MANUELA SÁENZ:

LA LIBERTADORA DEL LIBERTARDOR

Il ruolo delle donne nell‘indipendenza dell‘America –come ce lo presenta la tradizione– si ridusse al compito di confezionare uniformi e bandiere, di accompagnare gli eserciti, di cuoche, di semplici prostitute e, nel migliore dei casi, di infermiere o spie. Quasi mai si sottolinearono altre attività: guerrigliere, guide e dirigenti, come nel caso della messicana Antonia Nava, chiamata la Generala, che reclutò un esercito con il quale lottò e che difese con esemplare coraggio; o la cilena Javiera Carrera, che non solo appoggiò i suoi fratelli ma organizzò anche la prima Junta de Gobierno nel suo paese.

Non si mette in evidenza il loro ruolo di consigliere, capaci di opinare e di attuare allo stesso livello degli uomini negli intrighi politici, come è successo nel caso dell‘ecuadoriana Manuela Sáenz, che raggiunse la celebrità per essere l‘amante di Bolívar, nonostante fosse stata molto più di questo.

Non ci sono dubbi circa i parallelismi tra l‘emancipazione delle donne e l‘indipendenza delle colonie, un tema che apre un ampio campo di ricerca e che, a partire dalla figura di Manuelita Sáenz, getta luce sul posto delle donne durante la colonia e sul loro riposizionamento nel nuovo ordine, dopo l‘indipendenza, dato che alla fine della guerra, nella divisione del potere, furono ridotte allo spazio domestico e in molti casi furono ripagate con l‘oblio e l‘esilio. Sappiamo invece che il loro ruolo non si ridusse all‘appoggio a mariti o a seguirli sul fronte di battaglia, ma che fu molto più attivo e negli incontri agitarono le bandiere indipendentiste e costituirono un punto fermo nelle campagne militari.

mani(5)In questo contesto internazionale si deve situare la figura di Manuela Sáenz, che partecipò alla causa patriottica non per essere l‘amante di Simón Bolívar –e questo perché già prima di conoscerlo si era unita alle lotte per l‘indipendenza– ma per quello che incarnava: il sogno di nazioni libere.

Manuela fu una pedina fondamentale perché affrontò i nemici del Libertador: la leggenda dice che, vestita da uomo, a cavallo, pistola in mano, entrò in uno dei quartieri insorti in difesa di Bolívar, facendo tremare molti generali che la temevano ed odiavano allo stesso tempo.
Lei era cosciente del fatto che non si approvasse la sua condotta, che uomini e donne si scandalizzavano per le sue avventure e si difendeva criticando l‘ipocrisia di una società che – dietro buenas formas– non faceva altro che occultare molti dei vizi che le venivano imputati.

Nata a Quito, Manuela Sáenz è senza dubbio una delle più importanti e interessanti donne dell‘epoca indipendentista. Fu esclusa dalla storia del XIX secolo e durante il successivo la maggioranza degli storici misero in evidenza, fondamentalmente, la sua bellezza, la sua intelligenza e la sua generosità nell‘amore. Allo stesso modo sottolinearono il suo profilo di amante di uno dei più importanti eroi americani, Simón Bolívar, sottacendo e occultando, in questo modo il suo pensiero politico, la sua attività rivoluzionaria e la sua partecipazione attiva nella lotta per l‘indipendenza dei paesi bolivariani.

Fino a poco tempo fa, per la storiografia tradizionale ecuadoriana e grancolombiana, Manuela non era nient‘altro che l‘amante di Bolívar y –come si è detto più volte– un‘amante sempre più opacizzata e nascosta, in onore a quella trasfigurazione che patì Bolívar a partire dalla sua morte, quando i suoi detrattori decisero di convertirlo in eroe di pietra.

In quella storiografia che ci è stata insegnata alle scuole superiori, Manuela era solo la donna che, in un atto di valore, un 25 settembre a Bogotá, salvò il suo amato da un vile assassinio, atto per il quale le venne riconosciuto l‘appellativo di “la Libertadora del Libertador”, che lo stesso Bolívar le diede in quell‘occasione. Tuttavia, la vita di Manuela Sáenz stupisce e meraviglia ed è degna di essere goduta e studiata momento per momento.

Potremmo parlare dell‘audace pre-indipendentista dei primi tempi, dell‘amata e leale compagna di Bolívar, della politica sagace e intransigente, della donna perseguitata ed esiliata al di là della vita e della morte, della combattente che ha ottenuto inusuali gradi militari e della donna libera, autonoma, istruita e dal libero pensiero. Manuela fu anche una femminista precoce che ruppe gli schemi sociali della sua epoca —imposti dalla morale tradizionale e dal patriarcato millenario— abbandonando suo marito per seguire l‘uomo che amava, in una epoca nella quale la Chiesa non accettava che si rompesse il sacro vincolo del matrimonio. A dispetto di molti, Manuela attuò sempre non come querida vergonzante, ma come la compagna legittima di Bolívar.

