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ll neo-sultano Erdogan si ripresenterà in Italia, questo 14 settembre, nella città di Milano. Data in cui esporrà le sue rimostranze al governo Italiano ed all’ Europa sulla cattiva gestione delle politiche migratorie.
Il neo-sultano già attaccò gli europei a Giacarta il 31 luglio scorso: “noi abbiamo 1 milione e 800 mila rifugiati siriani fuggiti dalla guerra, loro li cacciano. Questo dimostra che tipo di Paese siamo ma quando si guarda all’intera Europa, quello che si vede è che non sono in grado di accogliere nemmeno 200mila rifugiati nei loro Paesi”.
Proprio in questi giorni è tornato ancora all’attacco “i Paesi europei che hanno trasformato il mar Mediterraneo, la culla di una delle civiltà più antiche del mondo, in una tomba, hanno una parte di colpa della morte di ogni singolo rifugiato”. In realtà, il premier turco è noto a tutta l’ Europa per il suo approccio a dir poco ambiguo nei riguardi dei guerriglieri curdi che combattono l’Isis. Le continue tensioni di Ankara contro i curdi sono state incrementate ed esasperate questa estate, dopo l’attentato suicida dell’Isis a Suruc, nel sud-est della Turchia. Precisamente questo 28 giugno, il neo-sultano affermò: “Faccio appello alla comunità mondiale” durante una cena di Ramadan organizzata dalla Kizilay, la Croce Rossa turca, “non permetteremo mai che uno stato curdo venga fondato al nostro confine sud”. Ha poi riaffermato che “la Turchia non è disposta a chiudere un occhio dinanzi a chi vuole cambiare la demografia della regione”. La principale preoccupazione di Ankara è che la creazione di uno Stato Curdo. Un eventuale Stato Curdo potrebbe dare adito al sentimento indipendentista dei circa 20 milioni di curdi che vivono in Turchia.
Sempre questa estate, a seguito della conquista di Tel Abyad da parte delle forze curde, la Turchia ha spesso incriminato la guerriglia curda di aver portato avanti operazioni di pulizia etnica nei confronti degli arabi e dei turcomanni della regione. Le comunicazioni del sultano giungono, infatti, all’indomani dei furenti scontri tra curdi e miliziani dell’Isis per il controllo di Kobane, l’enclave turca in Siria.
Nel mese di luglio: la censura turca si è abbattuta su Twitter. Il social network si bloccò per due ore finché non furono rimosse, come desiderato dalle autorità di Ankara, foto e video dei momenti consecutivi alla strage di Suruc, quando un kamikaze dell’Isis uccise 32 volontari che desideravano portare soccorsi a Kobane. Il divieto, riguardava “la pubblicazione di materiale visuale legato all’attacco terroristico”. Un bavaglio che riguardò tutti i media europei e non. Ma sul web, come la Turchia ha comprovato più volte, la censura arriva fulmineamente. Anche perché fu proprio sul web che germogliarono molte delle proteste dopo la strage, provocando diversi scontri e all’arresto di 49 manifestanti.
L’hashtag #TwitterBlockinTurkey fu in testa alle tendenze mondiali del social network, presentando ancora una volta le difficoltà nell’applicazione della censura sul web. L’ostilità del presidente Recep Tayyip Erdogan ai social network, strumento fondamentale delle proteste di Gezi Park di due anni fa, non è una novità. Da allora il presidente li ha attaccati più volte, definendoli “la peggiore minaccia per la società”. Lo scorso anno la Turchia è risultato il Paese al mondo che ha presentato più richieste di rimozione di tweet sgraditi, per un totale di 663.
Proprio in questi giorni, precisamente questo 29 luglio: caccia F-16 turchi bombardarono tre collocazioni dei curdi del Pkk nel sudest della Turchia, nella provincia di Sirnak.
Lo riferì l’agenzia ufficiale Anadolu, riportando un comunicato dei militari di Ankara. L’attacco, puntualizza, arriva dopo un nuovo conflitto a fuoco nella regione, che confina con l’Iraq. Nel frattempo il giornale statunitense Wall Street Journal comunica la notizia che si potrebbe verificare una pericolosa escalation non solo in Siria ma in tutto il Medio Oriente. Secondo il quotidiano statunitense, Ankara riceve il via libera, finora negato, all’invasione del nord della Siria da parte delle sue truppe per lo stabilimento di una cosiddetta ‘zona cuscinetto’. Ciò comporta la creazione di un’area occupata e controllata dalle forze armate turche – e forse da un governo civile affidato alle marionette dell’Esercito Siriano Libero – che andrebbe da Latakia ad ovest fino al confine con l’Iraq ad est, comprendendo quindi praticamente tutto il Rojava, come i curdi chiamano i territori da loro abitati nel nord della Siria. Questo significa, in realtà, un eventuale rafforzamento delle forse terroriste ed un’ ulteriore debilitazione dell’ area liberata dalle milizie curde del Partito di Unità Democratica, alleato del Pkk, che ha stabilito, negli ultimi anni, assieme ad altre realtà politiche, un autogoverno “terzo” rispetto all’esecutivo di Damasco ma anche rispetto ai ribelli islamisti. Se è vero, come ha denunciato il Sultano in questi giorni, che l’Europa ha trasformato il Mediterraneo in una tomba, è altrettanto vero che lo ha fatto con la sua complicità, perché ha espressamente finanziato i ribelli-islamisti contro il legittimo governo siriano di Assad, assieme all’ Occidente e alle Petrol-monarchie. Le forze curde sono le uniche forze che combattono sensatamente il terrorismo-islamista, sforzandosi di tagliare le linee di rifornimento del nemico. Forze contenute da una “zona di sicurezza” che gli Stati Uniti e i suoi alleati regionali (tra cui la Turchia) hanno creato in territorio siriano alla frontiera, indubbiamente per difendere questi “santuari” forgiati allo scopo di proteggere i terroristi jihadisti. Perciò il Centro MED di Torino denuncia le politiche genocide, terroriste e “curdofobe” portate avanti dal neo-Sultano Erdogan e i suoi complici!

Il Centro Curdo MED di Torino,
CONVOCA, per questo 18 settembre, alle ore 17:30, un corteo a Torino, da piazza Castello fino alla Rai.

Al corteo è invitata tutta la società civile italiana,
sono invitati gli immigrati,
i rifugiati e chiunque sia disposto a combattere, a fianco del popolo Curdo, il terrorismo-internazionale e le politiche etnocide del Sultano Erdogan.