Mariela Castro Espin, la figlia del presidente cubano Raul Castro, ha detto a New York che si considera una ‘dissidente’ del potere egemonico globale e che sogna una Cuba sovrana, ma che guarda “criticamente” la realtà dell’isola e crede che il processo elettorale potrebbe essere “ancora più democratico”.

Io mi considero una dissidente e non mi piace che ci tolgano questo aggettivo coloro che rispondono a posizioni ufficiali del potere egemonico globale” ha affermato Castro durante una conferenza presso la New York Public Library per discutere dei diritti della comunità gay, lesbiche, bisessuali e transgender nel suo paese.
Castro Espin, direttrice del Centro Nazionale di Educazione Sessuale di Cuba (CENESEX), ha anche difeso durante il suo discorso il processo elettorale cubano, anche se ha riconosciuto che “potrebbe essere ancora più democratico”.
I rivoluzionari sono dissidenti, siamo scomodi e soffriamo la discriminazione per il nostro progetto storico di un’ideologia che cerca di sperimentare la piena emancipazione dell’essere umano”, ha aggiunto la figlia del presidente cubano davanti ad un pubblico di oltre un centinaio di persone.
Parafrasando il leader dei diritti civili USA Martin Luther King, la nipote di Fidel Castro ha detto che “sogna” una Cuba che sia grado di mantenere la sua sovranità “nel tempo”, all’interno del quale c’è il diritto dei cubani “di scegliere il percorso per sostenere la nostra libertà”.
Mariela Castro: “Me considero una disidente”.

Dal sito: http://www.cubainforma.it
Fonte: (IPS) – Intervista di Dalia Acosta –
Traduzione di Stefano Guastella – LA HABANA, 23 Giugno 2009 –
Riconosciuta per il suo lavoro in difesa dei diritti delle persone gay, lesbiche, bisessuali, travestiti e transessuali, Mariela Castro Espín sostiene la promozione di un socialismo più giusto, dialettico, inclusivo e, soprattutto, partecipativo. Castro Espín è direttrice del Centro Nazionale di Educazione Sessuale (Cenesex) e la principale promotrice di una risoluzione che approvò, a metà del 2008, la realizzazione di operazioni di cambio di sesso nel sistema sanitario statale cubano. La partecipazione potrebbe essere la chiave del socialismo nel XXI secolo, sostiene l’esperta, che ha 46 anni ed è figlia del Presidente di Cuba, Raúl Castro, e di Vilma Espín, una lottatrice per i diritti delle donne e delle minoranze sessuali, leader storica della Rivoluzione Cubana, scomparsa nel 2007. Durante la conversazione con l’agenzia IPS, la donna che il 16 di Maggio scorso ha guidato la prima conga di strada contro l’omofobia nella storia dell’isola caraibica, ha parlato dei momenti che hanno marcato la sua vita fino a portarla ad essere quello che è attualmente, della partecipazione socialista e delle speranze di una Cuba senza il blocco degli Stati Uniti.
IPS:  Nel 2004, Lei ricevette un gruppo di travestiti e transessuali che cercavano aiuto.

Oggi le viene riconosciuto il merito di affrontare coraggiosamente anche questa tematica a Cuba. Le donne cubane sono sempre state a favore dei diritti della diversità sessuale?

E’ sempre stata comprensiva verso questa diversità?

MCE: Tutto questo è parte di un processo di presa di coscienza come cittadina cubana che vede la realtà, ascolta gli altri e si pone delle domande. La vita in questo paese mi ha insegnato a non essere una semplice interprete della realtà, ma a far parte di questa, a partecipare, cercare di cambiare quello che non piace o che sia giusto debba cambiare.

IPS: Qual’è stato un momento importante per arrivare ad essere la persona che è oggi?

MCE: Sono stati molti. Quando ero al primo anno dell’Università, ho vissuto il processo di approfondimento della coscienza rivoluzionaria nelle fila dell’Unione dei Giovani Comunisti, un processo che non mi è piaciuto e che ho affrontato come ho potuto e come ho creduto meglio.

Mi infastidiva molto sia l’estremismo, sia i pregiudizi ma anche la ricerca esclusiva ed ossessiva di una diversità ideologica, perché la vedevo come uno strumento degli opportunisti.