Manuela si può descrivere come la combattente che ruppe i sigilli alle ristrette norme vigenti all‘epoca, vestì l‘uniforme militare, imparò ad usare le armi, sviluppò tecniche di spionaggio per aiutare i progetti indipendentisti, contribuì alle campagne militari portando anche la maggior parte dei beni ereditati dalla sua famiglia materna, partecipò ad azioni militari per arrestare eventuali sollevazioni contro Bolívar; così come prese parte alle battaglie indipendentiste in vari modi, anche come combattente.

È importante anche il suo inedito contributo di donna autonoma, profondamente padrona dei suoi atti. Manuela si innamorò di Bolívar e, senza pensarci su due volte, fu travolta sentimentalmente da lui. Discuteva con il Libertador di questioni politiche, senza lasciarsi sottomettere quando lei credeva di avere ragione. Gli disobbediva quando lui le chiedeva di non fare pazzie, di non farsi coinvolgere nelle questioni dello Stato gran colombiano, di non partecipare alle battaglie, etc. Si rifiutò di tornare in Ecuador quando il Congresso ecuadoriano le revocò il divieto di entrare nel Paese, considerando la sua presenza non più importante, essendo ormai ridotta a una sedia, invecchiata e disillusa dalle varie adulazioni della gloria passata.

Manuela può essere considerata anche come la prima esiliata d‘America, dato che fu espulsa da quelle stesse repubbliche per le quali aveva tanto lottato al fianco di Bolívar.
Però, durante le ultime decadi, l‘esplosione dei differenti movimenti sociali che reclamavano il diritto alla propria identità, soprattutto quello delle donne, generarono trasformazioni importanti nella società e nelle scienze sociali, in particolare nella storiografia, che iniziò ad avere una visione molto più totalizzante ed equa, incorporando le donne come elementi fondamentali e necessari dello scenario storico. In questo modo fu possibile ricercare la presenza delle donne nei distinti processi economici e sociali nel mondo e in America Latina, dove solo recentemente abbiamo cominciato ad appropriarci di una storia fino ad ora sconosciuta.

 

Manuela Sáenz fu una donna ribelle e contestatrice. Marcata come figlia ̳illegittima‘ dalla sua nascita, visto che fu il frutto degli amori proibiti e adulteri di doña Joaquina Aizpuru, giovane nubile di nobili natali con don Simón Sáenz, spagnolo e consigliere di Quito, sposato con doña Juana María del Campo Larrahondo y Urrutia, di Popayán, Nuevo Reino de Granada, residente a Quito.

La contrassegnò anche la morte di sua madre da giovane, ragione per la quale fu affidata al Monasterio de la Concepción e sette anni più tardi crebbe in casa di suo padre, in cui, per ovvie motivazioni, non dovette sentirsi totalmente a sua agio e con la sicurezza affettiva di cui aveva bisogno. Infatti, di lì scappa con un giovane ufficiale, lasciando dietro di sé una serie di mormorazioni. Tutti questi prodromi porteranno Manuelita a sviluppare una personalità esplosiva e giustiziera e quella sua speciale tendenza a disprezzare la bigotteria e l‘ipocrisia della società coloniale, come si nota dagli aneddoti raccontati da alcuni dei suoi contemporanei.

Si racconta che ebbe una buona relazione con la madre adottiva, doña Juana María del Campo, e con uno dei suoi fratelli, José María Sáenz del Campo, a cui lo legavano gli ideali libertari.
È importante sottolineare che l‘attività militante di Manuela a favore della causa libertaria dei popoli grancolombiani non iniziò con la sua relazione con il Libertador, ma quando viveva in Perú, dove si recò a risiedere col suo marito inglese, James Thorne, lei già si era conquistato un posto nella storia dell‘indipendenza peruviana compiendo tanti atti a favore della rivoluzione, partecipando agli incontri di Rosita Campuzano e di altre importanti pro-indipendentiste che si riunivano a Lima, spiando gli ufficiali realisti e facendo un lavoro di propaganda sulla necessità dell‘indipendenza, al punto di ottenere la adesione del Batallón Numancia, del quale faceva parte suo fratello José María.

L‘11 gennaio 1822, una volta reso indipendente il Perú, il generale José de San Martín e il suo ministro don Bernardo Monteagudo, concessero il Decreto Supremo che creò l‘ Orden del Sol del Perú e che assegnò tale nastro decorativo alle donne che avessero contribuito alla causa indipendentista. Furono con decorate 112 secolari e 32 monache con il grado di Caballeresas del Sol. Tra esse si trovavano le marchese di Torre Tagle, Casa Boza, Castellón y Casa Muñoz, Rosita Campuzano, la guayaquilegna che fu la compagna di José de San Martín; e, senza alcun dubbio, Manuela Sáenz y Aizpuru.

In un certo senso, Manuelita aveva ricevuto l‘influenza di molte donne che la precedettero nel pensiero libertario nell‘Audiencia di Quito (

, dove si era prodotto già un sanguinoso e memorabile primo grido di Indipendenza (1809-1810) al quale parteciparono donne sulle quali anche la storiografia nazionale ha steso un velo di olvido: donne come Manuela Espejo (sorella del precursore Eugenio Espejo), Manuela Cañizares (nella cui casa si realizzarono le riunioni dei cospiratori), Josefa Tinajero, Mariana Matheu de Ascásubi (la più importante escrittrice dell‘epoca), María Ontaneda y Larrayn, Antonia Salinas, Josefa Escarcha, Rosa Zárate (eroina e martire), María de la Vega, Rosa Montúfar y Larrea e donne del popolo come María de la Cruz

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Manuela Sáenz nasce nel 1797 in momenti di grande convulsione sociale e addirittura di scuotimenti tellurici che presagivano quello che sarebbe successo negli anni successivi con la ribellione delle colonie.

