Intervista allo scrittore Nicola Viceconti

 

L’ultimo tuo romanzo ripercorre, in un mix di fiction e realtà, una fase particolare della storia Argentina.

Quali elementi ti hanno particolarmente incuriosito e ispirato nel ripercorrere e ricostruire queste inquietanti vicende?

Facendo riferimento ai tuoi studi e alla tua analisi del fenomeno: perché l’Argentina ha accettato i criminali di guerra nazisti dopo la Seconda Guerra Mondiale?

L’interesse nei confronti dell’operazione Odessa, l’organizzazione segreta preposta al salvataggio di criminali di guerra nazisti, è sorto a seguito della lettura di alcuni testi di ricercatori che sull’argomento hanno condotto scrupolose investigazioni. Mi riferisco in particolare ad un interessante lavoro della durata di sei anni iniziato nel 1996 di Uki Goñi, il giornalista argentino autore del libro “Operazione Odessa – La fuga dei gerarchi nazisti verso l’Argentina di Perón”. E’ certamente suo il merito, a seguito della desegretazione di documenti riservati contenuti nell’archivio dell’Hotel de los emigrantes di Buenos Aires, di aver portato alla luce segreti e misfatti sull’esistenza di una reale rete di fuga organizzata che dall’Europa conduceva in Sud America.

Nel corso della scrittura di “Emèt – Il dovere della verità” è avvenuto poi un episodio che ha acceso ancora di più la mia curiosità su tale vicenda; si tratta della morte del criminale di guerra Erich Priebke, uno dei capi nazisti che proprio grazie alla citata operazione riuscì a scappare in Argentina. Storicamente l’operazione Odessa, ideata per motivazioni economiche (trasferimento dei capitali tedeschi) e ideologiche (fondare il quarto Reich), ebbe inizio a Strasburgo il 10 agosto del 1944 quando settantasette uomini, rappresentanti il potere assoluto della Germani dell’epoca – tra i quali i delegati di Martin Bormann, del ministro degli armamenti Albert Speer e dell’ammiraglio Canarisetc – si riunirono nella “Maison Rouge” per decidere della loro sorte. Le decisioni cruciali dell’operazione furono prese in fretta poiché con lo sbarco in Normandia avvenuto circa due mesi prima, le forze nordamericane e inglesi avevano segnato un radicale cambiamento allo sviluppo del conflitto.

La fuga prevedeva tre itinerari: il primo attraverso Monaco/Salisburgo/Madrid, il secondo attraverso Monaco/Strasburgo/Genova e il terzo, quello utilizzato principalmente per le destinazioni in Argentina attraverso Monaco/Tirolo/Genova.

Sul perché l’Argentina abbia accettato i criminali di guerra bisogna ricordare che in quel periodo il paese sud americano rappresentava un porto sicuro per la creazione di imprese tedesche con fondi nazisti. Nel 1946, infatti, erano ben 96 le imprese operanti nelle principali città argentine. C’è anche un altro motivo che ha favorito l’ingresso di nazisti in Argentina e lo sintetizza bene Jorge Camarasa in un suo studio: “Poco dopo aver assunto il potere, a metà del 46, Perón aveva avviato una campagna per stimolare l’immigrazione di personale qualificato. Il governo mostrava un interesse speciale per scienziati, tecnici, ingegneri e istruttori militari, e aveva messo a punto una strategia per farli arrivare a Buenos Aires”.

In pochissimi anni, quindi, migliaia di nazisti approdarono direttamente al porto della capitale argentina grazie ad una efficiente macchina burocratica messa a punto dal governo Perón: la commissione Peralta. L’organizzazione, costituita nel 48 con il compito di “interrogare le persone appena arrivate e vagliare la posizione di coloro che erano giunti illegalmente, chiedendo loro referenze in Europa e controllando le loro attività durante la guerra” stabiliva quali fossero gli immigrati degni di fiducia e quali dovessero essere rispediti in Europa.

