«Continente seduttore e spaventoso» così, l’ antropologa e cooperatrice Laura Fano Morrissey, definisce l’America Latina sin dalle prime righe del suo saggio.

Definizione che coglie perfettamente le innumerevoli contraddizioni di un continente da secoli caratterizzato da forme coattive di europeizzazione, immigrazione forzata, corruzione, stermini e genocidi. Tuttavia, proprio in America Latina, si rileva l’ eroica determinazione di varie collettività che si lasciano alle spalle lunghi periodi di miseria e discriminazione per costruire un nuovo “sol dell’ avvenire”, proprio partendo dalla loro terra d’origine. Mentre le donne di tutto il mondo affrontano barriere millenarie per riuscire ad avere accesso alla vita politica e sociale ed alla giustizia, esistono sfide particolari per le donne indigene, la maggior parte delle quali affrontano una tripla discriminazione sulla base della loro etnicità, del loro genere e della loro classe. Le donne indigene, in America Latina, trovano una varietà di ostacoli quando cercano giustizia e dignità. Laura Fano Morrissey ne racconta le storie, raccoglie le loro testimonianze, arricchendole con varie riflessioni storiche ed antropologiche. L’ autrice analizza le anomalie, all’ interno dei sistemi statali formali ereditati da secoli di colonialismo e prevaricazione, con una varietà di meccanismi di giustizia non-statali, includendo sistemi di giustizia indigena, che operano al livello comunitario ed a volte supra-comunitario. L’ antropologa ricorda che il termine “América Latina” fu coniato a sua volta nella metà del secolo diciannove, al momento dell’espansione del colonizzatore bianco. La ‘Latinité ‘ o ‘Latinidad ‘ fu costruita da intellettuali francesi ed incorporata rapidamente dall’élite bianca in America del Sud. Walter Mignolo, in “The Idea of Latín América”, lo percepisce come un concetto profondamente reazionario e coloniale che diede prominenza alla popolazione di discendenza europea o latina, mentre fece efficacemente sparire indi e neri. Alessandra Riccio (direttrice della rivista bimestrale “Latinoamerica” e professoressa associata di Lingua e Letteratura Ispanoamericana, presso la facoltà di Lingue e Letterature Straniere dell’ Istituto Universitario Orientale di Napoli) afferma, nell’ introduzione al testo:
…quell’ Occidente dell’ Occidente che deve essere ridotto a tabula rasa per rendere possibile la costruzione di un mondo nuovo, ma fatto a propria immagine e somiglianza. È questo il succo di quel fenomeno terribile che si chiama colonizzazione e che ha visto alleati e complici i poteri temporali e spirituali di tutta Europa sotto il falso stendardo della civiltà e del progresso. Dopo pi di cinque secoli di colonizzazione e circa due di neocolonialismo, le conseguenze di quelle pratiche non possono essere eluse: esse stanno alla base della contemporaneità latinoamericana insieme al loro contrario: la resistenza india, nera e contadina, sopita, ma mai domata, emarginata ma viva, negata ma reale. È da questa premessa che parte Invisibili? Con il proposito audace di scovare e mettere in evidenza una coerenza profonda fra la resistenza a cui accennavo (con la conseguente insorgenza contro lo sfrenato liberismo imposto dal mondo colonizzatore), e il trasversale protagonismo femminile esaminato nella contemporaneità degli ultimi decenni, quando l’ America Latina è stata attraversata da un movimento di movimenti assolutamente inedito e precedente a quelli che investono un’ Europa in profonda crisi economica (pag. 1).