La Real Audiencia,o semplicemente Audiencia, era

un organo di giustizia in uso in Spagna e nel suo Impero)

Vieyra, conosciute come la Costalona e la Monja e moltissime altre che rimarranno in un ingiusto anonimato.
Manuela porta già nel suo cuore una profonda scissione: da una parte suo padre, europeo recalcitrante e anticreolo.
Il 14 novembre 1816, Manuela va a Panamá con suo padre, don Simón Sáenz de Vergara, e lì conosce l‘armatore James Thorne y Wardlor, che diventerà suo marito. Lei accetta il matrimonio concertato da suo padre con questo ricco commerciante che aveva il doppio della sua età e che risiedeva a Lima, abbagliata sicuramente dalla possibilità di andare in un altro paese e di conoscere nuove persone e culture.
Il 27 luglio 1817 Manuela e James si sposarono nella Chiesa di San Sebastián a Lima e celebrarono pomposamente queste nozze. La nostra eroina aveva 22 anni. Dopo poco tempo, Manuela iniziò una vivida amicizia con Rosita Campuzano, l‘eroina di Guayaquil, una città dell‘Ecuador, residente a Lima, impegnandosi quindi nella causa dell‘indipendenza peruviana. Nel 1822, Manuela arriva a Quito, rimanendo a casa di suo fratello Juan Antonio Sáenz del Campo ed incontra anche l‘altro fratello José María, che José de San Martín aveva decorato con la Cruz de los Libertadores, il 25 agosto 1821.
Manuela ha un colloquio con gli ufficiali dell‘esercito liberatore di Quito, tra cui il generale Antonio José de Sucre, con il quale intrattiene una bella ed affettuosa amicizia che durerà fino alla fine dei suoi giorni, e conoscerà anche il colonnello José María Córdoba, con il quale non ebbe lo stesso rapporto. Poi partecipa attivamente con sue due schiave, dona mule e denaro per l‘equipaggiamento militare e dà appoggio umanitario e logistico durante la Batalla de Pichincha, il 24 maggio 1822, durante la quale discute col fratello José María sotto gli ordini del giovane bel generale Sucre.
Più tardi Manuela partecipa ai preparativi per ricevere Simón Bolívar, il Libertador, il 16 giugno 1822. Bolívar aveva 39 anni e Manuelita 27. Nello stesso momento in cui si conoscono si innamorano, ballano tutta la notte, come se non esistesse nessun altro e inizia tra loro una relazione che sarà molto criticata a causa dello stato civile di Manuela. Lei assume la sfida e sfida, appunto, la doppia morale coloniale, che conosce e disprezza, ed è coerente con questo amore fino alla sua morte.
Quel 16 giugno Manuela Sáenz de Thorne lo vede per la prima volta e racconta il suo stato d‘animo nel suo diario di Quito:

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a parola ̳creolo‘ fu inizialmente applicata alle persone di

origine europea nate nelle colonie del Nuovo Mondo, per distinguerle ed enfatizzarne i costumi

mutati rispetto agli immigrati di classe elevata nati in Europa)

sentimento di affermazione nativista, nei confronti dei ―peninsulari‖, ossia dei dominatori

in America Latina nel sec. XVIII è il vivo

europei)

Cuando se acercaba al paso de nuestro balcón, tome la corona de rosas y ramitas de laureles y la arrojé para que cayera al frente del caballo de S.E; pero con tal suerte que fue a parar con toda la fuerza de la caída a la casaca, justo en el pecho de S.E. Me ruboricé de la vergüenza, pues el Libertador alzó su mirada y me descubrió aún con los brazos estirados en tal acto, pero S.E. se sonrió y me hizo un saludo con el sombrero pavonado que traía a la mano.

In un incontro successivo, nel ballo di benvenuto al Libertador, lui le manifesta: ―Señora: si mis soldados tuvieran su puntería, ya habríamos ganado la guerra a España‖. Da quel momento, Manuela y Simón Bolívar diventarono compagni nell‘amore e nella lotta per otto anni, fino alla morte di lui, nel 1830.

