestinese interamente sulla “sharia” (il codice coranico). Qual’ è il futuro della condizione femminile palestinese? Condizione, a detta di molti, peggiorata molto a causa di una subordinazione di essa a strategie e manovre politiche che continuavano a trattare la “questione-femminile” come una Cenerentola. Trattata come questione secondaria: dimenticando che, attualmente, le donne in Palestina hanno la direzione di numerose cooperative sociali e sono la “spina dorsale” ed il “cuore pulsante” dell’ economia familiare, nonché degli equilibri “comunitari”, essendo i maschi impegnati in questioni più “bellicose”….

La condizione femminile in Palestina è tutt’altro che allegra. Un dato per tutti: ogni mese si compie un delitto d’onore che vede uccisa una donna spesso colpevole solo di essere stata stuprata dallo zio o dal fratello. Questa realtà culturale appartiene a tutti i territori occupati palestinesi e coinvolge persone di religione mussulmana come cristiana, persone laiche e non, gente di città e popolazioni rurali, votanti di Fatah come di Hamas.
Per quanto riguarda la sharia, poi, ad essa si richiama esplicitamente la costituzione dell’ANP citandola come una delle basi del nuovo stato. Ed in effetti sono ancora molte le materie che, in assenza di una legislazione nazionale, vengono quotidianamente normate dalla legge islamica e dai suoi tribunali. Mi riferisco in particolare a tutto quanto riguarda la famiglia: matrimoni, divorzi, figli, ecc.
Come giustamente ricordi, una delle principali ragioni di questo stato di cose risiede nella scelta delle forze politiche di anteporre la questione nazionale a qualsiasi questione sociale, rinviando in particolare ogni provvedimento per il miglioramento della condizione femminile a quando (?) sarà finita l’occupazione militare israeliana.
Viene quindi da chiedersi se e quanto la condizione sociale e politica delle donne palestinesi possa peggiorare per mano del nuovo governo. Di questo ho avuto modo di discutere con molte donne palestinesi, di vari orientamenti politici e compresa qualche attivista di Hamas. Data la realtà che già vivono oggi, tutte loro nessuna esclusa sono in posizione di attesa rispetto al nuovo governo e sono decise, tutte comprese quelle di Hamas, a difendere strenuamente il poco che finora hanno conquistato.
Devo dire che le discussioni avute con le donne di Hamas mi hanno aperto alla conoscenza un nuovo mondo tutto da esplorare e approfondire: quello dei femminismi dei paesi arabi e/o islamici. In Italia ne sappiamo veramente ma in inglese esiste una letteratura impotente sull’argomento.
Finisco con una piccola nota di colore: a Pechino, nel 1995, donne palestinesi laiche e religiose ci sono andate insieme e insieme continuano a lavorare nelle loro città. Ma siamo proprio sicure che la scritta “rifiutiamo di essere nemiche” esposta a Ramallah fosse rivolta alle sorelle di Hamas e non piuttosto a noi, sorelle dell’occidente?

8. Le donne più politicizzate non fanno mistero di voler scavare un solco tra le donne laiche e le religiose-praticanti. Riusciranno a trovare un accordo? Riusciranno “ad uscire dal silenzio”?

Mi dispiace ma, come ho già detto sopra, a me questa volontà di divisione non risulta affatto.
Io credo che dobbiamo imparare a leggere le dichiarazioni che ci vengono dalla Palestina. Esse sono viziate dal fatto che chi le fa spesso dice cose che pensa possano incontrare il favore di noi interlocutori occidentali. Voglio dire che chi parla cerca di immaginare cosa a noi piacerebbe sentire e si regola di conseguenza, assecondando i nostri desideri se ci vuole imbonire o contrastandoli se ci vuole provocare.

9. Dal voto del 25 gennaio la presenza delle donne nel CLP è uscita rafforzata. Tra le 16 parlamentari elette (la più nota e stimata è Hanan Ashrawi) ci sono anche sei deputate di Hamas che hanno proposto un modello di donna più vicina ad una visione “tradizional-confessionale”. Le donne di Hamas (figure molto inquietanti: da definire piuttosto come “vestali” dell’ islamismo), ad esempio, “giustificano” la violenza domestica dei mariti contro le mogli, nonché i “delitti-d’ onore”. Una di loro, che giustifica simili “usanze”, è Mariam Salah. Ciò non mette in pericolo fondamentali acquisizioni di “civiltà”, nonché il riconoscimento integrale della donna come persona ed individuo inviolabile e non vista più come “appendice” (o protesi) del maschio? Infatti questo non estranea e separa queste donne dalle altre donne (dei partiti più laici e progressisti) che sono, tra l’ altro, più coscienti e “mentalmente” più libere?