L’ autrice intende dimostrare che l’America Latina non va vista come un continente convenientemente appartato – come risultato della lunga esperienza di colonizzazione spagnola e portoghese dal secolo sedici – ma dovesse essere compreso nella storia generale dell’espansione globale delle popolazioni di colonizzatori bianchi da distinte parti dell’Europa, nel periodo più recente. Di conseguenza, si analizza l’ atteggiamento dei colonizzatori europei rispetto alle donne latino-americane immigrate. Finalmente, si esamina la contro-rivoluzione del colonizzatore bianco nel secolo diciannove ed il suo progetto di immigrazione bianca e sterminio indigeno:
l’impoverimento dell’ America Latina fu dovuto anche alla forte ingerenza degli Stati Uniti d’ America, secondo la cui dottrina il resto del continente era considerato il proprio back yard (cortile di casa). Questa mancanza di autonomia e l’ intervento esterno, manifesto e velato, negli affari politici ed economici della regione, fece sì che l’ America Latina continuasse ad applicare supinamente le misure imposte dall’ ordine finanziario filo-statunitense per lunghissimo tempo. In particolare in Messico e in America Centrale la forte vicinanza e dipendenza dagli Stati Uniti, guerre fratricide spesso da essi fomentate e Trattati di libero commercio voluti dal ricco vicino del Nord, hanno creato livelli di povertà estrema, nonché di violenza e instabilità tali da generare un flusso immenso di migranti verso gli Stati Uniti e in misura minore verso l’ Europa, lasciando, come ci ricorda Rosa, interi villaggi in mano alle donne. Povero Messico, che secondo un detto popolare, è così lontano da Dio e così vicino agli Stati Uniti. Il Messico rappresenta, forse più di ogni altro paese nella regione, quello che ha abbracciato con maggiore entusiasmo le politiche neoliberiste e ne ha poi pagato un prezzo altissimo. Fu lì che cominciò la crisi di debito nel 1982, lì vennero applicati pacchetti neoliberisti che cominciarono ad impoverire la popolazione, in particolare quella indigena. Questa, pur rappresentando circa il 30 per cento della popolazione totale, vive tuttora in condizioni di povertà estrema”(pag. 26-27).
Ad esempio, l’ autrice nota come la NAFTA (l’ Accordo Nord-Americano di Libero Commercio) fece in modo che il Messico (ma non solo il Messico) venisse invaso da prodotti statunitensi e canadesi (gli stessi prodotti che il Messico è in grado di produrre al proprio interno) a prezzi molto più bassi rispetto a quelli locali. Questo produsse un’ ulteriore indebolimento della fragile economia locale: distruggendo la colture del mais, elemento base della dieta messicana ed incrementando la disoccupazione che divenne, presto, fenomeno massivo. L’ autrice infatti afferma: il conseguente impoverimento di gran parte della popolazione ha generato anche un’ instabilità economica e sociale che aperto le porte alla creazione di un “narcostato” (pag. 27).

Ovviamente, il prezzo sociale più alto lo pagarono le donne indigene: impiegate prevalentemente in agricoltura, persero massivamente i loro posti di lavoro. Si impoverirono o si indebitarono: molte furono ricacciate in casa a subire la miserie ed il conseguente maltrattamento dei mariti (la violenza familiare divenne un fenomeno endemico). Oppure furono costrette ad immigrare in città: impiegate in fabbriche di assemblaggio di proprietà statunitense, vengono sottopagate, ricattate e sottoposte a molestie sul lavoro. Spesso esposte ad aggressioni, talvolta mortali, da parte di narcotrafficanti. Perciò, le donne latino-americane contemporanee sono costrette a subire un’ immigrazione forzata. A miliaia lasciano i loro figli (che spesso diventano “orfani-bianchi”) per svolgere lavori di cura ed assistenza negli U.S.A. o in U. E. Sradicate dalla comunità di origine e dalle loro famiglie, conducono nel, così-detto, Primo Mondo un’ esistenza da “Invisibili”. Al contrario, la reinvenzione dell’ America Latina è avvenuta tramite l’ elezione di Hugo Chávez in Venezuela, Evo Morales in Bolivia, Rafael Correa in Ecuador, Luiz Inàcio Lula da Silva in Brasile, Néstor Kirchner in Argentina, che, pur con tutti i loro limiti e differenze, tracciano una