La sua relazione amorosa con Bolívar è piena di difficoltà e, soprattutto, di assenze. La maggior parte del tempo sono separati a causa dei vari viaggi del Libertador. Manuela poco a poco acquisisce sempre più titoli militari come quello di ussaro, capitano di ussaro e tenente di ussaro grazie alla sua permanente abnegazione e lavoro al servizio della causa dell‘Indipendenza. Nel 1824 Manuela insiste con Bolívar affinché la autorizzi a partecipare alla Battaglia di Junín e lui, che glielo aveva sempre vietato, accetta. E questa è una lettera che Bolívar scrive a Manuela in questa occasione:

Cuartier generale a Huaraz, 9 giugno 1824

Manuelita:
Mi adorada:
Tú me hablas del orgullo que sientes de tu participación en esta campaña. Pues bien mi amiga. Reciba usted mi felicitación y al mismo tiempo mi encargo. ¿Quiere usted probar las desgracias de esta lucha? ¡Vamos! El padecimiento, la angustia, la impotencia numérica y la ausencia de pertrechos hacen del hombre más valeroso un títere de la guerra […] Tú quieres probarlo […] Por lo pronto no hay más que una idea que tildarás de escabrosa: pasar al ejército por la vía de Huaraz, Olleros, Chovein y Aguamina al sur de Huascaran. ¿Crees que estoy loco? Esos nevados sirven para templar el ánimo de los patriotas que engrosan nuestras filas. ¡A que no te apuntas! […]
A la amante idolatrada
Bolívar

Risposta di Manuela

Huamachuco, 16 junio 1824
Mi querido Simón:
Mi amado: las condiciones adversas que se presenten en el camino de la campaña que usted piensa realizar, no intimidan mi condición de mujer. Por el contrario. ¡Yo las reto! ¿Qué piensa usted de mí? Usted siempre me ha dicho que tengo más pantalones que cualquiera de sus oficiales ¿o no? De corazón le digo, no tendrá usted más fiel compañera que yo y no saldrá de mis labios queja alguna que lo haga arrepentirse de la decisión de aceptarme. ¿Me lleva usted? Pues allá voy. Que no es condición temeraria ésta, sino de valor y de amor a la independencia (no se sienta usted celoso).
Suya siempre
Manuela

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Le difficili condizioni del viaggio non permisero a Manuela di arrivare a tempo, ma dopo tre giorni; nonostante questo, lei si dedica a curare i feriti e a dare degna sepoltura ai morti dopo la Battaglia di Junín. Però, partecipa alla battaglia di Ayacucho con tal coraggio che lo stesso generale Sucre scrisse al Libertador una lettera nella quale specificava la sua prode condotta, richiedendo che fosse promossa a un rango superiore. Questa fu la comunicazione di Sucre:

Ayacucho, Fronte di battaglia, 10 dicembre 1824.

A.S.E. el Libertador de Colombia, Simón Bolívar […] Se ha destacado particularmente doña Manuela Sáenz por su valentía; incorporándose desde el primer momento a la división de Húzares y luego a la de Vencedores, organizando y proporcionando el avituallamiento de las tropas, atendiendo a los soldados heridos, batiéndose a tiro limpio bajo los fuegos enemigos; rescatando a los heridos. La Providencia nos ha favorecido demasiadamente en estos combates. Doña Manuela merece un homenaje en particular por su conducta; por lo que ruego a S.E. le otorgue el grado de Coronel del Ejército colombiano.

Simón Bolívar prende la decisione di concederle una promozione e questo gli provoca gravi problemi con il vicepresidente della Colombia, il generale Francisco de Paula Santander, che protesta indignato contro questa esaltazione, esigendo da Bolívar che degradi Manuela Sáenz, considerando denigratorio per i militari che si conceda questo tipo di titolo a una donna. Bolívar non accetta questa richiesta dicendogli:

¿Que la degrade? ¿Me cree usted tonto? Un Ejército se hace con héroes (en este caso heroínas), y éstos son el símbolo del ímpetu con que los guerreros arrasan a su paso en las contiendas, llevando el estandarte de su valor —y continúa— usted tiene razón de que yo sea tolerante de las mujeres a la retaguardia: pero yo le digo a usted S.E. que esto es una tranquilidad para la tropa, un precio justo al conquistador el que su botín marche con él. ¿O acaso usted olvidó su tiempo?

Manuela Sáenz esprimeva la sue convinzioni in maniera diretta e cruda. Era una pensatrice libera che detestava il fanatismo religioso, una donna franca e aperta, cosa che manifestò anche in occasione di una delle sue lettere al marito James Thorne, spiegandogli, con tutta la sincerità che sempre la contraddistinse, il suo amore per Bolívar:

¡No, no y no, por el amor de Dios, basta! ¿Por qué se empeña en que cambie de resolución? Mil veces no, señor mío. Es usted excelente, inimitable. Pero amigo, no es grano de anís que lo haya dejado por el general Bolívar, dejar a un marido sin sus méritos no sería nada. ¿Cree por un momento, que después de ser amada por este general durante años, de tener la seguridad de que poseo su corazón, voy a preferir ser la esposa del Padre, del Hijo o del Espíritu Santo o de los tres juntos? Yo sé muy bien que nada puede unirme a él bajo los auspicios de lo que usted llama honor. ¿Me cree usted menos honrada por ser él mi amante y no mi marido? ¡Ah! yo no vivo de 6

las preocupaciones sociales inventadas para atormentarnos mutuamente. Déjeme en paz mi querido inglés, déjeme en paz. Hagamos en cambio otra cosa. Nos casaremos cuando estemos en el cielo, pero en esta tierra, ¡no!, ¿Cree que la solución es mala? ¡Entonces diría yo que es usted muy descontento! En nuestro hogar celestial, nuestras vidas serán eternamente espirituales.