Oltre ai nazisti e i fascisti italiani la massiccia evacuazione di criminali attraverso la cosiddetta Rat Line comprendeva anche molti ustascia, gli appartenenti di estrema destra al movimento diretto dall’ultranazionalista Ante Pavelic. Il fascicolo dell’immigrazione n. 72531/46, aperto nel 1946 a nome della Caritas croata a Buenos Aires include, secondo un recente rapporto del governo argentino, almeno 49 criminali di guerra. Proprio con riferimento agli ustascia, in linea ad un preciso piano politico volto a rafforzare la politica anticomunista, occorre ricordare che rappresentanti del Vaticano, come ricorda Uki Goñi citando una serie di documenti conservati presso l’archivio statale di Londra, abbiano svolto un ruolo fondamentale nell’opera di fuga. Padre Draganović, ad esempio, era il principale agente del Vaticano nell’operazioni di salvataggio di molti nazisti. Operava nella chiesa di San Girolamo a Roma ed era legato ai servizi segreti americani.

Fermare il presunto “pericolo-rosso” e le mire indipendentiste dei paesi in via di sviluppo sembra essere il principale motivo del coinvolgimento della Chiesa, della Cia e del Governo di Peròn per il successo dell’operazione Odessa. La collaborazione dei movimenti fascisti per raggiungere un simile obiettivo si stabilisce dopo il Secondo conflitto mondiale; prima era soltanto “potenzialmente fattibile”, ma di fatto non è mai esistita una “Internazionale fascista” analoga a quella comunista (Comintern). Italia e Germania nel periodo della loro alleanza ad esempio fornivano la base finanziaria, il sostegno logistico e talvolta le armi alle organizzazioni fasciste più deboli, specie nei Balcani. Ma né Hitler, né Mussolini nutrirono mai eccessive speranze per le prospettive politiche di tali gruppi, terroristi o meno.

“Il fascismo non si nasconde più!” – aveva detto lo scrittore José Saramago, in una intervista – E’ lì, è uscito in strada, è arrivato anche sui media. E può succedere che improvvisamente arrivi a governare e noi continuiamo a non rendercene conto. Perché la facciata si mantiene. E la facciata è l’illusione democratica”.

 

Perché, all’ interno del tuo romanzo, la principale voce-narrante e “vittima” della triste vicenda è una diva del teatro? Lo spettacolo (in particolare il teatro) resta la metafora della “recita”, dell’inganno-storico che caratterizzò questi crimini?

Ho scelto di narrare un singolo episodio dell’operazione Odessa attraverso il racconto di una storia intima e travagliata di una coppia particolare: un’attrice di teatro e un pittore. Ho fatto ricorso alla voce femminile di Helene, ai suoi sentimenti e ai suoi stati d’animo. Il pensiero di questa anziana diva scorre in ogni pagina del libro e in più occasioni s’insinua tra le pieghe di un tempo passato. La diva del teatro esce e rientra più volte dal palcoscenico della vita e dal suo stesso ruolo di inconsapevole narratrice. E’ lei la vittima dell’inganno e, al contempo, l’artefice della verità.

Il teatro in tutto questo è l’atmosfera, il luogo della recita infinita, l’animale ferito da tutti i regimi dittatoriali che prima di creare vittime hanno saputo manipolare le idee. E se i libri bruciavano gli spettacoli venivano banditi. 

 

A proposito del titolo “Emèt”. Che tipo di Verità contiene il tuo romanzo?

Non esiste risposta ad una simile domanda. O meglio, esiste ma non posso essere io a fornirla. Questo è il compito del lettore, di ogni lettore che leggerà la storia di Helene Sanz. La verità sarà la versione che il lettore riuscirà a ricostruire alla fine del romanzo. Pertanto ci saranno tante verità quante saranno le interpretazioni di Emèt.

