Mevlut Uzer, mediatore-culturale curdo, è nato ad Erzurum,  una piccola città della Turchia,

capoluogo di Provincia, situata nell’Anatolia Orientale a ridosso del confine con l’Armenia.

Curdo di nascita, suo malgrado, è anche italiano di adozione.

Ribadisco suo malgrado perché Mevlut avrebbe voluto restare a casa, con sua madre, suo padre, sua sorella ed i suoi fratelli.

Eppure Mavlut Uzer non ha potuto scegliere, è dovuto fuggire, intraprendere una strada solitaria verso paesi lontani, che non conosceva, verso un destino oscuro.

La sua storia di esule, di esiliato, inizia nel 2009.
Mevlut Uzer

Intervista a Mevlut Uzer, mediatore-culturale curdo

M.C.: Che ricordo ha della sua terra d’ origine?

Quanti anni aveva il giorno in cui ha deciso di diventare un attivista per l’indipendenza del Kurdistan?

M.U.: La città in cui ho trascorso ampia parte della mia infanzia ed adolescenza, ossia Erzurum, la ricordo come una metropoli tranquilla, gradevole e agiata, molto frequentata da turisti. Il clima culturale è sostanzialmente conformista e conservatore. Non c’è aria di grande impegno sociale o civile, tantomeno un grande attivismo politico. Ma ad Erzurum è anche presente una attiva comunità curda, purtroppo invisa dalla comunità locale. Da ragazzo non ero sufficientemente consapevole ma, spesso, mi capitò di vedere o assistere ad abusi polizieschi nei quartieri curdi. Molto comuni sono ingiustificate incursioni della polizia locale nelle abitazioni-private dei cittadini curdi. La polizia, spesso, senza mandato alcuno, rovista nelle abitazioni dei civili curdi, sequestrando materiale ritenuto sospetto (spesso si tratta esclusivamente di manifesti, libri e volantini scritti in curdo o inerenti la nostra cultura e le nostre tradizioni), picchiando donne e bambini. Questi episodi si ripetevano abitualmente ma non compresi mai fino in fondo perché. Finché un giorno, nel maggio 1990, si stabilì nel nostro quartiere una cellula di attivisti del PKK, il Partito dei Lavoratori del Kurdistan. La cellula era composta da due uomini maturi ed una ragazza poco più che diciottenne. Per parecchi mesi, sia io che le diverse famiglie curde, trattammo con diffidenza i membri della cellula del PKK, nonostante il loro comportamento risultasse irreprensibile ed il loro impegno per lo sviluppo della comunità locale piuttosto apprezzabile. Un triste giorno del giugno 1993, sempre durante una delle solite incursioni poliziesche, la cellula del PKK venne catturata ed assassinata a sangue freddo: esecutori dell’assassinio furono sia poliziotti che membri dell’esercito. Avevo poco più di 20 anni, politicamente inconsapevole: la notizia mi angosciò molto. Tuttavia l’aspetto più inquietante fu altro: i cadaveri ritrovati per strada furono sottoposti ad autopsia. Si scoprì così che l’elemento femminile della cellula aveva meno di 20 anni ed era ancora vergine. I cadaveri, subito dopo l’autopsia, furono nuovamente rinvenuti per strada e sottoposti a profanazione sotto gli occhi di tutti. Il cadavere femminile venne profanato e penetrato a turno da membri dell’esercito turco.

Assistere a questo episodio segnò la mia vita per sempre: decisi così di diventare attivo politicamente.

M.C.: In quale occasione si è espresso, per la prima volta, il tuo impegno per la difesa e la tutela dell’identità curda?

M.U.: Era il 2008 ed ad Erzurum un gruppo di ragazzi kurdi decide di festeggiare il Newroz, antico capodanno kurdo che si usa celebrare accendendo il fuoco, saltellando sul fuoco e/o ruotando intorno.

