L’ identità negata della nuova generazione argentina:

intervista allo scrittore italo-argentino Nicola Viceconti

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GIOVEDÌ 16 GENNAIO 2014 dal sito http://www.ilsudest.it

 

Rispondo con grande interesse a questa intervista e ringrazio la redazione del “SudEst” per trattare il tema dell’identità,

un argomento a me caro e che rappresenta, insieme a quello della memoria e della verità, il trait d’union delle mie produzioni letterarie. Prima di addentrami nel contenuto delle domande, mi preme però individuare una definizione concettuale di tale “condizione imprescindibile dell’essere umano”. Ciò, al fine di fornire un quadro il più possibile esaustivo su come possa essere affrontato un tema così delicato, soprattutto nell’ambito della cosiddetta sparizione sistematica e forzata delle persone, fenomeno che ha caratterizzato i regimi dittatoriali nei paesi del Cono Sur alla fine degli anni ’70, nonché delle adozioni illegali che hanno riguardato molti neonati, figli dei desaparecidos argentini.

 

Nelle scienze sociali è opinione condivisa che l’identità rappresenti una dimensione appartenente contemporaneamente alla sfera individuale e sociale dell’essere umano. Nel primo caso, può essere intesa come “l’insieme delle caratteristiche di ognuno di noi, in quanto individuo unico e inconfondibile”; una particolare connotazione fisica e psicologica che ci identifica e ci distingue dagli altri per le qualità che abbiamo. Nel secondo, invece, l’identità è da intendersi come un processo che si realizza, giorno dopo giorno, nel proprio percorso di vita. Esso è fortemente condizionato dalle esperienze vissute e interiorizzate.

 

Il caso dei desaparecidos è uno tra gli esempi più drammatici di distruzione e di cancellazione dell’identità di una persona. Se si pensa che il fenomeno ha tristemente coinvolto un’intera generazione, possiamo comprendere la gravità del vuoto incolmabile che resta ancora oggi nel paese sudamericano. Possiamo anche immaginare il difficile cammino che stanno affrontando le famiglie direttamente colpite e, di riflesso, l’intero Paese. Sono convinto che la ricostruzione dell’identità dei desaparecidos non può prescindere dalle meticolose e drammatiche testimonianze fornite dai sopravvissuti agli orrori della dittatura, dai familiari delle vittime e da chi è tutt’ora in prima linea nella lotta per raggiungere l’obiettivo della verità e della giustizia. In questo caso, il riferimento è a tutte quelle associazioni impegnate da anni nella difesa dei diritti umani, in particolare a las Madres e las Abuelas de Plaza de Mayo. Quest’ultime, sulla questione del recupero dell’identità dei desaparecidos, hanno più volte dichiarato: “I desaparecidos non sono solo vittime di delitti di lesa umanità. Essi sono da intendersi soggetti sociali con un bagaglio di storie ed esperienze. Il recupero della loro identità, pertanto, è raggiungibile attraverso un esercizio di memoria che non si limiti al semplice ricordo del passato, ma fornisca la possibilità che proprio quel passato possa restituire un nuovo significato al presente”.

 

La ricostruzione della storia di vita di ogni desaparecido, la cui perdita d’identità iniziava nel momento del suo ingresso nel Centro di detenzione con l’immediata assegnazione di un numero in sostituzione del nome, rappresenta quindi uno degli elementi più preziosi per il recupero dell’identità. Solo così essa si trasformerà in un bene individuale e collettivo.

 

Il recupero dell’identità dei figli dei desaparecidos rubati come “bottino di guerra” e adottati illegalmente è il secondo aspetto sul quale l’Argentina sta concentrando l’attenzione. In realtà, questo è un argomento sul quale anche alcune associazioni italiane dedicano la loro attività. Fin dal 2009, infatti, dietro suggerimento e stimolo delle Abuelas de Plaza de Mayo, è stata fondata la Rete per l’Identità-Italia, un’iniziativa nata dall’impegno di associazioni culturali, Onlus, ONG e Istituzioni pubbliche. La Rete, con sedi a Roma e Milano, rappresenta il ‘nodo’ italiano della ‘‘Red por el derecho a la Identidad’ (istituita in Argentina nel 2003) e si prefigge lo scopo di assistere e sostenere tutti coloro che hanno dubbi sulla propria identità e desiderano accertare se sono o meno figli di desaparecidos che vivono oggi, forse anche in Italia, con una falsa identità.