Questa tua ultima domanda mi lascia esterefatta. Ma stiamo parlando dello stesso paese, delle stesse donne? Oppure io sono così distratta, così sorda, da non sentire le dichiarazioni di cui tu parli?
Non ho nessuna ragione di dubitare della tua buona fede ma ho bisogno che tu mi precisi le fonti da cui trai certe affermazioni. A me, per averne parlato direttamente con le donne di Hamas e per aver letto alcuni testi sull’argomento, risulta che l’islam condanna la violenza domestica almeno quanto il cristianesimo. Probabilmente, come del resto il cristianesimo, la religione islamica non ritiene che la violenza domestica sia ragione sufficiente per mettere fine al legame familiare, per sovvertire l’ordine patriarcale. Ma questa è un’altra cosa. Esistono fatwe diverse per regolare quast’ ordine di questioni all’interno della famiglia. Ultimamente me ne hanno citata una che nel caso di stupro di una ragazza da parte del fratello prevede che il colpevole paghi per l’aborto e per l’intervento chirurgico di ricostruzione dell’imene della vittima. Ma sappiamo bene quanto varino nel tempo e nello spazio le pratiche dell’islam rispetto al quotidiano delle persone.
Per quanto riguarda il delitto d’onore, poi, ti rinvio a quanto ho già detto prima invitando tutti a ricordare la storia dei delitti d’onore nel nostro paese.

10. Riferimenti alla scarsa o, comunque, mediocre volontà di Hamas (e delle donne di Hamas) di accordare uguali diritti alle donne rispetto agli uomini sono riscontrabili in alcuni articoli, siti e blogs telematici: un’ articolo tratto da Liberazione, inviato al quotidiano comunista l’ 03/09/06, alle h. 15:33 di Francesca Marretta, siti internet come http://www.squilibrio.it, http://www.fromoccupiedpalestine.org, http://www.justworldnews.org, e http://www.leninologi.blogspot.com. Dell’ argomento si è parlato molto, subito dopo le elezioni di Hamas in Palestina. Un quotidiano molto attento a ciò è stato “la Repubblica” il quale, in ogni suo articolo, si è manifestato perplesso riguardo allo strano, ambiguo rapporto che si è creato tra donne e movimenti islamisti, tra “questione-femminile” ed Hamas. Sicuramente Hamas si è aperta molto “all’ altra metà del cielo” (come lentamente stanno facendo altri gruppi islamisti) ma, tante questioni risultano ancora, “spinose”, ambigue, contraddittorie, non chiaramente definibili… Ad ogni modo la “visione” femminile ed autonoma delle donne su guerra e terrorismo, ha segnato e trasformato la cultura, la pratica, l’ordine simbolico degli ultimi vent’ anni. Quest’ aspetto è stato decisivo nella storia di ogni civiltà, sia Orientale che Occidentale. Ma questo particolare sembra un po’ offuscato: perché le donne spesso si sottomettono agli schieramenti-politici di campo declinati al maschile. Un esempio di questa logica “perversa” potrebbero essere le stesse deputate di Hamas e le kamikaze-islamiste nella stessa Palestina e della Cecenia (in Oriente) o le torturatrici di Abu Ghraib (in Occidente).

Perché in simili situazioni le donne sposano cause e modalità d’ azione radicalmente “opposte-diverse” dai loro reali interessi e da un’ autentico sentimento di libertà declinato al femminile?

In primo luogo bisogna considerare la differenza fondamentale che passa tra femminile e femminismo. Tutte le donne appartengono al mondo femminile, nel senso che la fisicità del loro corpo è quella propria del sesso femminile e nel senso che la loro persona è costruita culturalmente come diversa dalla persona di sesso maschile. Poche donne – e forse anche qualche uomo – hanno adottato una pratica politica femminista, ovvero riconoscono il patriarcato come responsabile di un certo ordine delle cose che impone costrizioni penose tanto alle donne quanto agli uomini e, di conseguenza, si impegnano in prima persona per mettere fine al dominio del patriarcato e per costruire altre modalità di relazione tra i sessi e tra le persone tutte.
Ora, in momenti di insicurezza come quelli che citi, che si tratti della Palestina post-Arafat o della guerra in Irak, le persone tutte, donne e uomini, mettono da parte le istanze di cambiamento e vanno alla ricerca di qualcosa a cui aggrapparsi. Spesso in questa ricerca vengono loro incontro le sicurezze del passato, quelle che in altri momenti hanno rifiutato. E così le donne palestinesi costrette a vivere in un territorio senza più legge cercano rifugio presso chi promette loro il rispetto di una qualche forma di diritto, sia pure islamico, e le soldatesse di Abu Ghraib aderiscono ai peggiori modelli di comportamento di un esercito occupante, dimostrando di saper essere più realiste del re.

11. Eppure, nonostante la disperazione e la solitudine della donna-palestinese o della proletaria-occidentale (che diventa soldatessa-torturatrice), simili donne spesso hanno, come compagne di strada, volontarie-attiviste, intellettuali, giornaliste, etc. che propongono, spesso, un nuovo modello di donna: libero e dinamico ma non sottoposto alle logiche culturali-maschili di egemonia ed aggressione. Forse non è ancora sufficiente questo?

Per risponderti mi viene in aiuto una frase che per la prima volta ho sentito proprio da alcune attiviste palestinesi: non si fa politica con la pancia vuota!

12. Quanto ancora ci vorrà affinché la donna palestinese possa liberare le sue energie creative e creatrici?

Purtroppo qui devo dare ragione a chi pospone la questione femminile a quella nazionale, anche se questo non giustifica una serie di scelte fatte dalla dirigenza politica palestinese nel recente passato: bisogna aspettare la fine dell’occupazione. E questo vale sia per le donne e che per gli uomini.

Maddalena Celano