Entonces todo será muy inglés, porque la monotonía está reservada para su nación (en amor, claro está, porque en lo demás, ¿quiénes más hábiles para el comercio y la Marina?). El amor les acomoda sin placeres, la conversación sin gracia, el caminado despacio, el saludar con reverencia, el levantarse y sentarse con cautela, la chanza sin risa. Éstas son formalidades divinas, pero yo miserable mortal, que me río de mí misma, de usted y de toda esa seriedad inglesa, ¡cómo padeceré en el cielo! Tanto como si me fuera a vivir a Inglaterra o Constantinopla. Pues los ingleses me deben el concepto de tiranos con las mujeres aunque usted no lo haya sido conmigo, pero sí más celoso que un portugués. Eso no lo quiero yo. ¿Tengo mal gusto? Pero basta de bromas. En serio sin ligereza con toda la escrupulosidad, la verdad y la pureza de una inglesa, nunca más volveré a su lado. Usted anglicano y yo atea. Éste es un gran obstáculo religioso; el que ame a otro es una razón todavía mayor y más fuerte. ¿Ve con qué formalidad razono?

Siempre suya, Manuela

Questa e molte altre lettere mostrano una parte importante della sua personalità, il gran senso dell‘umore che aveva Manuela e qualcosa che posseggono le donne che rompono gli schemi tradizionali: la capacità di burlarsi di loro stesse e di tutto, un una fine ironia, prodotto di un‘elevata intelligenza.

A partire dalla rottura definitiva con Thorne, Manuela sarà per sempre al fianco del Libertador. Era una donna sagace nella politica e, oltre a difendere gli ideali dell‘unità bolivariana, sapeva sempre tutto ciò che succedeva attorno a lei. In qualsiasi momento, vicino o lontano, lei era gli occhi e le orecchie di Bolívar, era attenta a qualsiasi accadimento politico e in questo compito la aiutavano le sue schiave, che possedevano uno sviluppato olfatto politico, grazie alla vita vissuta accanto a Manuela. Tutto questo, ovviamente, metteva Manuela al centro degli odi di coloro che detestavano Bolívar. Per esempio, quando Santander e altri sviluppano i loro progetti per eliminare il Libertador, Manuela è la prima che lo scopre e lo informa, anche se lui non può crederci.

Bogotá, 29 luglio 1828

Simón mi hombre amado:
Estoy metida en la cama por culpa de un resfrío, pero esto no disminuye mi ánimo en salvaguardar su persona de toda esa confabulación que está armando Santander. Dígame Usted, que por esto pesqué el resfrío; por asistir a una cita. Supe esta tarde, a las 10, los planes malvados contra su ilustre persona, que perfeccionan Santander, Córdoba, Crespo, Serena y otros, incluidos seis ladinos. Incluso acordaron el santo y seña. Estoy muy preocupada y si me baja la fiebre voy por usted que es un desdichado de su seguridad.

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Manuela

Manuela continuerà a insistere, perché sa che è in ballo la vita del Libertador:

Bogotá, 1° agosto 1828

General Simón Bolívar:
Le ruego por lo que más quiera en este mundo (que no soy yo), no asista a ese baile de disfraces; no porque usted se encuentre obligado en obedecerme, sino por su seguridad personal que en mucho estimo, cosa que no hacen ni sus generales ni la guardia. Desista usted por Dios de esa invitación, de la cual no se me ha hecho llegar participación, y por esto haré lo que tenga que hacer en procura de su desistimiento. Sabe que lo amo y estoy temerosa de algo malo. Manuela

Una settimana dopo, Manuela torna alla carica, fa l‘impossibile per evitare che Bolívar assista alla festa in maschera.

Bogotá, 7 agosto 1828

Señor General Simón Bolívar.
Muy Señor mío:
Tengo a la mano todas las pistas que me han guiado a serias conclusiones de la bajeza en que han incurrido Santander y los otros en preparar a usted un atentado. Horror de los horrores, usted no me escucha; piensa que sólo soy mujer. Pues sepa usted que además de mis celos, mi patriotismo y mi grande amor por usted, está la vigilia que guardo sobre su persona que es tan grata para mí.
Le ruego, le imploro, no dé usted la oportunidad, pues han conjurado al golpe de las doce ¡asesinarlo! De no escucharme usted me verá hacer hasta lo indebido por salvarlo.
Manuela

Però Bolívar era molto arrabbiato con Manuela a causa della simulazione della fucilazione di Santander, realizzata in occasione di una festa organizzata da lei in assenza di Bolívar e che era stata un grande scandalo nella città di Bogotá. Bolívar, indignato, non le rispondeva, né la chiamava e l‘aveva costretta ad andare a vivere ben lontano dal Palacio de San Carlos, per non interferire nelle questioni dello Stato. Le guardie di Bolívar non le permettevano di entrare a palazzo. In questo modo, non ascoltando ciò che Manuela gli aveva detto più di una volta, Bolívar andò a quella festa il 10 agosto 1828, la festa nella quale si era deciso di assassinarlo a mezzanotte. Manuela, angustiata, si presentò alle porte del Palazzo vestita da ussaro come era suo costume quando era in piena campagna militare e accompagnata dalle sue schiave, però l‘alcalde di Bogotá, don Ventura Ahumada, non le permise di entrare.