 

A livello governativo, l’istituzione impegnata nella Campagna per il diritto all’Identità è l’Ambasciata Argentina in Italia che, nella persona del Ministro Carlos Cherniak, capo dell’Ufficio politico e diritti umani, si fa continuamente promotrice di interessanti iniziative. Cito a titolo di esempio l’importante accordo stipulato con le principali sigle sindacali e alcuni Atenei presenti sul il territorio nazionale per l’adesione alla citata campagna finalizzata alla ricerca dei “nipoti”. Come parte di tale iniziativa, l’Ambasciata Argentina ha organizzato recentemente una serie di appuntamenti presso la Casa della storia e della memoria. Lo scopo è quello di sostenere l’instancabile lotta delle Abuelas de Plaza de Mayo che in 36 anni hanno trovato ben 109 nipoti. Oltre all’artista argentina Jorgelina Molina Planas (figlia di desaparecidos e autrice di una interessante mostra pittorica intitolata G.I.R. – Geografie interiori. Ricostruzione), hanno partecipato a tale manifestazione, Estela Carlotto e l’ex console Enrico Calamai.

 

 

Negli anni della dittatura le Madri e le Nonne di Plaza de Mayo si sono costituite in Associazioni per la ricerca dei figli e nipoti scomparsi. Non esiste invece nessuna Associazione di questo genere composta da Padri. Perché?

Se è un dato di fatto che i padri dei desaparecidos non si siano mai costituiti in un’associazione, è doveroso ricordare che tutti loro, fin dall’inizio della dittatura, sono stati sempre presenti al fianco delle madres de plaza de Mayo nella lotta per la ricerca dei propri figli scomparsi. Credo che la cosa più interessante da sottolineare sia il loro diverso modo di intraprendere la protesta, una distinzione che, in qualche modo, rispecchia la diversità di genere. Le madres e le abuelas hanno assunto un ruolo strategico attraverso una forma di lotta emblematica che, in poco tempo, è stata riconosciuta in tutto il mondo. Al loro fianco, i padri dei desaparecidos hanno deciso di accompagnare in modo consenziente la protesta.

 

A tale proposito sono interessanti le parole di Teobaldo Altamiranda, uno dei padri della piazza, che ha così dichiarato in un’intervista alla tv pubblica argentina: “partecipavamo tutti insieme (familiares, hijos, padres, madres) in una prima associazione che era quella dei familiari e dei prigionieri per ragione politica. Il lavoro che facevamo era principalmente quello di accogliere nuovi familiari disperati per la sparizione dei propri figli in un momento di grande angustia. Poi però ci rendemmo conto che questo non era sufficiente e allora si costituì un gruppo di madri che iniziò una straordinaria battaglia contro la dittatura …/… non formammo un’associazione di Padri perché non era necessario. Esisteva già l’associazione delle Madri che era il massimo…”

 

Sui padri dei desaparecidos è stato realizzato nel 2010 un’interessante progetto cinematografico intitolato “Padres de la Plaza: 10 recorridos posibles”. Si tratta di un documentario che, come dichiarato dallo stesso regista Joaquin Daglio, attraverso la ricostruzione di dieci storie di padri intervistati ha voluto fornire un “cinema collettivo per una memoria collettiva”. Obiettivo del progetto era quello esplorare il ruolo dei padri nella ricerca dei propri figli durante la dittatura. Nel filmato, la cui realizzazione è durata circa due anni, emerge la forza e la tenerezza di questi uomini che, nel ripercorrere e confrontare i propri percorsi di sofferenza, lotta e speranza, raccontano le loro storie ricostruendole in differenti location da loro stessi individuate.