E’ interessante però notare come il concetto di verità si sia evoluto nel corso della storia. Dal significato che si attribuiva nell’antico Egitto alla verità (Maat), secondo cui essa stabiliva il criterio per accedere all’aldilà, si è passati ad una concezione di verità nel pensiero greco (Aletheia), riferita a qualcosa che non si dimentica, che non si è può obliare, né cancellare. La verità è, in questo senso, in-olvidabile, in-obliabile. L’altra parola che si associa alla verità per i greci è Apocalissi, un concetto che si riferisce alla ri-velazione, al dis-velamento, alla scoperta. Nella concezione romana, invece, la Verità non è qualcosa che si rivela o si scopre, come nella conoscenza scientifica, bensì è qualcosa che si determina e viene stabilita attraverso una “verifica”. La Verità in questo caso è semplicemente dichiarata e per tale motivo può essere stabilita soltanto attraverso un verdetto che “verifica” la veridicità.

Maria Rosaria Fazio, esperta di mistica ebraica, in una nota al romanzo offre una spiegazione interessante circa la concezione di Verità per gli ebrei. Secondo i rabbini la verità o emèt è il sigillo di Dio. Le tre lettere che compongono questa parola (אֱמֶת) sono la prima, quella di mezzo e l’ultima dell’alfabeto ebraico. Così intesa, “la verità deve essere piena e sufficientemente ampia per contenere tutte le lettere, tutte le parole, tutta la vita”. Applicando le tecniche della qabbalàh – continua Fazio -se si divide la lettera א (valore negativo, = no) dalle altre due lettere מת (morte) si può interpretare che la non-verità è una forma di morte.

Per contrasto, שקרshéqer o il «fal­so» consiste di tre lettere strette l’una all’altra verso la fine dell’alfabeto. Esse costituiscono un loro piccolo circolo chiuso, dove si critica e sussurra tra pochi vicini, non permettendo alla luce della verità di risplende­re al suo interno. La veridicità del nostro punto di vista è dimostrata da quanto fermamente tale punto di vista viene mantenuto. In definitiva, le cose per le quali siamo disposti a vivere e a morire div­entano la nostra verità personale.

Tornando al romanzo e alla capacità di questo di veicolare la verità, condivido la distinzione suggerita da Tomas Martinez: “il romanziere e lo storico conferiscono due significati ben distinti al concetto di verità. Per il romanziere la verità si stabilisce a partire da un patto tra autore e lettore che si basa sulla condivisione degli stessi riferimenti storici e culturali. In accordo a tale patto, lo scrittore può arricchire i fatti storici – che spesso risultano insufficienti a descrivere la realtà – attraverso l’utilizzo della finzione”.

In questo modo, alla verità che la storia considera come unica e assoluta, il romanziere può aggiungere altre verità, dando luogo quindi a una pluralità di versioni che, nelle varie sfaccettature e contraddizioni, possono fornire una dimensione/visione più ampia della realtà.

Spero che anche il romanzo “ Nicola-Viceconti-Emet_itaracchiuda in se il concetto di verità e che questo possa essere colto dal lettore al quale offro l’invito ad andare oltre alla contraddizione tra la realtà fittizia (quella narrata) e quella reale (alla quale i fatti narrati fanno riferimento). Vorrei concludere questa parte dell’intervista sottolineando che le leggi della narrazione alla base di un romanzo non coincidono quasi mai con quelle della vita reale. L’unico obbligo del romanzo è quello di creare una verità che abbia valore in se, e che sia sentita come tale dal lettore.

Si tratta del gioco infinito delle mille verità legate alla metafora “gli occhi della mosca” che Martinez descrive molto bene nel suo romanzo “la novela de peron”[1].

“Una mosca si posa sulla mano del General Peròn. Ha il corpo azzurro, le ali trasparenti e occhi sproporzionati che occupano quasi tutta la testa. Sono occhi molto strani, con quattromila sfaccettature. Ognuno di questi quattromila occhi vedono diversi pezzi di realtà.

La domanda che si pone Martinez e che pone a tutti noi è:

Cosa vede una mosca? Quattromila verità o una verità divisa in quattromila pezzi?

di MADDALENA CELANO

Dal sito: http://www.nicolaviceconti.it

 

 

[1] Sull’argomento segnalo uno studio della Prof.ssa Susanna Nanni dell’Università Roma Tre.