Mi colpì molto anche l’esodo massiccio dal porto di Mariel nel 1980. Per me fu un sorprendente vedere come molte di quelle persone che erano molto estremiste, al tempo dell’approfondimento rivoluzionario, scappavano correndo verso Mariel. Mentre, ancora oggi, molti di quelli che erano stati puniti sono ancora qui e partecipano alla Rivoluzione.
Mi ha segnato molto anche  il periodo speciale (la crisi economica iniziata a principio degli anni 90).

Mi fece tornare a pensare sul socialismo che desideriamo. E’ molto interessante vedere tutto quello che abbiamo raggiunto in 50 anni di Rivoluzione, con la piena sovranità e in cerca della giustizia sociale, però dobbiamo ancora avanzare molto  in termini più ampi.

IPS: Su cosa scommetterebbe? Come dovrebbe essere il socialismo perché continui ad essere una valida opzione, tanto nel presente quanto nel futuro della nazione?

MCE: Io continuo a scommettere sul socialismo, ma basato su una focalizzazione dialettica, dovremmo essere obbligati a soddisfare tutte le contraddizioni che nascono, segnando i cambiamenti verso lo sviluppo.

IPS: Come il socialismo potrebbe attrarre questa giovane generazione di cui oggi si dice che non sente impegnata in niente e con nessuno?

MCE: Attraverso i meccanismi di partecipazione. Per me è fondamentale una democrazia socialista partecipativa. Non solo a livello di dichiarazione politica o a livello teorico, ma anche nella creazione di meccanismi più inclusivi nella pratica sociale.

Questa potrebbe essere la salvezza del socialismo cubano, come opzione storica e l’unico modo per far sì che la gioventù senta di far parte di questo progetto, perché vi partecipa, perché vi apporta i propri criteri, le inquietudini e le critiche.

Alla gioventù deve essere ceduto  più spazio in modo che possa far parte di una realtà da inventare, da creare, nella quale si sperimenti e nella quale si possa impegnare perché forma parte di questa realtà. Deve sentirsi un processo in evoluzione.

IPS: Ha portato questo principio nella attuale campagna del Cenesex a favore delle diversità sessuali?

MCE: E’ esattamente quello che stiamo facendo. Il Cenesex apre spazi di partecipazione perché da solo non può e non deve farcela; quello che facciamo è aprire lo spazio ed iniziare progetti congiunti. Non c’è niente di più affascinante della partecipazione, perché tutti ci assumiamo delle responsabilità.

Se i meccanismi di partecipazione si sviluppano e si perfezionano nella società cubana, andranno ad arricchire molto il nostro processo e anche il socialismo, dato che questo è stato il suo punto debole in tutta la storia.

Cuba, questo paese che è tanto autentico, originale, delizioso e così contraddittorio, può apportare al sistema del socialismo, il suo socialismo “creolo” Caraibico.

Altrimenti è come mettersi un abito che non ti serve, che non ha a che vedere con te.

IPS: Con l’arrivo di Barack Obama alla presidenza degli Stati Uniti, si è parlato molto di una flessibilizzazione delle sanzioni Usa contro Cuba. Come immagina quest’isola senza l’embargo?

MCE: Una Cuba senza embargo è una Cuba prospera. E’ quello che chiesi a San Pietro quando andai in Vaticano: prosperità per Cuba. Prima pensai di chiedere la fine dell’embargo, però mi risposi che questa sarebbe stata solo una parte della soluzione. Prosperità, con o senza embargo.

Il giorno in cui ci toglieranno definitivamente l’embargo, ci toglieranno un peso molto grande per sopravvivere in relazione con il mondo.

Pero, insieme a questo, sarà fondamentale perfezionare i meccanismi della democrazia socialista, perché l’eliminazione dell’embargo da solo non darà impulso alla prosperità. Dobbiamo migliorare il nostro sistema sociale.

IPS: Cosa pensa della teoria
che il sistema socialista cubano non resisterà all’impatto dell’eliminazione dell’embargo?

MCE: Sopravvivere (in un sistema mondiale completamente Capitalizzato) è pericoloso e la Rivoluzione Cubana è sempre stata in pericolo. Credo che sia impossibile un pericolo più grande di quello che abbiamo vissuto. Credo che sarebbe una opportunità, pericolosa, però una opportunità e dobbiamo approfittarne al massimo.