Tornò allora a casa sua e si travestì da una stracciona pazza e, con le sue schiave, tornò presso il luogo del ballo e scatenò un grande scandalo sulla porta, esigendo di vedere il generale Bolívar, che dovette uscirne dalla situazione con vergogna e rabbia ma, in questo modo, Manuela riuscì a 8

farlo uscire presto da quel posto, liberandolo dalla morte sicura. Dopo alcuni giorni, Bolívar cercò Manuela perché era venuto a conoscenza dal colonnello Fergusson di tutto il progetto preparato per il suo assassinio. Manuela lo perdonò come sempre.

Il 25 settembre 1828, i cospiratori realizzarono un altro tentativo per uccidere Bolívar in quella che è definita ―la noche trágica‖. Sarebbe stato assassinato se non l‘avesse svegliato Manuelita da un profondo sonno. I suoi fini orecchi ascoltarono abbaiare i cani del Libertador e un rumore strano in casa. Simón Bolívar si alzò sorpreso di fronte alla chiamata insistente di Manuelita, prese la sua pistola ed aprì la porta per far fronte al pericolo, però lei lo fece saltare dalla finestra e aprì la porta solo quando si rese conto che si era allontanato. Fu umiliata e maltrattata dai cospiratori ma non le importò perché Bolívar si era salvato. Col suo immenso valore, Manuela affrontò i cospiratori che arrivarono in gruppo e armati; ma di fronte alla sua furente risposta, perdettero del tempo prezioso prima di rendersi conto che il Libertador era fuggito. In questo modo Manuela si salva da una morte sicura ma vede morire tristemente Fergusson, aiutante di

campo e buon amico di Bolívar.
Quando il Libertador riesce a tornare, grazie all‘aiuto dei patrioti che lo appoggiavano, la dichiara Libertadora del Libertador e poco dopo iniziano i giudizi sommari verso i principali cospiratori, alcuni dei quali vanno al patibolo, mentre l‘autore intellettuale, Francisco de Paula Santander, viene espatriato. Certamente Bolívar non morì ma il vissuto di questo brutale attentato determinò la sua decadenza spirituale. La sua salute viene danneggiata fortemente e si vede obbligato a consegnare il comando al generale Domingo Caicedo.

La separazione della Gran Colombia si accelera, nonostante gli sforzi di Bolívar, di Sucre e di Manuela. Una volta che il Congresso suggella la separazione del Venezuela e conclude la discussione sulla Carta Fundamental, Bolívar espone il suo desiderio di allontanarsi dalla Colombia ―para que mi permanencia no sea un impedimento a la felicidad de mis conciudadanos‖, e inizia a fare le valigie per viaggiare verso l‘Atlantico. Con un documento pubblico regala la sua casa di campagna di Bogotá al suo amico José Ignacio París e alloggia in casa del generale Herrán, mentre Manuela affitta una casa per lei. Dopo pochi giorni, ne La Gaceta de Venezuela, un articolo lo dichiarava traditore di questo paese e chiedeva che fosse esiliato. Questa fu l‘ultima pugnalata contro il liberatore di cinque nazioni, che partì l‘8 maggio verso l‘ultimo viaggio della sua vita, salutato dai suoi amici più vicini e dalla sua amata Manuela, che mai avrebbe immaginato che quello sarebbe stato l‘ultimo abbraccio, abituata a vederlo rinascere dalle sue ceneri, e pensò che molto presto Bolívar sarebbe tornato trionfante a Bogotá.

In Colombia inizia una campagna per screditare Bolívar e distruggere la sua memoria e Manuela con le sue schiave affronta coloro che si prendono gioco del Libertador. All‘improvviso i popoli venezuelano e colombiano si ergono in appoggio a Bolívar. Manuela si sposta da una parte all‘altra, appoggiando l‘insurrezione. Il presidente Mosquera e il vicepresidente Caicedo si vedono obbligato a dimettersi e a consegnare il potere al generale Urdaneta che comanda la rivoluzione.

Chiedono a Bolívar che torni a Bogotá e che si faccia carico del potere, però lui si rifiuta, è totalmente disincantato e molto vicino alla fine dei suoi giorni, il 17 dicembre 1830. La morte

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dell‘eroe sorprese Manuela e la sua prima reazione fu quella di suicidarsi facendosi mordere da una vipera, morso dal quale si salvò. Anche così, in quel tremendo dolore, difese la memoria del Libertador da tutti quelli che pretendevano infangarla e fu la vittima propiziatoria di color che lo avevano combattuto in vita.

Una disgrazia non viene mai sola e il governo colombiano le chiede di restituire l‘archivio del Libertador ma lei si rifiuta e inizia ad essere perseguitata e incalzata. Trenta giorni dopo, il 4 giugno, viene assassinato a Berruecos il suo miglior amico, Antonio José de Sucre. La cospirazione antibolivariana aumenta. Muore Urdaneta nel maggio 1831.

