Dalla bacheca di Enrique Stola.
Judith Butler: “ La lotta deve essere per una vita vivibile”.
Michel Foucault è riconosciuto come uno dei pilastri della lotta per le minoranze sessuali, in particolare sul versante accademico. Tuttavia, era sua abitudine mettere il dito nella piaga circa la definizione d’identità sessuale. Fare di questa identità, l’asse di definizione soggettiva, era per lui, fare il gioco degli attuali meccanismi di dominio.
La sfida era di pensare a un’attuale politica di sinistra, che non ripetesse i dogmatismi della sinistra classica, la stessa che lo espulse dal Partito Comunista francese per la sua omosessualità.
Decenni dopo, la statunitense Judith Butler, ha occupato il posto di Foucault. A quel tempo la lotta era per la liberazione sessuale; oggi, per il matrimonio omosessuale, al quale il Congresso argentino finirà per dare forza di legge. Butler, lungi dall’adottare posizioni dicotomiche, che tendono a semplificare le cose, si domanda se questa lotta non abbia un lato conservatore: quello di mantenere il dispositivo del patto matrimoniale, analizzato da Foucault. Per lei, certe caratteristiche della politica di sinistra, soprattutto nell’emisfero settentrionale, mostrano un dogmatismo dello stesso tipo di quello subito dal filosofo francese. Prima era la lotta di classe, ora sono i diritti delle minoranze sessuali. Basti come esempio la citazione di Butler: gli immigrati che vogliono entrare in Olanda devono dichiarare il loro sostegno ai diritti degli omosessuali, altrimenti saranno espulsi.
In questo esempio c’è tutto il nucleo del suo libro Inquadrature di guerra. Le vite vulnerabili, che è il seguito di Vite Precarie, cerca di collegare tre temi molto scottanti ma il cui vincolo appare incerto: la guerra, l’immigrazione e la sessualità.
In questa intervista Butler discute sull’attuale definizione di sinistra, l’amministrazione Obama, il matrimonio gay, l’”errore” di rivendicare il diritto alla vita il ruolo centrale dei mezzi di comunicazione e i paradossi della definizione di crimini contro l’umanità per giudicare le atrocità commesse nel passato.
– Che cosa significa oggi “essere di sinistra”?
Credo che le nuove modalità di guerra, chiamino a pensare nuovi modi di responsabilità politica. Come intendiamo i meccanismi di base dell’oppressione e di soggezione quando l’agente non è esclusivamente lo Stato-nazione? Come dobbiamo comprendere il ruolo dei media digitali nei sistemi di guerra? Abbiamo bisogno di una critica di questi sistemi comunicativi per offrire una critica della guerra? La sinistra è frammentata. Le coalizioni anti-militariste sono lontane dai partiti socialisti e socialdemocratici ufficiali. Abbiamo bisogno di ripensare questa distanza, capire questa divisione e operare al suo interno.
– Nell’introduzione del libro, avverte sulla situazione della sinistra rispetto al governo di Barack Obama.
Inquadrature di guerra fu pubblicato poco prima dell’assunzione di Obama e questi avvertimenti erano veri. Obama ha proseguito le politiche di Bush più di quanto avessimo potuto prevedere. Abbiamo visto l’escalation della guerra in Afghanistan, il crescente utilizzo di droni per uccidere i civili, un modo mercantilista di concepire la sicurezza sociale e l’incapacità di contrastare con forza l’attacco israeliano su Gaza. In questi casi si gioca sul fatto di quali vite si debbano piangere e quali no. La sua retorica è molto più ispirata delle sue azioni. La questione è se la gente accetterà o no questa distanza tra il discorso e le azioni di Obama.
– A proposito delle vite che meritano di essere piante o no, lei espone che i media svolgono un ruolo importante per queste definizioni, che esacerbano il dolore delle vittime per creare una politica di vendetta, dove già si rifiuta la domanda di una vita degna di essere pianta. Saremmo di fronte ad una sorta di “esecuzione pubblica” realizzata mediaticamente?
Non vorrei che se intendesse che i media manipolino semplicemente gli affetti. Non credo che possano giocare con noi così facilmente. Penso, però, che possiamo intendere i media come quelli che costruiscono l’idea di “una vita degna di essere pianta”. Alcune ipotesi sulla religione, razza, sesso e classe diventano normali con il tempo: sono “credenze” che assumono la forma di figure iconiche e questa iconicità è riprodotta attraverso la circolazione mediatica raggiungendo una certa efficacia. Ma di là dalla scena mediatica non c’è dubbio che Foucault fu veloce a fare la distinzione storica tra regimi disciplinari e pre -disciplinari. Possono collaborare insieme, lo abbiamo visto in diversi paesi, tra cui l’Argentina dell’ultima dittatura, quando la psichiatria ha lavorato con i sistemi di tortura. Forse, dobbiamo ripensare l’idea che la disciplina occupi il posto della tortura. Possono stare insieme, l’una sostiene l’altra o diventare indistinguibili.