La festa del Newroz è proibita in Turchia, così come tante tradizioni ed usanze tipicamente curde.

Nonostante ciò, io ed un gruppo di amici, decidemmo di accedere il fuoco e festeggiare il nostro capodanno. La polizia turca, essendosi insospettita, fece una delle sue solite incursioni in cui, purtroppo, venni catturato. Fui trascinato in questura, venni picchiato e dopo sei ore venni rilasciato. Ma l’episodio più grave avvenne nel 2009, anno in cui nella mia città, ci furono le elezioni. Io, ovviamente, sostenevo un partito filo-curdo. Come al solito, in Turchia, tutti gli attivisti di movimenti politici “pro-Kurdistan” vengono perseguitati e derisi. Il mio partito vinse a Tekman, un villaggio nei dintorni di Erzurum. Perciò partecipai ai festeggiamenti. Come era prevedibile, durante i festeggiamenti, si presentò la polizia. Venni ancora catturato e, questa volta, mi torturarono per ben 3 giorni. Il primo giorno mi colpirono con un bastone di ferro le piante dei piedi, il secondo giorno mi applicarono elettrodi ai testicoli ed il terzo mi tennero una giornata intera ed una notte in una sorta di cella frigorifera con acqua gelida. Quando venni rilasciato accusai le terribili conseguenze psico-fisiche derivanti dalla tortura. Tutt’ ora, riconduco i miei problemi di salute al ventre, alla lunga permanenza in una cella frigorifera con acque ghiacciate.

Ovviamente, dopo queste terribili esperienze, compresi che non potevo più restare.

Decisi di fuggire. Raggiunsi Roma nel 2010, ma tra 2013/2014 mi trasferii per 9 mesi vissi in Francia, poiché in Francia vive tutt’ ora mia sorella (la quale fuggì via con me) ed anche uno zio. Ma in Francia non mi sentivo appagato, decisi perciò di ritornare in Italia.

M.C.: Nonostante le disavventure non ha mai smesso di abbandonare l’impegno sociale e civile a favore del tuo popolo.

In questi ultimi anni, quale è stato tuo fronte, il tuo orizzonte di lotta?

M.U.: Durante la mia prima permanenza in Italia, sono stato attivo presso il Centro Socio Culturale Ararat di Roma, un Centro che si occupa di Rifugiati Politici Curdi, organizzando varie attività ed iniziative. Quando ottenni definitivamente lo “status” di rifugiato, sono stato impiegato come Mediatore Culturale in un Progetto per l’Integrazione di altri rifugiati politici che hanno vissuto, o vivono, situazioni o condizioni del tutto simili alle mie. La solidarietà e l’empatia che ci lega, ha fatto in modo che altre centinaia di ragazzi curdi, con varie esperienze traumatiche alle spalle, trovassero in noi un riferimento. Attualmente, decine di richiedenti-asilo curdi vivono a Rieti, seguiti da mediatori-culturali come me e da altri operatori-sociali (curdi o italiani). Il processo di integrazione ha raggiunto ottimi risultati: i nostri ragazzi sono tutti scolarizzati e alcuni iper-scolarizzati, diversi già lavorano e tutti sono attivi sul fronte politico e/o per la tutela dei diritti umani.

M.C.: Attualmente qual è il clima politico nella tua città d’ origine, Erzurum?

M.U.: Purtroppo si va di male in peggio. In questi giorni (nel mese di giugno 2015) , siamo in piena fase di campagna-elettorale: partiti di estrema-destra e polizia hanno attaccano migliaia di sostenitori del HDP, il partito filo-curdo. Come al solito, decine di ragazzi ed adolescenti curdi, vengono quotidianamente picchiati e molestati da polizia o da attivisti di estrema-destra.

                                                                                                                                                                                                                                             Maddalena Celano

Articolo ripreso da www.ilsudest.it

pubblicato il venerdì 05 Giugno 2015