Il generale José María Obando assunse il potere della Colombia il 23 novembre dello stesso anno. Il nuovo Congresso della Repubblica aveva permesso il ritorno del generale Francisco de Paula Santander, suo acerrimo nemico, che tornò come presidente eletto dello Stato della Nuova Granada. Obando spogliò del suo grado militare y della rendita corrispondente Manuela Sáenz che aveva dilapidato la sua fortuna a causa delle continue donazioni fatte alla causa dell‘indipendenza (anche Bolívar morì in estrema povertà).

Non dimentichiamo anche che Manuela perse la sua considerabile dote abbandonando suo marito, quindi era sempre più povera. Nel 1834 le ordinano di andare via Bogotá nel giro di tre giorni e lei si rifiuta. Viene detenuta con le sue schiave e chiusa nella prigione femminile. Si dice che ―ocho presidiarios y diez soldados, más el alcalde y el alguacil, fueron necesarios para apresar a la quiteña y sus dos negras. Esto muestra el prestigio de temple varonil que tenían‖. Poco dopo fu espulsa dalla Colombia salendo sull‘unica nave che viaggiava verso la Jamaica, dove arrivò nel maggio 1834. Lì fu ricevuta e aiutata da Maxwell Hislop, che nel 1815 aveva servito e appoggiato Bolívar durante la sua permanenza sull‘isola. Per l‘ottobre 1835, Manuela decide di tornare in Ecuador, sua terra natale.

Manuela entra in Ecuador e da Guayaquil inizia il lungo percorso che la porterà a Quito, però è fermata a Guaranda per ordine dell‘allora presidente Vicente Rocafuerte, il quale credette che veniva a vendicarsi dell‘assassinio di suo fratello, il generale José María Sáenz. Rocafuerte la espelle dal proprio paese e parla di lei nel peggiore dei modi, influito dalla stretta amicizia che manteneva con la famiglia Garaycoa di Guayaquil, le cui donne idolatravano Bolívar e odiavano Manuela, perché in esse era albergata la segreta illusione che Bolívar potesse stabilire una relazione definitiva con doña Simona Joaquina, che chiamava ―la Gloriosa‖ nelle sue lettere affettuose.

Il suo amico Juan José Flores assume una posizione favorevole verso la decisione di Rocafuerte e, in una lettera a Manuela, le chiede di accettare questa decisione perché quel momento era complicato per il governo. Ma Manuela scrive una lunga e intelligente lettera al signor ministro dell‘Interno nella quale difende i suoi diritti di cittadina e mostra ancora una volta il suo carattere di vera lottatrice.

Di fronte all‘impossibilità di rimanere in Ecuador, viene ventilata l‘accoglienza da parte del governo del Perú, che accetta di ricevere Manuela ma non a Lima, a Paita, un piccolo polveroso e dimenticato paese al nord del Perú, nella provincia di Piura. Manuela vivrà i suoi ultimi anni confinata vicino ad Amotape, il popolo in cui, curiosamente, visse nella più triste solitudine e in cui morì Simón Rodríguez, il maestro del Libertador e amico di Manuela.

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Alla morte di Bolívar nel 1830, Manuela aveva appena 35 anni, era nel fiore di suoi anni. A Paita, Manuela esercitò l‘unico diritto di cui disponeva: spedire lettere per venire a conoscenza e opinare su tutto ciò che succedeva in Ecuador e in altri paesi bolivariani; al suo caro amico Juan José Flores inviava notizie su ciò che succedeva e si diceva in Perú e riceveva altri esiliati o visitatori.

Visse molti anni con le sue leali compagne senza che le venisse riconosciuta nessun‘altra relazione amorosa, cosa che demitizza la leggenda nera che le imputarono. Morì il 23 novembre 1856, a causa di una epidemia di difterite che colpì il porto di Paita. Fu cremata e gettata in una fossa comune insieme a una delle sue amata schiave che sempre l‘accompagnava e che morì di peste.

Da alcuni è stata definita la hembra voraz in una novella dello scrittore venezuelano Denzil Romero, La esposa del Dr. Thorne, con la quale ottenne il Premio La Sonrisa Vertical 1988 in Spagna, offrendo l‘immagine di una femmina ambiziosa, arrogante, impulsiva e di straordinaria

voracità sessuale, che poco corrisponde alla realtà.
Infatti, durante tutti quegli anni per sopravvivere lavorò facendo dolci, vendendo tabacco ai viaggiatori in un piccolo negozio, come interprete a viaggiatori inglesi o francesi che arrivavano in quelle lontane terre. Ricevette la visita di importanti personaggi della politica e della letteratura come Giuseppe Garibaldi, il rivoluzionario italiano che già aveva perso la sua compagna di vita e lotte libertarie, Anita. La visitarono anche Simón Rodríguez, il maestro di Bolívar, che morì nel 1854; lo scrittore Herman Melville e Gabriel García Moreno, presidente e dittatore dell‘Ecuador tra il 1859 e il 1875.