– Lei afferma che, di fatto, la tortura oggi è legittimata dagli argomenti che essenzializzano le differenze culturali. Com’è nata questa situazione?
Nella guerra contro l’Iraq, la tortura è diventata una sorta di umiliazione sessuale, prodotta forzatamente sul soggetto arabo e che si basa su appropriazioni teoriche come quella della Mente araba di Raphael Patai. Questo libro degli anni ’70 pretende di mostrare come sia la mentalità araba e contiene una gran quantità di pregiudizi. Ebbene la Mente araba fu materiale di lettura per il personale militare, non lo fu però, la Convenzione di Ginevra che regolamenta il trattamento dei prigionieri di guerra. Ciò che fu instillato ai militari è l’idea che le culture arabe, presumibilmente musulmane, siano pre-moderne e inadatte per la democrazia. Questo serve come precondizione per il brutale trattamento dei prigionieri. Da un lato, si tratta di un pregiudizio culturale. D’altra parte, il pregiudizio culturale in azione significa tortura.
– Per quanto riguarda la questione del terrorismo invocato come motivo di guerra, lei riscatta una posizione controversa come quella di Talal Asad, che dice che non c’è modo di giudicare la violenza come giusta o sbagliata, partendo dall’origine statale o non statale. In Argentina, per i crimini commessi dalla dittatura, s’invoca spesso la condizione statale per la definizione di “crimini contro l’umanità”. Può spiegarci la sua posizione?
Da un lato, si potrebbe dire che una delle ragioni d’essere di uno Stato democratico è la tutela dei diritti umani dei cittadini. D’altra parte, dobbiamo essere in grado di difendere i diritti umani di chi non è cittadino. Se lo stato non è in grado di fornire una tale difesa, cosa facciamo? Si tratta dei diritti di coloro che non appartengono a nessuno Stato e sono coinvolti in azioni di guerra ma è anche una questione d’immigrati irregolari i cui diritti umani devono essere protetti. Se consideriamo solo meritevoli quelle vite che rappresentano lo Stato – nazione, stiamo definendo implicitamente l’essere umano in relazione all’appartenenza a uno Stato. Qualunque sia il significato di “umanità”, è chiaro oggi che la violenza statale distrugge i diritti “umani”. Chi è un “essere umano” è una domanda che si pone con urgenza al di fuori della cittadinanza in quanto tale, e nei limiti del potere statale, e come possiamo risolvere questo problema avrà chiare implicazioni per il modo in cui pensiamo la statalità e i diritti. Forse, dobbiamo mettere tra parentesi il potere dello Stato per iniziare a pensare all’umano nella sua interezza.
– È possibile sospendere il potere dello Stato? Nel caso del matrimonio gay, che è stato recentemente convertito in legge nel nostro paese dopo una virulenta polemica, la questione è di chiedere allo Stato di riconoscere alcuni diritti di alcune minoranze, qualcosa che la disturba.
E’ vero che in Inquadrature di guerra insisto su questa questione, però voglio dire che non mi oppongo al matrimonio gay. Penso che il matrimonio dovrebbe essere aperto a qualunque coppia di adulti che vogliano entrare in questo contratto, a prescindere dall’orientamento sessuale. Si tratta di una questione di uguaglianza per i diritti civili. Non so, però, se questo diritto particolare, debba essere la linea del movimento gay. Dovremmo chiederci perché il matrimonio è limitato a due persone, anche se sembra una barzelletta. Quali sono i modi in cui è organizzata la sessualità e per quali tipi di organizzazione stiamo combattendo? Coloro che stanno lottando per ottenere altre forme sociali per la sessualità stanno diventando “minoranze” all’interno del movimento che s’incentra sui diritti dei gay al matrimonio. Perché non stiamo pensando ad altri modi di relazione di coppia e di alleanza sessuale? Perché il movimento non è incentrato sul contrastare la violenza di genere a tutti i livelli e non ci aiuta a sostenere i giovani queer o a lottare per un alloggio decente e benefici sociali per le persone che non sono dentro il modello maritale o famigliare classico?
– Lei, critica anche, la visione essenzialista che sostiene il “diritto alla vita”.
Questi modi di vedere pensano che questo diritto corrisponda a una vita individuale. Per questo errore siamo prigionieri di dibattiti su cosa sia un individuo vivo. Si tratta di norme che disciplinano l’intelligibilità di un essere umano.

Possiamo tentare un’altra interpretazione: domandiamoci quali siano le condizioni per le quali una vita sia vivibile. Dobbiamo lottare per queste condizioni. La questione della vita in astratto risponde a posizioni vicine all’umanismo e all’individualismo liberale. Quello che io propongo è pensare alla vita dalle sue condizioni sociali e da lì a giudicare che tipo di vita meriti di essere vissuta.
http://edant.revistaenie.clarin.com/…/…/07/24/_-02205790.htm
(traduzione di Anita Silviano)