 

Come ha dichiarato anche Juan Vitale, sceneggiatore e produttore del documentario, i padri dei desaparecidos in Argentina non hanno mai provocato “uno scontro di protagonismo con le madri”. In quel momento storico decisero che la soluzione migliore era quella di realizzare un tipo di ricerca diversa dei propri figli. La decisione di accompagnare la lotta intrapresa dall’associazione delle Madres de Plaza de Mayo fu anche una questione strategica. Per comprendere ciò bisogna tener presente che di fronte alla perdita di un figlio, i padri si mostravano solitamente troppo impulsivi, disposti a scontrarsi fisicamente con i militari sulla base di istintive forme di protesta che poi, puntualmente, si ritorcevano contro. La protesta portata avanti delle madri, invece, risultò fin da subito la scelta migliore tanto che suscitò l’interesse di tutto il mondo.

 

Possiamo pensare, inoltre, che l’azione delle madri dei desaparecidos risultò efficace anche come forma di protezione per gli stessi uomini. Un ruolo che queste valorose donne hanno ricoperto sia all’interno delle proprie famiglie, sia pubblicamente a Plaza de Mayo.

 

Il percorso del pieno raggiungimento della giustizia in Argentina non si è ancora concluso, ma è innegabile che gran parte di quello che è stato fatto fino ad oggi è avvenuto proprio grazie all’impegno delle madri, delle nonne, di queste donne che come ha ribadito Teobaldo Altamiranda nell’intervista citata, per il loro coraggio e la loro perseveranza nella protesta venivano denominate “las leonas”. Chiaramente, in questo caso, il diverso ruolo ricoperto dagli uomini e dalle donne non è dovuto a assiomi culturali o religiosi; essa appare come conseguenza di una soluzione intrapresa in modo spontaneo tra uomini e donne che erano uniti contro la repressione della dittatura. Una scelta funzionale all’efficacia della lotta intrapresa che la storia ha giudicato “un passo decisivo”, esempio non solo per l’Argentina ma per tutta l’umanità. Forse era proprio a questo ruolo delle donne che si riferiva la protagonista del romanzo “Noi che ci vogliamo così bene” della scrittrice cilena Marcela Serrano:

–   Alla fine Ana -mi dice a voce bassa- il nostro compito, quello di noi donne, è mettere al mondo i figli e chiudere gli occhi ai morti. Esattamente i passi chiave dell’umanità. Come se la storia realmente dipendesse dalle nostre mani.

 

 

Nelle storie dei nietos trovati dalle Abuelas de Plaza de Mayo, argomento che lei ha trattato in “Due volte ombra”, uno dei temi più complessi che hanno dovuto affrontare i nonni genetici è stato quello di ricostruire il passato dei genitori desaparecidos. Cosa ne pensa in generale sull’argomento e come ha rappresentato questo aspetto sul piano della identità personale di Mirta il suo personaggio? In che modo secondo lei i nonni, nello stabilire il contatto tanto desiderato con i propri nipoti, possono aiutare a ricostruire l’identità rubata?

Prima di addentraci nella complessità di questa domanda dobbiamo fare un distinguo sulle differenti tipologie dei rapporti intra-familiari a seguito di un evento sconvolgente come quello della sparizione fisica e simbolica di uno o di entrambi i genitori. Mi riferisco alla distinzione, ampiamente descritta nella letteratura psicoanalitica argentina, delle diverse funzioni svolte dai componenti delle famiglie di nietos recuperati. L’attenzione su tale aspetto nasce dal fatto che i tra i 109 nipoti ritrovati fino ad oggi dalle Abuelas e affidati alle rispettive famiglie biologiche, non sempre il compito di ricostruzione della loro identità è stato svolto dai nonni. Molti di loro, infatti, sono deceduti nei lunghi anni di attesa e hanno lasciato in eredità ad altri parenti il difficile e tanto auspicato compito. Mi viene in mente il caso di ….. che, al momento della scoperta della sua vera identità, avvenuta all’età di …. anni, è stato affidato a una zia materna.

