26.000 scomparsi: la triste marcia delle madri messicane.

GIOVEDÌ 15 MAGGIO 2014 00:00 da http://www.ilsudest.it

 

Le donne messicane richiedono alle autorità di indagare efficacemente sui casi di sparizione, non solo sedendosi e ascoltando in silenzio!

Marciano le famiglie degli scomparsi (nella stragrande maggioranza donne) in Ciudad Juarez (Messico).

La domenica 11 maggio 2014, le membre del gruppo “Organizzazione delle Donne per le assassinate, le rapite e le scomparse” di Nuevo León, collocano delle candele in memoria delle loro familiari, vittime di violenza, in pubblica piazza.

Circa un centinaio di famigliari di uomini e donne scomparse a Ciudad Juárez (giovani donne operaie, e giornalisti, sia uomini che donne che indagavano sui casi dei desaparecidos), Chihuahua, ha celebrato la Marcia per la Dignità, chiedendo che le autorità federali e statali indaghino sui casi, non solo sedendosi ed ascoltando in silenzio.

L’evento è stato organizzato dal Comitato per i diritti umani Paso del Norte. Il suo leader, Padre Oscar Enriquez, ha invitato le autorità a fare il loro lavoro seriamente, con velocità, riportando risultati.

 Un altro gruppo della capitale, nel Chihuahua, un gruppo di attivisti e madri di donne e uomini scomparsi ha reso omaggio alla memoria di Juárez Marisela Escobedo Ortiz, che è stata uccisa nel dicembre 2010 di fronte al palazzo del governo.

Escobedo Ortiz era tra le organizzatrici di un sit-in per chiedere all’ufficio del procuratore generale di fermare l’assassino di sua figlia Rubi Marisol Frayre Escobedo; ma durante la protesta venne assassinata.

 Che dire di noi, di quello che ricordiamo?

Dice una tela bianca sostenuta da due donne, citando in giudizio le autorità ad accelerare l’azione per rintracciare i bambini scomparsi da diversi anni.

 Nel febbraio 2012 il Governo Federale Messicano ha reso noto che dal dicembre 2006 al dicembre 2012 (periodo che coincide con la presidenza di Felipe Calderón) sono scomparse o/e risultate disperse circa 26.121 persone. L’elenco in realtà ancora non distingue tra persone che sono state vittime di sequestro, da quelle di cui si sono perse le tracce o che si sono volontariamente allontanate da casa. Secondo le ultime inchieste giornalistiche le vittime di sparizione degli ultimi sei anni sarebbero oltre 20.000.

di Maddalena Celano

L’ opinione di Nicola Viceconti:

desaparecido3340-anteprima-600x399-864202 Femminicidio nel silenzio di un città

Sembra che a Ciudad Juárez – la città messicana che a partire dagli anni novanta si è trasformata in teatro di violenti omicidi seriali di donne (4.500 scomparse e 400 assassinate) – essere donna sia una colpa.

Le caratteristiche delle vittime sono sempre le stesse: giovani, pelle scura, di bassa estrazione sociale e in gran parte impiegate nelle numerose fabbriche di assemblaggio dei beni d’esportazione destinati al primo mondo (Maquiladoras). Le scene di terrore si ripetono con lo stesso rituale: sequestro della vittima, tortura, violenza, mutilazioni e, infine, omicidio.

Nessuno vede e si accorge di nulla, nessuno sente le urla di dolore di queste povere ragazze. Se dovessi dare un titolo a un simile dramma lo chiamerei Femminicidio nel silenzio di una città. Il reato è tra i più efferati: assassinio sistematico di donne, semplicemente perché tali. E così le donne di Ciudad Juárez sono diventate vittime di un vero e proprio genocidio che attenta alla loro integrità, alla loro salute, alla loro vita e alla loro libertà.

E’ innegabile che ci troviamo di fronte a un caso eclatante di violenza di genere. In questa direzione si muovono le indagini svolte da alcuni giornaliste e giornalisti coraggiosi e la tesi sostenuta dalla dottoressa Patricia Gonzáles Rodrígues (Procuratore generale di giustizia): “a Ciudad Juárez la violenza verso le donne si esprime tanto nell’ambiente domestico quanto in quello lavorativo”. Tutto ciò ha determinato che il predominio maschile si caratterizzi ad ogni livello dell’organizzazione sociale ed ha favorito, al contempo, lo svilupparsi di un contesto favorevole per gli assassini responsabili di tali crimini che hanno potuto contare sull’indifferenza assoluta di gran parte della popolazione.

Come sempre, il mio pensiero di fronte a simili tragedie va ai familiari e alle madri delle vittime che, nel frattempo, si sono organizzati per “non dimenticare” il dramma che stanno vivendo. Ci sono loro in prima fila nel tortuoso percorso di ricerca della verità nonché nel denunciare una serie di irregolarità nei processi finora svolti.

¡Nunca màs feminicidios! si legge sui muri della città al fianco di una croce nera (simbolo di lutto, ma anche di impunità degli assassini) dipinta su sfondo rosa (simbolo della donna).

E’ da segnalare, infine, come ha ricordato in un messaggio ad Amnesty Internacional Maristela Ortiz Rivera (cofondatrice dell’associazione messicana “Le nostre figlie di ritorno a casa”) che su tale dramma “ha sempre pesato la disattenzione da parte delle autorità, nonché la mancanza di intervento da parte del governo…/… Tragedie, quindi, che si ripetono con l’acquiescenza delle Autorità i cui sforzi sono stati minimi e che possiamo considerare solo come atti fittizi che hanno obbedito alla pressione internazionale, ma che in nessuna maniera hanno risolto i casi né frenato la violenza contro le donne!”

Nicola Viceconti