strada divergente rispetto al dogmatismo neoliberista imposto dal neo-colonialismo degli Usa e dell’UE. Questi leader hanno creduto in un’ idea alternativa di America Latina, fatta di progetti sociali audaci e coraggiosi che, nel bene o nel male, nelle loro vittorie come nei loro fallimenti, indicano un orizzonte critico verso il pensiero politico ed economico dominante. Il tema del neocolonialismo economico si sviluppa mentre l’ autrice lavora sulla storia delle origini della Rivoluzione Bolivariana in Venezuela. L’ autrice nota che a Caracas, nell’anno 1999, durante il primo anno di potere di Hugo Chávez, si rese evidente il violento odio che si ri-svegliava all’ interno dell’opposizione venezuelana, principalmente nella classe medio – alta, maggiormente bianca. L’ostilità dell’opposizione andava oltre quello che poteva descriversi come conflitto di classe e neanche sembrava causata dalla tradizionale sfiducia civile o sdegno verso i militari. Le proteste sembravano chiaramente animate da odio di razziale – un’ostilità viscerale verso neri ed indi – di grande misura, fenomeno che non è stato mai pubblicamente incoraggiato, né permesso in Europa dal 1945. Il presidente Chávez, ovviamente, era un militare con tratti neri ed indigeni – percettibili attraverso la maggior parte della storia del Venezuela come brunezza [persona di razza mista]. È divenuto Presidente in un paese dove figure politiche e militari di alto rango sono state selezionate tradizionalmente della classe colonizzatrice bianca, dove le vincitrici dei concorsi di bellezza, invariabilmente le ‘Miss Venezuela ‘ vengono dallo stesso ambito – malgrado meno del venti percento della popolazione possa essere descritta come ‘bianca’. Perfino gli ufficiali dell’esercito di razza mista dovevano essere bianchi. Per molti venezuelani bianchi e privilegiati, la presenza fisica di Chávez nel palazzo presidenziale e sullo schermo di televisione, fu un promemoria scomodo. La testimonianza dell’ esistenza di una classe non bianca ed impoverita – la maggioranza della popolazione – una realtà che molti di essi decisero di ignorare da tempo. Il fatto che Chávez si fosse ispirato alle idee antirazziste del filosofo e pedagogista radicale del secolo diciannove Simón Rodríguez, creò molto fastidio ai suoi rivali. L’ autrice, infatti, scrive:
Le conseguenze non sono solo la falsità delle informazioni giunte al mondo occidentale, ma anche il fatto che il concentrarsi sulla figura di Chávez, nel bene o nel male, non ha permesso di vedere i cambiamenti reali che stavano avvenendo nel paese e che avevano come protagonisti i movimenti sociali, ancor pi che il Presidente. I movimenti sociali venezuelani, che erano attivi prima dell’ arrivo di Chávez e che in lui hanno trovato un mezzo per poter realizzare i propri obiettivi sempre mantenendo una certa autonomia, sono stati poco studiati rispetto a quelli di altri paesi latinoamericani. Eppure, le assemblee di quartiere nacquero a Caracas prima che a Buenos Aires, così come le fabbriche gestite dai lavoratori rappresentano un elemento importante nel processo bolivariano, sebbene quelle argentine fossero famose in tutto il mondo. Il forte attivismo del popolo venezuelano è stato decisamente oscurato dall’ uso che è stato fatto della figura di Chávez (pag. 181).
Infatti, il dibattito sull’ ex presidente venezuelano fu, per anni, dominato da coloro che desideravano descriverlo come un tiranno o coloro che lo percepivano attraverso l’ aura-mistica del Salvatore. Nessuno ha mai compreso il segreto del suo successo: il suo radicamento nei movimenti-sociali, attivi molti anni prima della sua ascesa nella pubblica agorà. Nei barrios, che occupano ampia parte della capitale venezuelana, gli abitanti cominciarono a creare i primi comitati di quartiere, varie cooperative sociali, movimenti per i diritti sociali dei neri e vari movimenti femministi (spesso fondati da donne native), già nel periodo del caracazo (rivolte popolari contro le misure neoliberiste, nate nel 1989). Un singolare fenomeno che segnò una lenta ma inesorabile svolta sociale e socialista, in tutto il continente latinoamericano.
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