 

Ogni membro della famiglia, quindi, può ricoprire un ruolo fondamentale attraverso il quale svolgere la delicata funzione di trasmissione di quegli elementi indispensabili per la costruzione dell’identità ritrovata. Normalmente nelle famiglie, come descrive Jacques Lacan nel suo testo “La Famiglia” (1938), lo sviluppo psico-fisico di un bambino avviene con il contributo dei diversi componenti familiari appartenenti a tre generazioni: genitori, fratelli, nonni e bisnonni.

 

Forse la conseguenza più drammatica della dittatura argentina, con i suoi trentamila desaparecidos, è stata una profonda frattura tra le tre generazioni elencate. Tale ferita, all’interno delle famiglie, è causa di interruzioni psicologiche nei processi di crescita dei figli, nonché di stravolgimento delle naturali relazioni tra i diversi componenti. L’alienazione del sistema dittatoriale ha contagiato e modificato i rapporti tra genitori e figli, tra fratelli e quelli di coppia.

 

Tornando alle storie dei nipoti recuperati, il trauma viene affrontato attraverso un percorso terapeutico. Ciò costituisce un prezioso strumento a disposizione del giovane coinvolto e dei suoi familiari. Nel romanzo “Due volte ombra”, Mirta nel momento della scoperta della sua vera identità, scopre anche di avere dei nonni e un padre costretto all’esilio in Francia da molti anni. Nel caso di Mirta, oltre al centro per il diritto all’identità delle Abuelas, è sua nonna Sara a ricoprire un ruolo fondamentale.

In tutti quegli anni sua nonna non aveva mai smesso di cercarla e ora che l’aveva ritrovata, moriva dalla voglia di raccontarle tante cose. Su consiglio del giudice decise di procedere con cautela. Quella ragazza doveva fare i conti con il recupero della sua identità e la cosa era possibile solo attraverso un percorso lungo, graduale, senza strappi. Bisognava fare attenzione a non aumentare il vuoto che aveva intorno e aiutarla a sopportare la sensazione di perdita che stava vivendo.

– Vuoi mangiare? Ho preparato una cosa per te.

Tirò fuori dalla borsa un paio di ciambelle fritte ricoperte di zucchero e le poggiò sul tavolo. Paula non rispose. Allungò solo un braccio per prendere un bicchiere d’acqua, poi si chiuse di nuovo nel suo silenzio.

– Sono passati sedici anni da quella mattina di dicembre e oggi finalmente il Signore ha ascoltato le mie preghiere. Abbiamo tante cose da raccontarci, ma stai tranquilla, parleremo solo quando ne avrai voglia.

Poi prese dalla tasca della giacca alcune foto tenute insieme da un elastico e le mise sul tavolo….”

 

E’ chiaro che in questo processo graduale di ingresso o di ritorno alla vita reale, gli oggetti appartenenti al passato, come le fotografie dei genitori desaparecidos, rappresentano il materiale indispensabile al quale ricorrere per intraprendere il cammino che porta alla vera identità. Seppure quella narrata in “Due volte ombra” sia una storia di pura fantasia, conserva l’obiettivo di voler informare e far riflettere sul quello che, a mio parere, rappresenta il piano più perverso messo in atto dalla dittatura. Fino al momento della scoperta della verità, alla giovane Mirta, così come ai cinquecento bambini reali adottati illegalmente in quegli anni, è stata negata la verità sulla propria origine. La ragazza è stata obbligata a vivere in un mondo costruito sulla menzogna, a cominciare dal proprio nome assegnatole indebitamente.

 

Un simile oltraggio all’identità reale, come ricorda la psicoanalista argentina Ana Zabala “E’ una questione di ordine etico che affrontiamo come primo punto di approccio quando interveniamo nei casi di appropriazione di bambini o bambine …/… E’ assolutamente perentorio che una persona conosca il suo nome e i suoi legami di identità per realizzare un approccio soggettivo delle sue questioni coscienti e incoscienti”.