“Mi patria es el continente de la América: he nacido bajo la línea del Ecuador”

Questa frase di Manuela, che si trova in una della sue lettere politiche, rivela la sintesi del suo pensiero americanista molto simile a quello del Libertador e che costituiva solo un orizzonte di progetti politici unitari dei paesi ispanoamericani. In generale, la Storia con la lettera maiuscola ci ha svelato una donna molto più completa, perché nonostante tutta la persecuzione della quale fu oggetto, delle espulsioni, delle calunnie, dei penosi esili, della distruzione dei suoi documenti in Venezuela, in Colombia e anche in Ecuador e Perú, Manuela è sempre emersa dalle tenebre, è cresciuta davanti agli occhi dell‘America e del mondo.

La migliore difesa di Manuela la fece come sempre Bolívar in una lettera al generale Santander, datata 21 settembre 1828:

En mi ausencia presidirá el Consejo el ministro secretario de Estado más antiguo. Tomo esta decisión no por dar más que el alivio a la patria de lo horrendo de la conjura de la cual se me hace víctima, y de la que usted es tan ajeno como Córdoba. No vacile usted en enfrentarme si es ésa su estima. Probaré que es útil en la consecuencia dar paz y tranquilidad, porque no deseo transigir de aquí en adelante por este siguiente motivo: Manuela es para mí una mujer muy valiosa, inteligente, llena del arrojo, que usted y otros se privan en su audacia. No saldrá (ahora 11

menos) de mi vida por cumplir caprichos mezquinos y regionalistas. La que usted llama “descocada”, tiene en orden riguroso todo el archivo que nadie supo guardar más que su intención y juicio femeninos. Pruebas de la lealtad de Manuela se han aparecido en dos ocasiones: el 10 de agosto, en la celebración del aniversario, comprometiendo su dignidad sólo para hacerme retirar del sitio de mis enemigos y salvar mi vida. ¿Qué no hubo tal para semejante excusa? Pregunte usted a don Marcelo Tenorio. Yo no me fío de las habladurías; ella misma me explicó este suceso, aun con el temor de que la corriera de Santa Fé. ¿Puedo yo ante la verdad

elocuente desoirla? Dígamelo usted o disuádame de lo contrario, que en usted veo aún dignidad por su posición; pretendiendo que yo he obrado a la ligera y que ella se sobra en mis decisiones. ¡Jamás! Si bien confío en ella ciegamente, no ha habido la más leve actitud en la persona de ella que demuestre desafecto o deslealtad; en fin no ha defraudado mi confianza. Como supuesto todos saben que en mi recia personalidad no toleraría jamás una afrenta a mi dignidad, y por esto, Manuela no recogerá el fardo asqueroso de la desvergüenza sólo por ser mujer. Quienes así la denigran se cargan con la miseria de su maledicencia, y la corrupción de sus palabras atraganta sus pescuezos ávidos de la horca. Si por esta útil y justiciera defensa me tildan con el oprobio insufrible de “tirano”, no me queda más que recurrir al espacio de la historia, donde se contemplaban los actos de los hombres, a quien la justicia divina da, en reciprocidad, el justo premio a sus virtudes, o el castigo a sus infamias.

Dios guarde a usted
Su excelentísimo el Libertador Bolívar

La Libertadora del Libertador, la más bella quiteña, la amante inmortal, amable loca, come affettuosamente chiamò Bolívar una volta a Manuelita Sáenz o semplicemente Manuela, è quindi una donna da onorare perché in quell‘epoca di estrema ignoranza per la donna nella società coloniale, Manuelita leggeva Plutarco, scriveva bene, ricamava come poche.

Manuelita Sáenz è un personaggio senza precedenti nella storia della Patria Americana; una donna che, agli albori del XIX secolo, vestiva l‘uniforme di ussaro, ostentava i gradi colonnello dell‘Esercito Liberatore di Simón Bolívar, accompagnò il Libertador per le Ande come un soldato e partecipò a decisioni politiche. Combatté nella battaglia di Ayacucho.

Anche se bastarda perché figlia di uno spagnolo e di una quiteña, era stata una donna ricca che morì nel suo esilio di Paita, in Perú, nella più completa e spaventosa miseria, esattamente come

Libertador a Santa Marta, 26 anni prima che morisse lei.
Nel 1840, Manuela cadde da una scala, cosa che sembrò provocarle una frattura alla testa del femore, rimanendo limitata la sua capacità di spostamento.
Nel 1856, si diffusero notizie circa l‘arrivo della peste in alcune navi attraccate nel porto. Si diceva che un marinaio aveva dolore alla gola, febbre, asfissia e che altri già fossero morti. La

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storia naturale della difterite mostra che la probabilità di esposizione precoce all‘infezione è maggiore negli strati socioeconomici deboli, quindi gli individui di livelli sociali elevati ritardano la loro esposizione all‘agente, presentando la malattia in età avanzata. Anche se Manuela e una delle sue schiave, Jonatás, provenivano da città dove ha potuto circolare il batterio, lo stato socioeconomico di Manuela, condiviso in qualche modo anche da Jonatás, diminuì il rischio di infezione in gioventù. Jonatás fu la prima a morire, seguita da Manuela.

Dal sito: scienzepolitiche.uniroma3.it

http://scienzepolitiche.uniroma3.it/lmessinafajardo/files/2014/05/MANUELITA-SAENZ-la-libertadora-del-libertador1.pdf

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