Sarebbe fondamentale per Cuba, come per qualunque altro paese. Quale paese può sopravvivere ad un embargo? Cuba è sopravvissuta, però ad un prezzo molto caro, in molti sensi.

IPS: Condivide l’opinione che viviamo in un paese nel quale tutto è visto attraverso il prisma delle relazioni con gli Stati Uniti?

MCE: Tutto passa di li. Abbiamo elaborato la cultura dell’embargo e dovremo elaborare un apprendistato della Cuba senza embargo che vuole sopravvivere con un sistema socialista e, nel mio criterio, più progressista, più inclusivo e più dialettico.

Il socialismo non potrebbe distaccarsi da una focalizzazione dialettica d’interpretazione e di sviluppo, se riusciamo a resistere all’impatto dell’eliminazione dell’embargo, tutto quello che facciamo dovrà essere in funzione di garantire la sovranità, senza trascurare i meccanismi interni che non devono essere tanto stretti come lo sono stati finora.

Io ho ancora energia, l’ illusione o la forza di continuare a lottare per questo socialismo. So che la Rivoluzione ha sviluppato molti meccanismi di difesa davanti all’ostilità costante, verso i molti espedienti dell’imperialismo statunitense.

E non è una frase di rito, è un sistema imperiale espansivo, molto crudele e dobbiamo continuare a lottare per non cedere di fronte alla violenza, di fronte alle pressioni che continuiamo ad avere. Quando c’è la convinzione della validità di un cammino non si deve cedere. L’importante è che questo cammino sia percorso nella maniera più intelligente possibile.

IPS: Ch44516145_mariela_203-2e non si ritorca contro la popolazione cubana?

MCE: Esattamente. Che non si ritorca contro
noi stessi. Per questo lo sviluppo dei meccanismi di partecipazione è la chiave di tutto. Come vogliamo che sia il socialismo cubano? Come vogliamo realizzarlo? E quali sono i principi sui quali non possiamo cedere?

Certamente vi sono:  dignità nazionale, sovranità, giustizia sociale, partecipazione, eguaglianza. Cercando lo sviluppo a tutti i costi, non dobbiamo cedere ai meccanismi di sfruttamento; però ci sono meccanismi, forse di cooperazione nel piano di economia, che ci possono permettere di prosperare, soddisfare le necessità crescenti della popolazione e rafforzare, forse attraverso il sistema fiscale, le possibilità dello Stato.

IPS: Cosa si aspetta da Obama?

MCE: Secondo il mio criterio personale, non ha buoni collaboratori, né per Cuba, né per l’America Latina. Magari potessimo avere una sorta di dialogo, un avvicinamento. Per la sua biografia personale mi pare una persona meravigliosa, però già quando assunse il ruolo di presidente, dovette assumere un altro ruolo. Ed è molto difficile. Immagino che lui vorrebbe realizzare molte cose positive che, in realtà,  è impossibilitato a realizzare.

IPS: Pensa che, anche se Obama non realizzerà i cambiamenti sostanziali, durante il suo mandato, il solo fatto di essere stato eletto sia un importante sintomo di cambiamento?

MCE: Si, però il mondo ha bisogno di una risposta da Obama. Il mondo ha bisogno di mutamenti all’ interno degli Stati Uniti, questo paese esige tante modifiche dal mondo. Attualmente si muove esclusivamente in funzione degli interessi di piccoli gruppi di potere.

Il mondo sta esigendo dagli Stati Uniti cambiamenti profondi per poter sopravvivere.

Non possiamo aspettarci che gli Stati Uniti smettano di essere l’Impero, per adesso, e ancora meno che lo faccia solo Obama. Ma almeno potremmo sperare che  gli statunitensi che lo hanno eletto, siano il sintomo della volontà di cambiare.

Come dicono nella Santeria (religione afrocubana), quando si augura buona fortuna a qualcuno, dicono sempre: “Anche per Obama”, perché possa fare tutto quello che può, tutto quello che gli sia possibile realizzare in una dimensione alternativa a quella dominante. (FIN/2009)