Il rapporto tra una nonna e il proprio nipote recuperato rappresenta l’oggetto di studio per molti psicologi argentini. Qualcosa scatta nel rapporto quando avviene la conoscenza fisica dopo anni di ricerca. E’ qualcosa di magico, che resta inspiegabile, ma che costituisce quello che esiste di straordinario nei legami familiari. Quando Marcos Suárez, l’ottantacinquesimo nipote ritrovato dalle abuelas, a trentuno anni abbracciò per la prima volta sua nonna dichiarò: “Anche se non la conoscevo, l’abbraccio con quella persona mi diede la sensazione di appartenerle”.

Il compito di questi nonni non è quindi quello di ricoprire un “ruolo senza ruolo”, come accade quando c’è la presenza dei genitori, bensì quello di instaurare un vincolo inevitabilmente intenso che passa per la ricostruzione delle storie di vita dei genitori desaparecidos.

 

 

Da alcuni anni in Argentina si sta ridiscutendo la situazione dei diritti umani. Ciò ha fatto sì che si conseguissero importanti risultati in termini di sensibilizzazione della collettività sulle conseguenze della “guerra sporca”, nonché di giustizia attraverso la realizzazione di processi nei confronti dei responsabili delle nefandezze perpetuate in quel periodo. Può spiegarci brevemente quali sono stati i passaggi principali di tale percorso?

La storia dimostra che dopo la caduta di un regime dittatoriale c’è sempre bisogno di un periodo di transizione per instaurare la democrazia. Normalmente, il passaggio da un sistema all’altro è graduale e i colpi di coda del potere di chi governava prima con la repressione continuano a produrre i loro effetti con forza e intensità.

 

Nel caso dell’Argentina, nonostante sia stato riconosciuto al presidente Alfonsin, soprattutto nei primi anni del suo mandato, il grande merito di essere stato il più credibile difensore della giustizia per aver portato in tribunale i responsabili della repressione, è importante evidenziare altresì alcune critiche che gli sono state rivolte su come ha svolto il ruolo di mediatore con le forze armate.

 

La difficile gestione dei militari, che per non essere puniti dei crimini commessi giustificavano la loro azione repressiva come fosse dettata dalla necessità di soffocare i moti rivoluzionari, emerge con tutta la sua significatività in alcune storiche trattative che Alfonsin fu costretto ad avviare in prima persona dietro la minaccia di un’insurrezione. Eclatante fu il caso delle caraspintadas.

 

Era la settimana santa del 1987 quando a Cordoba il maggiore Ernesto Barreiro, accusato di torture nel centro clandestino de detenzione La Perla, dichiarò lo stato di ribellione. A lui si aggiunse il colonnello Aldo Rico che occupò la scuola di fanteria di Campo de Mayo. La società civile reagì compatta con tutte le forze politiche e sindacali mobilitandosi in difesa della democrazia. Finalmente la domenica di Pasqua, dopo quattro giorni di tensione, il presidente Alfonsin annunciò alla folla riunita a Plaza de mayo, la resa dei militari ribelli. “Felice Pasqua!! Gli uomini ammutinati hanno riposto le armi. Come corrisponde in questi casi saranno arrestati e consegnati alla giustizia …/… grazie a Dio la casa è in ordine e non c’è sangue in Argentina!”

 

Da notare che l’annuncio avvenne dopo una negoziazione segreta con i capi militari su una serie di misure finalizzate ad evitare l’avvio di nuovi processi per le violazioni dei diritti umani. Inoltre, proprio in quello stesso anno, fu approvata dal governo Alfonsin la cosiddetta legge di “obbedienza dovuta” che stabilì l’impunità per i militari.

 

Con il passare degli anni, l’obiettivo del ridimensionamento del potere dei militare nel paese passa in secondo piano rispetto alla necessità del governo di intervenire per risanare una profonda crisi economica che aveva investito il Paese. L’inadeguatezza delle misure economiche adottate costituirono la causa fondamentale del crollo dei consensi che coinvolse il presidente che, nel luglio dell’89, a seguito della prima sconfitta elettorale con lo sfidante Carlos Menem, presentò anticipatamente le missioni.

 

Fu in nome di una riconciliazione nazionale definitiva, proclamata unilateralmente da quest’ultimo che nel biennio 1989-90 venne concesso l’indulto ai generali ancora sotto processo o già condannati. Tale pretesa di superare il passato attraverso l’oblio provocò l’indignazione delle associazioni impegnate nella ricerca della verità sugli orrendi crimini della dittatura. Tra i beneficiari dei provvedimenti di Menem c’erano: Leopoldo Galtieri, terzo presidente della Repubblica nel periodo della dittatura, che aveva subìto due condanne, una per la disastrosa conduzione della guerra delle Malvine, nel 1982, l’ altra per gravi violazioni dei diritti umani durante gli anni del regime militare; sedici generali e due ammiragli processati per delitti di repressione; Aldo Rico e Mohammed Seineldin, gli ufficiali che guidarono il citato tentativo di rivolta militare contro il governo Alfonsin.

 

Ho trovato interessante e puntuale la valutazione sul governo Alfonsin che ha fatto la scrittrice Maria Seoane nel suo libro “Argentina. Paese dei paradossi”: “un esempio di quella che viene definita una democrazia taciturna, incapace di rispondere alle esigenze del paese, nonostante l’innegabile merito di aver portato la libertà e la pace”

 

Resta di fondamentale importanza il fatto che il sistema democratico in Argentina è presente da trent’anni senza interruzioni. Un avvenimento che accade per la prima volta nella storia del Paese sudamericano. Credo che sia proprio questo l’elemento più significativo per comprendere l’evoluzione della politica sui diritti umani in Argentina. Un risultato straordinario che confuta i principi contenuti nella “legge del pendolo” che il sociologo di origine italiana Gino Germani coniò alcuni anni fa per spiegare l’alternanza della dittatura e della democrazia in Argentina. E’ come se il pendolo, nel suo movimento oscillatorio tra caserme e parlamento, si fosse fermato su quest’ultima istituzione democratica.

 

Nel concludere questa breve rassegna è impossibile non citare il kirchnerismo. Nel maggio scorso, il movimento peronista dello scomparso ex Presidente Néstor Kirchner e di sua moglie Cristina Fernández, ha festeggiato dieci anni di permanenza al governo. Senza esprimere giudizi di carattere politico, credo che sia interessante esaminare cosa sia stato realizzato da tali governi in difesa dei diritti umani. E’ indubbio che il kirchnerismo sia stato l’artefice di un cambiamento radicale. L’abrogazione delle Leggi (punto finale e obbedienza dovuta) che garantivano l’impunità ai torturatori sono solo alcuni degli esempi che si possono citare.

 

L’immagine dell’ex presidente Nestor Kirchner mentre toglie i quadri di Jorge Rafael Videla e Reynaldo Bignone esposti nella galleria di immagini del Collegio Militare, ha fatto il giro del mondo. Il suo discorso alle forze armate è stato il volano di un profondo cambiamento che ha riguardato anche i vertici militari: “Signori ufficiali e sotto ufficali, voglio che sia chiaro che come presidente della nazione argentina non ho paura!… non ho paura! … che vogliamo l’esercito di San Martin, Belgrano, Mosconi e Sabio e non quelli che assassinarono i propri fratelli che furono quelli di Videla, Galtieri, Viola e Bignone. Esiste un nuovo Paese, abbiamo bisogno di soldati coinvolti con il destino della Patria e, come Presidente della Nazione argentina, vengo a rivendicare un esercito nazionale compromesso con il Paese e lontano definitivamente dal terrorismo di Stato”.

 

Un altro passo in questa direzione è rappresentato dallo svolgimento dei processi contro i responsabili dei crimini del terrorismo di Stato. Secondo le recenti statistiche fornite dalla Procura dei crimini contro l’umanità, nel 2013 risultano ben 520 persone condannate, circa 150 in più rispetto a quelli dello scorso anno. Un’escalation che non sembra destinata a arrestarsi se si pensa che i processi sono rivolti non solo ai militari ma anche ai civili fiancheggiatori di una dittatura che per questo è conosciuta al monto intero come civico-militare.

di MADDALENA CELANO